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Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “tutto va bene così”
Lui si chiama Michael E. Mann. Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri. Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo. Mann infatti, […] L'articolo Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “tutto va bene così” su Contropiano.
September 5, 2026
Contropiano
Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile, con riforestazione e depavimentazione
Le città italiane sono sempre più esposte all’isola di calore urbana, ma con differenze molto marcate. Quasi tutti i capoluoghi superano i 40 °C in estate: Milano 43,1 °C, Torino 43,0 °C, Napoli 42,7 °C, Bologna 42,7 °C, Cagliari 42,9 °C, la città costiera con la temperatura urbana più alta. Le aree rurali sono più fresche, con differenze in media di 5,6 °C, che a Napoli arrivano a 9,4 °C. Nelle zone urbane cemento e asfalto, suolo naturale e vegetazione scarsi, superfici impermeabilizzate trattengono calore. Ridurre le temperature delle città fino a 4 gradi è possibile. Lo dimostrano le simulazioni del progetto MIRIFICUS nelle aree di Roma e Firenze, dove l’introduzione di pavimentazioni che non trattengono calore, la realizzazione di nuovi spazi verdi e la piantumazione di nuovi alberi, producono un calo netto delle temperature nelle ore più calde della giornata. A Settecamini, nella Capitale, e nell’area Mercafir/Piazza Artom del capoluogo toscano, la differenza tra la situazione attuale e quella simulata supera i 4 °C tra le ore 9 e le ore 15. Su base giornaliera, la riduzione si mantiene stabile intorno ai 2–2,2 °C, mostrando che l’effetto non è momentaneo ma continuo. Sono questi i principali risultati del Progetto MIRIFICUS (Monitoraggio degli Intervento di RIForestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti), che vede coinvolti l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e l’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE) in qualità di coordinatore, con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Italiana. Il progetto mostra che contrastare le isole di calore non rappresenta solo una necessità ambientale, ma un’opportunità concreta per rendere le città più fresche e più vivibili attraverso soluzioni semplici: più alberi, più suoli naturali, superfici che non si scaldano e una pianificazione urbana che tenga conto dei dati. A Roma, dove la temperatura superficiale estiva dell’area urbana raggiunge in media 43,7 °C, il raffrescamento con l’intervento simulato è evidente già dal mattino. A Firenze, che registra una media urbana superiore ai di 44,°C, il calo è superiore ai 4 °C nelle ore centrali confermando che nelle zone più cementificate è possibile migliorare il microclima. Un altro elemento decisivo è la forma dei quartieri. MIRIFICUS ha analizzato la struttura urbana come un “DNA climatico” delle città, mostrando come disposizione degli edifici, altezza e materiali usati influenzino direttamente la distribuzione del caldo. A Firenze, le zone con edifici compatti di media altezza raggiungono i 44,6 °C, mentre nelle aree con boschi urbani le temperature si riducono a 35,9 °C, un raffrescamento naturale di quasi 9 °C. A Roma, i quartieri industriali con grandi superfici esposte al sole arrivano a 57,2 °C. Infine, la piattaforma webGIS del progetto permette di consultare i dati di ogni comune italiano e di osservare come cambiano le temperature in relazione al consumo di suolo e alla presenza di aree verdi. “I risultati di MIRIFICUS, ha sottolineato Michele Munafò, responsabile del Progetto per ISPRA, ci dicono una cosa molto semplice: possiamo ridurre il caldo nelle città e sappiamo come farlo. Le simulazioni di Roma e Firenze mostrano che gli interventi adottati nei due casi studio riducono le temperature fino a 4 gradi. È una prova concreta che le soluzioni esistono e svolgono più funzioni contemporaneamente: riducono, oltre alla temperatura, gli impatti dei cambiamento climatici, i rischi per salute, benessere e qualità urbana. I dati indicano la strada da seguire, gli interventi corretti le scelte per rendere le città più vivibili e migliorarne la qualità della vita.” E Marco Morabito, CNR-IBE, coordinatore del Progetto, ha aggiunto: “MIRIFICUS dimostra come i dati satellitari possano trasformarsi in strumenti operativi a supporto delle Pubbliche Amministrazioni, per contrastare gli effetti del caldo e rafforzare la resilienza nelle città, permettono di intervenire in modo mirato sulla struttura dei quartieri. Inoltre, la piattaforma webGIS del progetto permette a ogni Comune di consultare i dati e simulare il rapporto tra temperature superficiali, consumo di suolo o aree verdi, di capire dove intervenire e con quali priorità. Con il rilascio della piattaforma e di una Web App basata su Google Earth Engine, accessibili gratuitamente, decisori pubblici, cittadini e tecnici dispongono di mappe interattive, indicatori di stress termico e simulazioni ex ante ed ex post, un supporto scientifico per la pianificazione degli interventi di forestazione urbana e delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici”. Come sostiene Legambiente: “Gli alberi in città non sono solo un elemento decorativo. Le foreste urbane sono vere e proprie infrastrutture verdi che rendono le città più vivibili e capaci di affrontare la crisi climatica. Non si tratta soltanto di parchi. Le foreste urbane comprendono alberature stradali, giardini, gruppi di alberi e aree verdi urbane e periurbane che, insieme, formano una rete ecologica continua. Questa rete migliora la qualità dell’aria, abbassa le temperature estive e contribuisce a gestire l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti. Oltre ai benefici ambientali, il verde urbano ha un impatto diretto sulla salute e sul benessere delle persone. La presenza di alberi riduce lo stress, favorisce la socialità e rende gli spazi pubblici più accoglienti e sicuri. Per questo oggi le foreste urbane sono riconosciute come Nature-Based Solutions, soluzioni basate sulla natura fondamentali per città più sane e resilienti. Ma mettere a dimora nuovi alberi funziona solo se lo si fa con criterio: servono pianificazione, competenze tecniche e gestione nel tempo. L’<<albero giusto nel posto giusto>> fa davvero la differenza”. La Regione Emilia-Romagna, nell’ambito dell’interessante progetto “Mettiamo radici per il futuro”, che ha l’obiettivo di estendere la superficie boschiva della regione, da qualche anno mette a disposizione alberi gratuitamente (la prossima distribuzione riprenderà il 1 ottobre 2026 e durerà fino al 15 aprile 2027, con i 21 vivai accreditati in tutta la regione, pronti a consegnare gratuitamente a cittadini, scuole, associazioni ed enti pubblici che ne facciano richiesta le piante di “Mettiamo radici per il futuro”).  Dall’inizio della campagna (1° ottobre 2020) fino al 15 aprile 2026 sono stati distribuiti gratuitamente 3.338.165 alberi tramite i vivai privati, accreditati nell’ambito del Bando distribuzione gratuita piante forestali. A questi nuovi alberi ne vanno aggiunti altri 118.081 dei bandi forestazione urbana promossi dalla Regione e rivolti a Comuni e imprese: https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/radiciperilfuturoer/progetto.   Qui per approfondire il Progetto MIRIFICUS: https://mirificus.isprambiente.it/home/Homepage.html.  Giovanni Caprio
September 3, 2026
Pressenza
Nepal, catastrofe climatica e diritti umani: il CNDDU propone il “Diario climatico”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio e solidarietà al popolo nepalese ed esorta dirigenti e insegnanti: “L’emergenza ambientale è anche un’emergenza dei diritti umani. Non agire significa compromettere il diritto stesso alla vita e alla sicurezza delle generazioni presenti e future”.   > Il distacco e il crollo di imponenti masse glaciali d’alta quota in Nepal > hanno innescato un devastante effetto domino, con fiumi di fango, acqua, rocce > e sedimenti che hanno travolto interi villaggi, provocando centinaia di > vittime, migliaia di dispersi e un numero incalcolabile di sfollati. > > Gli scienziati dell’International Centre for Integrated Mountain Development > (ICIMOD) e autorevoli riviste scientifiche, come Nature, evidenziano come non > si tratti di una tragica fatalità isolata, ma di un fenomeno che richiama > drammaticamente le conseguenze del cambiamento climatico. > > Il riscaldamento globale sta destabilizzando i ghiacciai dell’Himalaya, una > delle più importanti riserve di acqua dolce del pianeta, minacciando > direttamente la sopravvivenza e la sicurezza di intere popolazioni. > > Il CNDDU sottolinea con forza come la crisi climatica non sia soltanto > un’emergenza ecologica, ma rappresenti anche una grave minaccia per > l’esercizio dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, alla salute, > all’acqua, alla casa e a un ambiente sicuro. Come docenti e formatori, non > possiamo restare inerti di fronte a questa realtà. > > In vista dell’avvio del nuovo anno scolastico, esortiamo i dirigenti > scolastici e gli insegnanti di ogni ordine e grado a dedicare, nell’ambito > delle ore di Educazione civica, un momento di riflessione e approfondimento > alla crisi climatica e alle sue conseguenze sui diritti umani. Tale percorso > potrà avvalersi del contributo di esperti in grado di porre l’accento > sull’importanza delle politiche ambientali e sulle responsabilità dell’intera > comunità rispetto ai cambiamenti climatici. > > A questo proposito, proponiamo l’adozione di un Diario climatico, concepito > come strumento didattico attraverso il quale annotare progressivamente le aree > del pianeta colpite dalle più gravi catastrofi ambientali e i territori > maggiormente a rischio. Si tratta di realizzare una vera e propria mappatura > geopolitica e ambientale, capace di mantenere viva l’attenzione sulla > necessità di proteggere il nostro ecosistema e di sviluppare una cultura della > prevenzione e della responsabilità. > > È fondamentale, infatti, spiegare ai nostri giovani il legame indissolubile > che unisce le nostre abitudini quotidiane ai grandi equilibri del pianeta. > Dobbiamo promuovere nelle nuove generazioni una profonda coscienza ecologica e > rafforzare il senso di appartenenza a una comunità planetaria solidale. > > Chiediamo, inoltre, alle istituzioni internazionali e ai governi di agire > tempestivamente, non soltanto attraverso gli indispensabili aiuti umanitari > d’emergenza, come quelli messi in campo da organizzazioni quali l’UNICEF, ma > anche mediante politiche climatiche globali vincolanti e coraggiose, capaci di > contrastare efficacemente il riscaldamento globale prima che le sue > conseguenze diventino irreversibili. > > La tragedia del Nepal rappresenta un campanello d’allarme globale che risuona > fino alle nostre aule. Ignorarlo significa compromettere il futuro delle > prossime generazioni. > > Rossella Manco – Segreteria Nazionale CNDDU Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
Sudafrica, la Wild Coast non è una terra di conquista
Con una sentenza storica, la Corte Costituzionale sudafricana ha annullato il diritto di Shell a esplorare la Wild Coast alla ricerca di petrolio e gas. A metà agosto 2026, la Corte Costituzionale del Sudafrica ha emesso una sentenza storica in materia di cambiamento climatico e giustizia ambientale. Nell’ottobre del 2021, Shell ha annunciato l’avvio di indagini sismiche, utilizzando potenti onde sonore, al largo della Wild Coast sudafricana per determinare l’eventuale presenza di riserve di petrolio e gas commercialmente sfruttabili. La Wild Coast è una costa aspra, caratterizzata da strade sterrate e villaggi tradizionali, ma anche da un ambiente naturale particolarmente ricco e prezioso dell’Eastern Cape del Sudafrica. Simile al caso dei Sámi, le politiche ambientali del governo norvegese possono avere conseguenze negative sulle comunità indigene: le vibrazioni delle pale eoliche disturbano le renne, fondamentali per la loro cultura ed economia. Allo stesso modo, le indagini sismiche per l’esplorazione petrolifera producono rumori che possono danneggiare gli ecosistemi marini, suscitando preoccupazione tra le comunità locali. Le popolazioni indigene Khoi e San del Sudafrica hanno un profondo legame spirituale, culturale e cosmologico con i fiumi, gli oceani e i paesaggi costieri, dai quali furono allontanate dalla colonizzazione e dall’apartheid, attraverso rimozioni di massa verso le aree interne. Numerose sono le rivendicazioni dei territori ancestrali, “la cui tutela è inseparabile dalla tutela dei diritti alla dignità, alla cultura e al sostentamento” (paragrafo 4). Tra queste la comunità che si è fortemente opposte al progetto di Amazon per la costruzione del suo quartier generale africano a Cape Town nella regione adiacente, alla Wild Coast, Western Cape nel 2024. Il loro caso si è però tristemente concluso in modo diverso da quest´ultimo. Termina così una controversia iniziata nel 2021. Sei comunità, ONG e organizzazioni ambientaliste si erano rivolte a due corti, sostenendo di non essere state consultate sui piani di Shell. Il caso è infine arrivato alla Corte Costituzionale, l’organo giudiziario di ultima istanza in Sudafrica, che ha definito che il diritto di esplorazione doveva essere annullato a causa di gravi vizi nella concessione governativa. Tra questi, l’inadeguata consultazione delle comunità e la mancata considerazione di importanti preoccupazioni ambientali e climatiche. Secondo Angela Van der Berg, direttrice del Global Environmental Law Centre della Western Cape University, si tratta di una pietra miliare nella giustizia climatica. La controversia, infatti, non riguardava soltanto i possibili danni all’ecosistema marino, ma solleva una questione giuridica fondamentale, ossia se l’impatto climatico delle nuove attività di esplorazione petrolifera e di gas fosse stato adeguatamente valutato. La sentenza, basandosi su tre cardini (le persone, l´ambiente e lo sviluppo socio economico) diviene un importante precedente per i futuri casi in materia di clima in Sudafrica, rinforzando inoltre, il carattere universale del diritto internazionale in materia di clima: “Il cambiamento climatico, per sua natura, trascende i confini” (paragrafo 21). Enfatizza che il cambiamento climatico, incentrato sulla responsabilità legale, sui diritti umani e sulla giustizia, è passato da assunto diplomatico a responsabilità giuridica (paragrafo 24) e afferma il diritto a “una reale consulta” di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze (paragrafo 36) riconoscendo l´obbligatorietà costituzionale di protezione delle pratiche culturali, garanzia della diversità all’interno del Paese e legandola alla dignità umana (paragrafo 25). In un’intervista, Delme Cupido, direttore del Southern African Hub presso Natural Justice e uno degli avvocati coinvolti nel caso, spiega che il ricorso alla Corte era stato necessario perché la Corte Suprema d’Appello aveva lasciato aperta la possibilità per Shell di riprendere il procedimento e svolgerlo nuovamente in conformità con gli obblighi relativi alla partecipazione pubblica. L´aspetto particolarmente rilevante è che Corte ha stabilito che “il diritto alla partecipazione pubblica non è solo una questione meccanica ma una questione di procedura. Fa parte integrante dell’affermazione e del riconoscimento della dignità di quelle comunità. La sentenza afferma chiaramente che non è possibile ora, in una fase successiva, tornare indietro e rimediare, perché il danno, per così dire, alla dignità di quelle comunità è già stato arrecato […] stabilendo un precedente molto chiaro in termini di definizione degli obblighi dei decisori e dei gestori dei combustibili fossili, proprio a causa della preoccupazione per il modo in cui queste consultazioni vengono spesso trattate in maniera superficiale”. Foto tratta dal Flikr di William Murphy Il Ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche viene ritenuto responsabile di negligenza come conseguenza della mancata osservanza del NEMA, Legge nazionale sulla gestione ambientale, che sancisce il pubblico interesse e limita l´esplorazione delle risorse ambientali in caso di discriminazione delle persone colpite (paragrafo 42). Il diritto all’ambiente si coniuga con la visione costituzionale dell´”integrazione tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico” (paragrafo18) silenziando una delle giustificazioni più comune agli attacchi ambientali: gli effetti positivi in termini di creazione di impiego. Questo richiamo assume un significato ancora più importante se si considera il ruolo che l’espropriazione ha avuto durante il regime dell’apartheid. Il Group Areas Act destinò infatti le aree inquinate adiacenti alla raffineria Shell alle comunità coloured, indiane e nere per creare un bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche vicine. Continua Cupido, “si tratta quindi anche di giustizia intergenerazionale, riconoscendo che i guadagni economici a breve termine non possono prevalere sul diritto ano sviluppo sostenibile, che è un nostro dovere verso le generazioni future”. Evidenzia come il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo e che, spesso, chi causa i danni ambientali non è chi ne subisce le conseguenze, perpetuando così le violazioni della giustizia climatica e il razzismo ecologico. L’operato della Shell, come qualsiasi impresa estrattiva nel continente africano, ne sono una prova evidente. Shell depaupera il Sudafrica dal 1902. Open Secrets, ricorda che quando la Lega Araba impose al Sudafrica un embargo petrolifero nel 1973, Shell continuò a fare affari con il regime dell´apartheid. Tra gli anni ’80 e il 1992, partecipò a operazioni clandestine per aggirare le sanzioni internazionali fino a che, nel 1987, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aderì all´embargo e furono avviate campagne internazionali contro Shell da parte di diversi movimenti anti-apartheid. Sin dal 1964 Shell e BP erano proprietarie insieme della South African Petroleum Refineries (Sapref) responsabile nel 1998 del rilascio di cinque tonnellate di fluoruro di idrogeno nell’atmosfera, e nel 2001 della fuoriuscita di 1.000 litri di benzina nella baia di Durban. Nel 2022 la raffineria subí um danno che causò la fuoriuscita di petrolio sulla spiaggia e Sapref dichiarò che sarebbero serviti cinque anni e ingenti risorse economiche per la bonifica. Il problema non è stato ancora risolto e sulla costa di Durban si continuano a registrare indici di leucemia, linfomi, e tumori nettamente superiore alla media nazionale. Nel 2024, Shell si é ritirata dal settore della raffinazione in Sudafrica e ha venduto per 1 rand al Central Energy Fund, un ente statale, sollevando forti polemiche su chi dovrà sostenere i costi della bonifica ambientale. [LB1]National Environmental Management Act Comune-info
August 31, 2026
Pressenza
Catastrofe tra Tibet e Nepal: cosa è successo nel Langtang
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse. Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione glaciale. Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
August 31, 2026
Radio Blackout - Info
Catastrofe tra Tibet e Nepal: cosa è successo nel Langtang
Il 26 agosto un evento catastrofico ha colpito le vallate al confine tra Tibet e Nepal, nell’area del Langtang Lirung. Verso le 8 del mattino si è verificato il cedimento della montagna nel punto in cui poggiava la parte inferiore di un ghiacciaio, che ha trascinato con sé roccia e ghiaccio in una rock ice avalanche di oltre 100 milioni di metri cubi. Il bilancio, ancora in aggiornamento, ha superato le 900 vittime e oltre 4000 persone disperse. Comprendere le cause dell’evento, di cosa può aver innescato il collasso, e darne una corretta definizione scientifica, è un passo fondamentale sia per lo sviluppo di sistemi di allerta capaci di agire in situazioni simili, sia per saper inserire eventi estremi di questo tipo in un contesto più ampio di cambiamento climatico. Il concetto di rischio legato agli eventi estremi, non dipende solo dalla pericolosità dell’evento ma anche dall’esposizione dei territori: il Langtang è un’area storicamente densamente popolata e sempre più interessata dal turismo. Ragionare quindi di adattamento, e di come poter convivere con una criosfera che cambia per via del surriscaldamento globale, è un tema che non riguarda solo l’Himalaya, ma tocca da vicino anche le nostre montagne, tra turismo crescente e il drammatico bilancio dell’ultima stagione glaciale. Ne abbiamo parlato con Giovanni Baccolo, glaciologo e ricercatore presso l’università di Roma Tre, curatore del blog Storie Minerali, autore per l’AltraMontagna e autore di I ghiacciai raccontano.
August 31, 2026
Radio Blackout
Le previsioni di James Hansen sul “Super El Niño” del 2027
> “Il riscaldamento globale è iniziato, afferma un esperto al Senato” è il > titolo di un articolo del New York Times del 24 giugno 1988: il giorno prima, > lo scienziato della NASA James E. Hansen testimoniò davanti al Senato > americano, dichiarando di essere “sicuro al 99 % che il riscaldamento globale > causato dall’uomo fosse iniziato”. Nei 38 anni trascorsi da allora, il Dott. Hansen ha dimostrato di essere la voce accademica più autorevole nel campo della climatologia, prevedendo un futuro di sconvolgimenti climatici. Questo futuro ora è ufficialmente la realtà e dilaga sempre più rapidamente nei telegiornali serali di tutto il mondo; se non sono incendi devastanti, sono inondazioni improvvise. I leader mondiali hanno voltato le spalle alla scienza. Eppure, le pericolose e destabilizzanti condizioni climatiche attuali non dovevano verificarsi per forza. E ADESSO? Il più recente articolo di ricerca di James Hansen, intitolato “Super-Duper El Niño and the Bigger Problem” (“Il Super El Niño e il problema maggiore”) e datato 21 agosto 2026, illustra le sue previsioni riguardo a perturbazioni ancora peggiori che si verificheranno a breve: “El Niño ha raggiunto il culmine. Ha superato ogni limite. I suoi indicatori consueti sono di gran lunga più alti dei livelli record già rilevati nel periodo per il quale abbiamo dati attendibili, anche se gli effetti massimi si vedranno tra diversi mesi”. L’abstract dell’articolo afferma minacciosamente: “l’attuale fenomeno El Niño è già il più forte mai registrato. Tuttavia, l’aumento delle anomalie globali, lo spostamento delle zone climatiche verso i poli, l’intensificazione di piogge estreme, siccità improvvise e incendi sempre più rapidi, e le ondate di calore marine non sono che il risultato dell’accelerazione del riscaldamento globale causato dall’essere umano. La forza anomala di El Niño è probabilmente il risultato dell’attività umana”. Hansen elenca i primi indicatori dell’imminente Super El Niño: (1) l’anomalia termica nei primi 300 metri dell’Oceano Pacifico equatoriale già supera gli eventi precedenti di El Niño “che hanno causato un riscaldamento globale estremo” e (2) anche la temperatura superficiale marina (SST) nel Pacifico equatoriale “sorpassa di gran lunga” quella registrata in passato. Questi sono gli indicatori principali di cosa aspettarsi dall’attuale El Niño nei prossimi mesi e fino al 2027. Ogni dato riporta valori estremi, ben al di là della norma storica. Lascia presagire guai in vista. Non è un quadro rassicurante, poiché potrebbe far sembrare il devastante sistema climatico del 2026 una passeggiata. Questa è la gravità del problema, come descritta da Hansen: “il Super El Niño arriva su un pianeta già infettato dal riscaldamento globale causato dall’essere umano. Le ondate di calore aumentano, nel mare e sulla terraferma”. Usando una metafora del baseball, per spiegare il 2027, El Niño sta facendo un grande caricamento per prepararsi al lancio: “durante El Niño del 2023-24, la temperatura del suolo ha raggiunto i +2,4 °C rispetto alla media 1880-1920 e probabilmente toccherà i +2,7 °C nel 2027”. Ahi! Di conseguenza, numerose fonti nel 2026 hanno già riportato un eccesso di mortalità in Europa questa estate, con +1,39-1,47 °C sopra i livelli preindustriali (1850-1900), pari a più di 25 000 decessi e in aumento, a causa del caldo torrido. Le infrastrutture subiscono un duro colpo. Durante le intense ondate di calore estive, le massime temperature superficiali in Europa occidentale e meridionale hanno spesso toccato o superato i 40 °C, con picchi regionali fino ai 43-48 °C, nei paesi maggiormente colpiti come Spagna e Italia. Inoltre, +2,7 °C nel 2027 causerebbero un numero incalcolabile di morti e il blocco improvviso di infrastrutture fondamentali. E voi pensavate che il prosciugamento dei principali sistemi fluviali in Europa fosse insolito: Reno, Danubio, Po e Loira alle prese con dure restrizioni sulla navigazione, letti dei fiumi svuotati, antichi reperti, relitti della Seconda Guerra Mondiale. Ripensateci. Uno studio recente dimostra che ogni grado Celsius di riscaldamento globale aggiunge “un mese di caldo insopportabile per un miliardo di persone”. QUANDO IL MONDO INIZIERÀ A FARE SUL SERIO? Hansen ha affermato estemporaneamente “questo e altri impatti climatici emergenti dovrebbero incentivare il mondo a impegnarsi finalmente per capire e intervenire contro i cambiamenti climatici causati dall’essere umano”. Oh, davvero? Dire che siamo in ritardo è un eufemismo! Altrimenti (ammesso che il “mondo” non si dia una mossa), le condizioni di vita per le grandi popolazioni diventeranno insostenibili. Questo sta già avvenendo in parti dell’Asia meridionale, nei Paesi del Golfo, in Africa, così come nel Mediterraneo e nelle nazioni Europee vicine, e nel sud-ovest americano, dove la siccità ha portato a livelli bassissimi i laghi Mead e Powell, i due bacini più grandi degli Stati Uniti. È ovvio che, a meno che i governi non decidano (con uno sforzo 10 o più volte maggiore al piano Marshall, quasi dall’oggi al domani) di invertire queste potenti tendenze negative di riscaldamento globale, la situazione continuerà a peggiorare, soprattutto nel 2027. Allacciate le cinture! Ma onestamente, “quanto è realistico un qualunque tipo di inversione?”. Questo dovrebbe tormentare il sonno di tutti i leader politici di paesi che hanno ripetutamente evitato di affrontare il problema del riscaldamento globale, sin da quando James Hansen ha detto al Senato americano che gli esseri umani stanno cambiando la chimica dell’atmosfera. Che diamine, sono passati quasi quarant’anni! L’immensa portata del riscaldamento globale, estremamente distruttivo, che vediamo oggi è principalmente un problema politico. I politici del mondo hanno fallito. Hanno ignorato gli avvertimenti degli scienziati. E sta tutto per peggiorare. I cittadini comuni hanno tutto il diritto di essere altamente arrabbiati per l’incompetenza e l’ignoranza dei leader mondiali dinnanzi a un sistema climatico pericoloso e rapidamente in evoluzione, che si sta auto-promuovendo come killer della vita sul pianeta. Gli ecosistemi che supportano la vita in tutto il pianeta stanno crollando, sgretolandosi proprio davanti ai nostri occhi: o bruciano in incendi improvvisi o annegano in inondazioni inaspettate o si prosciugano a causa dell’estrema siccità. Secondo l’U.S. Drought Monitor, la mappa settimanale che mostra lo stato della siccità in America, il 18 agosto 2026, il 44,34% degli Stati Uniti e di Porto Rico (e il 52,70% dei 48 Stati contigui) si trova in condizioni ufficiali di siccità. L’Osservatorio europeo della siccità afferma che anche il 60% dell’Unione Europea è soggetto a questo fenomeno a causa delle ondate di calore e poche precipitazioni. Circa il 30-40% della terra emersa è colpito dalla siccità, contro il 10-12% registrato negli anni 1990-2000. Si tratta di un incredibile aumento di 3 volte in un batter d’occhio sulla scala geologica, qualcosa che non è mai stato registrato nella storia dell’umanità. È il risultato del riscaldamento globale, ehm, quella cosa di cui abbiamo parlato, e che abbiamo denigrato, per decenni ormai, mentre 1/3 del pianeta si prosciuga proprio sotto il naso di tutti. In maniera ancora più preoccupante, oltre il 90% degli oceani è stato colpito da 500 giorni di costanti ondate di calore, paragonabili a ciò che l’UE sta sperimentando sulla terraferma, con la differenza che gli oceani hanno registrato 500 giorni di temperature ben sopra la norma, da 3 a 5 °C, senza sosta, i pesci sono morti, 30 000 al largo dell’Australia occidentale: “il team ha scoperto che le MHW (ondate di calore marine) del 2023 hanno superato tutti i record precedenti di intensità, durata ed estensione. Questi eventi hanno persistito quattro volte più a lungo della media storica e hanno coinvolto il 96% degli oceani del mondo”. (SciTEchDaily, agosto 2025). Uno degli scienziati marini dello studio ha detto: “ho paura”. Tutto ciò è così poco normale che è ridicolo, incomprensibile. Una politica etica avrebbe potuto prevenirlo, ed è importante che le persone lo sappiano. I loro rappresentati politici hanno fallito. È il segno di una classe dirigente estremamente debole quella che non riconosce una minaccia per i propri cittadini da parte di qualcosa di gigantesco che salta subito all’occhio, conosciuto anche come cambiamento climatico radicale e sconvolgente. Se ne parla, se ne scrive, se ne dibatte da quarant’anni! È sempre stato sotto gli occhi di tutti! Ma non c’è niente nei piani dei leader mondiali che abbia un senso di urgenza per aiutare a mitigare o ad adattarsi ai più spaventosi cambiamenti climatici nella storia dell’umanità. I politici sono caricature immobili, cervi abbagliati davanti ai fari di un’auto. È incredibile che migliaia, milioni di persone non siano in piazza a urlare a squarciagola fino a svenire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Gaia Da Rè Robert Hunziker
August 31, 2026
Pressenza
ÈQUA LA FESTA 2026, il costo nascosto
Sabato 29 e domenica 30 agosto 2026 Parco Boschetto, Germignaga (Varese) Evento di GIM – Terre di Lago Quest’anno abbiamo scelto di parlare di costi nascosti e forse proprio le torride settimane appena trascorse, con la natura, le coltivazioni e il livello dei laghi in sofferenza per la siccità prolungata offrono un buon punto di partenza. Non è un caso, non è un fenomeno che accade ciclicamente – come dice qualcuno – ma è una progressione sempre più marcata verso il riscaldamento globale ed eventi atmosferici estremi. Era stato previsto, calcolato, annunciato e completamente ignorato dalla politica e probabilmente dalla maggior parte di noi. Perché non abbiamo fatto e non facciamo niente per contrastarlo? Semplicemente perché “non si vede” il legame tra le nostre scelte e le loro conseguenze, non è così immediato mettere in relazione la nostra produzione di CO2 con questi fenomeni. In altre parole, il cambiamento climatico è un costo nascosto, qualcosa che paghiamo (in questo caso tutti pagano) senza rendercene conto. Ci sono tanti altri costi nascosti dietro alle nostre scelte ed abitudini, molte volte pagati da persone lontane da noi, depredando risorse o producendo inquinamento in luoghi che non sapremmo neanche indicare sulla cartina geografica. Però… sono persone come noi, luoghi appartenenti al nostro stesso pianeta… Ecco allora la nostra ennesima sfida: fare una festa sul costo nascosto! Mangiare, bere, ballare, stare insieme, ma allo stesso tempo favorire una riflessione comune sulle ricadute che i nostri consumi, a volte apparentemente a buon mercato, hanno a livello ambientale e sociale. Impatto ambientale nell’uso delle risorse, nei trasporti, nella quantità sempre maggiore di rifiuti da smaltire. Impatto sociale nello sfruttamento del lavoro, nella delocalizzazione che sposta le produzioni e non da ultimo nell’aridità di relazioni umane che si basano solo sul consumo. Nel pomeriggio di sabato ospiteremo due giornaliste della rivista Altreconomia, testata molto autorevole su questi temi. Parleranno prevalentemente del mondo del tessile, paradigma di uno stile di consumo vorace e legato non tanto al bisogno quanto a condizionamenti esterni. Diverse collaborazioni porteranno valore aggiunto alla festa: la cooperativa Ballafon con alcune iniziative pensate e realizzate dai minori stranieri ospiti della comunità di Castelveccana; il Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano attraverso una mostra sul tema delle alternative alle spese militari, i Bimbi del Bosco e Carovana Giramondo realizzeranno laboratori per bambini, Spazio Baratto con uno swap party dove portare e scambiare capi di abbigliamento, coop. Eureka organizza una lezione aperta di yoga e una corsa inclusiva… oltre alle associazioni che porteranno i loro stand nella giornata di domenica. A noi del GIM non resta che preparare un ottimo menù che coniughi ingredienti equi e locali a ricette sia della tradizione sia etniche, accompagnate per chi vuole da una fresca birra artigianale alla spina. Ma non è tutto: avremo anche un gioco-laboratorio sul commercio equo e solidale, un laboratorio di cucito, musica dal vivo, danze popolari. Per partecipare al gioco-laboratorio sul commercio equo, al laboratorio di cucito ed a quello di percussione africane, è gradita la prenotazione (messaggio whatsapp al +39 328 462 8913 o via email a gim.terredilago@gmail.com). PROGRAMMA SABATO 29 AGOSTO · Ore 17:00 – CONOSCI QUELLO CHE INDOSSI? Aspetti sociali e ambientali della filiera tessile con Alessia Cesana e Martina Ferlisi (Altreconomia) e Francesca Di Gangi (sarta) · Ore 19:30 – CENA equa-etnica-locale · Ore 21:00 – MUSICA DAL VIVO con THE VASKERS – Storie e musiche dal mondo a km0 DOMENICA 30 AGOSTO · Ore 9:00 – RUN FOR FUN · Ore 10:00 – YOGA CON MANU · Dalle ore 10:00 – MERCATINO delle associazioni e SWAP PARTY: scambio di vestiti per tutte le età a cura di SPAZIO BARATTO · Ore 10:30 – IL VIAGGIO DEL CAFFÈ: GIOCO LABORATORIO SUL COMMERCIO EQUO a cura di Coop. GIM-TerreDiLago (gradita la prenotazione) · Ore 12:30 – PRANZO equo-etnico-locale · Ore 15:00 – LABORATORIO DI CUCITO Conoscere i tessuti, leggere le etichette, rammendare e mettere un bottone. Con Francesca Di Gangi (gradita la prenotazione) · Ore 15:30 – LABORATORI PER BAMBINI dai 3 agli 11 anni A cura de I BIMBI DEL BOSCO e CAROVANA GIRAMONDO GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELL’INFANZIA e DELL’ADOLOSCENZA 2026 Presenta Giorgia Quadri, interviene Erika Papa · Ore 16:30 – LABORATORIO DI PERCUSSIONI AFRICANE a cura di Coop. Ballafon (gradita la prenotazione) · Ore 17:30 – PICCOLO SPETTACOLO DI PERCUSSIONI con Ballafon Band · Ore 18:00 – APERITIVO con musica dal vivo e danze popolari Link alla pagina Facebook dell’evento per saperne di più sul programma e rimanere aggiornati. Redazione Varese
August 25, 2026
Pressenza
Rischio climatico: entro il 2050 fino a 18 miliardi l’anno di danni alle infrastrutture
Il cambiamento climatico non va ad incidere soltanto sull’ambiente, ma va a condizionare sempre più  le infrastrutture, la disponibilità idrica, le produzioni agricole, il turismo, la salute, la produttività del lavoro e la stabilità delle finanze pubbliche. A metterlo in evidenza è il recente rapporto “Rischio climatico in Italia: scenari, costi e opzioni di risposta”, che propone una lettura integrata del problema, combinando proiezioni climatiche ad alta risoluzione, analisi degli impatti settoriali e modelli macroeconomici e finanziari. Il Rapporto, pubblicato su Zenodo, è firmato da Matteo Calcaterra, ricercatore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC); Jacopo Cammeo, research associate presso il Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto universitario europeo; Simone Borghesi, direttore della Florence School of Regulation – Climate, professore all’Istituto universitario europeo e all’Università di Siena; Carlo Carraro, rettore emerito dell’Università Ca’ Foscari Venezia e tra i fondatori del CMCC; e Massimo Tavoni, direttore dello European Institute on Economics and the Environment del CMCC e professore ordinario di Economia del cambiamento climatico al Politecnico di Milano. “Il cambiamento climatico, si legge nel Rapporto, produce già oggi perdite economiche misurabili e, nei prossimi decenni, tenderà ad amplificarle attraverso canali diversi ma interconnessi: danni fisici agli asset, interruzioni operative, perdita di produttività, scarsità idrica, minore attrattività turistica, aumento del rischio di credito e maggiori pressioni sui prestiti”. Per quanto riguarda le infrastrutture, il rapporto mostra che i danni diretti annui alle infrastrutture potrebbero aumentare da circa 0,4 miliardi di euro nella baseline storica a circa 2 miliardi entro il 2030 e 5 miliardi entro il 2050. Considerando gli effetti indiretti, interruzione dei servizi, impatti sulle catene di fornitura, il costo totale stimato si colloca tra 11,5 e 18 miliardi l’anno al 2050. Cambia inoltre la composizione del rischio, con rischi di siccità e ondate di calore che si affiancano a quelli storicamente rilevanti dalle esondazioni fluviali. Per quanto riguarda il settore agricolo, le stime disponibili indicano una possibile perdita del valore della produzione agricola pari a circa 12,5 miliardi di euro al 2050 in uno scenario compatibile con forte mitigazione, fino a 30 miliardi di euro in uno scenario ad alte emissioni. A questi impatti si aggiungono possibili deprezzamenti del valore fondiario, stimati fino al 16% nelle aree più esposte a fine secolo. Il turismo vedrà, invece,  una riallocazione strutturale tra stagioni, territori e segmenti di mercato. Anche se questa non comporterà un calo uniforme dei flussi turistici, comporterà costi elevati e distribuiti in modo diseguale. Si prevede una contrazione della domanda turistica fino all’8,9% negli scenari con forte aumento della temperatura media e perdite dirette stimate fino a 52 miliardi di euro, erosione della maggior parte delle spiagge italiane e crisi di sostenibilità del turismo montano legata alla riduzione del manto nevoso. Per ciò che attiene alla produttività del lavoro, le ondate di calore incidono direttamente sulla capacità di lavorare, soprattutto nei settori esposti all’aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, servizi pubblici e alcune attività manifatturiere. A scala europea, le proiezioni indicano perdite di produttività fino al 5% nell’Europa meridionale entro la seconda metà del secolo. Per l’Italia, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata aggiuntiva con temperatura pari o superiore a 30°C si associa a una riduzione di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione provinciali.  Per la prima volta per l’Italia, le stime di questo Rapporto evidenziano una perdita potenzialmente rilevante per un’economia caratterizzata da un basso tasso di crescita: fino a circa il 15% della crescita economica annuale media 2025–2050 potrebbe essere perduta. “Il rischio climatico, si legge nel Rapporto, è un rischio sovrano per l’Italia, in quanto moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti. Con un debito corrente di oltre 3000 miliardi di euro, l’Italia è particolarmente sensibile a riduzioni di una crescita economica già anemica. I rischi climatici macroeconomici si propagano alle finanze pubbliche, agendo da moltiplicatore su una vulnerabilità preesistente. Le tre dimensioni di trasmissione del clima al bilancio pubblico – debito, spread climatico e compressione dello spazio fiscale – interagiscono in modo non lineare e si amplificano reciprocamente. Lo spread climatico aumenta il servizio del debito, potenzialmente innestando effetti retroattivi sulla crescita. Il policy maker si trova davanti a un trade-off di fondo, ossia da un lato salvaguardare la traiettoria del debito richiederebbe un taglio alla spesa pubblica discrezionale fino a circa un quinto, con notevoli ripercussioni sociali e politiche, mentre dall’altro preservare il livello della spesa lascerebbe invece deteriorare il rapporto debito/PIL, gli interessi e lo spread sovrano, portando la probabilità di sforamento della soglia del 200% al 39-44% nelle combinazioni più severe”. Qui il Rapporto: https://zenodo.org/records/20353948.    Giovanni Caprio
August 25, 2026
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