IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANOIl baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali,
a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette
evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova
infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che
fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il
potere.
Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è
sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende
tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra.
Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida
tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere
assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla
società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il
controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di
Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non
filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le
autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement
che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre
giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi:
bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán
assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi,
potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa,
inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán.
Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega
facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco
Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza
essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della
aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In
parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione
razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la
hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di
Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel,
sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la
propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano,
stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione
del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile
2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto
dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo
Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito,
multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo.
Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta.
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La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di
essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile.
Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per
sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al
leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia
legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al
malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese
e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato
nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi
alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione
quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione
del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles.
Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa
,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a
sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte
ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe
incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma
l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in
Polonia.
Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci
confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra
israelo americana contro l’Iran .
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April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno
Netanyahu.
Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso
per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione
e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne.
Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio
strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta
quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici
della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando
Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel
negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi
quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei
lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal
amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il
suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e
se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia,
quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta
dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua
appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un
mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra,
rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice.
Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo
Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende
libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da
un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento
in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di
appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di
terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza
internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e
negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”,
che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito
milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha
tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua
che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto
traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma
per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via
d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una
resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei
metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli
sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio.
Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo
Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie
alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio
negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di
Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società
composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo
imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le
forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente
di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi
al potente esercito dello stato ebraico.