Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin

Napoli MONiTOR - Thursday, September 3, 2026
(disegno di sam3)

“Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza,
io li invidio gli africani, diceva Ulisse”.
Maria Pace Ottieri

La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi.

Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin.

Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute.

Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità.

Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”.

Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”.

Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”.

Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”.

Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto.

Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)