Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3)
“Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza,
io li invidio gli africani, diceva Ulisse”.
Maria Pace Ottieri
La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio,
pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato
tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti
che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il
nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò
depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro
col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a
una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o
forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi.
Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una
spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla
cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea,
stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio
che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori,
superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle
settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla
Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio
caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un
regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica
Popolare del Benin.
Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona,
erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare
“la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato,
da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un
retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute.
Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di
mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una
serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e
coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente:
uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità.
Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia
monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio
legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose
sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la
costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una
tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche
vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra
zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi
gli antenati e li nutri”.
Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di
estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata
dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey,
con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera
cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga
della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non
avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite
cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di
barbarico, purpureo splendore”.
Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio
dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è
ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha
richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di
elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi
vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito
pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un
secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la
caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile
culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana
perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque,
sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne
dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e
conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla
memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era
deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in
un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le
differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura
cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”.
Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni
dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono
riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il
vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena,
chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse
l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”.
Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia
del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura,
contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto.
Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno
sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta
appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più
deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi
senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati
fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di
scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi
dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non
la sostanza. (daniele balzano)