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Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
July 21, 2026
Radio Blackout
Mi piace immaginare Marjane Satrapi felice
Nell’oceano di articoli scritti su Marjane Satrapi, dagli aggregatori di notizie fatti con pigrizia, passando per quelli di opinione, più sinceri e importanti, arrivando infine ai ricordi di amici e soprattutto dei lettori, in questo articolo immaginerò che sia stata felice nei suoi ultimi momenti. Per altre analisi sulla sua opera, anche di tipo politico, ci sarà tempo dopo. Certo, ci si potrebbe chiedere il perché di questa scelta. Dopotutto, il comunicato con cui è stata annunciata la morte dell’autrice iraniana è in un certo senso un lascito al tempo stesso letterario e umano in una maniera che in quest’epoca di falsità e retropensieri sembra quasi irreale: è morta di dolore per la perdita della persona amata, di Carl Mattias Ripa, per lei “uomo e amore della mia vita” (…)”, perso “dopo trentun anni di una vita meravigliosa insieme”. “Vita meravigliosa”. Talmente meravigliosa che piuttosto che continuare a vivere senza di lui ha scelto, forse inconsciamente, forse no, di lasciarsi andare, come il Nasser Ali Khan di Poulet aux prunes. Amato così tanto da aver inciso subito, sulla pietra tombale del marito, il proprio nome, senza la data della morte. Forse già sapeva, forse non importava. Non si sarebbe mai separata da lui in ogni caso. Scelta ponderata e al tempo stesso implacabile, fatta con la lucidità e il sentimento di chi sa davvero cosa vuol dire amare fino in fondo, e sentirsi completi nel farlo. Probabilmente è anche per questo che la sua morte ci sembra l’ennesimo chiodo sulla tomba di quest’epoca di tragedia e disperazione in cui la speranza sembra sempre più quella menzogna di cui parlava Monicelli; un’epoca che tutto fa tranne che consolare. Sono convinto che Marjane Satrapi Ripa non abbia mai perso la speranza. Sono convinto che non dobbiamo mai perderla neanche noi. Perché questa morte, questo rapporto con essa, da lei era stata ponderato molte volte nelle proprie opere, anche quelle successive a Persepolis, opera da cui Satrapi voleva distaccarsi, con quella ostinazione letteraria di chi sa di aver esordito con un capolavoro, ma di non voler essere per questo una one hit wonder, un’autrice che dovesse rimanere sempre e comunque nell’immaginario mediatico la bambina e giovane donna simbolo della resistenza a regimi totalitari e patriarcali. Diceva di sé, Marjane Satrapi, in un’intervista a Robert Root della Michigan State University: “Ho sempre detto, anche verbalmente, di essere una persona cattiva. In realtà sono un grande amante dell’imperfezione. Questa idea di perfezione penso che sia davvero l’inizio del fascismo. Sapete, nella storia dell’umanità c’è stato un periodo in cui gli esseri umani erano veramente intelligenti, nell’antica Grecia, quando tutti gli dèi erano imperfetti per una volta. Certo, ce n’erano molti, ed erano tutti imperfetti. Facevano sesso, dormivano, ruttavano, defecavano e chissà cos’altro. L’unica cosa che li rendeva dei era la loro eternità; questa era l’unica ragione per cui erano dei. Se avete l’idea di dover essere perfetti, non potete che essere frustrati, perché siamo imperfetti, e perché io e voi moriamo per la stessa ragione di un verme, con tutta la coscienza che abbiamo. Quindi già qui, l’imperfezione è nella condizione della nostra vita. Cercare la perfezione è una causa persa, e se cerchi qualcosa che non raggiungerai mai, cosa otterrai? Frustrazione. Quindi sono molto felice della mia imperfezione.” Trovo questo monologo bellissimo, anche solo per pensare a Satrapi mentre fa uscire da sé un flusso di coscienza pieno di quella flemma che rende animato e viva una persona. La gestualità, le espressioni del viso. La franchezza con confessa sé stessa e il proprio modo di vedere il mondo. Franchezza che ha riversato nelle opere post-Persepolis, in cui ricorreva il tema della mente, della morte, e del tempo. In particolare, mi riferisco a Radioactive, il film biografico realizzato da Satrapi sulla vita, sul lavoro e arte di Marie Curie, con Rosamund Pike come interprete. Il film si presta a critiche e interpretazioni che qui non ci interessa discutere. Quello che interessa è lo strumento narrativo utilizzato non dissimile da quello di Poulet: il film inizia con Marie Curie che, vicina alla morte, ripercorre tutta la propria vita, dall’incontro con l’amato marito Pierre Curie fino agli ultimi momenti passati insieme e quello che è venuto dopo. Un film su ciò verso cui le scoperte dell’umanità possono portare (dal radio si passa alla bomba atomica), ma anche su quanto l’amore possa essere un eccezionale motivatore per condurre una vita piena e intensa. Mi piace dunque immaginare che Marjane Satrapi abbia ripercorso la storia con il marito proprio come hanno fatto i personaggi e le persone di cui lei ha scritto, disegnato o diretto le storie, che abbia ripercorso quella che lei ricordava come “la nostra storia: due sconosciuti a Parigi che si sono incontrati, innamorati, sposati e hanno costruito la loro vita in questa città incredibile, vibrante e stimolante che non lascia indifferenti.” E che ci fosse lui ad aspettarla, alla fine di quel viaggio. L’ultimo film di Satrapi, prodotto insieme all’amato Carl Mattias, Paradis Paris, è una commedia nera corale, costruita a intreccio, sulla morte e sul rapporto con essa; mi viene da chiedermi se Marjane si immaginasse di finire come una dei protagonisti del film, Giovanna Bianchi, interpretata da Monica Bellucci: una cantante famosa la cui morte viene annunciata in televisione per errore e che si accorge, dopo poco, che nessuno la piange o sembra prestare attenzione a questo suo decesso. L’amore che viene fuori da chiunque ne abbia letto o visto un’opera, visibile in questi giorni ovunque, su ogni piattaforma social, e in ogni spazio pubblico o privato, mi fa pensare che la risposta sia decisamente “no”. L'articolo Mi piace immaginare Marjane Satrapi felice proviene da Pulp Magazine.
June 9, 2026
Pulp Magazine
E sì, si muore per amore. Addio a Marjane Satrapi, la voce libera di Persepolis
L’autrice franco-iraniana che ha raccontato al mondo il volto umano dell’Iran è morta a 56 anni. Con Persepolis ha combattuto stereotipi, repressione e pregiudizi attraverso il linguaggio universale del fumetto. Trailer di Persepolis, il film d’animazione scritto e diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, tratto dall’omonima graphic novel autobiografica. https://www.mymovies.it/film/2007/persepolis/news/il-trailer-ufficiale-del-film-hd/ Marjane Satrapi, fumettista, illustratrice e regista franco-iraniana, è morta il 4 giugno 2026 all’età di 56 anni. La notizia è stata diffusa dai familiari, che hanno parlato di una donna consumata dal dolore dopo la perdita del marito Mattias Ripa, scomparso poco più di un anno fa e da lei definito pubblicamente «l’amore della mia vita». La sua scomparsa priva il mondo della cultura di una delle voci più originali e coraggiose degli ultimi decenni. Attraverso il fumetto, il cinema e l’illustrazione, Satrapi ha costruito un ponte tra culture diverse, raccontando la complessità dell’Iran senza cedere né agli stereotipi occidentali né alla propaganda del regime. Nata il 22 novembre 1969 a Rasht, sulle rive del Mar Caspio, e cresciuta a Teheran, visse da adolescente la rivoluzione islamica del 1979 e gli anni della guerra tra Iran e Iraq. Proveniva da una famiglia colta e impegnata sul piano civile e culturale. A quattordici anni i genitori la mandarono a studiare a Vienna nel tentativo di sottrarla al clima sempre più repressivo instaurato dal nuovo regime. L’esperienza europea la mise però di fronte a un’altra forma di difficoltà: quella dell’esilio, dello sradicamento e del pregiudizio. Dopo un ritorno in Iran e gli studi alla Facoltà di Belle Arti di Teheran, decise di lasciare definitivamente il Paese e si stabilì a Parigi nel 1994. Fu proprio nella capitale francese che nacque l’opera destinata a renderla famosa nel mondo. Pubblicato tra il 2000 e il 2003, Persepolis racconta la sua infanzia, l’adolescenza e il difficile rapporto con un Paese amato profondamente ma attraversato da profonde contraddizioni. Il valore dell’opera non risiede soltanto nella testimonianza storica. Satrapi riuscì a fare qualcosa di raro: raccontare l’Iran dall’interno senza trasformarlo in una caricatura. In anni in cui il Paese veniva spesso identificato esclusivamente con il fondamentalismo religioso, la repressione e i conflitti geopolitici, Persepolis mostrò al mondo famiglie, amicizie, ironia, paure e speranze. In altre parole, mostrò persone. L’autrice spiegò più volte che uno degli obiettivi del suo lavoro era contrastare i pregiudizi sul proprio Paese. Attraverso gli occhi di una bambina prima e di una giovane donna poi, il lettore scopre che nessun popolo può essere ridotto al proprio governo e che dietro ogni evento storico esistono vite reali, spesso ignorate dalle narrazioni ufficiali. Anche il tema del velo, frequentemente utilizzato in Occidente come simbolo assoluto della condizione femminile iraniana, viene affrontato con maggiore complessità. Nelle sue opere il problema non è soltanto un indumento imposto, ma il più vasto sistema di controllo delle idee, dei comportamenti e della libertà individuale. Nel 2007 Persepolis divenne un film d’animazione scritto e diretto dalla stessa Satrapi insieme a Vincent Paronnaud. Realizzato con uno stile grafico fedele al fumetto originale, il film vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una candidatura agli Oscar, contribuendo a far conoscere la sua opera a un pubblico ancora più ampio. Negli ultimi anni Satrapi era diventata una delle voci internazionali più ascoltate a sostegno delle donne e dei giovani iraniani. Dopo la morte di Mahsa Amini e le proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, intervenne ripetutamente nel dibattito pubblico denunciando le violazioni dei diritti umani e sostenendo la società civile iraniana. Nel gennaio 2025 rifiutò la Legion d’Onore francese, criticando la politica di Parigi nei confronti del regime iraniano e chiedendo maggiore coerenza nella difesa dei diritti fondamentali. Con la morte di Marjane Satrapi scompare una grande artista, ma resta intatta la forza del suo messaggio. Persepolis continua a parlare a lettori di ogni età perché non racconta soltanto l’Iran. Racconta la libertà, l’identità, l’esilio, il coraggio di restare se stessi e la necessità di guardare oltre i pregiudizi. La sua eredità più importante non è forse soltanto quella artistica. Satrapi ci ha insegnato che raccontare una storia personale può diventare un atto politico, che l’ironia può convivere con la denuncia e che conoscere davvero un popolo significa ascoltarne le persone, non fermarsi alle immagini costruite dal potere o dai luoghi comuni. È per questo che la sua voce continuerà a essere ascoltata ben oltre la sua scomparsa. FONTI E APPROFONDIMENTI Vatican News – Addio a Marjane Satrapi, l’autrice di Persepolis https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-06/marjane-satrapi-morta-persepolis-iran-fumetto.html Cineteca di Bologna – Persepolis https://cinetecadibologna.it/distribuzione/film/persepolis/ Cineteca di Bologna – Genesi e realizzazione di Persepolis https://cinetecadibologna.it/distribuzione/approfondimento/genesi-e-realizzazione-persepolis/ Marjane Satrapi – Biografia https://it.wikipedia.org/wiki/Marjane_Satrapi Persepolis – Scheda del film https://it.wikipedia.org/wiki/Persepolis_(film) Lucia Montanaro
June 4, 2026
Pressenza
Vittime, carnefici, complici o guaritori?
di Marcello Pesarini che pone domande a se stesso e a persone della “diaspora” iraniana. Sento il bisogno di chiarire prima dentro di me e nei miei dintorni (quali siano, se ancora esistono) le possibilità e le modalità di evitare l’annullamento delle modalità di risoluzione di problemi, che restano a disposizione della razza umana. Già nominare il termine “razza umana”