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Italia, Ruanda e la nuova esternalizzazione dei rimpatri
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra non aver molto in comune con la Prima Ministra danese Mette Frederiksen, se non il fatto di essere le uniche due donne al governo in Europa. Tuttavia, a inizio agosto, in seguito ai fatti avvenuti a Ceuta e Melilla, entrambe hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta che, nonostante le differenze, ciò che le accomuna è il desiderio di “difendere l’Europa” da coloro che “vogliono imporci stili di vita che non vogliamo”, desiderio che si traduce ovviamente nella implementazione di una politica migratoria rigorosa. Essa però, ai loro occhi, non basta più. Occorre “realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa”. “Ci stiamo lavorando con impegno”, scrivono.  Era già evidente come il modello Albania, promosso dall’Italia, fosse stato accolto e sostenuto non solo dalla Danimarca ma dall’Unione Europea stessa. Infatti, in seguito al nuovo regolamento per il rimpatrio dei migranti approvato dal Parlamento europeo a giugno 1, 19 Paesi hanno scritto una lettera ai leader europei, sottolineando la necessità di “dimostrare risultati concreti” e “portare avanti quanto prima soluzioni nei Paesi terzi”. La principale soluzione sono proprio i centri per il rimpatrio (return hub), strutture in cui trattenere coloro che non hanno un diritto legale a restare nel territorio europeo e che sono destinatarie di un provvedimento di rimpatrio. I centri potranno essere costruiti anche in un uno Stato non appartenente all’UE, basta che abbia un accordo con uno Stato membro, così come succede in Albania da ottobre 2024 2.  I centri sono luoghi di transito, dove le persone vengono collocate in attesa di essere rimpatriate nel Paese di origine, ma possono diventare vere e proprie strutture di detenzione. Nel caso albanese erano destinati a ospitare soltanto richiedenti asilo, esternalizzando la procedura, che veniva gestita dalle autorità italiane. Dopo una serie di ricorsi legali, nel marzo 2025 il governo Meloni ha trasformato il centro in una struttura per le espulsioni di migranti irregolari che avevano già ricevuto una decisione di rimpatrio. Questo cambiamento ha reso la struttura albanese un primo precursore dei centri per il rimpatrio, ma sono ancora le autorità italiane a gestirlo e a essere responsabili del rimpatrio finale dei migranti. Il modello europeo potrebbe, invece, esternalizzare interamente la gestione e la responsabilità delle procedure di asilo e di espulsione a un Paese non appartenente all’UE. Nello specifico, Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno confermato di essere in trattativa per l’istituzione di tali strutture in Paesi come Uganda, Ruanda e Ghana. Il loro obiettivo è concludere la prima partnership entro la fine dell’anno, con la firma prevista all’inizio del 2027 3.  Al momento, comunque, solo il Ruanda ha confermato di essere in trattative con l’Italia, confermandosi un partner strategico. Illustrazione: Wikimedia commons La portavoce del governo ruandese Yolande Makolo ha ribadito che “i richiedenti asilo sono africani” e il Paese non vuole “che gli africani soffrano in paesi che non li accolgono. Non vogliamo che intraprendano pericolosi viaggi attraverso il deserto e muoiano nel (mare) Mediterraneo (…), né in altri paesi che non li vogliono”. “L’ideale sarebbe che rimanessero a casa, avessero opportunità e sicurezza nelle proprie case. E se non riescono a ottenerlo, forse possono trovarlo in altri paesi, specialmente in Africa. (…) Vogliamo che i giovani africani siano felici vivendo nel loro continente e che contribuiscano a costruirlo insieme”, ha affermato 4.  Il Paese, infatti, aveva già stretto un accordo con il Regno Unito di Boris Johnson nel 2022 che prevedeva di mandare in Ruanda i richiedenti asilo arrivati irregolarmente nel Regno Unito, in cambio di finanziamenti a Kigali.  In seguito, la Corte suprema aveva bocciato il piano nel novembre 2023, ritenendo che il Paese non fosse sufficientemente sicuro, dato il rischio di persecuzione o di maltrattamenti, ed esso fu annullato durante il governo di Keir Starmer nel 2024. Il governo ruandese ha poi fatto causa chiedendo altri 115 milioni di sterline come risarcimento per i pagamenti futuri non corrisposti e la fine anticipata dell’intesa 5, risarcimento che è stato recentemente considerato illegittimo.  In realtà, già nel 2014 un accordo permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi 6; dal 2019, inoltre, il dispositivo dell’Emergency Transit Mechanism (ETM) di Gashora, nel distretto meridionale di Bugesera, avviato da Ruanda, Unione Africana e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha raccolto profughi evacuati dalla Libia e in attesa di reinsediamento o rimpatrio volontario 7. Kigali skyline (PH: Wikimedia commons) La situazione politica attuale in Ruanda è dominata dal controllo del Fronte Patriottico Ruandese (RPF) e dalla presidenza di Paul Kagame, riconfermato nel luglio 2024 per un ulteriore mandato con oltre il 99% dei voti. Kagame governa il paese dal 2000 e le riforme costituzionali gli consentono di mantenere il potere, limitando lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di stampa. Nel frattempo, il Paese persegue una rapida modernizzazione e un forte sviluppo economico, presentandosi come un modello efficiente di stabilità e attrazione per gli investimenti esteri. Tra questi, anche quelli del Piano Mattei 8 che, con l’aggiunta del Ruanda a luglio 2026 per “sostenere la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico nella Nazione”, arriva a interessare 18 Paesi africani 9.  La stabilità interna, basata anche su una forte repressione del dissenso, contrasta con le forti tensioni nella regione dei Grandi Laghi. Il Ruanda è infatti accusato da organismi internazionali e dalla Repubblica Democratica del Congo di sostenere i ribelli del movimento M23 e, nonostante i tentativi di mediazione diplomatica e i fragili accordi di pace sottoscritti tra le parti, la situazione lungo i confini con la RDC e il Burundi resta instabile e caratterizzata da ricorrenti scontri armati.  Anche per quanto riguarda gli altri Paesi, comunque, la situazione è poco chiara. Il Ghana ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per accettare nel proprio Paese migranti di altre nazionalità africane espulsi da Washington, fungendo da hub di transito, e diversi gruppi di difesa dei diritti hanno presentato ricorsi e cause legali contro lo Stato ghanese presso la Corte di Giustizia dell’ECOWAS e i tribunali locali, contestando la detenzione in strutture militari, la segretezza dell’accordo e il rischio di persecuzioni per i migranti rispediti nei paesi da cui erano fuggiti 10.  L’Uganda segue una strada simile a quella ruandese. Il Paese vive una forte tensione politica dopo la conferma del presidente Yoweri Museveni per il suo settimo mandato nelle elezioni di gennaio 2026: all’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni ha vinto le elezioni con circa il 72% dei voti, tanto che il principale sfidante Bobi Wine ha denunciato brogli elettorali, violenze e arresti domiciliari per gli oppositori. Nel frattempo, cresce il peso politico del figlio del presidente, Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito e considerato il possibile erede.  Come ha affermato Michael O’Flaherty, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si “rischia di creare un buco nero per i diritti umani con i suoi return hubs per i migranti” 11. L’Europa non è estranea alle politiche di esternalizzazione e le violazioni di lunga data dei diritti dei rifugiati e dei migranti in Libia e Tunisia dimostrano che la cooperazione migratoria volta a prevenire l’arrivo nell’UE porterà a gravi e diffuse violazioni dei diritti umani. “Come può qualcuno ragionevolmente credere che questa volta sarà diversa?”, chiede il Commissario.  L’UE sta chiaramente cadendo vittima di “retorica populista” sui migranti, ha detto Jean-Nicolas Beuze, rappresentante dell’UNHCR a Bruxelles. I rifugiati corrono il rischio di essere inviati in un paese dove possono “subire danni irreparabili” 12. Anche Human Rights Watch 13 ha costantemente riscontrato che le deportazioni verso paesi terzi espongono le persone a detenzioni arbitrarie, maltrattamenti, indigenza e rimpatrio a catena, cioè il ritorno in luoghi di pericolo. Secondo l’organizzazione, i Paesi UE dovrebbero abbandonare del tutto i piani per i centri per il rimpatrio, dato che nessuno dei paesi presi in considerazione supererebbe una seria revisione sulla situazione del rispetto dei diritti umani. 1. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri – Parlamento UE (giugno 2026) ↩︎ 2. Come sottolinea Euronews, inoltre, l’Italia prevedeva inizialmente di ospitare circa tremila migranti al mese nei centri albanesi, contro un numero effettivo appena 500 persone in totale da quando il complesso è stato convertito in centro per le espulsioni. Il costo complessivo supera i 670 milioni di euro e, secondo un recente studio dell’università di Bari, trattenere i migranti in questi centri si è rivelato molto più costoso per l’Italia rispetto alla loro permanenza sul proprio territorio ↩︎ 3. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan, Politico (giugno 2024) ↩︎ 4. Ruanda negozia con l’Italia di accogliere richiedenti asilo espulsi dal paese europeo, Democrata (agosto 2026) ↩︎ 5. Corte respinge richiesta del Ruanda: niente 115 milioni dal Regno Unito per piano migranti bocciato, EuroNews (giugno 2026) ↩︎ 6. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia – Il Manifesto (agosto 2026) ↩︎ 7. Il Ruanda apre alle espulsioni europee: «Stiamo trattando con l’Italia» – Africa Rivista (agosto 2026) ↩︎ 8. Piano Mattei per l’Africa, Presidenza Consiglio dei Ministri ↩︎ 9. Questo link un database strutturato dei dati degli investimenti del Piano in Africa con una tabella Excel scaricabile ↩︎ 10. Rights lawyers sue Ghana over third-country deportation deal with Trump administration, PB News (giugno 2026) ↩︎ 11. Europe is at risk of creating a human rights black hole with its ‘return hubs’ for migrants, The Guardian (luglio 2026) ↩︎ 12. EU countries eye setting up migrant ‘return hubs’ in Rwanda and Uzbekistan – Politico (giugno 2026) ↩︎ 13. Dangerous EU Momentum Towards Offshore Deportation Centers – HRW (giugno 2026) ↩︎
Grido d’allarme per la crisi alimentare nel nord-est dell’Uganda
> Si sta consumando una tragedia silenziosa nella regione del Karamoja, nel > nord-est dell’Uganda. Un’area da tempo segnata da estrema fragilità è oggi > rimpiombata in una crisi alimentare di proporzioni drammatiche, che sta > mettendo a dura prova la sopravvivenza stessa della comunità. Una combinazione fatale di prolungata siccità che ha causato la perdita dei raccolti, e di razzie di bestiame ha prostrato la popolazione. Fino ad aprile la zona sembrava un’isola felice; pioveva e tutto era verde, i campi coltivati promettevano un buon raccolto. Poi invece non ha più piovuto e il secco ha bruciato tutto. L’accesso al cibo non è più solo una questione di nutrizione equilibrata, ma una vera e propria lotta quotidiana per rimanere in vita. In questo scenario da incubo, il prezzo più alto viene pagato dai più deboli, i bambini e gli anziani. Nel villaggio di Kanawat, i tassi di malnutrizione hanno raggiunto livelli di emergenza. Molti piccoli non hanno accesso a un singolo pasto completo al giorno. Lo sguardo spento di madri che non hanno più latte nel seno, né cibo da offrire ai propri figli esprime tutta la drammaticità di questa crisi. Altrettanto drammatica è la condizione degli anziani. Oggi molti si trovano del tutto privi di una rete di supporto. La maggior parte delle persone decedute per la fame è costituita da anziani. Sono state fatte assemblee per focalizzare il problema con il governo, con UNICEF e la FAO, ma per ora ci sono solo parole, nemmeno promesse di seria attenzione. La situazione richiede una risposta immediata che possa tamponare l’imminente catastrofe umanitaria. Bisogna mobilitare al più presto le risorse necessarie per salvare vite umane e il GIM si sta attivando in questo senso. Per maggiori informazioni e donazioni: https://www.botteghegim.it/2026/08/emergenza-fame-in-karamoja/ -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Informazioni fornite da padre Gabriel Angella e padre Marco Canovi, missionari che per il GIM sono punti di riferimento per gli aiuti e il sostegno all’istruzione. Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
[radio africa] Radio Africa: Mali,Burkina Faso,Uganda,Tanzania,Sudafrica
MALI: nuovo attacco della coalizione tra FLA (Fonte di liberazione dell’Azawad) e JNIM (Gruppo di Sostegno all'Islam e ai musulmani ) contro le basi dell’esercito maliano e dei russi dell’Africa Corps .Gli attacchi lanciati sabato 4 luglio contro diverse città maliane sono stati respinti, ma continuano a imperversare i combattimenti per il controllo della strategica città di Anéfis mentre la calma sembra tornata nella maggior parte delle aree colpite. La coalizione JNIM-FLA, che ha fatto ampio uso di droni kamikaze, autobombe e ordigni esplosivi improvvisati, ha inflitto alle forze governative ingenti perdite materiali. L'obiettivo dell'alleanza tra separatisti e jihadisti è duplice: conquistare Anéfis per completare la riconquista della regione di Kidal, e al contempo stabilire una testa di ponte per avanzare in altre aree del Mali settentrionale, in particolare a Gao. Per le autorità maliane, la priorità è evitare ulteriori perdite e mantenere questa posizione strategica in preparazione di una potenziale operazione per la riconquista della regione di Kidal. BURKINA FASO: la giunta militare guidata da Ibrahim Traoré ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia. Le autorità burkinabé accusano Parigi di un "attivismo incessante" contro i loro interessi, a seguito di diversi anni di crescenti tensioni tra i due Paesi. La giunta accusa inoltre la Francia di nutrire "manifestamente ambizioni neocoloniali , sostenendo attivamente reti sovversive e terroristi che stanno causando tanta sofferenza nel Burkina faso e nel Sahel". Il comunicato del governo ribadisce inoltre che questa decisione "non mette in discussione in alcun modo i legami storici, umani, culturali e sociali che uniscono i popoli burkinabé e francese". Questa rottura arriva in concomitanza con l'adozione, il 18 giugno, di una risoluzione del Parlamento europeo che denuncia il deterioramento della situazione dei diritti umani in Burkina. Il testo era stato sponsorizzato da un eurodeputato francese anche se questa rottura diplomatica non significa che tutti i legami bilaterali scompaiano da un giorno all'altro . UGANDA: Muhoozi Kainerugaba il figlio di Museveni ha ordinato la chiusura del principale gruppo mediatico indipendente ugandese, domenica 28 giugno le sedi del principale gruppo editoriale sono state messe sotto assedio da parte dell'esercito dopo che Muhoozi Kainerugaba ha ordinato la chiusura del canale televisivo NTV Uganda e del quotidiano Daily Monitor, entrambi di proprietà del Nation Media Group. Il figlio di Museveni sta acquisendo sempre più potere e si presenta come possibile successore dell’anziano presidente mentre s’intensifica la repressione contro gli oppositori. TANZANIA: in Tanzania, negli ultimi giorni, si sono moltiplicati sui social media gli appelli a manifestare martedì 7 luglio, esortando la popolazione a scendere in piazza per protestare contro la repressione politica, chiedere una nuova Costituzione e assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze passate. La data del 7 luglio, nota come "Saba Saba" per questa manifestazione, non è stata scelta a caso: si riferisce alla lotta democratica e all'indipendenza del Paese. Tuttavia, queste manifestazioni sono state vietate dalle autorità, che hanno deciso di schierare un ingente contingente di polizia. Questi appelli a manifestare giungono quindi in un clima di persistente paura, a seguito della sanguinosa repressione delle proteste contro le elezioni dell'ottobre 2025. SUDAFRICA: in Sudafrica continuano le manifestazioni xenofobe contro gli immigrati, il paese non riesce ad arginare una disoccupazione di massa del 42% che mantiene le classi lavoratrici in precarietà e alimenta un senso di ingiustizia e abbandono. La rabbia si sta spostando sugli immigrati, e la classe politica sta cavalcando questa frustrazione per generare guadagni elettorali . In vista delle elezioni locali del 4 novembre sono emersi nuovi movimenti anti-immigrazione sopratutto nella zona del Kwa Zulu Natal .I movimenti anti-immigrazione hanno dato ai cittadini stranieri senza documenti tempo fino al 30 giugno per lasciare il Sudafrica. Di fronte alla crescente retorica xenofoba, oltre 15.000 malawiani hanno scelto di partire, testimoniando la crescente pressione che li costringe ad abbandonare il Sudafrica.  
July 8, 2026
Radio Onda Rossa
TORNA L’EBOLA NELL’EST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, TRA CONFLITTO PERMANENTE E CAOS POLITICO
Sono già novantuno i morti accertati e oltre trecento i casi sospetti addebitati ad un nuovo ceppo del virus Ebola che torna nella Repubblica Democratica del Congo per la diciassettesima volta dal 1976. “Non è pandemia, ma si diffonde in fretta” informano i vertici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che hanno lanciato l’allarme. Il direttore generale dell’organizzazione internazionale basata a Ginevra Tedros Adhanom Ghebreyesus ha puntualizzato che “esistono notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica”. Data la situazione potenzialmente esplosiva, le frontiere tra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Ruanda, sono già state chiuse.  Il virus sarebbe partito dall’Uganda mietendo due vittime, per poi diffondersi nella provincia congolese dell’Ituri, epicentro attuale dei casi segnalati, in particolare nel capoluogo Bunia. Due morti sono stati registrati anche nelle province del Nord e Sud Kivu. Come raccontato ai nostri microfoni da Leopoldo Rebellato, attivo nell’est del paese dagli anni ottanta, si tratta di territori dove le comunicazioni sono complesse, dato che “la rete internet è scadente o inesistente” e in pochi dispongono di una radio. A questo si aggiunge una “guerra sempre in atto” per la gestione del potere e delle immense risorse naturali presenti nel sottosuolo. Ad esempio “a Kavumu, nel Sud Kivu, pochi giorni fa ci sono stati 460 militari uccisi”. Il problema della mancanza di strutture sanitarie adeguate per la gestione del virus e l’assenza di infrastrutture per i laboratori mobili che “sarebbero necessari” anche per registrare i contagi, confermano l’incertezza delle autorità sui dati. Autorità che nell’Ituri rispondono al potere centrale di Kinshasa, ma che in Nord e Sud Kivu sono rappresentate dai ribelli filoruandesi dell’M23, “uno stato nello stato, un bubbone”. Il virus in questione è il Bundibugyo, provoca sintomi quali febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola. Si diffonde attraverso gli scambi di fluidi corporei da persona a persona o con il contatto con il sangue di una persona infetta. Non esistono attualmente vaccini per far fronte a questo ceppo del virus. Negli ultimi cinquant’anni Ebola ha ucciso oltre 15 mila persone in tutto il continente. Il punto con Leopoldo Rebellato, presidente dell’associazione Incontro fra i Popoli. Ascolta o scarica  
May 18, 2026
Radio Onda d`Urto
RADIO AFRICA: L’AMICIZIA TRA SENEGAL E MAROCCO OLTRE IL CALCIO, LE ELEZIONI IN UGANDA E IL RISARCIMENTO DEI CRIMINI COLONIALI
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 29 gennaio, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli attrezzi. In questa puntata parleremo delle relazioni di amicizia che legano Senegal e Marocco partendo dalla finale della Coppa d’Africa che si è svolta a Rabat. Lo faremo con Abdou Ndao presentatore della trasmissione Kaddu Modu Modu la voce dei migranti, in onda ogni domenica alle ore 15 su queste frequenze. Riprenderemo poi dal Senegal con il corrispondente del Sole 24 ore da Nairobi Kenya, Alberto Magnani, con il quale parleremo anche di risarcimento dei crimini coloniali e delle elezioni presidenziali in Uganda. La puntata di Radio Africa, in onda giovedì gennaio alle ore 18.45 e in replica venerdì 19 dicembre, alle ore 6.30. Ascolta o scarica
January 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Uganda elezioni farsa e repressione nel silenzio generale
Il 17 gennaio Yoweri Museveni ha vinto ufficialmente le elezioni in Uganda con il 71% dei voti ottenendo il suo settimo mandato consecutivo alla tenera età di 81 anni .Le elezioni si sono tenute in un clima di terrore e brogli ,si susseguono le segnalazioni di intimidazioni, arresti e rapimenti di rappresentanti dell’opposizione, candidati, sostenitori,organi di stampa e attori della società civile. Prima delle elezioni, le autorità avevano bloccato internet, sostenendo che l’interruzione fosse intesa a impedire la diffusione di “disinformazione”,almeno 400 sostenitori del leader dell’opposizione Bobi Wine sono stati arrestati . Le squadre delle milizie al servizio del regime sequestrano ed uccidono oppositori mentre la residenza delcandidato dell’opposizione è circondata dall’esercito. Nonostante questo regime d’oppressione sia l’Unione Africana che le cancellerie occidentali tacciono acquiescenti con il presidente padrone Museveni che garantisce stabilità in una regione estremamente rilevante dal punto di vista strategico e protegge anche i lucrosi affari ed investimenti delle compagnie occidentali e cinesi. Si registra inoltre un coordinamento nella repressione del dissenso fra il Kenya ,la Tanzania e l’Uganda con la condivisione di intelligence formale e informale per tracciare gli avversari politici oltre i confini , consegne extragiudiziali transfrontaliere che fanno “scomparire” i critici in un solo paese per riapparire nelle prigioni della nazione d’origine, accuse di tradimento dispiegate come armi legali nei procedimenti giudiziari progettati per eliminare l’opposizione, un clima di paura che trascende i confini nazionali, rendendo l’esilio un rifugio fragile. Un sistema che ricorda il “plan condor” delle dittature sudamericane negli anni 70/80 ,d’altra parte i sistemi repressivi non sono tanto dissimili : in Tanzania dopo le elezioni farsa si parla di migliaia di vittime della repressione delle proteste di piazza ,in Kenya la repressione contro gli studenti e i giovani che protestavano contro il presidenteb Ruto è stata feroce ,e in Uganda il regno di Museveni entra nel quarantesimo anno. Ne parliamo con un giornalista italiano di cui non possiamo fare il nome per ragioni di sicurezza che si trova in Uganda.
January 26, 2026
Radio Blackout - Info
Radio Africa: Uganda Madagascar Somaliland
Uganda Il 17 gennaio, Yoweri Museveni ha vinto il suo settimo mandato presidenziale con oltre il 71% dei voti. Nonostante l'annuncio dei risultati, in Uganda regna ancora un clima di terrore .Museveni è uno dei più longevi presidenti africani ,appartiene alla categoria dei “dinosauri “ al potere dalla fine delle guerre di liberazione che hanno mantenuto il potere con la repressione contro gli oppositori e con elezioni truccate . Questa è il settimo mandato consecutivo ,mentre il suo oppositore più credibile Bobi Wine per la seconda volta è assediato dalla polizia e dall’esercito. Madagascar Lo scorso ottobre la mobilitazione della cosiddetta Gen Z malgascia ha portato alla caduta del presidente Andry Rajoelina, dopo mesi di proteste legate alle pessime condizioni economiche e alla crisi dei servizi essenziali.La transizione in corso in Madagascar, non si limita a riorganizzare gli equilibri interni di potere, ma sta producendo anche una progressiva ridefinizione della posizione geopolitica dell’isola .Si sta verificando una corsa all’influenza sull’isola e sul nuovo potere politico, considerando il valore strategico del Madagascar , oltre 5.000 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Indiano, la presenza di terre rare e materie prime critiche, e primo produttore globale di vaniglia. Somaliland La mossa israeliana in Somaliland riflette una dottrina di escalation senza fine. Proiettando il suo potere nel Corno d'Africa, Israele mira ad aumentare la pressione sui rivali, minare la stabilità regionale e restringere lo spazio per la diplomazia. Il riconoscimento israeliano del Somaliland sta sconvolgendo un delicato equilibrio nel Corno d'Africa e rischia di innescare conflitti lungo una qualsiasi delle innumerevoli faglie del Corno. L'Unione Africana ha già convocato una riunione di emergenza per discutere la questione, chiedendone la "revoca immediata".
January 21, 2026
Radio Onda Rossa
BASTIONI DI ORIONE 06/11/2025 – IN QUESTA PUNTATA SPICCANO: LA FIGURA DI MAMDANI, ILLUSIONE DI UNIONE DAL BASSO O DURATURA REAZIONE AL TRUMPISMO; LE FOSSE COMUNI A DAR ES SALAAM, COME RISULTATO DELLE “URNE”; LE GUERRE DI TALEBANI INCRINANO LA DURAND LINE
Le molte meteore dell’empireo costellato da fulgide stelle di leader progressisti che si erigono a paladini dei più deboli ci rendono prudenti anche nei confronti di una figura così fresca e spontanea come Zohran Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair e di un docente ugandese, eletto sindaco della più emblematica e contraddittoria metropoli al mondo; abbiamo sentito la necessità di esprimere le nostre perplesse cautele con Giovanna Branca, giornalista che ha seguito per “il manifesto” le elezioni per il municipio di New York. Abbiamo poi proseguito con risultati di elezioni più sanguinose, andando in Tanzania con Elio Brando, africanista per l’Ispi, ne è scaturita una interessante analisi sul paese che si riteneva immune dalla necessità di esibire scontento e istanze di liberazione dal regime autocratico instaurato da Samia Suluhu, subentrata nella democratura alla morte di Magufuli, perpetuando il potere del Partito della Rivoluzione. Il numero di morti risultato dalla repressione ancora a distanza di una settimana oscilla tra 700 e 3000 nel paese che detiene una delle progressioni più ampie di sviluppo grazie alle sue infrastrutture. Questo ha dato il destro al nostro interlocutore per inquadrare quella economia nella regione. Un terzo contributo alla trasmissione è stato assicurato da Giuliano Battiston, che ci ha illustrato la situazione afgana a 4 anni dal ritorno dei talebani mentre è in corso una guerra vera e propria a cavallo del confine tracciato da Durand un secolo e mezzo fa, dividendo clan tra territorio pakistano e territorio controllato da Kabul. Tra terremoti, gender apartheid, remigrazione (9 milioni di profughi in Iran e PAkistan rischiano il rimpatrio), bombardamenti e indifferenza occidentale si assiste a nuove relazioni internazionali tra il potere dei talebani afgani e grandi potenze come Russia e India (motivo dei dissapori con Islamabad) ANOMALIA ZOHRAN? Come nella cultura pop dei film di Mira Nair si alleano i più diversi bisognosi anche nella squadra di suo figlio Zohran si è assistito a un successo derivante dal concentramento di bisogni che sono stati finalmente nominati, ed è bastato questo per travolgere l’establishment. Da ultimo persino Obama ci ha messo il cappello democratico su un’operazione del tutto nata dal basso che ha potuto contare sul moltiplicatore della rete social per ridicolizzare la tracotanza menzognera dello strapotere trumpiano dal lato della narrazione che s’impone, dando voce alla coalizione interclassista dei multimiliardari e dei deprivati redneck razzisti per tradizione e cultura della America Profonda che odia proprio i woke newyorkesi, i quali a loro volta rappresentano l’altro lato della narrazione dell’establishment. La vittoria di Zohran Mamdani non è ascrivibile al Partito democratico, che se l’è intestata. Chi ha portato alle urne l’America avversa a Trump sono stati gli argomenti condivisi da chi abita New York senza avere le risorse per sopravviverci, non la struttura del partito, né le sue strategie. Ma basta questo per collocare Zohran Mamdani in un circuito virtuoso di lotta sociale, senza la superficialità populista delle promesse, anche se queste sono lo specchio delle reali necessità per consentire la sopravvivenza dei newyorchesi alla New York delle lobbies che hanno appoggiato Cuomo? E riuscirà la squadra di avvocati subito schierata a salvarlo dallo strapotere di Potus? Un po’ questo è il centro della nostra chiacchierata con Giovanna Branca che ha seguito per “il manifesto” l’elezione per il sindaco della Grande Mela. CATASTE DI CADAVERI SOSTENGONO LE INFRASTRUTTURE DI DAR ES SALAAM Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il 18 ottobre con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari governativi in una Dar es Salaam blindata che i giovani potessero assumere come modello la Generazione Z dei paesi limitrofi, ottenendo una risposta che non ammetteva repliche: «Qui non ne hanno bisogno». Avevamo immaginato alludessero al fatto che la Tanzania è un paese in pieno sviluppo, grazie alla collocazione strategica delle sue infrastrutture e dei suoi porti; probabilmente era invece una risposta minacciosa, che alludeva all’apparato repressivo connaturato al regime che Samia Suluhu Hassan ha ereditato dal sanguinario Magufuli, di cui era vicepresidente. E infatti già il 21 ottobre stesso si sono sollevate proteste con urne ancora aperte e dichiarazione di elezione della presidente, fino a una insurrezione stroncata con centinaia di morti, la cifra esatta delle cataste di cadaveri non è ancora chiara e forse non si saprà mai, ma si parla di più di 700 morti. Abbiamo preso spunto dalle violenze postelettorali in Tanzania per aprire una finestra sulla regione e per cogliere se l’establishment avesse compreso quanto una società in evoluzione rapida potesse ancora accettare dei giochetti della vecchia politica e quanto conta la generazione Z negli equilibri dei paesi africani più in sviluppo. Qui si innesca un’analisi dei movimenti di contestazione diversi che si sono affacciati nella regione, a cominciare dal Kenya per arrivare al Madagascar e ora in Tanzania, comparando le differenze tra le istanze e le forme di lotta e la composizione sociale dei “ribelli” e invece la composizione del dissenso e dell’opposizione nei paesi che compongono la regione africana che si affaccia sull’Oceano indiano. E poi le modalità della collaborazione tra i governi nella repressione in opposizione ai rapporti tra contestatori. Allargando un po’ lo sguardo Elio Brando ci ha aiutato da un lato a descrivere le compromissioni di potenze locali (Turchia, Sauditi, Emirates… Israele), che occupano direttamente o sovvenzionano proxy war o gruppi jihadisti e poi il coinvolgimento delle grandi potenze (Cina, Usa, Russia… India) per lo più relativo a infrastrutture e sfruttamento di risorse attraverso corridoi comunicativi e porti; dall’altro l’importanza per l’economia mondiale di siti come i porti tanzaniani – Dar es Salaam in primis –, di infrastrutture come il corridoio di Lobito e la risposta cinese corrispondente, ferrovie e infrastrutture in generale. Dove il colonialismo parla più cinese. ANCORA UNA GUERRA SULLA DURAND LINE In guerra con il Pakistan ma diplomaticamente riequilibrati con India, Sauditi, Emirates… Usa  Dall’ultimo vergognoso volo partito da Kabul nell’agosto del 2021 in Occidente è stata messa la sordina sull’Afghanistan, ma forse questo è il frutto di come si è sbagliato l’approccio, procedendo per preconcetti di cui si andava a cercare una conferma, senza realmente guardare il panorama del paese: di questo Giuliano Battiston ha discusso in un’intervista con un grande fotografo, Lorenzo Tugnoli per “Alias” e poi ripreso su “Lettera22”. Dopo la guerra, quella conclusa da Biden con la fuga precipitosa, bisogna cambiare ulteriormente le lenti dell’ottica con cui illustrare il paese dopo 4 anni di nuovo con i talebani al potere tra terremoti, apartheid di genere, povertà. E nei rapporti con l’esterno come si possono inquadrare le relazioni con le potenze che hanno riconosciuto il paese: la Russia, ma anche l’India, innescando così i conflitti con il Pakistan, con cui esplodono vere e proprie guerre al confine della Durand Line su questioni relative al rifugio concesso ai talebani delle famiglie pakistane del Waziristan (il Ttp), ma anche il rimpatrio forzato dei 9 milioni di rifugiati afgani a Quetta, Islamabad, Karachi… o in Iran. Una guerra che ha visto protagonisti Qatar e Turchia a intessere colloqui di pace.
November 11, 2025
Radio Blackout - Info
RADIO AFRICA: L’AFRICANISTA CHIARA PIAGGIO E IL REGISTA GIULIO TONINCELLI RACCONTANO LA LORO AFRICA
Radio Africa: nuova puntata, giovedì 23 ottobre, per l’approfondimento quindicinale dedicato all’Africa sulle frequenze di Radio Onda d’Urto, dentro la Cassetta degli Attrezzi. In questa puntata presentiamo il libro di Chiara Piaggio intitolato “L’Africa non è così – Cronache da un continente frainteso”. Nella seconda parte Giulio Tonincelli, ospite nei nostri studi, ci parla di “Sunday”, il suo cortometraggio girato in Uganda. Chiara Piaggio è laureata in filosofia e specializzata in antropologia. Dal 2003 lavora sull’Africa sub‑sahariana in ambito di sviluppo, cultura e letteratura. Ha lavorato come consulente in ambito filantropico e culturale, con collaborazioni legate all’editoria, alle ONG e alla promozione della cultura africana contemporanea. Chiara Piaggio è l’autrice del volume intitolato “L’Africa non è così – Cronache da un continente frainteso”, pubblicato a settembre da Einaudi. Un libro ricco di informazioni utili a decostruire l’immagine stereotipata del continente, nel quale l’autrice espone gli incontri e i luoghi che ha attraversato attraverso immagini che propongono un’Africa plurale e complessa. Un luogo che è parte del nostro futuro. Giulio Tonincelli è un regista indipendente nato artisticamente nel 2015. Sviluppa progetti viaggiando tra Asia occidentale, America Latina e Africa. Ha partecipato a festival di rilievo internazionale; i suoi film sono stati selezionati in oltre venti paesi. L’ultimo film del bresciano Giulio Tonincelli, Sunday (2025), è stato invece presentato in anteprima mondiale a Roma lo scorso 18 ottobre, presso il festival Alice nella città. Sunday è un cortometraggio documentaristico che racconta lo stigma e la cura nell’Uganda rurale, dove è stato girato, in particolare nella regione degli Accioli. La puntata di Radio Africa, su Radio Onda d’Urto, andata in onda giovedì 23 ottobre alle ore 18.45 (in replica venerdì 24 ottobre, alle ore 6.30) con le voci di Chiara Piaggio e Giulio Tonincelli. Ascolta o scarica
October 23, 2025
Radio Onda d`Urto