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Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3) “Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza, io li invidio gli africani, diceva Ulisse”. Maria Pace Ottieri La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi. Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin. Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute. Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità. Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”. Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”. Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”. Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”. Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto. Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)
September 3, 2026
Napoli MONiTOR
“100 libri per la nonviolenza” a Milano, il 23‑24‑25 settembre
L’iniziativa è dedicata alla diffusione della nonviolenza e del disarmo unilaterale teorizzato da Carlo Cassola, “il primo passo nella direzione giusta”: per sostanziare una cultura pacifista adatta al XXI Secolo e alle sue enormi sfide, attinenti alla sopravvivenza stessa della nostra specie. L’obiettivo è offrire a scuole, associazioni e istituzioni un percorso di riflessione e formazione capace di generare relazioni, pratiche e comunità che preparino la pace attraverso la via disarmata e disarmante: la nonviolenza poietica e terrestre, concreta e trasformativa. L’elenco dei 100 libri proposti nella rassegna è in elaborazione. Attualmente sono indicati: SEZIONE 1 – LA NONVIOLENZA POIETICA IN 6 TITOLI * Memoria e futuro * Antifascismo e nonviolenza * La guerra nucleare spiegata a Greta * La follia del nucleare (I edizione) * La follia del nucleare (II edizione) * Il Festival della nonviolenza poietica a Comiso (luglio 2025) SEZIONE 2 – I MAESTRI DELLA NONVIOLENZA: LA SELEZIONE ESSENZIALE * Henry David Thoreau – La disobbedienza civile * Lev Tolstoj * Mahatma Gandhi * Martin Luther King Jr. – La forza di amare * Aldo Capitini – Le tecniche della nonviolenza * Carlo Cassola – La rivoluzione disarmista * Don Lorenzo Milani – L’obbedienza non è più una virtù * Alberto L’Abate * Gene Sharp – Politica dell’azione nonviolenta * Danilo Dolci * Lanza del Vasto * Giuliano Pontara * Erich Fromm SEZIONE 3 – NONVIOLENZA E RELIGIONI * Raimon Panikkar * Thich Nhat Hanh – Essere pace * Thomas Merton – Fede e violenza * Abraham J. Eschel – L’uomo non è solo * Dalai Lama – L’arte della compassione * Kumar – La via dei giainismo * Vandana Shiva – Ritorno alla Terra * Bede Griffiths – Il matrimonio tra Oriente e Occidente * Hildegard Goss-Mayr – O osare la pace o non esistere SEZIONE 4 – NONVIOLENZA E FEMMINISMO * Virginia Woolf – Le tre ghinee * Carol Gilligan – Con voce di donna * Vandana Shiva * Elena Dakota – La nonviolenza delle donne * Sara Ruddick – Pensiero materno * Judith Butler – La forza della nonviolenza * Arundhaty Roy – Guida alla nonviolenza per la gente comune * Lidia Menapace – Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo SEZIONE 5 – OBIEZIONE, TRANSARMO E DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA * Jean Marie Muller * Gene Sharp – Verso una Unione Europea disarmata * Joahn Galtung – Ci sono alternative * Pietro Pinna * Antonino Drago – La difesa popolare nonviolenta SEZIONE 6 – ECONOMIA NONVIOLENTA * EF Schumacher – Piccolo è bello * Serge Latouche – La scommessa della decrescita * Jeremy Rifkin * Vandana Shiva * Amartya Sen * Herman Daly – Lo stato stazionario * Murray Bookchin – L’ecologia della libertà SEZIONE 7 – LA VOCE DEGLI OPPRESSI. NONVIOLENZA E INGIUSTIZIA GLOBALE * Combattenti per la pace. Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva, a cura di Daniela Bezzi * Amos Oz –Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione * Yossi Klein Halevi – Lettere al mio vicino palestinese SEZIONE 8 – LA NONVIOLENZA SULLA QUESTIONE ENERGETICA, CLIMATICA ED ECOLOGICA * Papa Francesco – Enciclica Laudato Si’ * Maurizio Torrealta – Il segreto delle tre pallottole. Intervista a Del Giudice * Luciano Benini SEZIONE 9 – LA BELLEZZA CHE DISARMA. ARTE CULTURA ED EDUCAZIONE * Lev Tolstoy – Che cosa è l’arte? * Montessori * Rodari * B. Brecht – L’abiura di Galileo * Don Lorenzo Milani – Lettere a una professoressa * Daniele Novara – La grammatica del conflitto SEZIONE 10 – LA PAROLA COME CANTIERE. COMUNICAZIONE E AZIONE POLITICA * Rosenberg * Paulo Freire * Pat Patfoot LA NONVIOLENZA E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE * Papa Leone XIV –  Enciclica Magnifica Humanitas LA NONVIOLENZA NEI FUMETTI E PER I PIU’ PICCOLI * Persepolis   100 libri per la nonviolenza sarà in svolgimento negli spazi di ChiAmaMilano (Milano – via Laghetto, 2) nelle giornate di mercoledì 23, giovedì 24 e venerdì 25 settembre. INFORMAZIONI e CONTATTI : alfiononuke@gmail.com / +39 340 073 6871     Disarmisti Esigenti
August 25, 2026
Pressenza
“LIBRERIA IN FESTA”: TUTTE LE PUNTATE, SERATA PER SERATA, DI QUANTO SUCCESSO ALLA LIBRERIA DEL GATTO NERO
“Libreria in Festa” è stato il contenitore radiofonico che per tutta la durata della XXXIV Festa di Radio Onda d’Urto (mercoledì 5 – sabato 22 agosto 2026) ha sintetizzato in 30 minuti ogni serata della Libreria del Gatto Nero tra presentazioni di libri e fumetti, incontri, dibattiti, interviste a frequentatrici e frequentatori e tanto altro ancora. Andata in onda ogni pomeriggio, alle ore 13.30, “Libreria in Festa” è ora disponibile anche in formato podcast su Radio Onda d’Urto. Per continuare a seguire tutto l’anno le iniziative radiofoniche e culturali della Libreria puoi seguirla sui social: qui la pagina Instagram mentre qui c’è la pagina Facebook. Di seguito, tutte le puntate: libreria in festa 1 libreria in festa 2 libreria in festa 3 libreria in festa 4 libreria in festa 5 libreria in festa 6 libreria in festa 7 libreria in festa 8 libreria in festa 9 libreria in festa 10 libreria in festa 11 libreria in festa 12 libreria in festa 13 libreria in festa 14 libreria in festa 15 libreria in festa 16 libreria in festa 17 libreria in festa 18
August 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Comprare vecchi libri per distruggerli: come le IA cercano testo non contaminato
Il miglior materiale di addestramento per l'intelligenza artificiale è fermo su uno scaffale. La frase è di ISBNdb, il più grande database di libri al mondo e che oggi vende ai laboratori di IA un servizio di acquisizione all'ingrosso di volumi cartacei da scansionare. C'è un sinistro contrappasso: il settore che porta avanti la promessa di digitalizzare la conoscenza umana ora paga per rastrellarla e triturarla, un camion di libri alla volta. Il dettaglio fondamentale, e che rappresenta il valore dell'operazione, è la data di stampa: un libro pubblicato prima del 2022 precede l'era dei grandi modelli linguistici, quindi non può contenere testo generato da un'IA. Il web aperto è ormai saturo di contenuti sintetici, prodotti dagli stessi modelli, e addestrarsi su quel materiale espone al cosiddetto model collapse. Quando un modello viene addestrato sull'output di modelli precedenti, le sfumature linguistiche si appiattiscono, gli errori sistematici si sommano e ogni generazione risulta leggermente peggiore di quella prima. Una tiratura cartacea pre-2022 è invece un archivio umano fissato, che nessuno può riscrivere di nascosto a posteriori. ISBNdb non nasconde che scansionare questi volumi significa quasi sempre distruggerli. Gli operai tagliano il dorso, così le pagine sciolte scorrono nello scanner, più rapido ed economico dell'alternativa delicata. Per questo ISBNdb offre riservatezza ai clienti: NDA rigoroso su ogni incarico, recita il sito, e i nomi dei committenti non vengono mai rivelati. Si tratta ovviamente di una squisita questione di marketing e immagine: un'azienda di IA che distrugge due milioni di libri non è qualcosa che genera simpatia. Meglio parlare di "preservazione digitale dei libri". Notizia completa qui Articolo originale a pagamento su 404media Approfondimento sul data poisoning qui
Liberi di muoversi
-------------------------------------------------------------------------------- Una striscia del fumetto Indomabile dedicata alla Piazza del mondo che nasce ogni giorno a Trieste -------------------------------------------------------------------------------- Non abituarsi alle politiche di controllo, paura e securitarismo e alla loro capacità di produrre violenza e esclusione richiede un grande e costante esercizio di lucida resistenza. Lo racconta a modo suo anche il fumetto Indomabile edito da Cronache ribelli – con testi e inchieste di Valerio Nicolosi, sceneggiatura e disegni di Maria Chiara Gianolla – in cui si intrecciano le vicende di una famiglia curdo-siriana in viaggio lungo la rotta balcanica e quelle di un orso ribelle. Abbiamo rivolto qualche domanda a Maria Chiara Gianolla. Possiamo dire che il tema di fondo di Indomabile è la libertà di movimento? In cosa consiste per te questa libertà? Si, sicuramente e questa libertà é prima di tutto una condizione interna: essere liberi di muoversi tra tutte le dimensioni di sé fino a riconoscere la propria natura per poi rivendicare il diritto di esistere e di vivere in conformità ad essa. In alcuni casi a questo movimento interno corrisponde un movimento esterno se il paese in cui si vive non consente di vivere nel pieno rispetto di sé e della qualità della propria vita.  Il fumetto affronta in modo originale i temi delle politiche securitarie ma suggerisce anche vie di fuga. Puoi indicarcene alcune? Intanto già parlare e costruire occasioni di riflessione su questi temi mi pare già un atto rivoluzionario. Nello specifico, il fumetto suggerisce la fuga non come un atto vile, ma come la possibilità di aprire varchi e di immaginare nuove prospettive. Non sempre le fughe consentono di raggiungere fisicamente le mete ambite, ma di certo rappresentano delle possibilità e fino a che abbiamo delle possibilità non siamo sconfitti. Nessuna gabbia é tanto stretta da imprigionare l’immaginazione. La mia generazione è cresciuta con il motto di Genova 2001 “un altro mondo è possibile” e in quella possibilità c’è la più forte opposizione all’approccio securitario.  Nelle presentazioni del libro cosa emerge? Quali sono i temi di cui c’è voglia di discutere? Antispecismo, ecologia, biopolitica, diritti… e una forte critica verso quei sistemi di potere che, dal positivismo in poi, hanno cercato di sottomettere la dimensione naturale a una dimensione artificiale e politica di stampo coloniale e suprematista. Dal 2019 sulle pagine di Comune, Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir raccontano chi sono i migranti della cosiddetta Rotta Balcanica e cosa accade ogni giorno nella piazza di Trieste dove alcune persone li incontrano. Descrivono spesso un gesto di cura profondamente politico, la lavanda dei piedi di chi ha spesso percorso migliaia di chilometri, un gesto concreto ma anche simbolico. Per loro è l’apertura di un varco, qualcosa che mostra una possibilità nuova… Cosa ne pensi? Ho conosciuto quella realtà da vicino e ho colto immediatamente il forte valore simbolico del gesto a cui corrisponde il più concreto atto di coraggio e di cura, nella storia dell’umanità del resto i simboli sono sempre strettamente collegati al reale. Le polizie di frontiera, legali o illegali, sottraggono tutto ai migranti per impedire il loro cammino, non possono però sottrarre loro i piedi: curarli significa consentire a queste persone, ancora una volta, di rimettersi in viaggio e di sentire l’amore di un’umanità che, per fortuna, esiste ancora. È un’iniezione di forza e di fiducia, un antidoto contro la violenza che subiscono.  Il libro ha legato testi e inchieste di Valerio Nicolosi con sceneggiatura e disegni da te curati: come avete lavorato? Lo abbiamo costruito insieme, passo passo. L’idea di unire le due storie è stata di Valerio. Abbiamo messo in fila i fatti, costruito uno Storyboard accurato, lui mi ha fornito molto del suo materiale documentario e i testi, frutto delle sue inchieste e interviste sul campo, così ho potuto procedere autonomamente nella costruzione dello storytelling e dei disegni. L’escamotage narrativo della nonna e della nipote é invece mio: un omaggio alla mia nonna friulana che fin da piccola mi ha insegnato a rispettare il bosco e al mio cane, a cui ho dedicato il fumetto, che mi ha insegnato ad attraversarlo.  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Liberi di muoversi proviene da Comune-info.
July 23, 2026
Comune-info
Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Festival delle Migrazioni Acquaformosa – Associazione don V. Matrangolo -------------------------------------------------------------------------------- Chi vive in comunità marginali sa bene cosa significa la lenta agonia verso l’abbandono delle proprie origini, la fuga dei giovani verso luoghi lontani, la malinconia di chi resta. Molti luoghi in Italia sono a rischio di estinzione, molte comunità perdono giorno dopo giorni pezzi di vitalità, prima le scuole, chiuse per assenza di bambini, poi i servizi primari e via via fino all’ultima bottega. Giovanni Manoccio, ex sindaco di Acquaformosa racconta a Francesco Donnici la storia e la rinascita di questo borgo nell’entro terra cosentino nel libro appena pubblicato da Iod edizioni: Sono un Arbëresh. Acquaformosa, terra di resistenza civile e incontro di popoli. Acquaformosa, Firmoza in arbëresh, è un meraviglioso paesino albanese-calabrese di circa mille abitanti a settecento metri di altezza, dove con un solo sguardo si può abbracciare la pianura di Sibari, le montagne della Sila, del Pollino e il mare Ionio. Formosa in albanese significa bella, dal latino formosus. In queste zone, intorno al 1500 arrivarono gli albanesi in fuga dalla ferocia dei turchi. L’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg li aveva portati in salvo sin lì e da allora la piccola comunità albanese ha conservato e preservato molte tradizioni culturali. Acquaformosa ha rischiato di morire come purtroppo molte altre realtà italiane dell’entroterra che hanno subito lo svuotamento verso i grandi centri del nord. Nel 2010, durante il periodo dei “grandi tagli”, la ministra della pubblica istruzione Mariastella Gelmini aveva avviato un programma di riduzione e accorpamento dei plessi scolastici laddove non ci fosse un numero sufficiente di alunni. Il sindaco di allora, Giovanni Manoccio, di fronte al rischio di vedere chiudere la scuola elementare del paese, ebbe l’idea di iscrivere alle elementari tutti gli anziani, analfabeti e analfabeti di ritorno. L’idea, bellissima e geniale fu accolta con entusiasmo dalla popolazione che solerte si presentò a scuola per partecipare alle lezioni insieme ai nipotini. Ci fu un’enorme risonanza e arrivarono ad Acquaformosa, allora ancora sconosciuta ai più, troupe di giornalisti e videoreporter per riprendere quest’inconsueta iniziativa, per intervistare gli anziani e il loro sindaco. Uscire dall’isolamento era possibile, ripopolare il paese una sfida possibile. Dalla scuola all’accoglienza il passo è stato perciò breve e Acquaformosa in poco tempo è diventato il volano da cui sono partiti tanti progetti. Nei borghi e paesi limitrofi di origine albanese, piccoli numeri di famiglie di migranti, minori non accompagnati, donne e bambini hanno occupato pian piano le case, rigenerando intere comunità, riaprendo scuole, botteghe, attività commerciali. Oggi l’associazione Don Vincenzo Matrangolo nata in questo paese gestisce 9 progetti in altrettanti comuni, per un totale di circa 250 persone e dà lavoro a circa 140 abitanti del territorio, creando un sistema di economia sociale e solidale di gestione dell’accoglienza diventando la più grande impresa sociale della provincia di Cosenza. La metà delle persone impiegate sono donne e la maggior parte sono uscite da scuole e università calabresi. Giovanni Manoccio ha continuato il suo impegno come presidente dell’associazione e segue e coordina il festival delle migrazioni che quest’anno ha raggiunto la XV edizione diventando un punto di riferimento internazionale sui temi legati al fenomeno migratorio. Una piccola comunità calabrese popolata da discendenti di uomini e donne in fuga oggi è diventata il simbolo dell’accoglienza delle persone migranti provenienti da ogni dove, rovesciando la narrazione del pericolo invasione e della paura del “diverso” dominante. “Esiste un solo diritto di cittadinanza a questo mondo: lo Ius vivendi, il diritto di vivere, che non può avere limiti e non necessita della legittimazione di alcun sovrano o sovranista” dice Giovanni Manoccio, il «sindaco tempesta», primo a dichiarare il proprio Comune “deleghistizzato”. Un libro che intreccia la storie di queste terre con la vita di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’impegno verso la giustizia sociale. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quell’angolo del mondo dove i popoli si incontrano proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info
Alimentare il futuro
di Clelia Farris Nel mio primo romanzo pubblicato compariva un polpo. Un polpo di nome Stanislaw, una chimera genetica che parlava come un essere umano e viveva in una società del futuro in cui la separazione tra umano e animale era data dal registro in cui ti iscrivevi. Non c’era una percentuale limite; ognuno poteva scegliere liberamente dove collocarsi. Lui
Marte-dì con i padri delle distopie e un…
… un paio di annunci “uranici” – da tal Dibbì – che vanno presi “maledettamente” sul serio. Zamjatin Huxley Orwell di Danilo Ruocco (*) Le distopie descritte da Zamjatin in Noi, Huxley in Il mondo nuovo e Orwell in 1984 sono, con ogni probabilità, le più famose della letteratura. Come si sa, esse sono state ispirate ai loro autori da
Torino, anni 70: l’assassinio di Tonino Miccichè
Riflessioni di Fabrizio Salmoni (*) sul libro di Angelo Capretti e Pietro Lanfranco. In coda alcuni link. «Tonino Miccichè dal sud alla metropoli torinese. Il percorso politico di un militante negli anni dell’agire collettivo» di Angelo Capretti e Piero Lanfranco: Colibrì 2025.   Bisogna essere grati agli autori per aver ripercorso la vita di Tonino Miccichè rendendogli il dovuto omaggio