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La resistenza della Comunità di Prosfygika è sempre più forte, e rafforzata
LA DICHIARAZIONE-RISPOSTA DELLA COMMISSIONE EUROPEA BLOCCA IL PIANO DI EVACUAZIONE DEL QUARTIERE E CONFERMA LA TUTELA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DEI RESIDENTI. IL RAPPORTO PRESENTATO AL CONSIGLIO PER I DIRITTI UMANI DELLE NAZIONI UNITI EVIDENZIA LE ILLEGALITÀ DEL PIANO DI GENTRIFICAZIONE. La Comunità di Prosfygika lo rammenta nel comunicato divulgato ieri, 31 agosto: Nel giugno 2025 la Regione dell’Attica aveva approvato una risoluzione che definiva gli edifici di Prosfygika “vuoti”, dando il via a un progetto di riqualificazione che sarebbe stato finanziato con risorse dell’Unione Europea nell’ambito del programma Attica 2021-2027.   Residenti e sostenitori respinsero questo piano di gentrificazione, definendolo di fatto falso e giuridicamente infondato, avvertendo che, se attuato, avrebbe portato allo sfollamento forzato di oltre 400 persone e alla distruzione di una delle più grandi comunità autogestite d’Europa, insieme alle sue 22 strutture autonome di assistenza sociale e solidarietà. La Comunità di Prosfygika, sostenuta da un movimento di supporto locale e internazionale, si è opposta al governo regionale dell’Attica attraverso una resistenza attiva a livello sociale, politico e legale, al fine di proteggere questi otto edifici storici, la comunità stessa e i suoi residenti, che appartengono alle fasce sociali più vulnerabili. Il 12 giugno scorso al Parlamento europeo è stata presentata un’interrogazione scritta, firmata da 32 rappresentanti di diversi partiti (Sinistra, Verdi, Socialdemocratici e deputati indipendenti). Altre due interrogazioni a sostegno della Comunità e basate sullo stesso argomento, ovvero il finanziamento illegale da parte dell’UE del piano della Regione dell’Attica e la violazione dei diritti umani dei residenti erano state presentate poche settimane prima da diversi eurodeputati di diversi partiti. Il successivo 25 giugno, facendo a seguito al proclama del Consiglio comunale di Atene a ufficiale riconoscimento e inequivocabile sostegno della comunità, gli scioperanti della fame Aristotelis e Suzon hanno interrotto l’astensione che praticavano rispettivamente da 140 e 55 giorni. Nonostante le condizioni di salute di Aristotelis siano ancora critiche ad oggi, questo accordo, a cui ha fatto seguito rapidamente la rivelazione dell’assenza dei finanziamenti dell’Unione Europea precedentemente dichiarati, viene considerato un’importante vittoria per la comunità. Il 14 luglio scorso quattro relatori speciali del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto (AL GRC 3/2026) indirizzato al governo greco in cui affermano che la procedura seguita dalla Regione dell’Attica attraverso il suo piano di gentrificazione è illegale e viola i diritti umani, esortando la Regione dell’Attica a rispettare il diritto internazionale e i suoi obblighi in materia di diritti umani. Nonostante i proclami della Commissione europea, dei relatori speciali delle Nazioni Unite e del Comune di Atene, affermando che “ogni occupazione abusiva sarà evacuata e ogni occupante sarà cacciato via. Finché questo governo esisterà, gli occupanti saranno cacciati via e, poiché siamo generosi, procederemo con cura nei confronti dei gruppi vulnerabili e dei bambini” (Pavlos Marinakis, 20/07/2026)”, il governo Mitsotakis ha dichiarato imminente lo sgombero della comunità. Per voce del vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto, il 19 agosto la Commissione europea si è espressa dichiarando che l‘iniziale approvazione della Commissione europea alla versione intermedia del programma Attica 2021-2027, che include la “Promozione dell’accesso ad alloggi accessibili e sostenibili”, è in una fase estremamente precoce del processo. Inoltre, ribadendo esplicitamente che in ogni fase della procedura tutti gli Stati membri devono rispettare rigorosamente gli obblighi derivanti dal diritto dell’UE e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, la Commissione europea precisa che qualsiasi intervento governativo volto allo sfratto forzato dei residenti potrebbe costituire una violazione delle pertinenti disposizioni dell’UE, che esporrebbe il governo greco e la Regione dell’Attica alle conseguenze di tali azioni, incluso il rischio di perdere tutti i fondi europei approvati. Infine, la Commissione europea ha ricordato che la cogenza dell’obbligo di consultare preventivamente i residenti del complesso è conseguente anche all’obbligo di attuare la delibera del Comune di Atene del 24 giugno e di negoziare con la Comunità di Prosfygika come “parte interessata”. Finora la Regione dell’Attica non ha avviato alcun dialogo con gli oltre 400 residenti di Prosfygika e ciò, secondo la Commissione europea, costituisce una violazione del diritto dell’UE.  A conclusione della propria dichiarazione, la Commissione europea infatti sottolinea “la necessità di sviluppare misure di mitigazione e meccanismi di cooperazione per ridurre i rischi di sfratto e di senzatetto”. Inoltre, evidenzia che lo sfratto senza la preventiva previsione di una soluzione alternativa concreta, adeguata, indipendente e dignitosa è contrario al diritto europeo e internazionale. E, congiuntamente, ricorda che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Carta sociale europea richiedono il massimo livello di attenzione e premura per la tutela legale di coloro che rischiano lo sfratto, perciò che siano efficacemente garantite la ricerca e l’attuazione di soluzioni adeguate.  La Comunità di Prosfygika sottolinea che tale posizione costituisce uno strumento politico e giuridico decisivo per la difesa della Comunità stessa > Questa posizione afferma (…) che qualsiasi intervento violento o coercitivo > che non preveda un dialogo formale con la Comunità di Prosfygika e non > garantisca un’alternativa dignitosa costituisce una violazione del diritto > europeo (22/08/2026) e, in merito alle iniziative del governo Mitsotakis, “il cui obiettivo è di smantellare la comunità“, invita a > rafforzare la nostra presenza e resistenza a Prosfygika e, in caso di > intervento repressivo, a intraprendere azioni di massa ovunque, ovunque si > trovi ogni singola persona (17/08/2026) https://saveprosfygika.gr/index.php/en/2026/08/31/weekly-program-for-august-31-september-6-in-the-community-of-squatted-prosfygika/ Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
Radu Jude, Kontinental’25 #19
Riflessione sull’ipocrisia del senso di colpa borghese e la sua rimozione collettiva Quello che dell’ultimo film di Radu Jude (Kontinental’25) ci ha spinti a ritornare brevemente dalle vacanze in cui “Delicatessen” era già sprofondato per parlarne ai microfoni di Radio Blackout sono due elementi dipendenti tra loro: il linguaggio usato, che si può ricondurre a un’evoluzione dell’insegnamento della Nouvelle Vague, e l’originale modalità con cui vengono proposti i molti registri che compongono il testo filmico. Infinite sono le sfaccettature di cui si compone il film, senza essere un trattato sul razzismo, o sulla speculazione edilizia nella capitale della Transilvania romena, Ma il corpus del regista suggerisce di azzardare una lettura dell’intento espressivo principale in una rimeditazione critica delle situazioni più imbarazzanti della storia romena, visti i precedenti film intrisi di precisa e inchiodante polemica antirazzista collocati in epoche diverse, fino ad arrivare a Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii (Non aspettarti troppo dalla fine del mondo), ma già in precedenza toccando gli attriti tra ungheresi e romeni: non a caso la città in cui si dipana Kontinental’25 è Cluj, città che è stata oggetto di transito e occupazione fin dai Romani (sassoni, ungheresi, ebrei, armeni…) e quindi emblematica dell’ipocrisia piccolo borghese sia nei confronti di gruppi e comunità differenti dalla maggioranza, sia nei confronti di senzatetto, fragili, diversi, sempre sul limite di convertirsi in fascismo di squadracce o sceriffi (come in Italia); nella realtà romena siamo ancora all’indifferenza del politicamente corretto; al più alla messa in scena di un pentimento tardivo, sentendo una qualche responsabilità, ma senza castigo da scontare e alla ricerca di un’assoluzione elargita senza problemi da tutti. La visione della città è punteggiata da cartoline di monumenti (statue di Mattia Corvino, Sigismondo di Lussemburgo… parchi popolati da dinosauri – metafora dell’Europa? – casermoni periferici, monumenti alla gentrificazione, causa prima della tragedia da cui si dipana il plot), che scandiscono le sequenze, alternando momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali in ciascuno dei siparietti abitati dai singoli personaggi che si alternano a confortare Orsolya, l’ufficiale giudiziario responsabile del suicidio per sgombero di Glanetasu, il clochard rifugiatosi in uno scantinato di un palazzo in disuso, il cui gesto estremo di impiccarsi rimane rigorosamente fuori quadro in omaggio al principio di Bazin per cui amore e morte sono obscene. Il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia postsocialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le gerarchie sociali, mantenendo un basso continuo di commento grottesco che esalta la ferocia. Ma non nei primi minuti che si dipanano con macchina a mano (il telefonino) che segue Gianetasu nei suoi vagabondaggi per la città, rovistando trasparente al mondo dei garantiti, come fosse un documentario. Un linguaggio politico che in seguito trova la stessa espressione neorealista nella scelta di taglio delle inquadrature godardiane dei dialoghi esilaranti, inserite nel contesto cittadino e quindi attraversate da infinite altre storie accennate. La pelosità della finzione di umanità non ha tempo Altro tratto ricorrente del regista romeno è il pungente sarcasmo antiborghese di matrice brechtiana che percorre la sua filmografia, qui espresso attraverso il grottesco al limite del nonsenso di scambi che propongono sovvenzioni di ong indiscriminatamente per rabbonire la coscienza, racconti bislacchi interpretati da improbabili monaci zen, esegesi strampalatamente biblica del pope, a sottolineare la provenienza cristiana del concetto ipocrita di pentimento: le assurde risposte di una società incapace di umanità e attenta solo a salvaguardare il proprio benessere. Il tutto ripreso utilizzando inquadrature prese di peso dalla Nouvelle Vague, dimostrando ancora una volta che il medium è il messaggio, perché in questo caso la macchina da presa è un i-phone15, duttile per restituire una “realtà” prefabbricata senza troppi interventi, come in Scarred Hearts invece Radu Jude aveva adottato il b/n e il formato 1:33/1 (tipico del muto), a dimostrazione che il sistema di ripresa e il taglio sono “culturalmente” scelti per aggiungere un’informazione critica del metodo di ripresa funzionale al plot, ma anche del giudizio sull’umanità descritta. La raffinatezza di Radu Jude non si ferma al di qua del set, ma anche nell’inquadratura vengono sparsi elementi semantici che servono ad aggiungere indizi per i più smaliziati: il manifesto di Europa51 per esempio, collocato in bella evidenza nel bar dell’incontro con l’allievo di quando era insegnante e ora rider (e toy boy occasionale della protagonista con famiglia in vacanza), permette di riconsiderare le dinamiche di questo film e di quel “Kontinental” rosselliniano paragonato a questa Europa’25 allargata ai paesi postsovietici. E la somiglianza è terrificante: una terra di nessuno rivendicata meschinamente su base etnica da tutti.
Radu Jude, Kontinental’25 #19
Riflessione sull’ipocrisia del senso di colpa borghese e la sua rimozione collettiva Quello che dell’ultimo film di Radu Jude (Kontinental’25) ci ha spinti a ritornare brevemente dalle vacanze in cui “Delicatessen” era già sprofondato per parlarne ai microfoni di Radio Blackout sono due elementi dipendenti tra loro: il linguaggio usato, che si può ricondurre a un’evoluzione dell’insegnamento della Nouvelle Vague, e l’originale modalità con cui vengono proposti i molti registri che compongono il testo filmico. Infinite sono le sfaccettature di cui si compone il film, senza essere un trattato sul razzismo, o sulla speculazione edilizia nella capitale della Transilvania romena, Ma il corpus del regista suggerisce di azzardare una lettura dell’intento espressivo principale in una rimeditazione critica delle situazioni più imbarazzanti della storia romena, visti i precedenti film intrisi di precisa e inchiodante polemica antirazzista collocati in epoche diverse, fino ad arrivare a Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii (Non aspettarti troppo dalla fine del mondo), ma già in precedenza toccando gli attriti tra ungheresi e romeni: non a caso la città in cui si dipana Kontinental’25 è Cluj, città che è stata oggetto di transito e occupazione fin dai Romani (sassoni, ungheresi, ebrei, armeni…) e quindi emblematica dell’ipocrisia piccolo borghese sia nei confronti di gruppi e comunità differenti dalla maggioranza, sia nei confronti di senzatetto, fragili, diversi, sempre sul limite di convertirsi in fascismo di squadracce o sceriffi (come in Italia); nella realtà romena siamo ancora all’indifferenza del politicamente corretto; al più alla messa in scena di un pentimento tardivo, sentendo una qualche responsabilità, ma senza castigo da scontare e alla ricerca di un’assoluzione elargita senza problemi da tutti. La visione della città è punteggiata da cartoline di monumenti (statue di Mattia Corvino, Sigismondo di Lussemburgo… parchi popolati da dinosauri – metafora dell’Europa? – casermoni periferici, monumenti alla gentrificazione, causa prima della tragedia da cui si dipana il plot), che scandiscono le sequenze, alternando momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali in ciascuno dei siparietti abitati dai singoli personaggi che si alternano a confortare Orsolya, l’ufficiale giudiziario responsabile del suicidio per sgombero di Glanetasu, il clochard rifugiatosi in uno scantinato di un palazzo in disuso, il cui gesto estremo di impiccarsi rimane rigorosamente fuori quadro in omaggio al principio di Bazin per cui amore e morte sono obscene. Il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia postsocialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le gerarchie sociali, mantenendo un basso continuo di commento grottesco che esalta la ferocia. Ma non nei primi minuti che si dipanano con macchina a mano (il telefonino) che segue Gianetasu nei suoi vagabondaggi per la città, rovistando trasparente al mondo dei garantiti, come fosse un documentario. Un linguaggio politico che in seguito trova la stessa espressione neorealista nella scelta di taglio delle inquadrature godardiane dei dialoghi esilaranti, inserite nel contesto cittadino e quindi attraversate da infinite altre storie accennate. La pelosità della finzione di umanità non ha tempo Altro tratto ricorrente del regista romeno è il pungente sarcasmo antiborghese di matrice brechtiana che percorre la sua filmografia, qui espresso attraverso il grottesco al limite del nonsenso di scambi che propongono sovvenzioni di ong indiscriminatamente per rabbonire la coscienza, racconti bislacchi interpretati da improbabili monaci zen, esegesi strampalatamente biblica del pope, a sottolineare la provenienza cristiana del concetto ipocrita di pentimento: le assurde risposte di una società incapace di umanità e attenta solo a salvaguardare il proprio benessere. Il tutto ripreso utilizzando inquadrature prese di peso dalla Nouvelle Vague, dimostrando ancora una volta che il medium è il messaggio, perché in questo caso la macchina da presa è un i-phone15, duttile per restituire una “realtà” prefabbricata senza troppi interventi, come in Scarred Hearts invece Radu Jude aveva adottato il b/n e il formato 1:33/1 (tipico del muto), a dimostrazione che il sistema di ripresa e il taglio sono “culturalmente” scelti per aggiungere un’informazione critica del metodo di ripresa funzionale al plot, ma anche del giudizio sull’umanità descritta. La raffinatezza di Radu Jude non si ferma al di qua del set, ma anche nell’inquadratura vengono sparsi elementi semantici che servono ad aggiungere indizi per i più smaliziati: il manifesto di Europa51 per esempio, collocato in bella evidenza nel bar dell’incontro con l’allievo di quando era insegnante e ora rider (e toy boy occasionale della protagonista con famiglia in vacanza), permette di riconsiderare le dinamiche di questo film e di quel “Kontinental” rosselliniano paragonato a questa Europa’25 allargata ai paesi postsovietici. E la somiglianza è terrificante: una terra di nessuno rivendicata meschinamente su base etnica da tutti.
July 29, 2026
Radio Blackout
Radu Jude, Kontinental’25 #19
Riflessione sull’ipocrisia del senso di colpa borghese e la sua rimozione collettiva Quello che dell’ultimo film di Radu Jude (Kontinental’25) ci ha spinti a ritornare brevemente dalle vacanze in cui “Delicatessen” era già sprofondato per parlarne ai microfoni di Radio Blackout sono due elementi dipendenti tra loro: il linguaggio usato, che si può ricondurre a un’evoluzione dell’insegnamento della Nouvelle Vague, e l’originale modalità con cui vengono proposti i molti registri che compongono il testo filmico. Infinite sono le sfaccettature di cui si compone il film, senza essere un trattato sul razzismo, o sulla speculazione edilizia nella capitale della Transilvania romena, Ma il corpus del regista suggerisce di azzardare una lettura dell’intento espressivo principale in una rimeditazione critica delle situazioni più imbarazzanti della storia romena, visti i precedenti film intrisi di precisa e inchiodante polemica antirazzista collocati in epoche diverse, fino ad arrivare a Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii (Non aspettarti troppo dalla fine del mondo), ma già in precedenza toccando gli attriti tra ungheresi e romeni: non a caso la città in cui si dipana Kontinental’25 è Cluj, città che è stata oggetto di transito e occupazione fin dai Romani (sassoni, ungheresi, ebrei, armeni…) e quindi emblematica dell’ipocrisia piccolo borghese sia nei confronti di gruppi e comunità differenti dalla maggioranza, sia nei confronti di senzatetto, fragili, diversi, sempre sul limite di convertirsi in fascismo di squadracce o sceriffi (come in Italia); nella realtà romena siamo ancora all’indifferenza del politicamente corretto; al più alla messa in scena di un pentimento tardivo, sentendo una qualche responsabilità, ma senza castigo da scontare e alla ricerca di un’assoluzione elargita senza problemi da tutti. La visione della città è punteggiata da cartoline di monumenti (statue di Mattia Corvino, Sigismondo di Lussemburgo… parchi popolati da dinosauri – metafora dell’Europa? – casermoni periferici, monumenti alla gentrificazione, causa prima della tragedia da cui si dipana il plot), che scandiscono le sequenze, alternando momenti drammatici a situazioni grottesche e surreali in ciascuno dei siparietti abitati dai singoli personaggi che si alternano a confortare Orsolya, l’ufficiale giudiziario responsabile del suicidio per sgombero di Glanetasu, il clochard rifugiatosi in uno scantinato di un palazzo in disuso, il cui gesto estremo di impiccarsi rimane rigorosamente fuori quadro in omaggio al principio di Bazin per cui amore e morte sono obscene. Il film affronta temi complessi come la crisi abitativa, l’economia postsocialista, il nazionalismo e il ruolo del linguaggio nel definire le gerarchie sociali, mantenendo un basso continuo di commento grottesco che esalta la ferocia. Ma non nei primi minuti che si dipanano con macchina a mano (il telefonino) che segue Gianetasu nei suoi vagabondaggi per la città, rovistando trasparente al mondo dei garantiti, come fosse un documentario. Un linguaggio politico che in seguito trova la stessa espressione neorealista nella scelta di taglio delle inquadrature godardiane dei dialoghi esilaranti, inserite nel contesto cittadino e quindi attraversate da infinite altre storie accennate. La pelosità della finzione di umanità non ha tempo Altro tratto ricorrente del regista romeno è il pungente sarcasmo antiborghese di matrice brechtiana che percorre la sua filmografia, qui espresso attraverso il grottesco al limite del nonsenso di scambi che propongono sovvenzioni di ong indiscriminatamente per rabbonire la coscienza, racconti bislacchi interpretati da improbabili monaci zen, esegesi strampalatamente biblica del pope, a sottolineare la provenienza cristiana del concetto ipocrita di pentimento: le assurde risposte di una società incapace di umanità e attenta solo a salvaguardare il proprio benessere. Il tutto ripreso utilizzando inquadrature prese di peso dalla Nouvelle Vague, dimostrando ancora una volta che il medium è il messaggio, perché in questo caso la macchina da presa è un i-phone15, duttile per restituire una “realtà” prefabbricata senza troppi interventi, come in Scarred Hearts invece Radu Jude aveva adottato il b/n e il formato 1:33/1 (tipico del muto), a dimostrazione che il sistema di ripresa e il taglio sono “culturalmente” scelti per aggiungere un’informazione critica del metodo di ripresa funzionale al plot, ma anche del giudizio sull’umanità descritta. La raffinatezza di Radu Jude non si ferma al di qua del set, ma anche nell’inquadratura vengono sparsi elementi semantici che servono ad aggiungere indizi per i più smaliziati: il manifesto di Europa51 per esempio, collocato in bella evidenza nel bar dell’incontro con l’allievo di quando era insegnante e ora rider (e toy boy occasionale della protagonista con famiglia in vacanza), permette di riconsiderare le dinamiche di questo film e di quel “Kontinental” rosselliniano paragonato a questa Europa’25 allargata ai paesi postsovietici. E la somiglianza è terrificante: una terra di nessuno rivendicata meschinamente su base etnica da tutti.
Alimonda Summer Festival: il cibo tra gentrificazione e identità
Mercoledì sera sono stata ai Giardini Alimonda per l’ultima serata del Festival Alimonda, organizzato dall’Associazione Arteria e già alla 5° edizione. Il tema della serata era Il cibo tra gentrificazione e identità, e a discuterne c’erano Paolo “Tex” Tessarin, blogger e ideatore del progetto Foodfication; Andrea Quarello, architetto e fondatore del collettivo Ultramondo; Luca, militante del sindacato CUB, e J.[1], lavoratore bengalese nel ristorante Meat To, da mesi in sciopero. A mediare Marco Berton, giornalista. La serata è stata animata dalle performance musicali de I 167 e di Romie Py. Ma che cos’è la “foodification”, e com’è legata alla gentrificazione? Tessarin ci racconta che il termine nasce nel 2010 a Brooklyn, da un articolo del Brooklyn Paper sui foodies (ita. “buongustai”, appassionati di enogastronomia) alla scoperta di quartieri fino a poco tempo prima considerati pericolosi e improvvisamente diventati cool grazie a nuovi locali di tendenza. A Torino il fenomeno è studiato dal 2017 ma ha origini ben più lontane. Negli anni ‘90 il Quadrilatero viene foodificato e riscopriamo l’aperitivo. Poi San Salvario, che passa da Paratissima alle cucine fusion. Poi ancora l’apertura di Eataly nel 2007 nell’ex stabilimento Fiat; e il Salone del Gusto, cibo presentato come “buono, pulito e giusto”[2] ma venduto a prezzi altissimi. Arriva il turno di Porta Palazzo, a mio avviso un esempio particolarmente da manuale: il mercato che da generazioni accoglie famiglie in migrazione (da ovunque) qualche anno fa fu vittima di una violenta gentrificazione culinaria, il cui apice è stato l’apertura del Mercato Centrale. Avvalendoci di un’espressione a tema, un altro quartiere che è stato dato in pasto ai cosiddetti city users[3]. Questa è la foodificazione come dinamica gentrificante su un quartiere. Le attività commerciali tradizionali vengono soppiantate da nuove attività fancy. Le etichette di marketing anglofone[4] influiscono sul prezzo del cibo venduto in questi nuovi locali fancy, generando processi di espulsione: i residenti iniziano a non potersi più permettere di mangiare sotto casa, sempre più attività commerciali locali di cui usufruivano vengono sostituite, e gli abitanti si ritrovano costretti a doversi trasferire in zone più periferiche. Il loro vecchio quartiere si trasforma quindi in una zona attrattiva, di cui giornali iniziano a parlare come il-posto-dove-bisogna-assolutamente-andare-a-vivere. Ai lettori torinesi staranno forse fischiando le orecchie pensando alla recente storia di Vanchiglia. Un ulteriore rovescio della medaglia è che dietro la narrazione patinata troviamo un’economia che si regge su lavoro povero. In media un lavoratore nell’ambito della ristorazione e ricettività guadagna 1500€ lordi al mese, e neanche tutti i mesi. Il caso Meat To e la vertenza CUB Luca e J. ci raccontano la loro lotta sindacale attualmente in corso contro il ristorante Meat To, in via Boucheron (Piazza Statuto), un all you can eat di carne venduto come di “eccellenza italiana”, con 130 coperti quasi mai pieni, e sempre aperto. Da Meat To lavorano undici bengalesi tra cucina, bar e sala. J. parla di contratti formalmente da 20 ore ma con una reale media di 55 ore lavorative a settimana. Diversi mesi fa J. e un suo collega, quest’ultimo escluso dal sistema di seconda accoglienza (SAI) e dunque ancora più ricattabile, si sono rivolti alla CUB Confederazione Unitaria di Base. Da qui è partita una vertenza fatta di diffide formali e poi di ritorsioni, come cambi di orari improvvisi, telefoni sequestrati, un giorno di riposo al costo di 100€ in meno in busta paga ed episodi di bossing per convincerli a mollare il sindacato. Non hanno ceduto. I presidi si stanno tenendo di venerdì e sabato sera per colpire la visibilità del locale nelle serate di punta, organizzati da CUB; dal Coordinamento Colpo (Coordinamento Lavoro Precario Organizzato), dal Comitato cittadino per le Voci Migranti, e dal Collettivo Ujamaa. L’obiettivo è ovviamente la regolarizzazione dei contratti a indeterminati e a tempo pieno, nonché al riconoscimento di tutte le ore extra lavorate sinora. Aurora e il cibo Andrea Quarello – architetto, fondatore del collettivo Ultramondo e soprattutto abitante del quartiere Aurora – ripercorre le innumerevoli iniziative proposte dall’alto per la promozione del quartiere e poi ciclicamente decadute. Tra queste figurava il tema del cibo, ma sempre come narrazione costruita sullo stereotipo italiano del “cibo che crea comunità”. Anche possibilmente vero, se non calato dall’alto da istituzioni che in questi quartieri non hanno mai messo piede. Inoltre, Aurora è il quartiere dove vivono i rider, i quali durante il Covid andavano a sfamare il centro città per poi rincasare proprio qui. Concludiamo con esempi positivi: ci sono esempi positivi di cibo dal basso nel quartiere, locali etnici di vario tipo su cui i proprietari hanno reinvestito nel tempo, conosciuti tra gli abitanti e sui quali i consigli si spargono davvero nel vicinato. Per il momento, Aurora rimane impermeabile alle catene, e le attività locali che stanno mettendo le radici permettono piano piano alle persone di uscire e andare a mangiare al ristorante sotto casa.   [1] Nome fittizio per proteggere il lavoratore, la cui battaglia sindacale è tuttora in corso. [2] I tre pilastri su cui si fonda il modello di filiera agroalimentare e di alimentazione promosso da Slow Food. [3] Voce Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/city-users_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/ [4] Alcuni esempi: street food, artisanal, bio, craft, raw, comfort food, food porn, concept store, brunch, plant based, upcycled ecc… Chiara Alabiso
July 15, 2026
Pressenza
NO al resort in costa San Giorgio. Giovedì 16 luglio, cubo nero in tour
Cubo nero in tour. No al maxi resort a Costa San Giorgio. L’ennesimo intervento dell’iperlusso sulle nostre colline non deve essere realizzato. Giovedì 16 luglio, ore 18.30, ingresso Forte Belvedere, incontriamo la cittadinanza, il Comitato Canneto- le Coste e … Leggi tutto L'articolo NO al resort in costa San Giorgio. Giovedì 16 luglio, cubo nero in tour sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Il caso del Villaggio delle rose: appello per un progetto di abitare comunitario
Effimera condivide e sottoscrive l'appello contro lo sgombero del Villaggio delle Rose, realtà urbana presente da oltre 25 anni nel contesto metropolitano milanese. Mercoledì 1° luglio si terranno una serie di iniziative in sostegno. Siete tutte e tutti invitati/e in Via Chiesa Rossa 351, a Milano, a partire dalle ore 18.00.   *****   [...]
June 29, 2026
Effimera