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Suicidio o assassinio di stato e dell’odio sociale?
Ripubblichiamo questo articolo dal blog dell’Osservatorio di di NUDM **Allerta** I contenuti e le parole di questo articolo sono estremamente sensibili (suicidio, morte, femminicidio,…) La decisione di pubblicare questa riflessione è mossa dal desiderio di prevenire le condizioni che portano una persona anche molto giovane ad essere indotta a non vedere altro sbocco se non […]
June 17, 2026
Corpi e Terra
No alla deportazione di Bella Dehmat dalla Svezia in Turchia
Bella Demhat, attivista trans e curda perseguitata in Turchia, rischia l’espulsione dalla Svezia nonostante il rischio certo di morte. Le istituzioni europee ignorano la violenza sistematica contro le persone lgbtqi+ in Turchia. Da quando la Svezia è entrata nella Nato e guidata da un governo di destra si susseguono le deportazioni dal paese scandinavo soprattutto in Turchia. Parliamo con il giornalista Murat Cinar del caso di Bella e della campagna https://savebella.org/
June 12, 2026
Radio Onda Rossa
GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi»
La sede di GenderX si trova tra i quartieri Pigneto e Tor Pignattara, a Roma, una zona in grande trasformazione e fermento. Da un lato spinge la gentrificazione, già largamente avviata al Pigneto, che si espande a macchia d’olio nelle zone limitrofe, dall’altro lato la nuova e vecchia povertà urbana si mescolano tra le vie di questi quartieri, diventati casa per tante comunità migranti, che rischiano di essere spinte sempre più ai margini della città. Qui corre la nuova linea della metro C, facendo diventare queste zone semi-centrali, perché facilmente raggiungibili. La fermata più vicina alla sede di GenderX è piazza Malatesta, una colata di cemento, una rotonda per le auto, capolinea degli autobus, e un luogo di incontro per tante comitive di persone giovani nelle panchine tra una fermata e l’altra. Qui dietro tre anni fa ha aperto la nuova sede di questa associazione, a via Dulceri, oggi punto di riferimento e supporto per tutta la comunità trans di Roma e provincia. Infatti GenderX «offre un servizio peer-to-peer svolto da persone trans e organizza gruppi di empowerment effettuati da persone transgender per adolescent* e adult* finalizzati a creare momenti di aggregazione e informazione». Attivismo e divulgazione per un mondo più inclusivo, come leggiamo nel sito.  Abbiamo sentito Gioele il Presidente dell’associazione per farci raccontare gli attacchi subiti in queste settimane e mesi alla loro sede. Purtroppo, questi non sono attacchi isolati, negli ultimi anni si sono moltiplicati episodi di violenza razzista e omolesbobitransfoica in tutta questa zona della città: a luglio del 2024 c’è stata un’aggressione razzista nel parco San Galli di Tor Pignattara, a capodanno del 2025 una coppia gay è stata aggredita violentemente a pochi passi da via Dulceri, perché si teneva mano nella mano, nell’estate del 2025 sono state diverse le aggressioni a negozianti e passanti da parte di giovani e giovanissimi nella zona pedonale del Pigneto, e a febbraio è comparsa una scritta razzista dietro il Parco San Galli, dopo la festa antirazzista dellla scuola primaria. E questi sono solo gli episodi che hanno raggiunto la stampa, potremmo poi aggiungere di altre scritte fasciste, adesivi per segnare il territorio, cori, e tante altre micro-aggressioni quotidiane nei mezzi pubblici e nelle strade. E proprio mentre pubblichiamo ci arriva la notizia di una svastica disegnata nella notte sul muro della sede dell’associazione. Ci vuoi raccontare che cosa è accaduto la settimana scorsa presso la vostra sede?  Non era la prima volta che delle persone venivano a dare fastidio alla sede e venerdì sera verso le sette o otto di sera, quando dietro la porta a vetri opaca abbiamo visto delle sagome di un gruppo di persone, abbiamo pensato «ah ci risiamo». Quindi io ho spalancato la porta, e appena la porta è stata aperta queste persone sono scappate via. Erano almeno otto persone, si sono divisi in due gruppi e sono corsi uno da una parte e uno dall’altra. A quel punto, siamo stati un po’ fuori dalla porta per monitorare la situazione e abbiamo sentito che si facevano dei segnali con dei fischi e li vedevamo correre da una parte all’altra della strada.  Più tardi nella serata ho accompagnato due persone alla metro in macchina perché non si sentivano sicure a tornare da sole, e ripercorrendo la strada ho visto delle persone che si dirigevano verso la sede, mi sono fermato con la macchina e sono riuscito a fare il video che poi abbiamo messo online, dove ci gridavano delle frasi violentissime. Quando hanno visto che stavo registrando sono scappati.  E questo non era il primo episodio… No, dopo questo ultimo episodio, ci è chiaro che c’è uno schema preciso. Sono almeno quattro o cinque mesi che abbiamo avuto problemi. La prima volta, sono venuti due ragazzini a chiedere di una persona che gli aveva dato delle informazioni, poi sono venuti in quattro dicendo che volevano delle informazioni per il “cambiamento sessuale”. Ho capito subito che mi stavano prendendo in giro così gli ho chiesto quale pronome utilizzassero e loro sono scoppiati a ridere e sono scappati. Inizialmente abbiamo pensato fosse semplicemente uno scherzo stupido. Ma poi le aggressioni sono continuate, per settimane abbiamo ricevuto botte alla porta vetri e una volta l’hanno anche rotta. Fino alla scorsa settimana quando si sono ripresentati in otto. Insomma c’è uno schema ripetuto, vengono sempre alla stessa ora, utilizzano segni di riconoscimento come i fischi e azioni ripetute, come le botte alle porte.  Che cosa avete fatto in seguito a questa ultima aggressione? Abbiamo fatto il comunicato e il post pubblico con i video per denunciare la situazione. E poi siamo stati al commissariato e abbiamo trovato il solito poliziotto che ha sminuito la situazione. «Eh, ma sono ragazzi… che cosa volete che facciamo? Mica vi possiamo piantonare la sede. Magari vi conviene mettere le telecamere». Quindi non abbiamo ricevuto alcun supporto, la situazione è stata sminuita. Non c’è alcuna volontà di supporto. Eppure questa non è una questione che riguarda soltanto le persone trans, è una una violenza che può essere scagliata contro tutto le comunità più fragili di questo quartiere. Sono persone giovani, che si mettono insieme, che non si rendono conto, che non vengono messe di fronte alle loro responsabilità e poi fanno cose gravi e aggressive, magari contro chi in quel momento non è in grado di difendersi: persone più piccole, animali, persone sole. Come abbiamo scritto anche nel comunicato pubblico sono le persone che a scuola bullizzano le persone trans, che gli rendono impossibile continuare il percorso scolastico, che le inducono all’isolamento, o al suicidio. E non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi.  Per questo sabato 11 aprile avete convocato una piazza… Esatto, l’11 aprile alle ore 18.00 saremo a piazza Malatesta, proprio perché vogliamo dare una risposta al quartiere, questa è anche la nostra piazza, il nostro territorio, speriamo nella partecipazione di tutti i gruppi, collettivi e associazioni antifasciste, antirazziste, pro-pal, insieme alla comunità LGBTQIA* di questo quadrante della città e di tutta Roma. Perché dobbiamo essere chiari: questi sono attacchi fascisti, chi si comporta in questo modo agisce e ripete schemi fascisti. Dobbiamo far vedere che ci siamo, la piazza è aperta, il microfono pure, perché oggi è stata attaccata la comunità trans, ma questa è una questiona che riguarda tutt*. La copertina è tratta dalla pagina Facebook di GenderX SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo GenderX: «non è un episodio isolato, è una violenza ripetuta con schemi ben precisi» proviene da DINAMOpress.
April 10, 2026
DINAMOpress
Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans
In Italia, oltre il 57% delle persone transgender e non binarie occupate o ex-occupate ritiene che la propria identità di genere abbia costituito uno svantaggio professionale, con oltre 8 su 10 che riportano microaggressioni sul lavoro. Il 37,1% segnala un ambiente ostile e il 70% di chi subisce discriminazioni non denuncia. Questi i dati salienti sulla condizione lavorativa delle persone trans e non binarie in Italia, basati sull’indagini Istat-UNAR uscita nel 2024, con un’elaborazione dati del 2023. E al momento è una delle poche indagini che in Italia ha approfondito il tema del lavoro per le persone trans e non binarie. Il 57,1% delle persone trans e non binarie intervistate ha subito svantaggi in carriera, retribuzione o riconoscimento professionale. Il 37,1% ha vissuto un ambiente lavorativo ostile o aggressioni legate all’identità di genere.  Oltre 8 persone trans su 10 (80%+) riportano di aver subito almeno una forma di micro aggressione nel contesto lavorativo. Aggressioni, minacce e stalking colpiscono il 19% delle persone trans. Più del 70% delle persone che subiscono discriminazioni o molestie, sia persone trans e non binarie che LGB, non intraprende alcuna azione formale o denuncia, evidenziando una forte sfiducia negli strumenti di tutela.  Molte persone trans per sopravvivere ricorrono al “passing” o al “covering”, cioè non rivelano e celano la propria identità di genere, un’azione che comporta stress, isolamento e perdita di autenticità. E solo una minima parte delle imprese (circa il 3,5% – 5%) adotta misure concrete, e non obbligatorie, per l’inclusione delle persone LGBTQIA+. Anche fuori l’ambiente di lavoro il 55,2% delle persone intervistate ha subito offese online e 1 su 3 ha subito minacce, mentre il 23% ha subito aggressioni violente.  Questi dati mostrano un sistema in cui la discriminazione lavorativa è ancora strutturale, spingendo le persone trans verso l’invisibilità o condizioni di marginalità.  ESCLUSIONE DAL MERCATO DEL LAVORO Le persone transgender affrontano alti tassi di discriminazione che si riflettono in alti tassi di disoccupazione nel mercato del lavoro, affrontano ostacoli nell’assunzione e mobbing, anche a causa di documenti non allineati con l’identità di genere. L’inclusione lavorativa varia, con grandi aziende internazionali che spesso adottano policy più inclusive, come l’uso del nome di elezione, rispetto a quelle di piccole dimensioni.  > Il primo ostacolo è la discriminazione all’accesso: le persone trans e non > binarie hanno difficoltà nel trovare il primo lavoro a causa di pregiudizi o > documenti non conformi. Spesso si trovano di fronte “coming out forzati” e la > necessità di rivelare la propria identità di genere.  Le donne trans subiscono i più alti tassi di discriminazione lavorativa, ostacoli comuni includono l’utilizzo del vecchio nome anagrafico (deadnaming), l’utilizzo del genere sbagliato (misgendering), bullismo e l’aperto rifiuto in fase di selezione. Le donne trans lavorano nei settori del lavoro dequalificato, sottopagato hanno difficoltà ad accedere ai percorsi formativi e sono maggiormente esposte alla violenza – e questa situazione è anche peggiore per le donne trans migranti.  CONSEGUENZE E TUTELE  Le discriminazioni creano una significativa disparità salariale e di carriera, rendendo la ricerca di occupazione un percorso tortuoso, aggravato dal timore di non sentirsi abbastanza tutelate per denunciare. La normativa italiana prevede il risarcimento del danno (patrimoniale e non) in caso di discriminazione, con l’inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro. Ma sono pochissime le contestazioni aperte dalle persone trans sui luoghi di lavoro. Anche se alcune di queste hanno portato a piccole grandi vittorie, come il riconoscimento della carriera Alias in tre contratti collettivi nazionali. Certo una goccia sui 975 contratti collettivi esistenti.  È una strategia ben precisa: invisibilizzare e non riconoscere la dignità delle persone trans e questa è una scelta che rispecchia la transfobia del nostro paese. Porre l’attenzione sulle condizioni lavorative delle persone trans significa dare pari diritti, accesso alla casa e alla salute, i tre pilastri su cui dovrebbe basarsi un paese che si proclama democratico, ma che al contrario spinge ai margini una comunità da sempre vessata e perseguitata. Parliamo troppo poco delle condizioni lavorative della comunità trans e oggi nel giorno della visibilità trans dovremmo metterle al centro del dibattito. E fare della lotta per i diritti sul lavoro, una lotta della comunità trans e per la comunità trans. Questo articolo è frutto del lavoro di ricerca portato avanti grazie all’associazione Libellula, che a Roma supporta il percorso di integrazione con corsi di formazione sul lavoro e delle carriere Alias lavorative. Foto di copertina Dinamopress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Discriminazioni ed esclusione dal mondo del lavoro delle persone trans proviene da DINAMOpress.
March 31, 2026
DINAMOpress
Puntata del 10/03/2026@0
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@1
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@2
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
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