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Puntata del 13/01/2026
Il primo argomento della puntata è stato quello degli istituti scolastici tecnico professionali. Infatti in compagnia telefonica di Maria Teresa, docente dell’ istituto Bodoni-Paravia di Torino, abbiamo approfondito le motivazioni che hanno spinto questo collegio di istituto a presentare una mozione che riguarda la “filiera tecnologico professionale”. Quest’ ultima, che prevederebbe un percorso strutturato in […]
Vertenza sindacale, precarie e precari stabilizzati al Teatro di Roma!
Anche quando sembra impossibile, solo la lotta paga! Dopo anni di battaglia, finalmente per le precarie e i precari del Teatro di Roma è in arrivo la giusta stabilizzazione. La lotta non si ferma qui, ancora c’è tanto da fare, nel frattempo ci godiamo questo splendido regalo di Natale. Di seguito il comunicato completo_ Alcuni anni fa abbiamo iniziato una battaglia dentro il Teatro di Roma, una battaglia che rivendicava un principio tanto semplice quanto incredibilmente mai sollevato: il diritto di lavoratrici e lavoratori ad avere un impiego stabile. Contratti precari reiterati per decenni con la scusa della “stagionalità” tipica del lavoro culturale, salari da fame, nessun diritto e massima ricattabilità: questo era il Teatro di Roma. A questa visione abbiamo opposto un’idea diversa: il lavoro culturale non può essere un’equazione a somma zero, nella quale il sacrificio e la passione debbano dare come risultato sfruttamento e salari indegni, soprattutto nell’impresa a sovvenzione pubblica. Il lavoro culturale non è un corollario sacrificabile sull’altare delle scintillanti “vetrine” usa e getta, la qualità degli spettacoli e di quanto viene prodotto non può che andare a braccetto con la qualità dei diritti, dei salari e con la stabilità occupazionale. Abbiamo immaginato un teatro che tutelasse la comunità di lavoratrici e lavoratori, consapevole della funzione fondamentale che deve svolgere per la sua città e per i suoi abitanti. Un teatro che non affami chi soddisfa la voglia di cultura e desiderio che e attraversa la nostra metropoli. Troppi “NO” abbiamo ascoltato in questi anni, da chi sostiene che la precarietà sia elemento strutturale del lavoro culturale: sindacati e direttori, commissari e assessori. NO utili a mantenere vivo il ricatto della precarietà, dello sfruttamento, dell’utilizzo del lavoro come motore del potere personalistico e di categoria, no pronunciati anche da chi, nei prossimi giorni, fingerà di festeggiare le stabilizzazioni e cercherà di prendersene il merito. A tutti loro diciamo che quello che conta è quell’idea di teatro pubblico sulla quale continueremo a sfidarli, senza sosta, e che le risposte ironiche e sprezzanti che hanno dato negli anni alle nostre rivendicazioni hanno sempre nascosto una gigantesca paura: la paura che il castello fatto di sfruttamento e precarietà su cui si reggeva l’istituzione culturale di questa città crollasse, insieme ai loro privilegi. Testardi abbiamo continuato a ribadire i nostri SI: si al lavoro stabile, si ad un salario dignitoso, si ai diritti a prescindere dalla tessera sindacale. Attorno a questi si abbiamo incontrato compagni di viaggio preziosi, che hanno creato le condizioni perché tutto questo fosse possibile, che a più riprese abbiamo ringraziato e ringraziamo ancora: l’assemblea “Vogliamo tutt’altro”, le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo che dal primo giorno sono stati protagonisti insieme a noi di questa battaglia, l’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e i consiglieri regionali e comunali che ci hanno affiancato e hanno saputo scegliere da che parte stare, senza dubbi o tentennamenti. Abbiamo pagato un prezzo fatto di riduzioni dell’orario di lavoro, clima ostile, ostracismo nei confronti della nostra O.S. da parte di piccoli e grandi potentati, equilibrismi impossibili, ma alla fine abbiamo vinto, a testa alta senza dover rendere conto a re e regine. Dal 30 Dicembre decine di lavoratori e lavoratrici precarie del Teatro di Roma vedranno trasformati i propri contratti a tempo indeterminato. Avevamo ragione noi! Ora, ottenuta la più importante stabilizzazione nel teatro pubblico italiano, continueremo a lavorare per la democrazia sindacale, la fine delle assunzioni tramite chiamate diretta, il rinnovo del CCNL con adeguamenti al costo della vita, giusto salario e riconoscimento professionale per lavoratrici e lavoratori dei teatri pubblici di periferia, la crescita professionale delle lavoratrici e dei lavoratori del Teatro e soprattutto per la fine delle rendite di posizione e potere che hanno fatto credere negli anni che il Teatro fosse proprietà di qualcuno. Ora siamo più liberi, consapevoli di aver portato a conclusione una battaglia importante senza compromessi sulla dignità di lavoratori e lavoratrici. Ma la vera partita inizia adesso, e la possiamo giocare solo insieme. Con coraggio, a testa alta e senza dover ringraziare nessuno. > PERCHÉ UN TORTO FATTO A UN* È UN TORTO FATTO A TUTT*. > > > PERCHÉ SE TI INSEGNANO A NON SPLENDERE TU, INVECE, SPLENDI   Redazione Italia
Il piano di reclutamento straordinario per gli RTDA: il testo dell’emendamento di maggioranza
Pubblichiamo il testo dell’emendamento di maggioranza alla legge di bilancio 2026, che disegna il “Piano di reclutamento straordinario del personale ricercatore assunto dalle Università statali e non statali legalmente riconosciute e del personale assunto dagli Enti di ricerca nell’ambito di progetti PNRR”. Per le università statali l’emendamento dispone un piano straordinario di reclutamento per selezionare ricercatori in tenure track (RTT). I concorsi saranno riservati al personale RTDA, e, in particolare, agli RTDA assunti nell’ambito di progetti PNRR, con contratti in scadenza nel 2025 e nel 2026. Per i ricercatori RTDA-PNRR è prevista una riserva non superiore al cinquanta per cento dei posti.  Le risorse messe a disposizione (50 milioni di euro) possono “consentire l’avvio di procedure concorsuali per 1.618 ricercatori RTDA” a fronte di 4.502 contratti in scadenza nei due anni. La norma prevede che il costo della posizione di RTT sia coperta per il 50% dal cofinanziamento statale (50 milioni in due anni); gli atenei dovranno usare risorse proprie (30.900€ per ciascun ricercatore). Il successivo passaggio a professore associato dovrà essere finanziato con 24.500€ (0,2 punti organico)  su fondi di ateneo. Ci sarà perciò da capire quali atenei vorranno procedere effettivamente con le assunzioni e quante risorse dello stanziamento vorranno usare: le risorse del piano straordinario non sono vincolate e la norma prevede che quelle non utilizzate restino comunque nel FFO degli atenei. Il provvedimento prevede un meccanismo simile per le università non statali, con oneri a carico dello stato per il reclutamento (2 milioni di euro). E un provvedimento anche per gli Enti di ricerca (8,8 milioni, pari a 240 posti). [Qui si può leggere l’ottima sintesi di Virginia della Sala sul Fatto Quotidiano, che dà conto anche della “delusione e sconforto” contenuti nel documento di FLC-CGIL. EMENDAMENTO 1_piano straordinario ricercatori
I precari INGV sulla legge di bilancio
Segnaliamo ai lettori la lettera aperta inviata dai precari INGV al ministro Bernini. Segue il testo. lettera precari INGV Qui il link all’elenco dei firmatari.
UNIVERSITÀ E RICERCA: SINDACATI E ASSEMBLEE PRECARIE IN MOBILITAZIONE
Settimana di mobilitazioni per i precari della ricerca e dell’università. Martedì 11 novembre è stata indetta dalla FLC CGIL una mobilitazione sul tema dei precari nelle università, mercoledì 12 novembre varie iniziative in molte città italiane portate avanti dalle sezioni locali di Assemblea Precaria Universitaria sempre sullo stesso tema. Giovedì 13 novembre sarà la volta di una manifestazione nazionale a Roma dove dalle ore 15:00 al Ministero dell’Istruzione i precari della scuola scenderanno in piazza con la FLC CGIL per manifestare il loro dissenso nei confronti di un governo che secondo loro non considera i lavoratori e le lavoratrici del settore scolastico. Venerdì 14 novembre infine diversi collettivi studenteschi scenderanno in piazza in tutta Italia. Secondo FLC CGIL “Nel corso dell’ultimo anno sono scaduti i contratti di oltre 2.500 Ricercatori a tempo determinato e 4.000 Assegnisti di ricerca nelle università italiane. L’esaurimento dei fondi del PNRR porterà all’espulsione nei prossimi mesi, entro la prossima estate, di altre migliaia di precari. Gli oltre 35.000 rapporti di lavoro che sono stati avviati negli ultimi tre anni si ridurranno quindi ad un livello inferiore ai 15/20.000 che il piccolo sistema universitario italiano era abituato a sostenere, vista la contrazione di risorse avviata dal governo lo scorso anno e proseguita anche nella prossima Legge di bilancio, con un ulteriore razionalizzazione dei fondi di ricerca a diposizione (una diminuzione di circa il 10% dei fondi complessivamente confluiti nel nuovo Fondo per la Programmazione della Ricerca, previsto all’articolo 107)”. Ecco alcune voci che spiegano le motivazioni e le ragioni della mobilitazione di martedì 11 e mercoledì 12.   Ai nostri microfoni l’intervento di Stefano Bernabei di FLC CGIL sezione Ricerca Ascolta o scarica Abbiamo ascoltato anche le parole di Adriana dell’Assemblea Precaria dell’Università di Napoli Ascolta o scarica Qui di seguito l’intervista a Sergio dell’Assemblea Precaria dell’Università di Milano-Bicocca Ascolta o scarica Infine, abbiamo ascoltato Eleonora dell’Assemblea Precaria di Torino Ascolta o scarica      
[2025-09-27] La ricerca è di chi la fa - Assemblea nazionale contro guerra e precarietà @ La Sapienza Università
LA RICERCA È DI CHI LA FA - ASSEMBLEA NAZIONALE CONTRO GUERRA E PRECARIETÀ La Sapienza Università - Piazzale Aldo Moro, 5, 00185 Roma RM, Italia (sabato, 27 settembre 09:30) PROGRAMMA: __Sabato 27 Settembre__ - ore 10:00-13:30 - Contro l'università in guerra: Bilancio e Prospettive il percorso delle assemblee precarie universitarie in dialogo con le lotte per lo sciopero del lavoro culturale e intellettuale precario, i movimenti contro la guerra, in solidarietà con il popolo palestinese - ore 13:30-15:00 - Pranzo Precario - ore 15:00-17:30 - Tavoli di Lavoro: . Pratiche di sciopero . Un punto tecnico: Tagli e Riforme . Contro la guerra, precarietà in convergenza . Laboratorio studentesco - ore 18:00-19:30 - Verso l'autunno caldo restituzione dei tavoli e aggiornamento del manifesto APU per immaginare e organizzare insieme le prossime mobilitazioni - ore 19:30-20:00 - Diritto allo studio è diritto alla casa dalle borgate alle università alziamo la voce, alziamo la testa __Domenica 28 Settembre__ - ore 9:30-13:00 - Quale sciopero per l'università? confronto in plenaria in vista di sciopero e mobilitazioni in autunno in dialogo con le sigle sindacali che hanno seguito il percorso delle assemblee precarie universitarie - ore 13:00-14:30 - Pranzo Precario - ore 14:30-16:30 - La ricerca è di chi la fa! sintesi e restituzione finale per le prossime lotte contro tagli, guerra e precarietà L'ASSEMBLEA E' PUBBLICA per facilitare l'organizzazione compilare il form al link COMUNICATO «Un paese che crede nel futuro investe nell’Università e nella ricerca». Con queste parole la ministra Bernini va fregiandosi in giro per l’Italia di aver «invertito la tendenza» e aumentato i fondi di finanziamento ordinario su cui fanno perno i bilanci di tutte le Università pubbliche. Tecnicamente, la ministra ha ragione: l’FFO per il 2025 è aumentato di 366 milioni di euro rispetto al 2024. Si tratta però di un aumento solo nominale, che avviene all’interno di una più generale politica di tagli che ha già prodotto un abbassamento dei fondi effettivi destinati al comparto Università e ricerca di 551 milioni. In ogni caso, è una misura del tutto insufficiente: queste risorse infatti non sono destinate a stabilizzazioni o nuove assunzioni, ma servono solo a tamponare i bilanci in rosso degli atenei, ancora schiacciati dal vincolo del pareggio di bilancio che rende impossibile investire sul personale non stabilizzato. La ministra, dunque, “dà i numeri”: mistifica la realtà per non assumersi la responsabilità politica delle sue scelte, nonostante le rivendicazioni di precarie e precari in mobilitazione tutto l’anno. Il definanziamento dell’Università italiana è strutturale, e non dipende da piccole variazioni annuali; la modifica del pre-ruolo fatta passare quest’estate, dopo che un anno di mobilitazioni aveva contribuito a bloccare la proposta di riforma della ministra Bernini, consegna a chi fa lavoro di ricerca un labirinto normativo le cui uniche certezze sono la precarietà e la povertà. Decine di migliaia di precari e precarie in questo momento lavorano con borse di studio e contratti che la normativa italiana non prevede più: assegni di ricerca, posizioni di ricercatore o ricercatrice di tipo A - molti dei quali finanziati con i fondi PNRR ormai esauriti - posizioni senza previsione né di stabilizzazione, né di proroga, né di accesso a nuovi contratti. Le nuove figure, inoltre, dagli incarichi di ricerca a quelli post-doc, ancora non possono essere attivate, perché mancano i decreti attuativi necessari. Le riforme avanzate da Bernini, dalla riconfigurazione del pre-ruolo all'abolizione del sistema di Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), minano alla base la prospettiva di una progressiva stabilizzazione delle nostre posizioni dopo il conseguimento del dottorato. Il messaggio è piuttosto chiaro: dal lavoro accademico non bisogna aspettarsi altro che precarietà e impoverimento. Le Assemblee precarie universitarie sono nate per respingere questa logica: una logica che precarizza il lavoro di ricerca, definanzia l’università pubblica e la ricerca scientifica, e allo stesso tempo destina miliardi alla spesa militare e alla guerra. Denunciamo quindi con forza questo intreccio e chiediamo il raddoppio delle risorse destinate all’FFO per raggiungere la media europea. Vogliamo inoltre che queste siano indirizzate in modo chiaro alla stabilizzazione del personale precario e alla creazione di percorsi di reclutamento certi, non a coprire i buchi di bilancio degli atenei e a sostenere l’economia di guerra. Per questo continuiamo ad organizzarci, ritrovandoci a Roma il 27 e 28 settembre in una grande assemblea nazionale, che sarà occasione di incontro e confronto anche per le studentesse e gli studenti in mobilitazione: la precarietà non può essere il nostro destino! Contro chi trincera i nostri atenei e imbavaglia le nostre voci critiche, contro chi ci silenzia, privandoci delle nostre libertà d'azione, continueremo a lottare. Mai più sotto il ricatto della precarietà: la ricerca è di chi la fa!
Poste Italiane e il regalo del Governo: prescrizione anticipata, diritti negati
Proprio mentre Poste Italiane potrebbe trovarsi ad affrontare una valanga di ricorsi per ore di lavoro non pagate, il Governo italiano cerca di introdurre una modifica legislativa che, se approvata, complicherebbe notevolmente la vita dei lavoratori che intendono reclamare i … Leggi tutto L'articolo Poste Italiane e il regalo del Governo: prescrizione anticipata, diritti negati sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il precariato Rai in mobilitazione per un giusto contratto
Ad ascoltarlo, sembra il gioco dei vasi comunicanti, ma invece dell’acqua ci sono persone in carne e ossa, con vite, competenze, esperienza, legittime aspirazioni, e comunque, alla fine un vuoto rimane. È la storia delle e degli oltre 300 precarie e precari che lavorano da anni con partita IVA nei programmi storici della Rai, da Report, Presa diretta o Chi l’ha visto?, fino a Elisir, o Agorà, solo per citarne alcune. In poche parole, le sedi Rai dei telegiornali regionali più periferici non hanno abbastanza personale, e questo è il primo vuoto. Il 5 giugno l’azienda ha siglato con i sindacati Usigrai e Unirai, e quindi senza indire un concorso pubblico (un canale previsto dalla legge), un accordo per riempire questo vuoto con le precarie e i precari che lavorano nelle trasmissioni a Roma, anche se questo accordo stabilizzerebbe solo un terzo di questo precariato romano. Non è comunque stata data indicazione dall’azienda su come le 300 persone precarie che lavorano nelle trasmissioni Rai nella capitale, che quindi danno a tutti gli effetti vita ai palinsesti, verranno sostituite. L’effetto, se non si dà una risposta concreta, è l’indebolimento di trasmissioni che fanno l’informazione nel Paese, soprattutto per quanto riguarda i programmi di inchiesta giornalistica, oltre all’allontanamento delle lavoratrici e dei lavoratori dalle trasmissioni in cui lavorano da anni. Le precarie e i precari Rai sono ormai in mobilitazione da quasi due mesi, e hanno già dato vita ad alcune proteste a Roma e a Napoli. Chiedono all’azienda di essere stabilizzate e stabilizzati con un contratto giornalistico che riconosca a pieno il lavoro che svolgono, senza dover trasferirsi. Una battaglia appena iniziata, che potrebbe entrare in connessione con altre mobilitazioni simili legate al mondo della cultura. L’intervista a Giulia Presutti, giornalista del Coordinamento programmi Rai per il giusto contratto COM’ERA LA SITUAZIONE LAVORATIVA PRIMA DELLA FIRMA DELL’ACCORDO DEL 5 GIUGNO, QUALI ERANO LE CONDIZIONI CONTRATTUALI DA CUI PARTIVATE?  Noi siamo tutte giornaliste professioniste e tutti giornalisti professionisti, quindi abbiamo superato l’esame da giornalista, ma non abbiamo il contratto giornalistico, abbiamo dei contratti a partita IVA di 11 mesi. Allo scadere del contratto ci interrompiamo per un mese, e in teoria il contratto riparte se la trasmissione in cui tu lavori ha di nuovo bisogno di te. Nel mio caso è dal 2018 che ho contratti con la Rai. Questi contratti a partita IVA di 11 mesi possono avere le seguenti voci: autrice/autore testi, regista, filmaker, presentatrice/presentatore, esperta/esperto generico. Sono delle diciture che vengono messe su questi contratti, applicati però a persone, che in molti casi, come nel mio caso, hanno il tesserino da giornalista e che nelle trasmissioni in cui lavorano svolgono mansioni giornalistiche. E quindi tu hai 11 mesi di lavoro, poi ti fermi un mese e poi ricominci. Poi ci sono i programmisti multimediali che invece sono dipendenti Rai, con una varietà di mansioni, ma che in molti casi sono professioniste e professionisti e svolgono mansioni giornalistiche. Quello che noi chiedevamo era di essere riconosciute e riconosciuti per il titolo e la professione che svolgiamo, perché facciamo il lavoro accanto a persone che hanno il contratto giornalistico e che fanno lo stesso identico lavoro nostro. Quindi c’è la o il mio collega che siede vicino a me ed è contrattualizzato correttamente. Io invece ho questo contratto a partita IVA, ma facciamo lo stesso lavoro. E INVECE CHE COSA PREVEDE L’ACCORDO SIGLATO DAI SINDACATI USIGRAI E UNIRAI? L’accordo prevede che per avere il riconoscimento di questo contratto giornalistico, che noi aspettavamo da anni, bisogna partecipare a una selezione interna alla fine della quale, se superata, 120 persone potranno andare con questo regolare contratto giornalistico nelle sedi dei telegiornali regionale. Quindi, in sostanza, lasciare le trasmissioni dove lavoriamo per andare, in virtù di quel contratto lì, nelle sedi regionali, ma solo in quelle più periferiche. Questo accordo prevede una selezione, quindi in realtà questi 120 posti comunque non coprono il bacino costituito dalle figure come la mia, perché siamo circa 300. Ci sono anche 7 posti che l’azienda si riserva di assegnare ai primi e più meritevoli su Roma, ma sono solo 7. C’è questo elemento, cioè io ti do il contratto, ma devi lasciare quello che stai facendo, devi lasciare la tua vita privata e devi allontanarti. Questo provoca anche un altro effetto che è quello di sguarnire le redazioni nelle quali lavoriamo. Perché per esempio a Report siamo 16, a Presa diretta ci sono circa 10 persone, a Mi manda Rai Tre ci sono circa 10 e così via. A La vita in diretta sono 25 persone. Tutte risorse precarie o il cui contratto non rispecchia la loro professione da giornalista. Tutte figure che possono accedere a questa selezione e che quindi se la superano vanno via. Noi facciamo le trasmissioni quotidianamente, siamo nell’organico di queste trasmissioni, come dicevo nel mio caso è dal 2018 che mi viene rinnovato il contratto. MA QUINDI LE REDAZIONI, PER COPRIRE QUESTE MANCANZE CHE SI VERRANNO A CREARE, POTREBBERO ASSUMERE NUOVE RISORSE PRECARIE? Noi non abbiamo capito come saremmo sostituite e sostituiti. Se mandarci nelle sedi regionali è la soluzione al precariato in Rai significa veramente sguarnire le redazioni, se si pensa di non sostituirci. Se invece verremo sostituite e sostituiti con nuove partite IVA, si creeranno altre figure precarie. Perché mentre noi dovremmo andare a coprire i buchi nelle regioni, non viene fatto un concorso o una selezione per stabilizzare dentro alle direzioni dell’Approfondimento e del Day time. Mi spiego meglio. [Dal 2015, ndr] le trasmissioni Rai ricadono sotto a due direzioni di genere: l’Approfondimento e il Day time. Per esempio La vita in diretta, Uno Mattina, sono Daytime. Report, Presa diretta e Agorà sono Approfondimento. Non c’è più la direzione di Rai 1, Rai 2 e Rai 3. Esistono i tre canali, ma non c’è più una direzione per ogni canale, con il direttore di un determinato canale. C’è la direzione dell’Approfondimento e c’è la direzione Day time, con dentro con tutte queste trasmissioni che vanno in onda sui vari canali. Quindi, siccome non c’è in previsione una selezione [un concorso, ndr] per assumere dentro a queste direzioni [Approfondimento e Day time, ndr], non si è capito come verremo sostituite e sostituiti quando verremo inviate e inviati ai telegiornali regionali, perché l’unico modo per sostituirci sarebbe stipulare altri contratti precari, senza appunto risolvere il problema del precariato in Rai. L’assunzione in Rai può essere fatta per selezione pubblica, tanto che l’Usigrai ha chiesto fortemente e ha anche ottenuto dentro a questo accordo che venisse preso l’impegno da parte dell’azienda a fare un concorso pubblico, che però da quello che ho capito sarà sempre relativo a coprire i posti vacanti nelle sedi regionali. Oppure prevede che l’azienda possa fare degli accordi coi sindacati, sempre per le assunzioni. In questo caso siamo nella seconda situazione. QUALE SARÀ LA CONSEGUENZA DI QUESTO ACCORDO PER LE REDAZIONI DELLE TRASMISSIONI RAI? L’esito sarà l’indebolimento delle trasmissioni che sono innanzitutto di grande successo, quindi non si capisce perché creare un problema a trasmissioni, come Report, che fanno ascolti a doppia cifra e che quindi sono molto apprezzate e producono valore aggiunto per l’azienda. Quello che noi abbiamo denunciato è il fatto che con questo accordo viene penalizzato il giornalismo d’inchiesta e l’approfondimento, ma a pagarne il prezzo sarà la qualità dell’informazione all’interno delle reti Rai, perché l’accordo è mirato a coprire i vuoti di organico nei telegiornali regionali, come se il giornalismo venisse fatto solo nei telegiornali. Ma si dimentica di sancire il principio che anche nelle reti si fa giornalismo. E nelle reti che cosa ci sta? Ci sono le trasmissioni storiche, quelle che hanno fatto la storia del servizio pubblico, quelle che rappresentano la grande tradizione di racconto d’inchiesta, di reportage. Penso a Report, a Presa diretta, a Mi manda Raitre, i marchi storici della Rai, Chi l’ha visto?. Ma anche La vita in diretta che fa informazione, che fa cronaca. Uno Mattina, Elisir, che fa giornalismo scientifico. Le precarie e i precari di queste trasmissioni fanno parte del nostro coordinamento di lotta, perché in tutte queste redazioni lavorano figure professionali precarie e irregolari. E nel momento in cui tu togli le persone a queste trasmissioni, le fai un danno. Quindi la nostra denuncia è che così vengono penalizzati dei contenitori storici che fanno inchiesta, approfondimento e informazione. E che esprimono una tradizione del giornalismo del nostro Paese, il cui valore è innegabile. DI FRONTE ALLE VOSTRE RAGIONI COME RISPONDE L’AZIENDA? Non ha risposto su come pensa di ovviare al problema. Noi abbiamo denunciato questo: siamo persone che hanno competenze specifiche all’interno di quelle trasmissioni. C’è il giornalismo d’inchiesta, ci sono le giornaliste e i giornalisti che fanno esteri, quelle e quelli che fanno giornalismo scientifico, che non è la stessa cosa che farà un telegiornale. Non è meglio né peggio, è solo diverso. C’è la cronaca nera, c’è il racconto del quotidiano. Noi abbiamo chiesto all’azienda di considerare che questo è un patrimonio di professionalità e di competenze sul quale l’azienda stessa ha investito ed è un know-how che non si può disperdere. Ma l’azienda su questo non ha risposto. Cioè l’azienda ha questo problema del vuoto d’organico nelle sedi regionali che deve risolvere e lo sta risolvendo in questa maniera. Nel contratto di servizio, sulla base del quale la Rai prende il canone, è garantito l’organico dei telegiornali regionali, perché la Rai deve stare sui territori e deve raccontare i territori, ma è garantito pure il giornalismo d’inchiesta. La Rai prende il canone anche sulla base di questa voce qui, cioè dal fatto che fa giornalismo d’inchiesta e fare giornalismo d’inchiesta per il servizio pubblico radiotelevisivo è la forma più alta di libertà di espressione, perché tu non hai l’editore, il tuo editore sono le cittadine e i cittadini, le e i contribuenti. Non voglio dire con questo che non si faccia giornalismo d’inchiesta anche da altre parti. Ma deve esistere e deve essere preservato il giornalismo d’inchiesta sotto al cappello del servizio pubblico radiotelevisivo, dove non hai un editore ma soltanto chi paga il canone. Da parte dell’amministrazione dell’azienda c’è stato subito l’interessamento del consigliere Roberto Natale, il quale ha detto che l’accordo sui telegiornali regionali era necessario perché andava tutelato il giornalismo sul territorio, ma che non bisognava svuotare le trasmissioni storiche perché è necessario preservare il patrimonio di competenze che è costituito con queste professionalità. La risposta che ci è quindi arrivata è stata una manifestazione di intenti, ma solo da parte della minoranza del consiglio di amministrazioni della Rai. PENSATE DI CREARE CONVERGENZA CON ALTRI SETTORI CHE STANNO SUBENDO QUESTO STESSO TIPO DI DEFINANZIAMENTO PUBBLICO? Stiamo contattando alcune lotte, come quelle delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, che hanno rivendicazioni simili alle nostre sui contratti, sui fondi, ma anche dal punto di vista della produzione culturale, perché la Rai poi è la prima industria culturale del Paese. Abbiamo iniziato a creare dei contatti anche con il mondo della scuola. E anche con altre giornaliste e altri giornalisti che hanno delle rivendicazioni all’interno di altre aziende, tipo quelli de La 7. Chiaramente stiamo in mobilitazione solo da due mesi, quindi prima di mettere in relazione le lotte dobbiamo strutturare la nostra vertenza per poi connetterci, però questa è una cosa che abbiamo già cominciato a fare. L’immagine di copertina è di Coordinamento programmi RAI per il giusto contratto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il precariato Rai in mobilitazione per un giusto contratto proviene da DINAMOpress.
Università: la maggioranza incassa la fiducia, ma non il consenso di precarie e precari
Non capita spesso. Anzi, non capita quasi mai: dopo mesi di mobilitazione, con i corsi finiti e gli Atenei pieni solo di esami e tesi, le precarie e i precari hanno continuato a mobilitarsi. Lo hanno fatto ancora lo scorso 3 giugno, mentre alla Camera, e dopo aver “cestinato” le audizioni critiche in Commissione VII e gli emendamenti delle forze di opposizione, la maggioranza votava la fiducia al Disegno di Legge 1445, Ddl di conversione al DL 45 del 7 aprile, come emendato dai pessimi Senatori Occhiuto e soci. A colpi di fiducia, l’ennesima, la riforma del preruolo è diventata legge. Incarico postdoc e Incarico di ricerca, due nuovi contratti precari per far fuori il Contratto di Ricerca introdotto, dalla L. 79/2022, sulla base delle indicazioni europee e per accedere alle risorse del PNRR. La maggioranza ha pensato bene di prendere le risorse e, una volta prese, di condurre il Contratto di Ricerca su un binario morto. Troppo oneroso. Indubbiamente sì, se si tagliano 1,3 miliardi di euro in quattro anni al Fondo di Finanziamento Ordinario. di Jacopo Clemenzi Indentiamoci, già la Legge 79/2022 era fatta male, perché prevedeva il tetto di spesa fissato sulla base della media dell’ultimo triennio. Ed è il reclutamento, straordinario e ordinario, la vera soluzione al dramma del precariato (in buona parte “storico” o cronico) che costituisce il 40% del lavoro di ricerca e di docenza degli Atenei italici. Lo stesso reclutamento che, secondo la Legge 234/2021, doveva però essere favorito con risorse dedicate fino al 2026 (340 milioni nel 2024, 100 milioni tra il 2025 e il 2026). Ma le mosse di Bernini non lasciano dubbi, l’attacco al Contratto di Ricerca, infatti, è arrivato solo dopo i tagli e, con essi, la paralisi del reclutamento: 500 milioni in meno, solo per l’anno 2024; oltre 700 milioni in meno, per il triennio 2025-2027. Intanto, 30 mila tra Assegnistə di Ricerca e Ricercatorə a tempo determinato di tipo A sono in scadenza. Dopo i tagli, la riforma del preruolo. Quindi, lo Schema di Disegno di Legge che elimina l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Interventi frammentati, ma sistematici, organici. L’obiettivo organico, infatti, è il ridimensionamento dell’Università pubblica italiana: pochi Atenei eccellenti e ultra-finanziati al Nord, aggregazioni e fusioni per gli altri, ampio sviluppo delle Telematiche. L’Incarico postdoc, con durata minima di 12 mesi, prevedendo didattica e terza missione dovrebbe risolvere l’unico problema che sta a cuore alla maggioranza: didattica con contratti precari, quindi sottopagata. In un Paese dove, tra l’altro, ogni anni si attivano circa 30 mila docenze a contratto – professorə a pieno titolo, per responsabilità e mansioni, pagati 1.500 euro lordi l’anno al massimo. L’Incarico di ricerca, a differenza di quanto pensano i più, non sarà un paracadute per chi, oggi, sta finendo il Dottorato o ha terminato 5-6 anni di Assegni di Ricerca. Perché? Perché può essere attivato entro, e non oltre, 6 anni dalla fine della laurea magistrale. Per i 22 mila Assegnistə e i 40 mila Dottorandə in scadenza si prepara la grande espulsione. L’equivalente di una crisi industriale degli anni Settanta dello scorso secolo, trattata per lo più come questioncina di secondo piano. di Jacopo Clemenzi C’è da dire che grazie alla forza delle mobilitazioni autonome dellə precariə, grazie alla convergenza delle OO.SS. che hanno messo da parte identità, rendite di posizione e steccati, per sostenere lo sciopero del 12 maggio, il tema ha conquistato attenzione politica e mediatica – attenzione insperata, fino a qualche mese fa. Il 20 maggio in Senato, il 3 giugno alla Camera, AVS (Piccolotti, Fratoianni), 5S (Caso) e PD (Verducci, D’Elia, Manzi) hanno espresso una posizione unitaria, sintonica con la domanda di contrasto radicale alla riforma e ai tagli espressa dalle tante Assemblee Precarie che hanno segnato in lungo e in largo il Paese. La battaglia è stata persa, è vero. Ma un appello promosso in prima battuta da 140 tra Professori ordinari e associati ha raccolto nel giro di pochi giorni migliaia di firme. Segnalando che la comunità accademica non si è arresa e non si arrenderà. Senz’altro essa è divisa, la rassegnazione e la corruzione continuano a fare la loro parte, ma un sussulto è in atto. > Cosa succederà, nei prossimi mesi? In primo luogo, le risorse: Bernini > promette 300 milioni in più per il FFO, ma sono esattamente le risorse che > coprono l’adeguamento ISTAT del 4,8% delle retribuzioni del personale > strutturato. Neanche un euro per il reclutamento. Quindi, a partire dal 2026 e > con la fine delle risorse PNRR, sarà macelleria sociale.  In secondo luogo, la riforma del reclutamento. Le parole della Ministra illustrano lo Schema di Disegno di Legge: occorre far fuori le aspettative di stabilizzazione proprie degli abilitati; quindi, sbarazzarsi del fiore all’occhiello della 240/2010, l’ASN. Lə neo-reclutatə, poi, subiranno una valutazione individuale (diversa dalla attuale VQR), in caso di scarsa produttività (pure didattica), il loro Dipartimento di afferenza sarà de-finanziato. Scarsità di risorse e premialità nella gestione delle risorse scarse vanno di pari passo. Molta carne al fuoco, per un autunno bollente. Infine. Le Assemblee Precarie, a Roma ma non solo, stanno incontrando le battaglie della Scuola e quelle del mondo della Cultura. Un incontro che, col sostegno delle OO.SS., potrebbe trasformarsi nel primo sciopero del precariato intellettuale contro l’anti-intellettualismo di Stato del Governo Meloni e delle destre globali, da Trump a Orban. Possibile che questa convergenza, così necessaria, finalmente si affermi? Le Camere del Lavoro Autonomo e Precario, dal primo istante nel mezzo delle lotte, lavoreranno perché questo accada. Immagine di copertina di Jacopo Clemenzi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Università: la maggioranza incassa la fiducia, ma non il consenso di precarie e precari proviene da DINAMOpress.
La ricerca è lavoro
Oltre 2.000 ricercatrici e professori dell’università hanno firmato in pochi giorni il documento intitolato La ricerca è lavoro: i rapporti di lavoro nella ricerca abbiano diritti e tutele. Il documento prende le distanze dall’emendamento Occhiuto-Galliani-Cattaneo per ribadire appunto che “la ricerca è un lavoro e quindi  qualunque rapporto di lavoro per ricercatrici e ricercatori a termine o a progetto non può che essere inquadrato in un normale rapporto di lavoro a tempo determinato, con tutte le relative tutele (maternità, malattia, ferie, contributi previdenziali adeguati, ecc.)”. Sotto trovate il testo completo. Questo il link per aderire. Nelle ultime settimane è stata spesso fornita una descrizione distorta del lavoro di ricerca nelle Università italiane. Una specifica difficoltà relativa all’inquadramento contrattuale dei beneficiari italiani dei progetti Marie Skłodowska-Curie Actions (MSCA), nella durata e nell’ambito dello schema del Doctoral Network (12 progetti vinti in Italia nel 2024, per un totale di circa 60 Dottorandi), è stata utilizzata per introdurre in forma generalizzata gli Incarichi di Ricerca, di fatto analoghi agli Assegni di Ricerca: rapporti atipici, senza diritti e rappresentanza, unicum giuridico nella Pubblica Amministrazione italiana e nelle Università europee. Noi riteniamo che la ricerca sia un lavoro e quindi che qualunque rapporto di lavoro per ricercatrici e ricercatori a termine o a progetto non può che essere inquadrato in un normale rapporto di lavoro a tempo determinato, con tutte le relative tutele (maternità, malattia, ferie, contributi previdenziali adeguati, ecc.). I tagli al Fondo del Finanziamento Ordinario, dello scorso anno (oltre 500 milioni), ai quali si sommano le necessità di nuove risorse per coprire l’inflazione e gli aumenti stipendiali del personale (oltre 600 milioni nel complesso in questi anni), hanno generato una drammatica scarsità di risorse per gli Atenei, nonché un radicale ridimensionamento del reclutamento tenure-track. Per questo motivo abbiamo deciso di prendere la parola. Le voci che si sono levate in favore prima del DdL 1240 e ora dell’emendamento Occhiuto-Cattaneo, rappresentano solo una parte della comunità accademica italiana. Entrambi questi provvedimenti sono funzionali a mantenere la situazione attuale invariata, con quasi la metà di lavoratori della ricerca e della docenza precari e sottopagati, scaricando il peso della scarsità di risorse sul settore più fragile della comunità universitaria. Una ricerca di qualità ha bisogno, in realtà, di stabilità e indipendenza delle ricercatrici e dei ricercatori. Chiediamo allora risorse per il FFO, per un rinnovato reclutamento straordinario di RTT che possa assicurare anche la sostenibilità didattica dell’offerta formativa oggi e in futuro, e chiediamo che qualunque soluzione per le borse MSCA rientri, con puntuale deroga, nel quadro delle attuali figure a tempo determinato.