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Tre giorni in Val d’Agri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Coordinamento Nazionale No Triv -------------------------------------------------------------------------------- L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) -------------------------------------------------------------------------------- La mobilitazione L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto. Prima giornata Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint, Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli, sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco) Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità, degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto: solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni – Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi lavora la terra. Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science, Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’ ISS, (Istituto Superiore di Sanità). I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri, non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese, e malattie circolatorie”. La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25 milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni. Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR), reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente. Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione. Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento. Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza. Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi, sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le multinazionali minerarie. Seconda Giornata Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi, i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio, alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso del problema e delle proteste dei lavoratori: https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo, quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi, intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi. Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato. A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia), sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto, dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22 dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto, nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie, di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”. Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi! Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza specificare a quali condizioni. Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati (il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante, antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio), fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale. L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi. Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa (2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”. Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni.  Se si considera il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata, Puglia, Calabria. Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via Taranto ad Israele (https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/). Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili, guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e Calabria. Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero lucano. Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta, e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore. A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore per incongruenza tecnica (https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/). Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali. Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi) che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata. All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A. Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su chimica, fisica dei materiali e biotecnologie. L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013, ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti, considerata la loro notevole articolazione discorsiva. Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti Collaterali). Terza giornata, conclusioni e proposte Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone, con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza, guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola carovana di auto. Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI, denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che subirono, si sa ancora poco. La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche minerarie ai primi del ‘900. Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata. La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università. Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale. La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Francesco Masi, NoTriv -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre giorni in Val d’Agri proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
Suno ha scaricato brani da YouTube e Deezer per addestrare l'AI
Suno, il generatore musicale tramite IA, non ha mai voluto dire cosa c’è nei propri dataset di addestramento. Adesso lo sappiamo, non perché lo ha rivelato lei, ma perché un hacker ha rubato il codice sorgente dell’azienda e lo ha condiviso con 404 Media, link qui. I file mostrano istruzioni di scraping per estrarre audio da YouTube Music, Deezer, Genius, Pond5, Jamendo, Freesound e l’International Music Score Library Project. Un file relativo a YouTube Music indica che Suno aveva consumato 2.013.545 clip da YouTube Music al momento dell’ultimo aggiornamento. Suno ha anche cercato di scaricare circa un milione di ore di podcast tramite PodcastIndex. Tutto per addestrare il suo modello AI. "I modelli AI di Suno sono stati addestrati su file musicali disponibili pubblicamente e metadati correlati accessibili su siti web di terze parti nell’Internet aperto". ha detto un portavoce di Suno. Ma disponibili pubblicamente e accessibili non significa scaricabili legalmente per l’addestramento AI. YouTube, Deezer e Genius hanno termini di servizio che vietano lo scraping. Suno dice che è fair use. La RIAA dice che è violazione del copyright. I tribunali decideranno. Notizia qui
Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte»
Sono passati 10 anni dalla morte di Berta. Qual è oggi la situazione di lotta per la difesa del Rio Gualcarque, e quali altre lotte sta portando avanti il Copinh (Consejo Civico Organizaciones Populares Indigenas de Honduras) nel territorio? La diga Agua Zarca sul Rio Gualcarque, il progetto a cui si opponeva Berta, non è mai stata costruita e questa è una delle vittorie che abbiamo ottenuto grazie alla lotta per ottenere giustizia e verità per l’assassinio di Berta. L’hanno uccisa per costruire la diga ma il progetto non andò avanti. Il Copinh prosegue le sue lotte nel territori a sostegno della popolazione indigena. Gli attacchi e le minacce che subiamo continuano, ma resistiamo. Abbiamo preso un impegno con la morte di Berta. Vogliamo continuare a sostenere la lotta a favore dei fiumi, dei territori e in difesa delle nostre comunità. Da poco tempo siamo riusciti a costruire un incontro internazionale per le energie comunitarie e alternative, l’idea a cui stavamo lavorando quando c’è stato l’assassinio di Berta. Inoltre stiamo continuando ad avere momenti di scambio e crescita con altre comunità e a livello internazionale, recentemente, ad esempio, siamo stati a una serie di incontri di formazione sulle nuove tecnologie in agricoltura biologica in Messico. Vogliamo rivendicare il nostro diritto come popoli indigeni ad avere una risposta alle necessità di base – strade, energia, servizi – senza cedere i nostri diritti sui territori in cui viviamo. Pochi mesi fa una Commissione di Esperti internazionali (GIEI) ha pubblicato un report rispetto al caso di Berta. Ci puoi riassumere quali sono stati gli elementi principali emersi? Questo report per noi è molto importante e non solo perché fa una analisi dettagliata del crimine compiuto nei confronti di Berta, ma perché mostra il modello attraverso il quale la morte si insinua nei nostri territori a causa degli interessi economici. Questo report è stato scritto da una commissione di esperti con l’avvallo dello stato honduregno – con il governo precedente a questo – e con il sostegno della Commissione Interamericana di Diritti Umani. Il report è molto lungo. Ne condividiamo cinque elementi molto importanti per noi. Anzitutto la morte di Berta Cáceres è stato il prodotto di un interesse imprenditoriale. È stata uccisa per la sua opposizione a un progetto idroelettrico. Gli esperti dimostrano che non si è indagato a sufficienza sui proprietari dell’azienda, che non sono ancora stati portati a giudizio. Il terzo aspetto è che lo stato ha saputo del crimine di Berta due mesi prima che si compisse e non ha fatto nulla per fermarlo. Lo sappiamo perché lo stato honduregno stava intercettando le comunicazioni tra gruppi criminali in cui si parlava della preparazione di questo omicidio. Sapevano pertanto cosa stava per accadere. Inoltre il delitto ebbe luogo attraverso finanziamenti internazionali di banche europee che diedero soldi per il progetto della diga. Il banco FMO dei Paesi Bassi, il banco FINFUND finlandese, il Banco Centro Americano di Integrazione Economica che ha soci anche esterni al continente americano. Grazie alla narrativa di un cosiddetto finanziamento allo sviluppo, queste banche hanno fornito 18 milioni di dollari alla famiglia Atala, proprietaria dell’impresa Desa, in Honduras. Di questi 18 milioni la famiglia ha sviato per attività illegali 12 milioni, il 67%. La struttura con cui sviarono questi fondi fu richiedere trasferimenti bancari inserendo numeri di conti correnti di imprese che non avevano nulla a che vedere con i lavori di costruzione dell’opera. Questa struttura avrebbe dovuto essere monitorata da autorità di controllo in Europa e America ma nessuno lo fece. Una delle scoperte più importanti di questo report – che non troverete in altre ricerche – è il filo che collega i fondi elargiti da queste banche internazionali con i responsabili della morte di Berta Cáceres. C’è un filo che collega questi finanziamenti con il pagamento di tre assegni – per un totale di 20 mila dollari – che sono stati utilizzati per pagare i sicari di Berta. Questo report è uno stimolo a continuare ad avere giustizia perché siano puniti i responsabili internazionali e perché continui la lotta per la resistenza nei nostri territori. Di Honduras, purtroppo, si parla poco in Europa, ti andrebbe di raccontarci qualcosa dell’attuale situazione politica a seguito delle elezioni del 2025 e sopratutto a seguito della rielezione di Trump alla Casa bianca? Anche se l’America Latina ha sempre subito una forte presenza degli interessi statunitensi, mai come ora questa presenza è forte e ha avuto un peso enorme nelle elezioni honduregne del 2025 a seguito delle quali da gennaio 2026 abbiamo un nuovo governo. Ora l’esecutivo è totalmente a favore delle imprese. Ad esempio, sta promuovendo leggi per permettere a queste di aumentare lo sfruttamento e i profitti sui territori. Donald Trump ha detto esplicitamente alla popolazione honduregna per chi votare, cioè l’attuale governo. Nel Copinh abbiamo sempre pensato che i cambiamenti nella società devono venire dal basso, dal popolo e non dal governo, tuttavia pensiamo sia estremamente grave questa ingerenza statunitense nella scelta del governo. Inoltre il 30% del prodotto interno lordo viene dalle rimesse dall’estero e siamo molto preoccupati per cosa accadrà nel nostro Paese vista la persecuzione negli Stati Uniti nei confronti della popolazione migrante. Per quanto l’ICE non possa deportare tutte le persone che vivono negli Usa, la situazione ci fa paura, stiamo assistendo a una profonda precarizzazione del lavoro e della vita di chi ha migrato, che ha paura a uscire in strada, ad andare a lavoro o a prendere i figli a scuola. Per noi è molto importante stare qui oggi nonostante siano giorni molto difficili dell’Honduras, pochi giorni fa c’è stato un massacro di contadini nel nord del Paese, con più di 20 morti, ne sono responsabili gruppi del crimine organizzato. È importante che si parli della situazione che viviamo anche qui in Europa. Qual è stato il vostro percorso giuridico per avere giustizia per la morte di Berta? La forma che abbiamo utilizzato nel COPINH per avere giustizia è quella di continuare la nostra lotta che volevano spegnere con l’omicidio. Portare avanti la lotta e l’organizzazione politica nelle comunità è un modo per dire che Berta non è morta. Ovviamente abbiamo anche lottato per la giustizia nei tribunali. Abbiamo avuto due processi nei quali si sono condannate otto persone. Tre di questi membri dell’esercito, tre dell’impresa che è proprietà della famiglia Atala e gli altri appartenenti al crimine organizzato. Abbiamo anche fatto altri due esposti giudiziari, uno per corruzione dell’azienda, dimostrando che il progetto è stato gestito in forme corrotte e un procedimento nei confronti delle autorità locali perché il progetto non ha previsto una consultazione libera e informata delle comunità coinvolte, come dice l’articolo 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. Da dicembre 2023 c’è stato un ordine di cattura per una persona della famiglia Atala, che è ancora latitante. Portare a giudizio questo gruppo economico che sta dietro l’impresa Desa è l’obiettivo principale che abbiamo oggi nella nostra ricerca di giustizia. Non ci sono precedenti di procedimenti giudiziari nei confronti di banche per i loro finanziamenti a livello internazionale. Abbiamo querelato il banco olandese FMO per questo loro finanziamento e il legame con l’assassinio ed è la prima volta che accade. Una procura in Olanda – poche settimane fa – ci ha detto che non vuole indagare l’FMO perché non sa cosa incontrerà. Ora stiamo lottando in una corte d’appello in Olanda perché ordini alla procura di fare comunque una indagine su questa banca. Berta diceva spesso che le lotte non fossero tante, ma una. Ci puoi dire cosa volesse dire con questo? Mia mamma ha sempre pensato che lottare solo per una tematica fosse restringere la nostra capacità di organizzare la lotta. Lei diceva che quando stiamo parlando della difesa e della protezione dei fiumi dobbiamo al tempo stesso vedere l’importanza della lotta per la difesa delle donne. A volte è difficile perché siamo obbligate a fare tante lotte allo stesso tempo ma è anche un modo per apprendere e per crescere. Questo sistema ci domina in maniera molteplice. Per questo nella vita quotidiana dobbiamo riuscire a condurre una lotta il più integrale possibile per riuscire ad affrontare le molteplici dominazioni di questo sistema di morte. E’ importante anche che le lotte siano connesse a livello internazionale e che quindi si lotti qui ma anche in Honduras, Messico e Colombia. Che possibilità ci sono ora in Honduras – in una situazione politica così difficile – di articolazione e convergenza delle lotte tra le tante realtà che si organizzano ? La possibilità c’è, bisogna affinare strumenti che ci permettano di articolare queste esperienze e costruire convergenza. A volte è più facile unirsi proprio per via delle avversità che si affrontano. Per questo va accresciuta la nostra capacità di ascoltarci, di lavorare assieme, di comprenderci, ma è importante condividere un fondamento etico che possa tenere assieme la pluralità delle lotte. Dobbiamo trovare il modo per tornare a umanizzarci e uscire fuori da un sistema capitalista che ci vuole sottrarre da qualunque ruolo per renderci persone pronte a consumare. Recentemente è stata approvata una legge per favorire le imprese agroindustriali contro i diritti delle organizzazioni contadine nei territori. Questo sarà uno scenario per poter costruire nuove convergenze e lotte comuni. Foto di copertina di Copinh Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte» proviene da DINAMOpress.
July 2, 2026
DINAMOpress
Perù: Rafforzare la comunità e l’organizzazione per resistere e difendere il futuro dei territori
Mentre il Paese si prepara ad affrontare una nuova fase politica, tutto lascia intendere che l’estrattivismo continuerà a occupare un posto di rilievo nell’agenda nazionale. I segnali sono chiari. Negli ultimi anni sono state approvate norme che indeboliscono le istituzioni ambientali, limitano la partecipazione dei cittadini e criminalizzano la protesta contro i danni subiti dalle comunità a causa dei metalli pesanti e dell’inquinamento ambientale. Le ultime norme favoriscono l’espansione delle attività estrattive a scapito dei diritti delle comunità. A ciò si aggiunge uno scenario politico in cui la grande industria mineraria si profila come uno dei principali pilastri del prossimo governo. Il fujimorismo è stato uno dei principali promotori di norme che riducono i requisiti ambientali e che hanno progressivamente indebolito il quadro dei diritti dei cittadini, consolidando un modello di sviluppo che pone l’estrazione delle risorse al di sopra dei diritti umani, della protezione degli ecosistemi e dell’autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, questa storia non inizia oggi. Né finisce con un cambio di governo. Nei territori esiste una memoria che continua a vivere, costruita da comunità contadine, popoli indigeni, ronde contadine, organizzazioni sociali, lavoratori e difensori dei diritti che per decenni hanno sostenuto la difesa dell’acqua, della terra, degli ecosistemi e dei diritti collettivi. Quella memoria costituisce uno dei maggiori punti di forza del movimento sociale di fronte a un contesto sempre più avverso. LE ALTRE VOCI Tra il 24 e il 26 giugno, mentre Lima ospitava il Congresso mondiale delle miniere, si sono riuniti anche coloro che raramente vengono invitati negli spazi in cui si definisce il futuro del settore. Comunità colpite, organizzazioni sociali, popoli indigeni, lavoratori minerari e difensori dei diritti hanno ricordato che non esiste un vero dibattito sull’estrazione mineraria quando le voci dei territori rimangono ai margini delle decisioni. Questa è stata l’essenza del Forum Sociale «Le Altre Voci», uno spazio che ha rivendicato la necessità di porre al centro la democrazia, i diritti e la tutela dei territori. Le preoccupazioni espresse in quell’incontro non sono nuove. I conflitti socio-ambientali persistono, la pressione sulle risorse idriche continua e i meccanismi di tutela ambientale e lavorativa si indeboliscono, mentre l’estrazione mineraria informale e illegale continua ad espandersi al riparo di una debole presenza statale. Allo stesso tempo, le attività estrattive avanzano verso le sorgenti dei bacini idrografici, i territori indigeni, i ghiacciai, le valli agricole e gli ecosistemi strategici, senza che il Paese abbia definito una pianificazione territoriale che consenta di stabilire collettivamente quali attività siano compatibili con la vita e quali no. QUALI RIVENDICAZIONI SARANNO ASCOLTATE IN UNO SCENARIO DI POLARIZZAZIONE POLITICA? In questo contesto sorge una domanda fondamentale. Ci sarà spazio affinché le rivendicazioni delle comunità siano ascoltate in uno scenario segnato dalla polarizzazione politica e dalla crescente influenza degli interessi estrattivi? Esisterà la volontà di discutere una nuova governance mineraria quando da diversi settori del potere si insiste nel ridurre il dibattito alla crescita economica e agli investimenti? Queste domande non esprimono rassegnazione. Esprimono la necessità di mantenere una vigilanza costante e di rafforzare l’organizzazione sociale come condizione indispensabile per la difesa dei diritti. L’esperienza dimostra che i principali progressi in materia ambientale, territoriale e di diritti umani non sono scaturiti da concessioni spontanee del potere politico o economico, ma sono il risultato della mobilitazione, del coordinamento tra le organizzazioni e della tenacia delle comunità. LA GIUSTIZIA AMBIENTALE CONTINUERÀ A ESSERE UN COMPITO COLLETTIVO CHE POTRÀ ESSERE REALIZZATO SOLO ATTRAVERSO L’ORGANIZZAZIONE E LA SOLIDARIETÀ Per questo motivo, il momento attuale richiede di rafforzare le capacità delle organizzazioni sociali, rinnovare gli spazi di incontro e costruire alleanze più ampie tra comunità, popoli indigeni, lavoratori, collettivi giovanili, organizzazioni ambientaliste, mondo accademico e settori impegnati nella difesa della democrazia e dei beni comuni. In tempi di frammentazione, la coordinazione diventa una strategia politica indispensabile. Nessuna organizzazione potrà affrontare da sola l’avanzata di un modello estrattivo sostenuto da riforme legislative, interessi imprenditoriali e decisioni governative sempre più allineate. Sarà inoltre necessario mantenere viva la memoria delle lotte che hanno segnato la storia recente del Paese. Ricordare coloro che hanno difeso i propri territori non significa rimanere ancorati al passato. Significa riconoscere che le rivendicazioni in materia di giustizia ambientale, partecipazione effettiva, tutela dell’acqua, rispetto dei diritti del lavoro e garanzia dei diritti collettivi continuano ad essere attuali. La memoria rafforza l’identità dei movimenti sociali e impedisce che le stesse violazioni si ripetano sotto nuove forme. LA DEMOCRAZIA SI COSTRUISCE ANCHE A PARTIRE DAI TERRITORI Noi della Rete Muqui sosteniamo che il futuro del Paese non possa essere costruito mettendo a tacere chi abita i territori in cui vengono estratti i minerali. Non ci sarà fiducia finché le decisioni verranno prese senza un’effettiva partecipazione. Non ci sarà trasformazione se questa non fa che aggravare le disuguaglianze esistenti. Né basterà l’innovazione tecnologica se non si affrontano le cause strutturali dei conflitti, dell’inquinamento, della precarietà lavorativa e dell’esclusione delle comunità dalle decisioni che incidono sul loro presente e sul loro futuro. Le proposte avanzate dalle organizzazioni durante il Forum Sociale costituiscono una tabella di marcia per avanzare verso una governance mineraria democratica. L’effettiva partecipazione delle comunità, la protezione degli ecosistemi e delle risorse idriche, la garanzia dei diritti umani, una distribuzione più equa dei benefici, una risposta integrale al fenomeno dell’estrazione mineraria illegale e il rafforzamento dei diritti del lavoro non sono richieste astratte: rispondono a problemi concreti e a necessità urgenti del Paese. I prossimi anni saranno probabilmente segnati da una nuova offensiva estrattiva. Proprio per questo sarà ancora più importante rafforzare l’organizzazione, ampliare le alleanze, sostenere l’incidenza politica e mantenere aperte le possibilità di costruire alternative all’attuale modello di sviluppo. La resistenza non consiste solo nell’opporsi. Implica anche organizzarsi, immaginare e costruire un Paese in cui la democrazia si eserciti a partire dai territori, in cui il benessere collettivo prevalga sull’interesse particolare e in cui le altre voci smettano di essere considerate marginali per diventare protagoniste delle decisioni che definiranno il futuro del Perù. Lilian Oscco, segretaria esecutiva della Rete Muqui L’articolo originale è disponibile all’indirizzo: https://muqui.org/editorial-fortalecer-la-comunidad-y-la-organizacion-para-resistir-y-para-defender-el-futuro-de-los-territorios/   Redacción Perú
July 1, 2026
Pressenza
ONDA ANOMALA: “MONTAGNE IN POLVERE” MINACCE E ATTI VANDALICI CONTRO CHI MANIFESTA A DIFESA DELLE ALPI APUANE
“Onda Anomala”- Notizie eventi movimenti dal clima che cambia, la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto all’interno della casetta degli attrezzi del martedi pomeriggio alle 18.45 in replica il mercoledi in apertura di trasmissioni alle 6.30. Una trentina di automobili danneggiate al termine di una manifestazione pacifica contro l’escavazione sulle Alpi Apuane. È quanto accaduto domenica 7 giugno in Val Serenaia, nel comune di Minucciano (Lucca), dove oltre 300 persone hanno partecipato all’iniziativa “Montagne in polvere”, una camminata consapevole promossa dall’associazione Apuane Libere, con il sostegno di tante altre realta’, per richiamare l’attenzione sugli effetti dell’attività estrattiva nel territorio. Dopo oltre tre ore di cammino lungo la via delle cave i partecipanti hanno trovato decine di auto danneggiate con calci, graffi, vetri rotti e scritte. La situazione è stata tesa fin dall’inizio: sul luogo di incontro i partecipanti hanno infatti trovato una trentina di persone con atteggiamento ostile e arrogante. Il CAI Toscana in un comunicato parla di “un vero e proprio atto intimidatorio”. L’associazione organizzatrice, Apuane Libere, sui social ha parlato apertamente di “mafia del marmo”: “Chi pensa di difendere le cave vandalizzando le auto di chi cammina in montagna sta mostrando il volto reale di questo sistema”. “Le nostre montagne appartengono a tutto, e non saranno minacce, intimidazioni o atti vandalici a impedirci di difenderle” prosegue il comunicato. Alpinisti, escursionisti e ambientalisti locali è da oltre 30 anni che continuato a impegnarsi con intelligenza e coraggio per dire basta all’estrattivismo selvaggio delle Apuane, ma senza esito. Governare e controllare un settore lucroso come l’estrazione del marmo non è certamente facile, ma fino a oggi non ci ha provato nessuno. La perimetrazione del Parco regionale delle Apuane, istituito nel lontano 1985, è stata disegnata in modo da escludere dall’area protetta le cave, e poi ridotta per eliminare altri possibili conflitti. La Regione Toscana e i Comuni interessati, da Massa e Carrara fino ai piccoli centri di montagna, hanno fatto poco o nulla per controllare le cave, e non hanno mai sfidato la potente corporazione dei cavatori. Recentemente è stata autorizzata la riapertura di due cave dismesse. Nella puntata dio Onda Anomala di martedi 23 giugno abbiamo sentito il racconto di Camilla e Caterina di APE Firenze presenti all’iniziativa Ascolta o scarica 
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres
INCONTRO CON LA COORDINATRICE DEL CONSIGLIO CIVICO DELLE ORGANIZZAZIONI POPOLARI E INDIGENE DELL’HONDURAS (COPINH), BERTHA ZÚÑIGA CÁCERES, SPESSO CHIAMATA AFFETTUOSAMENTE BERTITA, FIGLIA DI BERTA CÁCERES. LA DIFESA DEL POPOLO LENCA, LA MEMORIA DELLA MADRE, IL COLONIALISMO VERDE, LA RESPONSABILITÀ DELLE BANCHE EUROPEE E LA NECESSITÀ DI PASSARE OVUNQUE DALLA RESISTENZA ALLA COSTRUZIONE DI ALTERNATIVE. L’AVVERTIMENTO DEI POPOLI INDIGENI AL MONDO Bertha Zúñiga Cáceres è coordinatrice generale del COPINH, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras. È figlia di Berta Cáceres, indigena Lenca, femminista, ambientalista, fondatrice del COPINH, assassinata il 2 marzo 2016 per la sua opposizione al progetto idroelettrico Agua Zarca sul fiume Gualcarque, sacro per il popolo Lenca. In questa intervista, Bertha parla della propria formazione politica, del rapporto con la madre, delle lotte del COPINH per il riconoscimento dei territori indigeni, della difesa dei fiumi e dei boschi, ma anche della costruzione di esperienze comunitarie alternative. Al centro dell’intervista c’è una critica netta alla cosiddetta transizione ecologica quando diventa una nuova forma di estrattivismo: una transizione “verde” solo nel linguaggio, ma fondata ancora su colonialismo, razzismo e violenza contro le comunità indigene. Sei cresciuta dentro una lotta. In un certo senso non sei diventata difensora dei diritti umani con il tempo ma sei nata in quel mondo, dentro l’esperienza del COPINH, accanto a tua madre. Ti sei mai chiesta se fosse una scelta? Hai mai pensato: “Non voglio più lottare”? Credo che siano vere entrambe le cose. Da una parte non è una scelta, o almeno non la si vive subito come una scelta. È come se fossi nata lì, come se quella fosse la maniera in cui ho imparato a vivere. Quando ero bambina, però, vedevo le situazioni di pericolo che affrontavano le persone del COPINH. A un certo punto ho chiesto a mia madre e alle persone della mia famiglia perché continuassero a fare tutto questo, perché non facessero qualcosa che io allora consideravo più “normale”. Ricordo che mia madre fu molto ferma. Mi disse: “Tu adesso non lo capisci, ma questa è una responsabilità per noi. Le mie figlie non saranno indifferenti alla mia lotta”. Lei aveva conosciuto persone con ruoli di leadership sociale in altri luoghi i cui figli e figlie non volevano sapere nulla di quella lotta. E per questo ci interpellava continuamente. Ci diceva che avremmo dovuto fare ciò che volevamo della nostra vita, ma contribuendo alla libertà del nostro popolo. Lei parlava dell’emancipazione del popolo dalle sue radici. Diceva: “Lavorerete con il vostro popolo”. Era molto forte nel ricordarcelo. Poi la vita stessa ti ritrova, ti riporta sempre al tuo territorio, alla tua lotta. Per me, a un certo punto, questa lotta è diventata anche qualcosa di mio. Fa parte della mia storia, della storia del mio popolo, di ciò che ho imparato da altre persone della mia famiglia, dai compagni e dalle compagne. A un certo punto senti una responsabilità così grande che non hai più davvero la possibilità di scegliere. Diventa anche una necessità personale: essere parte di una storia. Ci sono molte generazioni prima di noi e ce ne saranno altre che continueranno questo cammino. Nelle interviste ti chiedono spesso di tua madre. È inevitabile, ed è giusto, ma tu oggi hai una tua posizione, una tua visione, una tua responsabilità politica. Come vivi questo ritorno continuo alla figura di Berta Cáceres? Quando ero bambina sono cresciuta molto dentro i movimenti sociali. C’erano molti riferimenti alle lotte rivoluzionarie. Per esempio, noi giocavamo a fare le guerrigliere: prendevamo uno zaino, un bastone, e dicevamo che eravamo guerrigliere. Era qualcosa di quotidiano… Nella mia famiglia, soprattutto mia nonna ammirava molto Fidel Castro. Una volta mia madre mi disse: “Non bisogna idealizzare le persone. Tutte le persone hanno molte cose buone, ma hanno anche difetti”. Io le chiesi: “Anche Fidel Castro?”. E lei mi rispose: “Sì, anche Fidel Castro”. Io non riuscivo a crederci… Mia madre mi ha insegnato anche questo: ogni persona ha il proprio modo di lottare. Ogni persona è insostituibile. Lei, per esempio, è una persona insostituibile nella nostra organizzazione. Noi diciamo sempre che è presente, che è viva, ed è così. Però la sua assenza ha lasciato un vuoto enorme. La forma di lotta che aveva lei non è qualcosa che qualcuno possa semplicemente riprodurre. Nessuno è arrivato a fare la stessa cosa. E certamente non io. A un certo punto ho avuto molte insicurezze. Anche se sono sempre stata parte del COPINH, non avevo mai avuto un incarico direttivo. Accettare il coordinamento del COPINH è stato molto difficile per me. Io volevo lottare, ma non volevo avere un incarico dentro l’organizzazione. Era una responsabilità enorme, un peso psicologico molto forte che sento ancora. Però so anche, e lei me lo diceva sempre, che ogni persona è unica, che ognuno avrà il proprio modo di lottare. Io non cercherò mai di rimpiazzarla, né di sostituirla, né di paragonarmi a lei. Lei è stata una persona immensa, con una grande esperienza, una grande intelligenza, una grande saggezza. Io so molto chiaramente di essere una persona diversa da lei. So che ciò che vivrò sarà simile, ma anche molto diverso. E allo stesso tempo mi sentirò sempre molto orgogliosa di lei. Il rapporto che ho con mia madre è un rapporto amoroso. Quando la ricordo, la ricordo con molto affetto. La sento soprattutto dentro quella relazione personale. Certo, per me è difficile dover parlare tanto di lei, vederla in video, vederla in foto, e allo stesso tempo custodire i miei ricordi personali, naturali, quotidiani. Però quello che dico sempre è che lei era la stessa come leader sociale e come madre. Così come chiedeva alla gente di lottare, lo chiedeva anche a noi. Aveva un carattere molto forte, ma era anche molto allegra. Godeva della lotta, rideva molto, faceva battute. Ricordo un episodio del 20 febbraio 2016. Il COPINH fece un’azione forte dentro l’area dell’impresa costruttrice del progetto idroelettrico. Fu una situazione durissima, molto tesa. C’erano poliziotti, militari. Fecero camminare le persone per circa otto ore, con bambini, neonati, anziani, perché non lasciarono passare gli autobus del COPINH. Io stavo monitorando quello che le stava accadendo. A un certo punto lei perse il segnale del telefono e io non seppi più nulla. Quando riprese la linea mi disse: “No, va tutto bene, ci stiamo riportando qui. Sono qui con il comandante Rosquilla”. Era un compagno, e lei lo chiamava così, “comandante Rosquilla”. Stava scherzando. Io pensavo: come si può, in una situazione così tremenda, ridere e raccontare barzellette? Ma era anche questo il mio rapporto con lei. Ed è una delle cose che ho imparato. -------------------------------------------------------------------------------- pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Nel mondo Berta Cáceres è spesso ricordata come martire dell’ecologismo. Ma la sua lotta era anche indigena, femminista, politica. Metteva al centro il popolo Lenca, i diritti collettivi, il ruolo delle donne nei movimenti sociali. Come recuperi oggi questa complessità? Una cosa molto presente nel pensiero del COPINH, e in buona parte questa visione è stata elaborata dalla nostra compagna Berta Cáceres, è che le lotte non si possono fare a pezzi. Non possono essere monotematiche. Non possiamo lottare solo per la terra. Non possiamo lottare solo per il nostro popolo. Nel momento stesso in cui lottiamo per la nostra terra, dobbiamo lottare anche per la Palestina, per il popolo curdo, per le comunità K’iche’ in Guatemala, per tanti altri popoli. Berta diceva sempre, ed è parte dell’analisi dei movimenti in America Latina, che quello che abbiamo davanti è un sistema che ci domina in molti modi. E quindi bisogna combatterlo nel modo più integrale possibile. Parlava del capitalismo, del patriarcato, del razzismo come strutture di dominazione. Per noi questa è anche la maniera di continuare la lotta. Che cosa sta accadendo oggi in Honduras? Quali sono le lotte principali del COPINH? Una lotta molto importante per noi, dentro l’eredità del COPINH, è una lotta che dura da più di trent’anni: il riconoscimento, da parte dello Stato honduregno, della proprietà della terra del popolo indigeno Lenca. Storicamente, da quando esiste come Stato, l’Honduras non ha fatto nulla per avanzare davvero nel riconoscimento dei territori dei popoli indigeni. Parliamo di terre che appartengono storicamente al popolo Lenca, anche se il suo territorio è stato ridotto. Una delle nostre lotte ancora aperte riguarda diverse comunità che chiedono allo Stato l’emissione di titoli comunitari, nei quali venga riconosciuto il possesso collettivo della terra. Questo è l’origine di molte altre violazioni dei diritti umani nei nostri territori. Allo stesso tempo, naturalmente, si è rafforzata la lotta in difesa dei fiumi, dei boschi, del territorio in generale e anche del sottosuolo, minacciato da alcuni progetti minerari. Ma c’è anche un altro elemento su cui riflettiamo molto e che fa parte della visione del COPINH: migliorare la qualità della vita del popolo Lenca. Noi viviamo una contraddizione. I popoli originari, e il popolo Lenca come parte di questi popoli, hanno vissuto un abbandono da parte dello Stato honduregno rispetto al compimento dei loro diritti. Lo Stato c’è quando si tratta di privatizzare le terre, quando si tratta di provare a cancellare la nostra identità come popolo Lenca. In quel caso lo Stato c’è. Ma non c’è per l’educazione, non c’è per la salute, non c’è per le strade, non c’è per i bisogni fondamentali delle comunità… Per questo anche noi ci siamo chieste come migliorare la qualità della vita a partire dalla situazione che abbiamo. Rivendichiamo la costruzione di un modello di vita che permetta di vivere in condizioni di maggiore giustizia e minore disuguaglianza, senza dover cedere i nostri diritti fondamentali. Per noi è anche un dovere della lotta storica del COPINH lavorare sull’articolazione dei movimenti. Sappiamo che il COPINH ha un riconoscimento importante in Honduras e anche in altri luoghi del mondo, ma ci sono altre organizzazioni che affrontano situazioni simili, spesso con meno capacità. In questi trent’anni abbiamo sviluppato molti apprendimenti. Sono strumenti che ci hanno permesso, per esempio, di ottenere la carcerazione di otto persone vincolate all’assassinio di mia madre, tra cui il presidente dell’impresa. Ma altre comunità stanno vivendo enormi difficoltà, soprattutto comunità piccole, con grande impegno ma anche con molte fragilità organizzative. Per noi è molto importante condividere questi apprendimenti. Oggi in Honduras siamo in un momento difficile. Ha assunto un nuovo governo da gennaio. Per noi è un governo che prosegue la linea di Juan Orlando Hernández, il narco-presidente, un governo criminale che ha implementato politiche di sicurezza e di persecuzione. Sotto quel governo è stata assassinata mia madre, insieme a molte altre persone in Honduras. C’è stata anche una persecuzione molto forte contro la lotta del COPINH. Noi diciamo sempre che l’intenzione dell’assassinio di mia madre era porre fine alla lotta del popolo Lenca e, in modo specifico, alla lotta del COPINH. È un momento complicato. Ma vogliamo affrontare questa situazione, portare più coscienza in altri luoghi del paese, ad altre persone del popolo honduregno, e far emergere anche quella forza di articolazione che esiste in altri territori fuori dalle frontiere dell’Honduras. Il COPINH non è solo denuncia e resistenza. Costruisce radio comunitarie, fa formazione politica, agroecologia, crea spazi di cura… È attraversato da una ricerca del buen vivir comunitario. Come discutete internamente questo passaggio dalla resistenza alla costruzione di alternative? Questa discussione si è ampliata. Noi partecipiamo a uno spazio che si chiama Reencuentro Mesoamericano de Movimientos en Resistencia. Lì ci siamo sfidate a non limitarci a resistere. Molti popoli hanno mostrato la propria capacità di difendere i territori, di reagire davanti a un attacco, di ottenere alcune vittorie nonostante l’assedio. Però ci siamo anche sfidate a costruire. Diciamo: passiamo dalla resistenza anche alla costruzione. I governi e le imprese non vogliono che costruiamo. Per questo ci attaccano tanto e ci tolgono la possibilità di avere il tempo per pensare. Viviamo tra allarmi, emergenze, allerte permanenti. Questo non ci dà la possibilità di costruire. Eppure questa è parte della nostra consegna come movimento. Abbiamo fatto scambi molto belli per imparare, per esempio, sullo sviluppo delle energie comunitarie o delle ecotecnologie, e su come queste possano rispondere ai bisogni fondamentali delle comunità. Vogliamo costruirle noi, con le nostre risorse, nel modo che riteniamo giusto, senza aspettare che arrivi lo Stato, che spesso non arriva mai nelle comunità, o che arrivi un’impresa a ricattarci.La logica è sempre stata questa: volete una diga? Allora vi diamo salute, strade, ospedali. Però dovete approvare la diga. Questa è la logica dell’estrattivismo. I popoli originari, le comunità rurali, molte comunità contadine sono diventate la spazzatura del sistema capitalista. Siamo il luogo in cui il sistema getta i propri rifiuti. Siamo il luogo dove finisce tutto ciò che di peggio produce il capitalismo. Com’è possibile che in Europa si paghino crediti di carbonio, che ci siano imprese che fanno affari con l’ossigeno prodotto dai boschi delle nostre comunità, quando noi siamo quelli che hanno contaminato meno? In Honduras l’85 per cento dei boschi e delle montagne si trova in comunità indigene. Perché le pressioni dobbiamo pagarle noi, se siamo quelli che hanno contaminato meno? Mi sembra importante che le persone europee impegnate sulle questioni ambientali tengano questo dentro le proprie riflessioni. Altrimenti ci lasciamo avvolgere da cose apparentemente ecologiche o verdi, che in realtà sono affari e nuove forme di colonialismo. In Europa si parla di transizione energetica, energie rinnovabili, progetti per il clima. Ma spesso questi progetti, nei territori del Sud globale, si traducono in sfruttamento, imposizione e violazione dei beni comuni. Come denunciate questo meccanismo? Abbiamo iniziato questa visita nei Paesi Bassi, dove si trova la banca di sviluppo olandese FMO, una delle banche che finanziarono la diga Agua Zarca, che si voleva costruire nella comunità di Río Blanco. Già prima di essere assassinata, mia madre aveva comunicato con questa banca e le aveva detto di non coinvolgersi nel finanziamento del progetto, perché era un progetto che violava i diritti delle comunità. Nel momento in cui la banca si coinvolse, era già stato assassinato il compagno Tomás García, presidente del Consiglio indigeno. Furono persino contrattate imprese per realizzare una specie di audit, o relazioni, sulla situazione nella comunità. Alla fine, in una di queste relazioni si concluse che il 67 per cento dei fondi erogati per la costruzione del progetto era stato deviato per commettere attività illecite. Attività che, sostanzialmente, servivano ad attaccare e neutralizzare la lotta del COPINH, compresa la lotta di mia madre in difesa del sacro fiume Gualcarque. Per noi è chiaro che esiste una nuova offensiva: ciò che viene chiamato colonialismo verde. Le imprese stanno esercitando pressione. Quando parliamo di FMO, non parliamo solo del denaro dato per quel progetto. Mia madre ci disse, prima di morire: “Credo che sarà difficile fermare questo progetto. O si attiva una lotta molto forte a livello comunitario, che renda impossibile la costruzione, oppure l’altra strategia è impedire che il denaro proveniente da quei fondi arrivi all’impresa”. Loro diedero il denaro, ma diedero anche appoggio politico. Per esempio, la banca diceva che lì non c’erano comunità indigene. E noi dicevamo: chi è una banca olandese per dire se esiste o non esiste un popolo originario? La banca ha sempre sostenuto l’impresa. La prima volta che venimmo in Europa, proprio nei Paesi Bassi, fu dieci anni fa. Parlammo con il direttore della banca. Lui disse: “È molto triste tutto quello che mi avete raccontato, però datemi le prove, perché io non vi credo”. Questa è un’attitudine razzista, discriminatoria. Esiste un pregiudizio: siamo noi a dover provare che un’impresa ha esercitato violenza sistematica e che ha assassinato persone. Eppure, fino a poco tempo fa, la banca continuava a dire che il COPINH era un’organizzazione violenta, come se questo giustificasse la violenza vissuta da parte dello Stato e dell’impresa. È una situazione preoccupante. Il 51 per cento delle azioni di FMO appartiene allo Stato olandese, e il 95 per cento delle azioni di Finnfund appartiene allo Stato finlandese. Non c’è soltanto la responsabilità di una banca: c’è anche la responsabilità di Stati che usano denaro del popolo olandese e del popolo finlandese per finanziare violenza. Quali alleanze sono possibili con i movimenti europei? In questi dieci anni di lotta per la giustizia, la solidarietà internazionale è stata decisiva, in molti modi. Una forma importante è stata l’alleanza per fare ricerca. In Honduras, e più in generale in America Latina, il tema della trasparenza diventa sempre più complesso, soprattutto man mano che avanzano governi più autoritari e meno democratici. Indagare su chi c’è dietro lo sviluppo di un progetto che viola i diritti umani è una parte molto importante. È anche grazie a ricerche realizzate da qui che abbiamo scoperto il coinvolgimento di una banca olandese nel progetto. Un’altra parte è la possibilità di realizzare azioni concrete di solidarietà: abbiamo creato brigate per andare in Honduras, osservatori, scambi di comunicazione, abbiamo ricevuto sostegno per le traduzioni, per condividere notizie, perché viviamo anche molti blocchi mediatici. Abbiamo ancora alleanze molto importanti, che ci hanno permesso, per esempio, di avere una rappresentanza legale nei Paesi Bassi e di denunciare la banca FMO, una delle banche coinvolte. Per noi, che veniamo da comunità dove già in Honduras è difficile avere avvocati, avere un avvocato o un’équipe di avvocati a livello internazionale sarebbe quasi impossibile senza gesti di solidarietà e senza la reazione di altri movimenti. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La profezia dei fiumi. Intervista a Bertha Zúñiga Cáceres proviene da Comune-info.
June 19, 2026
Comune-info
[2026-06-17] Latinoamerica contro l'estrattivismo capitalista @ LOA Acrobax
LATINOAMERICA CONTRO L'ESTRATTIVISMO CAPITALISTA LOA Acrobax - Via della Vasca Navale 6, Rome, Metro B San Paolo (mercoledì, 17 giugno 18:00) La difesa della terra e la lotta ecologista in America Latina sono spesso sinonimo di resistenza indigena. Sono infatti i popoli originari tra i più esposti alle conseguenze dell'incessante sfruttamento coloniale delle risorse, operato da multinazionali e imprese. Questo accade perchè spesso le popolazioni indigene vivono in zone rurali, foreste, montagne: ecosistemi ancora preservati ma sempre più minacciati. Le resistenze ecologiste che questi popoli agiscono sono motivo di grande ispirazione. Sono resistenze comunitarie e collettive che nascono da una relazione con la terra e con le risorse che rifiuta la logica dello sfruttamento a fini di profitto e cerca la protezione dell'ambiente per le generazioni future. Sono resistenze radicalmente anticapitaliste che mettono a nudo quanto la ricchezza nel nord globale sia figlia dell'incessante sfruttamento di risorse nel sud globale. Sono resistenze di persone per le quali la vita diventa lotta e la lotta diventa unico modo per riuscire a vivere nel posto dove hai le radici. Sono resistenze che a volte costano la vita, come nel caso di Berta Cáceres del COPINH in Honduras, per la quale, a dieci anni dal suo assassinio, continuiamo a chiedere verità e giustizia. Il 17 giugno, saranno assieme ad Acrobax due attiviste honduregne del Copinh, tra cui la figlia di Berta Cáceres, e due attiviste e leader di Popoli Indigeni dell'Amazzonia brasiliana. Nelle due esperienze molte sono le trame comuni e i punti di contatto, dal valore dell'acqua al pericolo che vive chi difende l'ambiente e cerca di salvaguardare le terre ancestrali. Non è un caso che a portare queste esperienze siano donne: in tutto il mondo le donne indigene sono oggi tra le protagoniste più coraggiose della difesa dei territori e dei beni comuni. A conclusione dell'iniziativa sarà proiettato il video di Will Parrinello sugli ultimi sviluppi del caso dell'omicidio di Berta Cáceres, insieme ai trailer "Amazon: The new Minamata?", che racconta la lotta del Popolo Munduruku contro l'estrazione di oro, e "Yanuni", dedicato all'impegno di Juma Xipaia nella difesa dell'Amazzonia.
June 12, 2026
Gancio de Roma
AMERICA LATINA: UN CORPO CHE CAMMINA
Mappatura delle alternative all’economia sociale in America Latina.Il Il pdf di “El cuerpo que camina” è scaricabile QUI Sul portale ecor.network1 il 24 maggio scorso è stato presentato (e reso scaricabile in pdf) un lavoro di Mar Soler Masgrau2, che ispirandosi al concetto di Corpo-Territorio paragona l’America latina ad un corpo e cerca di delinearne le malattie.     America
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano