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Potenza. Gli studenti bloccano la ronda fascista
Lunedi 31 agosto un corteo di più di 100 studenti e lavoratori ha bloccato e cacciato via una decina di militanti fascisti di Forza Nuova capitanati da Roberto Fiore. Il corteo ha bloccato quella che sarebbe dovuta essere una ronda fascista, mascherata per “passeggiata per la sicurezza”. Ma cacciandoli dalla […] L'articolo Potenza. Gli studenti bloccano la ronda fascista su Contropiano.
September 1, 2026
Contropiano
Rivello: fermiamo il TAV nella valle del noce
Si è svolta questa mattina una assemblea a Fiumicello nella Valle del Noce dove RFI vorrebbe distruggere un'area archeologica e di comunità per costruire un'ennesima alta velocità inutile. L’Alta Velocità ferroviaria sarà un danno irreversibile per la Valle del Noce. È un dovere informarsi, comprendere, e studiare in maniera unitaria come uscirne. Sono iniziate le trattative per gli espropri di 28 immobili pertanto non c’è più un secondo da perdere. 4 miliardi di euro costerà un’operazione che devasterà per sempre territori magnifici permettendo di recuperare a un viaggiatore che da Roma deve arrivare a Reggio Calabria, soli 30 minuti. Si, 30 minuti in meno rispetto ad oggi. Nessun beneficio per la Valle del Noce. La fermata sarà a Polla. I camion che quotidianamente attraverseranno la valle saranno 500. La bloccheranno e ne bloccheranno il turismo estivo. 5 milioni di tonnellate di terra estratta, anche amianto e tremolite, per scavare circa 62 chilometri di gallerie, che partiranno da Fiumicello di Rivello. Distrutto il Santuario della dea Mifitis che sarà area di cantiere ed è a rischio tutto il sito di Serra Città definito la Pompei degli Enotri. Il ministero dell Ambiente ha riaperto la VIA pertanto i Comuni della Valle e le associazioni possono farsi rispettare invece di accontentarsi di qualche posto di lavoro per 3/4 operai. La Valle del Noce non è solo un tracciato su una mappa. È acqua pulita, boschi antichi, ulivi secolari e comunità radicate da generazioni. Eppure, un progetto di ferrovia ad alta velocità rischia di distruggere tutto questo senza che molti ne siano consapevoli, visto che hanno fatto di tutto per mandar via la gente dalla Basilicata. Abbiamo raccolto delle voci tra cui quella di Ulderico Pesce che sull'argomento ha anche realizzato uno spettacolo teatrale. Persone che vogliono costruire un futuro diverso, più giusto e sostenibile. Perché il destino di questa valle riguarda tutte.
August 24, 2026
Radio Onda Rossa
Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA Non è un evento critico. Non è una tragica casualità. La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno 2. Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4. Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico 5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta, cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6. LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“ La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e ampie. Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento amministrativo. Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti passaggi nel circuito detentivo 7. La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale, dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione amministrativa. Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR di Palazzo San Gervasio. Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida, costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8. Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito: paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso. Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di inidoneità al trattenimento. Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto circuito schizofrenico e psicopatogeno 9. Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e sistematico. Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto, accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie igienico-sanitarie. In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale. Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa caduta a terra e il decesso del giovane. TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della salute mentale nei contesti di privazione della libertà. Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico e continuamente sovrapponibile 11. Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto “simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento della propria soggettività. Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo. Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di mero controllo comportamentale 12. Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il sistema penitenziario italiano. Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13. Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente inefficaci di fronte all’escalation della tragedia. IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un conclamato vuoto di tutele. A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D. territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166 14. > L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione > amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in > carico della vulnerabilità. La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo. Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed etica della professione medica. Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti. La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15. Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica. Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16. LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso. Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti approfondimenti. Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di specifici soggetti. In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo di calcio. Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di salute psico-fisico. Ma non solo. Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese. Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio. Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui. L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia. Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari. La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle loro storie e reti sociali 17. > Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più > dilazioni. L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui viene attuata. Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di continuare, senza compromessi, a restare umano. 1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR ↩︎ 2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health–Europe, 64 ↩︎ 3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎ 4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎ 6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health situation when detained in European immigration detention centres: a synthesis of extant qualitative literature. International journal of prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎ 7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎ 8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration detention centres. BMJ, 384 ↩︎ 9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎ 10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ↩︎ 11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021). Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎ 12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎ 13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione ↩︎ 14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎ 16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison Health Care ↩︎ 17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding the new geography of control and containment at the Southern European border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@1
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
Radio Blackout - Info
CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@0
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
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CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa@2
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
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CPR di Palazzo San Gervasio: Lassoued Dhoui ucciso dalla detenzione amministrativa
Il 10 agosto 2026, Lassoued Dhoui di origini tunisine e recluso da due settimane nel CPR di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza è stato dichiarato morto dalle autorità del posto. Forti le proteste delle persone recluse a seguito di quello che è stato catalogato come suicidio o gesto estremo: chi con lui ha condiviso la detenzione sa bene chi ha la responsabilità di quest’ennesima vita spezzata. Lassoued era in possesso di documentazione medica che attestava la sua inidoneità al trattenimento. Il Giudice di pace di Melfi, invece, aveva convalidato la detenzione per 90 giorni la stessa mattina del 10 Agosto. Le proteste, che già prima dell’accaduto erano in corso contro le condizioni detentive, sono state represse attraverso l’intervento di numerosi reparti di celere. I segni dell’intervento della polizia sono stati immediatamente visibili sui corpi dei reclusi arrestati con l’accusa di rivolta in un centro detentivo prevista dal recente decreto sicurezza e processati nei giorni seguenti per direttissima. Tre degli arrestati hanno deciso di dichiarare durante il processo che Lassoued era in stato di grave sofferenza da giorni e che aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute. A due anni dalla morte nello stesso centro di Oussama Darkaou i CPR si palesano e riconfermano ancora una volta come luoghi di tortura. Insieme a due attiviste dell’Assemblea Lucano No CPR ricostruiamo quanto accaduto e forniamo aggiornamenti sulla repressione delle proteste attraverso i microfoni di Radio Blackout. Francesca, attivista e avvocata: Yasmine, attivista:
August 17, 2026
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Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
Tre giorni in Val d’Agri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Coordinamento Nazionale No Triv -------------------------------------------------------------------------------- L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) -------------------------------------------------------------------------------- La mobilitazione L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto. Prima giornata Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint, Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli, sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco) Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità, degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto: solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni – Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi lavora la terra. Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science, Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’ ISS, (Istituto Superiore di Sanità). I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri, non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese, e malattie circolatorie”. La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25 milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni. Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR), reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente. Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione. Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento. Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza. Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi, sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le multinazionali minerarie. Seconda Giornata Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi, i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio, alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso del problema e delle proteste dei lavoratori: https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo, quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi, intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi. Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato. A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia), sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto, dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22 dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto, nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie, di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”. Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi! Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza specificare a quali condizioni. Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati (il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante, antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio), fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale. L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi. Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa (2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”. Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni.  Se si considera il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata, Puglia, Calabria. Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via Taranto ad Israele (https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/). Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili, guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e Calabria. Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero lucano. Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta, e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore. A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore per incongruenza tecnica (https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/). Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali. Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi) che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata. All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A. Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su chimica, fisica dei materiali e biotecnologie. L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013, ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti, considerata la loro notevole articolazione discorsiva. Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti Collaterali). Terza giornata, conclusioni e proposte Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone, con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza, guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola carovana di auto. Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI, denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che subirono, si sa ancora poco. La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche minerarie ai primi del ‘900. Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata. La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università. Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale. La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Francesco Masi, NoTriv -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre giorni in Val d’Agri proviene da Comune-info.
August 10, 2026
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