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Guatemala, il cambiamento tradito di Arévalo
Dalla vittoria del 2023 alle promesse mancate: il presidente non è riuscito a spezzare il potere del “patto dei corrotti” né a costruire un rapporto stabile con i movimenti che lo avevano sostenuto. A meno di un anno dalle elezioni, crescono disincanto, proteste e timori per il ritorno delle oligarchie di Giorgio Trucchi (*) La vittoria elettorale di Bernardo Arévalo
Congo, il cancro dell’estrattivismo hi-tech e di guerra
Miniere che invadono foreste, condizioni di lavoro infernali, minerali estratti in aree di conflitto per nutrire le industrie militari e dell’elettronica Fra i cinque punti del Piano per la pace nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), diffuso giorni fa da Denis Mukwege, chirurgo e premio Nobel, c’è la riforma strutturale delle catene di approvvigionamento dei minerali in tutto il paese. Non è un caso: il conflitto multiforme che da decenni tormenta soprattutto la regione orientale del Kivu viene alimentato dagli appetiti per le ricchezze del sottosuolo. Un sistema mortale di sfruttamento che giova ai circuiti commerciali internazionali: i minerali congolesi sono indispensabili per la rivoluzione tecnologica mondiale – anche militare. Leggi l'articolo su "Il Manifesto"
Fermare le devastazioni: a Roma il 24 ottobre per…
… per un’assemblea nazionale dei movimenti: la proposta della Campagna “Per il Clima – Fuori dal Fossile”   TERRITORI IN CAMMINO CONTRO FOSSILE E GUERRA PER LA GIUSTIZIA CLIMATICA E SOCIALE Uscire dal capitalismo estrattivista, fermare la devastazione e il saccheggio. Insieme si deve e si può! Gli ulteriori e spaventosi passi verso una deflagrazione globale dopo l’attacco militare israelo-statunitense
September 18, 2026
La Bottega del Barbieri
Materiali Seminario IA #02 | Lotte contro i Data Center tra ecologia politica e riappropriazione della ricchezza – di Centro sociale Sos Fornace
Nel territorio del rhodense, la narrazione patinata della "Smart City" e del progresso digitale promossa congiuntamente da Regione Lombardia e dalle amministrazioni locali si scontra con una realtà ben più cruda: l'ennesima speculazione ai danni delle comunità territoriali. L'insediamento dei grandi Data Center non è un processo neutrale né un'opportunità di sviluppo, ma il [...]
September 14, 2026
Effimera
L’OndataCenter ci sommergerà?
Le riflessioni di «La Terra Trema» e Folletto25603. L’appuntamento è il 27 settembre ad Abbiategrasso (Milano). IL VOLTO REALE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA FINE DELL’INVISIBILITÀ DEL CAPITALISMO CIBERNETICO (1)  di La Terra Trema | Folletto25603 immagini Edoardo Pellegrini Il capitalismo digitale occidentale sta facendo dell’Italia, facile terra di conquista, colonia. Big tech, fondi di investimento e società a vario titolo
September 13, 2026
La Bottega del Barbieri
Tre giorni in Val d’Agri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Coordinamento Nazionale No Triv -------------------------------------------------------------------------------- L’estrattivismo, la violenta estrazione di sostanze contenute nel cuore della Terra, costituisce da oltre due secoli la principale attività del capitalismo, nelle sue forme primitive di accumulazione e, oggi, come immissione nella catena del valore di quanto alimenta l’economia digitale, produzione centralizzata nelle mani di pochi enormi magnati. A sostegno di questa espropriazione si sono avute e si hanno le modalità più brutali del colonialismo, da cui originano tutti i conflitti che insanguinano lo scenario mondiale. L’Italia, con il suo impero da tragica operetta nel corno d’Africa e in Libia non è stata da meno dei grandi imperi europei. Ma oggi le vene aperte della Terra, per un tragico giro dei destini politici, sono quelle di alcune regioni italiane. Il Sud, dal Risorgimento parte residuale dello stato unitario, nella sua debolezza strutturale, ne fa le spese. L’antico toponimo contadino “Tempa Rossa”, è oggi il nome di un insediamento estrattivo, in Basilicata. La “timpa” in dialetto lucano è la collina, un innalzarsi del terreno fra i calanchi, un “coltivo” comunitario in una zona dimenticata dal cristo. Oggi, ai più potrebbe ricordare il nome di un capo pellerossa. La lotta delle popolazioni locali contro l’uomo bianco del capitale, ha il carattere di quella fierezza resistente, di quella saggezza e conoscenza antica. Questo articolo parla di questo. (Renata Puleo, Collettivo Educazione Ecologica e Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università) -------------------------------------------------------------------------------- La mobilitazione L’organizzazione di una tre giorni in Val d’Agri, in Basilicata, è nata sulla spinta di dinamiche di valorizzazione orizzontale e della oggettiva convergenza di molte lotte che si sviluppate nel corso degli ultimi tre anni. Esse hanno trovato linfa vitale nelle mobilitazioni internazionali contro i rischi di Terza Guerra Mondiale, nella difesa del diritto di autodeterminazione e contro il genocidio del popolo palestinese, contro le continue aggressioni imperialiste in atto concepite e attuate dal diabolico duo USA/Israele ai danni di Yemen, Siria, Iraq, Venezuela, Iran, Cuba. Non ultimo, nella necessità di contrastare il surriscaldamento climatico, di difendere il diritto all’acqua pubblica, oggetto di un referendum popolare il cui clamoroso esito è stato aggirato. La progressiva distruzione del welfare, la privatizzazione di sanità e sistema di istruzione, l’impoverimento del mondo del lavoro per qualità produttiva e reddito, hanno fatto emergere interessi, identità, sensibilità politico/culturali, capacità organizzative intergenerazionali. Dalla necessità di una ricomposizione politica e sociale che fosse in grado di squarciare il velo del silenzio calato su quanto accade nei territori lucani, per la presenza di due fra i più grandi giacimenti di idrocarburi in terra ferma in Europa (COVA di Viggiano e Tempa Rossa di Corleto Perticara, Regione Basilicata), da decenni assoggettati agli interessi delle multinazionali estrattive di idrocarburi e attraversati da profondi processi di privatizzazione, è nata la tre giorni promossa dal Coordinamento No Triv Basilicata e dall’Osservatorio Popolare Val d’Agri, col patrocinio del Comune di Spinoso. Si è trattato di avviare la lettura delle dinamiche mondiali a partire dal corpo vivo del territorio, dalle sue ferite e dai suoi bisogni, nel momento in cui la questione energetica irrompe a livello mondiale nel cuore della crisi degli equilibri geopolitici e del capitalismo. Tra i principali obiettivi dell’iniziativa è prevalso quello di tenere insieme e far dialogare realtà locali con soggetti in lotta in alte regioni e contesti. Il bisogno di confrontarsi, di conoscersi su uno dei teatri più interessati al fenomeno estrattivista, di cercare percorsi e soluzioni comuni, l’esigenza di uscire da forme di resistenza solo locali, di stringere alleanze e condividere obiettivi, è basata sull’assunto che la complessità della crisi stessa in atto (globale e locale) fa emergere con forza di intensità variabile la dimensione totalizzante: le resistenze sui territori sono il pane e le rose per l’elaborazione di un mondo degno di essere vissuto. Prima giornata Grazie al prezioso patrocinio dell’amministrazione locale di Spinoso in Val d’Agri, la tre giorni ha preso avvio venerdì 24 luglio. Dopo l’inaugurazione della mostra fotografica“Cattive Acque/ Dark Waters. L’eredità tossica di Eni in Basilicata e nel Delta del Niger”, nata da un’inchiesta di Ekpali Saint, Giuditta Pellegrini e Vittoria Torsello, col supporto di Journalismfund Europe nel seicentesco Palazzo Ranone, in piazza a Spinoso, l’incontro ha avuto come focus La cura agroecologica alla tossicodipendenza da petrolio della produzione e distribuzione di cibo. Seguendo le tracce dei carotaggi e della infrastrutturazione di supporto alla ricerca, i partecipanti hanno attraversato il territorio tra le valli dell’Agri e del Sauro, tra pozzi e centri oli, sorgenti d’acqua e laghi, boschi, pascoli e seminativi. Associazioni impegnate nella promozione e nella pratica dell’agricoltura biologica hanno discusso in piazza la difesa della salute pubblica, la transizione energetica oltre il fossile e il nucleare, tenendo costantemente lo sguardo fisso agli scenari di guerra in atto, aggressioni scatenate per e con il controllo del petrolio e delle materie prime. Il confronto si è articolato, dentro il grande arcipelago delle tante e diverse soggettività impegnate in vertenze ambientali, intorno a quel che resta del diritto internazionale umanitario, alla necessità di difesa alla mobilità migrante, fenomeno sociale continuamente oggetto della peggiore propaganda politica del governo in carica (si veda la recente, e per certi versi tragicamente ridicola, presa di posizione della presidente del Consiglio sui fatti di Ceuta e Melilla, nell’enclave spagnola in Marocco) Al tavolo, coordinato da Vincenzo Ritunnano sono intervenuti Gianni Fabbris (Altragricoltura, Confederazione sindacale per la sovranità alimentare), Gervasio Ungolo (Rivista Contadina, Terra Cibo Ecologia), Tonia Dileo (Distretto Agroecologico delle Murge e del Bradano), Francesco Lomonaco (Terra Comune alleanza per un cibo giusto), Luigi Iasci (ABACO Associazione consumatori), Ciccio Malvasi (Tavolo Verde). L’agricoltura paga un duro prezzo alla tossico-dipendenza dal petrolio, all’impatto delle estrazioni petrolifere, con la conseguente riduzione delle rese produttive. Al generale fenomeno del riscaldamento climatico, in questa terra si fanno i conti con l’inquinamento delle fonti d’acqua, dell’aria, dei suoli, delle reti alimentari, con tutto ciò che attiene alla rigenerazione delle matrici ambientali, della biodiversità, degli ecosistemici che sostengono la Vita. L’agricoltura è tornata, nel dibattito, al centro della riflessione sulla riproduzione sociale a partire dal protagonismo di chi lavora la terra e dal tema della qualità del cibo prodotto: solo un modello decentrato – è stato ribadito – favorisce una transizione energetica ecologicamente trasformativa, un metabolismo uomo-natura rispettoso degli scambi e delle interferenze fra viventi, di ogni specie. La transizione agroecologica si impone per il suo impianto circolare, basato sulla chiusura dei cicli di materia ed energia a livello di ogni piccola azienda, in aperta contrapposizione al modello verticale e centralistico praticato dai grandi monopoli agro-economici. Ben oltre le sirene del capitalismo verde e del mito di una sostenibilità fittizia: le attuali centralizzazioni-concentrazioni della ricchezza, della terra, dell’acqua, nelle mani di pochi, non sono sostenibili per definizione. Serve un’alternativa rivoluzionaria capace di abbattere gli assetti attuali che puntano tutto sulla deregolamentazione dei mercati reali e finanziari, sulla tecnologia ad alto contenuto di capitale, sulla brevettazione del vivente, sugli organismi geneticamente modificati, la robotizzazione e la digitalizzazione delle fabbriche del cibo. Un’alternativa capace di smontare quella promossa dal gigante della filiera (circa duemila aziende) Eni – Coldiretti sotto il marchio “Io sono lucano”, una lotta capace di tenere al centro lo sfruttamento del lavoro industriale e la caduta del reddito per chi lavora la terra. Nella piazza di Spinoso, Enzo Alliegro, antropologo viggianese e docente presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (Il Totem nero. Petrolio, sviluppo e conflitti in Basilicata, Cortina, Milano, 2012), ha fornito un’interessante anteprima alla sessione di lavoro Salute, ambiente, estrazioni, energia, bonifiche, democrazia. Sono stati messi a fuoco, con le chiavi di lettura storico/economica, sociologica ed antropologica, i nodi principali che hanno visto stravolgere l’assetto politico, economico, culturale, della Basilicata. La regione, da agricola è andata assumendo man mano il ruolo di hub energetico, già molto prima del cosiddetto Piano Mattei, nonché di sito unico delle scorie nucleari e dei progetti sui data centers. Sono stati resi pubblici i primi stralci degli esiti del Progetto Regionale LucAS (Lucania Ambiente e Salute), mentre i dati dell’epidemiologia geografica sono stati forniti dall’epidemiologo, coordinatore del progetto di ricerca Citizen science, Annibale Biggeri, un apporto scientifico e metodologico originale, affiancato a quello di soggetti ed enti istituzionali, la regione Basilicata, l’ASP (Agenzia Sanitaria Provinciale), l’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambientale) e l’ ISS, (Istituto Superiore di Sanità). I dati riguardanti la prima fase dei quesiti di ricerca dell’epidemiologia geografica delle diverse aree a rischio della regione, tra cui la Val d’Agri, non sono di certo incoraggianti. Tra 2015 e 2023 nei 15 comuni valdagrini “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause di comorbilità, […] un decesso in più ogni 11 giorni, tumori maligni […] per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese, e malattie circolatorie”. La presenza di Giambattista Mele, medico di base e rappresentante di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), è stata cruciale, sia per la critica esercitata su un progetto chiuso e calato dall’alto (pagato con 25 milioni di euro dalle compagnie estrattive), sia per la conferma sostanziale dei dati del progetto VIS (Valutazione di Impatto Sanitario), che, presentato già nel 2017 da Fabrizio Bianchi del CNRdi Pisa, a Viggiano, si era avvalso delle migliori collaborazioni scientifiche disponibili e di un impianto metodologico di avanguardia a livello internazionale. Mele, citando Bianchi. ha infatti rimarcato che i primi risultati LucAS (Lucania Ambiente e Salute), arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti per profili di salute, con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata a poco più di 34.000 abitanti. Nonostante, i forti investimenti profusi per gli studi, risalta una voluta arretratezza nel disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali. Gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono infatti che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute. Resta il fatto che le politiche di prevenzione sono destinate a rimanere molto distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali. Quanti ulteriori studi, quanti altri anni, quanti altri morti in più la comunità dovrà accettare? I dati ci sono, il gioco perverso è nel prendere tempo puntando sulle diverse interpretazioni. Le emissioni degli impianti Cova Group Technology (COVA) e Tempa Rossa (TR), reperibili dal Registro Europeo delle emissioni industriali, risulterebbero di entità non rilevanti, ma neanche trascurabili. Nel 2025 COVA e TR hanno emesso 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate di emissioni di biossido di carbonio, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. Le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, confrontate con quelle in aree fortemente più contaminate da molte fonti emissive, quali la pianura Padana o gli insediamenti metropolitani, mettono in luce valori tuttavia superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico, dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 (le microparticelle in sospensione, che respiriamo) permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente. Quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Se ne beneficerebbe anche il sistema sanitario che la legge del 1978 prevedeva organizzato soprattutto sulla presa in carico della prevenzione. Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti, alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili. A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici e la valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento. Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. La Val d’Agri potrebbe diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento, un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni, possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza. Di grande interesse è stato il collegamento in serata col giovane giornalista e attivista nigeriano Ekpali Saints, che ha illustrato con dovizia di particolari gli effetti sconvolgenti della infrastruttura Eni/Agip in Nigeria sull’economia da pesca, sulla riduzione della disponibilità di acqua potabile e servizi, sull’incremento di malattie ed esodo delle popolazioni locali, nonché sull’iter processuale delle denunzie comunitarie presso il tribunale di Milano finalizzate all’ottenimento di risarcimenti ambientali, con relativo corollario di minacce da parte di un potere asservito e corrotto. Le forti analogie tra dinamiche oppressive di governance estrattivista, al netto della diversità di contesti normativi e delle concrete forme operative, richiama nei fatti quanto sia matura la necessità di fare un salto di qualità nella costruzione di una internazionale climatica, per la giustizia ambientale, economica e sociale, contro le multinazionali minerarie. Seconda Giornata Sabato 25 luglio, con partenza da Spinoso e da altre località lucane e pugliesi, i partecipanti hanno raggiunto Corleto Perticara dove hanno presidiato l’ingresso principale del Centro Oli Tempa Rossa, gestito da Total Energies Italia EP S.p.A. al 50%, Shell e Mitsui rispettivamente al 25%. Il presidio, alla presenza dell’inviato di Rai Basilicata (la TV locale si è occupata spesso del problema e delle proteste dei lavoratori: https://www.rainews.it/tgr/basilicata/articoli/2023/03/tempa-rossa-lavoratori-rti-in-presidio-total-37e60fb2-a194-42a0-b23d-f2089baaad58.html),ha denunciato la situazione di costante illegalità di un’opera voluta e imposta a costo di qualsiasi raggiro, a cominciare dalla sua natura privilegiata di progetto strategico globale (tra i 128 progetti infrastrutturali ed energetici più importanti al mondo per capacità estrattiva nel 2012), caldeggiato dalla banca di investimento Goldman Sachs e dal CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica), riguardante l’area della concessione di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi denominata Gorgoglione (Province di Potenza e Matera). Ai tanti ed evidenti aspetti negativi sul piano idrogeologico (il Centro Oli è costruito su una frana) si aggiunge la conferma della data di dismissione delle attività prevista per il 2069, dilazione che ha il sapore amaro di una beffa: la fase di dismissione corrisponde allo smantellamento dell’area del pozzo GG4, del ripristino dell’area alle condizioni originarie ante opera ma, nello scenario 2, avrebbe avvio a fine vita utile del pozzo, quindi al termine della sua fase di esercizio. Il rinnovo della concessione Gorgoglione ha coinciso con l’intervento della magistratura che ha trascritto al registro degli indagati, come responsabili di attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti, Gianluca Gemelli, stretto conoscente dell’allora Ministra per le Attività Produttive Federica Guidi, intercettata mentre discuteva con lui di un emendamento che avrebbe favorito il progetto interregionale Tempa Rossa. Il progetto di estrazione e coltivazione di petrolio fortemente contestato dalle associazioni ambientaliste lucane, stava procedendo nel suo tortuoso e poco trasparente percorso grazie anche al provvedimento Sblocca Italia (2014), caldeggiato dal duo Boschi-Renzi, per snellire la burocrazia, rete di norme capaci di bloccare i processi produttivi. Ovviamente interessate le lobbies che fanno da suggeritrici alle commissioni parlamentari, con il conseguente intrico di aggiramenti giuridici, paradigma della gerarchizzazione dei poteri dei grandi gruppi supportati dallo Stato. A fronte della motivata e perdurante opposizione al progetto anche da parte della Regione Puglia, veniva azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni. La Legge di Stabilità 2016 (pur di rendere di fatto inammissibili sei dei sette quesiti referendari promossi da ben 10 Regioni contro lo Sblocca Italia), sanciva l’obbligo di un “accordo forte” tra esecutivo centrale ed enti locali quale fondamento preliminare alla realizzazione di progetti energetici. È quanto emergerà nella vicenda della costruzione dei nuovi mega containers e dell’adeguamento infrastrutturale del porto commerciale di Taranto, dell’afflusso alla raffineria tarantina del petrolio dai giacimenti di Tempa Rossa. Quel cambio di regole permise al Governo-Gentiloni di approvare, il 22 dicembre 2018, una norma che consentiva la prosecuzione dell’autorizzazione all’adeguamento delle strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto, nonostante l’opposizione della Regione Puglia. Lungo sarebbe tracciare il precorso delle norme e decreti illegittimi che hanno prodotto la situazione attuale, in Basilicata e in Puglia. Pertanto, mi limito alle catastrofiche conclusioni, di cui si è discusso nella seconda giornata. La Direttiva della Giunta della Regione Basilicata n° 293, emanata il 5 aprile 2024, finalizzata al rinnovo quinquennale della concessione di coltivazione di idrocarburi Gorgoglione, rilasciava e formalizzava l’intesa a favore di Total Energies EP Italia S.p.A., ai sensi dell’art. 3. Comma 1, lettera b) dell’Accordo Stato/Regioni del 24 Aprile 2001, con determinazione della Giunta, in esecuzione della direttiva regionale n.13 del 21 Marzo 2024. È chiarissimo come la direttiva sia il prodotto di pervicaci quanto antidemocratiche prassi decisorie, di assecondamento degli interessi della complessa filiera degli interessi estrattivi. Il risultato di questo intreccio conferma le valutazioni espresse nel 2015 dai vertici di Federpetroli, che bollavano il quadro produttivo della Basilicata col marchio infamante di “buco nero irreversibile”. Nel corso del presidio si è denunziata l’esaltazione del ruolo della tecnica e la continua violazione del principio di precauzione nel caso degli sversamenti nei corpi idrici. Total Energies racconta da diversi anni che le pratiche adottate nel Centro Oli sono le più avanzate al mondo; che i processi di desolforazione e trattamento possono autosostenersi senza necessitare delle tradizionali tecniche di reiniezione delle acque di strato e dei reflui di lavorazione; che a partire da una certa data verranno regalate alle scarse acque del fiume Sauro tonnellate di acqua demineralizzata e priva di radionuclidi! Alle cavie lucane viene raccontato che lo scarico nei containers interni all’impianto del residuo di sali (solido fangoso) rappresenta un’opzione che potrebbe essere adottata rispetto ad altra soluzione possibile, senza specificare a quali condizioni. Di sicuro si tratta dell’utilizzo anche dell’impianto di stoccaggio della SEMATAF,nel vicino Comune di Guardia Perticara (considerato uno dei più bei borghi d’Italia), dove su una superficie equivalente a tre campi di calcio viene trattato e si accumula l’impianto di stoccaggio dei fanghi petroliferi essiccati (il cosiddetto palabile) più grande d’Europa. La mancanza di apprezzabili stime previsionali di quantità di mercurio accumulato nei processi di trattamento delle acque, al netto della somma tra erogazione attuale dei pozzi in coltivazione da anni e proiezione della messa in produzione degli ulteriori pozzi attesi, ha enorme gravità.Il processo prevede la prassi costante di iniezione di diversi agenti chimici, in funzione deemulsionante, flocculante, antincrostante (uso di acido cloridrico), anticorrosiva (idrossido di sodio), fluidificante/antischiuma, che andranno ad aggiungersi alle centinaia di agenti chimici utilizzati nei processi di perforazione ed estrazione degli idrocarburi liquidi e gassosi, la gran parte dei quali non pubblicati dalle companies del Centro Oli, in quanto ritenuti parte integrante del segreto industriale. L’impostazione delle compagnie fa sì che sia difficile stimare le quote effettivamente stoccate in un impianto di acque di strato e acque di produzione al netto del loro trattamento, in tal modo impedendo di stabilire quale sia il flusso reale del traffico di autobotti, che si sommerebbe a quello esistente ai fini del computo degli impatti ambientali. Total garantisce sulla carta che “ad oggi i quantitativi delle acque di strato estratte dal campo pozzi esistente e attualmente in esercizio (costituito da 6 pozzi) risultano estremamente bassi. Le acque di strato vengono trattate e interamente riutilizzate per i fabbisogni idrici del Centro Olio.La previsione dei volumi delle acque di strato estratti dal 2025 sino al termine del periodo di produzione del campo pozzi Tempa Rossa (2068!) sono stati stimati da Total Energies mediante specifici modelli di simulazione, utilizzati dalle diverse consociate estere della Società”. Siamo all’autoreferenzialità di una multinazionale al contempo produttore e controllore, che afferma di disporre di una stima elaborata con astratti modelli di simulazione che non sono resi pubblici. In realtà, i parametri analitici relativi alle misure effettuate in continuo, sintetizzati da Total rappresentano, all’atto dello sversamento nel Sauro, giorno e notte, per decenni, volumi di spaventosa quantità, in grado di aggredire in modo sistematico la principale matrice ambientale, creando conseguenze inedite sulle attività agricole, danno alla salute umana, nonché della fauna ittica e terrestre, in un’area anche molto più vasta di quella della concessione Gorgoglione. Il cosiddetto Fosso Cupo, individuato come recettore delle acque meteoriche di scarico provenienti dal Centro Oli, è un modesto corpo idrico di variabile portata che confluisce nel torrente Borrenza, tributario del torrenteSauro, che a sua volta entra nella gronda Agri-Sinni.  Se si considera il fatto che il solo impianto di trattamento delle acque di produzione riceve giornalmente centinaia e centinaia di metri cubi di acqua fossile mescolata a grandi quantitativi di sostanze chimiche, la quantità delle acque di produzione in ingresso da sversare nel torrente Sauro (la cui portata varia stagionalmente fino a situazioni di secca) corrisponderebbe a volumi abnormi. I residui chimici e/o radioattivi scaricati nel Sauro, finiscono nel bacino della diga di Monte Cotugno, la più grande diga in terra battuta d’Europa, il bacino idropotabile lucano che alimenta milioni di persone ed attività agricole tra Basilicata, Puglia, Calabria. Mentre tralascio altri dati che affaticherebbero la lettura, e rimando agli atti della tre giorni in pubblicazione,ricordo che la bandiera No Triv e quella della Palestina hanno sventolato insieme ai cancelli di Tempa Rossa. Come denunziato da Greenpeace e Re Common nella trasmissione Report del 10 maggio scorso, sono almeno 17 le forniture di greggio e/o carburanti che Shell ha garantito via Taranto ad Israele (https://www.greenpeace.org/italy/storia/30840/litalia-invia-petrolio-e-carburante-a-israele-la-nostra-inchiesta-con-report-rai3/). Ed è su questo che nel pomeriggio si è tenuta una sessione su energie fossili, guerre, Palestina, nei locali della sala municipale di Corleto Perticara. Ci tornerò più sotto perché, prima di scendere a Corleto, ci siamo spostati di pochi chilometri dove fervono i lavori nell’area del pozzo Tempa d’Emma1, un derrick (torre di perforazione) di 60 metri di altezza che verrà utilizzato per attività di work over on side track (spostamento su un binario di scavo laterale), con profondità fino a 4mila metri, atte a sanare perdite sotterranee e recuperare in produttività. In un surreale scenario militarizzato (molti responsabili di produzione vengono dai servizi segreti e dall’esercito francese), numerose le unità di polizia locale e provinciale, si alzano le pale eoliche, mentre a terra si stende un armamentario spaventoso di acciaio e distese di pannelli solari. Ai bordi della dissestata strada interpoderale lavorano enormi macchine disboscatrici, i tir sostano in attesa di ricevere il ceppato da trasportare alla centrale Enel del Mercure, tra Basilicata e Calabria. Un quadro plastico di una Basilicata miniera estrattiva in tutte le sue componenti. Il cerchio si chiude con il recente annuncio del suo presidente Vito Bardi (ex vicecomandante generale della Guardia di Finanza) di voler ospitare centrali nucleari “di nuova generazione”: nuove alleanze per il buco nero lucano. Nel pomeriggio del 25, nella Sala Municipale di Corleto Perticara, in assenza del minimo di decenza istituzionale (l’amministrazione non si è nemmeno degnata di porgere i saluti di prammatica, preda dell’atavico timore reverenziale nei confronti del padrone del feudo…) si è svolta la sessione di lavoro riguardante il tema della fragilità e del dissesto idrogeologico. Con il coordinamento di Enzo Alliegro, con interventi di ISDE-Basilicata (Associazione Medici per l’Ambiente), di Giorgio Santoriello di Cova Contro e di esponenti No-Triv, i lavori hanno messo a fuoco, le numerose criticità di un impianto estrattivo insediato in un posto sbagliato per allocazione geologica, a forte rischio sismico, che ha già creato, e continua a generare fenomeni di sismicità indotta, e ripetuti fenomeni di emissioni odorigene e sonore. A inizio della sessione, è intervenuta la figlia del coltivatore di Corleto Leonardo Lapenta, accusato dalla Provincia di Potenza di aver sversato nei suoi terreni idrocarburi fino a 18 metri di profondità col suo trattore, in un’area limitrofa al pozzo dissestato Tempa d’Emma. La surreale vicenda si è momentaneamente conclusa con la pronuncia del TAR che scagiona il coltivatore per incongruenza tecnica (https://giornalemio.it/ambiente/a-report-il-giallo-del-contadino-lucano-che-avrebbe-inquinato-col-suo-trattore-il-terreno-a-18-metri-di-profondita/). Ma la dice lunga sulla ipocrisia degli amministratori locali. Il focus su Tempa Rossa e Israele, a cui già ho accennato, ha denunciato come, a giorni alterni, in virtù della natura diversa degli idrocarburi, il greggio proveniente da Tempa Rossa si avvicenda a quello proveniente dal COVA di Viggiano, condividendo le infrastrutture delle 5 linee delle pipe lines che da Viggiano raggiungono la raffineria ENI a Taranto. Alla testimonianza di Mariangela Piccinno (Freedom Flotilla Italia-Taranto) si sono aggiunte quelle di Donato Sepa (Reti per la Palestina-Basilicata) e Maria Licciardi (Pax Christi) che hanno trattato il tema della Realtà e prospettive della “Basilicata bellica” relativo all’operazione di Leonardo SpA, Telespazio, Stellantis, di trasferimento di quote di maggioranza della CMD di Atella (produzione motori diesel) alla società emiratina Edge (Groups Military Contractor), in un contesto internazionale di crescente tendenza alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Mentre il presidente lucano Bardi svende al ministro Guido Crosetto una Basilicata ritenuta “territorio ideale” per attrarre nuovi investimenti internazionali nei settori strategici della Difesa e dell’Aerospazio, lavoratori e cittadini devono essere in grado di dimostrare che la “grande opportunità per la crescita professionale dei nostri giovani e per il rafforzamento dell’intero tessuto produttivo lucano” può provenire solo da investimenti produttivi socialmente utili, rispettosi dell’ambiente e della vita, non dalla trasformazione di un intero territorio in polo produttivo di morte. È ancora più grave, Bardi continua a propugnare il progetto di autonomia differenziata. All’interno delle materie che dovrebbero essere assunte autonomamente dalla Regione, sono previsti i percorsi formativi degli istituti di formazione secondaria superiore, subordinati ai desiderata delle multinazionali, come sta già accadendo da anni agli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale A. Einstein di Corleto Perticara, costretti a sognare il proprio futuro lavorativo al Centro Oli di Total Energies, grazie ai corsi di studio incentrati su chimica, fisica dei materiali e biotecnologie. L’intervento del docente, giornalista, blogger antimilitarista messinese Antonio Mazzeo, arrestato lo scorso anno da Israele sulla nave Handala della Freedom Flotilla e aderente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, si è soffermato sul contributo diretto e indiretto del governo italiano e delle sue forze armate al genocidio perpetrato dallo stato sionista ai danni del popolo palestinese, all’aggressione imperialista USA/Israele ai danni dell’Iran, sottolineando con dovizia di particolari il ruolo dei porti e delle basi NATO in Italia. Della dimensione surreale che vive l’area di La Spezia ne ha parlato Lella Reboa, insegnante in pensione, attuale presidente dell’Associazione Posidonia, esponente del Comitato per la dismissione immediata del rigassificatore di Panigaglia che, dal 2024, chiede la chiusura definitiva di un impianto di oltre cinquant’anni; avrebbe dovuto essere dismesso nel 2013, ma che continua ad operare, con conseguenze catastrofiche in caso di incidente rilevante, visto il crescente coinvolgimento dell’Italia negli attuali scenari bellici. Altri interventi si sono susseguiti sulla connessione fra estrattivismo e guerra, ma ne lasciamo lettura e ascolto alla pubblicazione degli atti, considerata la loro notevole articolazione discorsiva. Di ritorno in serata a Spinoso, dopo una cena collettiva, si è tenuto fino a tardi, nel cortile del seicentesco Palazzo Ranone, uno splendido e coinvolgente concerto musicale di Graziano Accinni (Ethnos) e di Fabio Collaterale (Effetti Collaterali). Terza giornata, conclusioni e proposte Domenica 26, il nostro tour dei pozzi della Val d’Agri è stato un tormentone, con polizia provinciale, polizia locale, carabinieri, Digos, Guardia di Finanza, guardie private di Eni, spioni vari, tutto il tempo alle calcagna di una piccola carovana di auto. Col prezioso ausilio della guida ambientale Isabella Abate (Osservatorio Popolare Val d’Agri) il nostro piccolo viaggio è iniziato con unpresidio all’ingresso del COVA di Viggiano, sotto lo sguardo vigile e costante delle telecamere. Uno striscione ricordava il giovane ingegnere cuneese Gianluca Griffa, ex responsabile produzione del COVA che, inascoltato dai vertici ENI, denunziò ripetutamente lo sversamento di greggio da alcune cisterne e il comandante sulmonese dei Carabinieri Forestali Guido Conti, dipendente della Total Energies a Tempa Rossa. Entrambi morti suicidi. Sulle pressioni che subirono, si sa ancora poco. La carovana di auto si è spinta più in alto, verso i pozzi di S. Elia e Cerro Falcone, da dove si domina con lo sguardo tutta la valle, una volta di struggente bellezza. L’ultima tappa poteva essere la prima: al Rio Cavolo, nei boschi di Tramutola, conosciuto da pastori e contadini dell’area dall’antichità per gli affioramenti naturali di idrocarburi. Da lì ebbero inizio le ricerche minerarie ai primi del ‘900. Il mio coinvolgimento nelle attività no oil inizia alla fine degli anni ’90, quando su invito delle associazioni ambientaliste locali, con altri insegnanti delle scuole secondarie superiori di Potenza organizzammo un paio di pullman di attivisti e studenti per visitare i pozzi nei boschi di Calvello e i lavori del Centro Oli a Viggiano. Le bandiere dei Cobas Scuola le portammo come insegne di un percorso alternativo alle scelte operate già allora dalla triplice sindacale che, dell’avventura estrattiva, sposava il miraggio delle magnifiche sorti progressive di un improbabile riscatto industriale e occupazionale della Basilicata. La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università. Una didattica territoriale è indispensabile per comprendere la ricchezza culturale contadina dei luoghi, la saggezza nella coltivazione della terra, l’attaccamento a radici di saperi che devono passare al setaccio di una traduzione alla cultura giovanile attuale. La tre giorni in Val d’Agri ci consegna obiettivi praticabili che passano oltre l’ipocrisia degli accordi frutto degli incontri internazionali e dei punti dell’Agenda 2030. Il sindaco di Spinoso ha proposto il potenziamento dell’iniziativa denominata Spinoso Piazza di Energia Civica: Petrolio, Salute, Democrazia, da rendere operativa il prossimo anno. Ma le dinamiche partecipative non possono essere innescate solo dall’interno di un tessuto sociale disperso, sfibrato e diviso, come quello lucano. L’appello che nasce dal cuore e dalle viscere della tre giorni in Val d’Agri è anzitutto a non ignorare la Basilicata. Ci piacerebbe nel corso di questo intero anno stringere con tutti i movimenti e con tutte le associazioni in Italia in un patto: lavoriamo insieme per portare (anche dai paesi europei ed extraeuropei disponibili) ai cancelli di Tempa Rossa 10.000 persone, con un solo obiettivo: dire no al fossile, dire sì all’autodeterminazione della vita dei territori. E chiudo ricordando che, malgrado il disastro sia in atto, il magnifico lago del Pertusillo, fa bere, e fa coltivare la terra, a oltre 3 milioni di persone. La Terra di Basilicata chiede di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Francesco Masi, NoTriv -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tre giorni in Val d’Agri proviene da Comune-info.
August 10, 2026
Comune-info
Suno ha scaricato brani da YouTube e Deezer per addestrare l'AI
Suno, il generatore musicale tramite IA, non ha mai voluto dire cosa c’è nei propri dataset di addestramento. Adesso lo sappiamo, non perché lo ha rivelato lei, ma perché un hacker ha rubato il codice sorgente dell’azienda e lo ha condiviso con 404 Media, link qui. I file mostrano istruzioni di scraping per estrarre audio da YouTube Music, Deezer, Genius, Pond5, Jamendo, Freesound e l’International Music Score Library Project. Un file relativo a YouTube Music indica che Suno aveva consumato 2.013.545 clip da YouTube Music al momento dell’ultimo aggiornamento. Suno ha anche cercato di scaricare circa un milione di ore di podcast tramite PodcastIndex. Tutto per addestrare il suo modello AI. "I modelli AI di Suno sono stati addestrati su file musicali disponibili pubblicamente e metadati correlati accessibili su siti web di terze parti nell’Internet aperto". ha detto un portavoce di Suno. Ma disponibili pubblicamente e accessibili non significa scaricabili legalmente per l’addestramento AI. YouTube, Deezer e Genius hanno termini di servizio che vietano lo scraping. Suno dice che è fair use. La RIAA dice che è violazione del copyright. I tribunali decideranno. Notizia qui
Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte»
Sono passati 10 anni dalla morte di Berta. Qual è oggi la situazione di lotta per la difesa del Rio Gualcarque, e quali altre lotte sta portando avanti il Copinh (Consejo Civico Organizaciones Populares Indigenas de Honduras) nel territorio? La diga Agua Zarca sul Rio Gualcarque, il progetto a cui si opponeva Berta, non è mai stata costruita e questa è una delle vittorie che abbiamo ottenuto grazie alla lotta per ottenere giustizia e verità per l’assassinio di Berta. L’hanno uccisa per costruire la diga ma il progetto non andò avanti. Il Copinh prosegue le sue lotte nel territori a sostegno della popolazione indigena. Gli attacchi e le minacce che subiamo continuano, ma resistiamo. Abbiamo preso un impegno con la morte di Berta. Vogliamo continuare a sostenere la lotta a favore dei fiumi, dei territori e in difesa delle nostre comunità. Da poco tempo siamo riusciti a costruire un incontro internazionale per le energie comunitarie e alternative, l’idea a cui stavamo lavorando quando c’è stato l’assassinio di Berta. Inoltre stiamo continuando ad avere momenti di scambio e crescita con altre comunità e a livello internazionale, recentemente, ad esempio, siamo stati a una serie di incontri di formazione sulle nuove tecnologie in agricoltura biologica in Messico. Vogliamo rivendicare il nostro diritto come popoli indigeni ad avere una risposta alle necessità di base – strade, energia, servizi – senza cedere i nostri diritti sui territori in cui viviamo. Pochi mesi fa una Commissione di Esperti internazionali (GIEI) ha pubblicato un report rispetto al caso di Berta. Ci puoi riassumere quali sono stati gli elementi principali emersi? Questo report per noi è molto importante e non solo perché fa una analisi dettagliata del crimine compiuto nei confronti di Berta, ma perché mostra il modello attraverso il quale la morte si insinua nei nostri territori a causa degli interessi economici. Questo report è stato scritto da una commissione di esperti con l’avvallo dello stato honduregno – con il governo precedente a questo – e con il sostegno della Commissione Interamericana di Diritti Umani. Il report è molto lungo. Ne condividiamo cinque elementi molto importanti per noi. Anzitutto la morte di Berta Cáceres è stato il prodotto di un interesse imprenditoriale. È stata uccisa per la sua opposizione a un progetto idroelettrico. Gli esperti dimostrano che non si è indagato a sufficienza sui proprietari dell’azienda, che non sono ancora stati portati a giudizio. Il terzo aspetto è che lo stato ha saputo del crimine di Berta due mesi prima che si compisse e non ha fatto nulla per fermarlo. Lo sappiamo perché lo stato honduregno stava intercettando le comunicazioni tra gruppi criminali in cui si parlava della preparazione di questo omicidio. Sapevano pertanto cosa stava per accadere. Inoltre il delitto ebbe luogo attraverso finanziamenti internazionali di banche europee che diedero soldi per il progetto della diga. Il banco FMO dei Paesi Bassi, il banco FINFUND finlandese, il Banco Centro Americano di Integrazione Economica che ha soci anche esterni al continente americano. Grazie alla narrativa di un cosiddetto finanziamento allo sviluppo, queste banche hanno fornito 18 milioni di dollari alla famiglia Atala, proprietaria dell’impresa Desa, in Honduras. Di questi 18 milioni la famiglia ha sviato per attività illegali 12 milioni, il 67%. La struttura con cui sviarono questi fondi fu richiedere trasferimenti bancari inserendo numeri di conti correnti di imprese che non avevano nulla a che vedere con i lavori di costruzione dell’opera. Questa struttura avrebbe dovuto essere monitorata da autorità di controllo in Europa e America ma nessuno lo fece. Una delle scoperte più importanti di questo report – che non troverete in altre ricerche – è il filo che collega i fondi elargiti da queste banche internazionali con i responsabili della morte di Berta Cáceres. C’è un filo che collega questi finanziamenti con il pagamento di tre assegni – per un totale di 20 mila dollari – che sono stati utilizzati per pagare i sicari di Berta. Questo report è uno stimolo a continuare ad avere giustizia perché siano puniti i responsabili internazionali e perché continui la lotta per la resistenza nei nostri territori. Di Honduras, purtroppo, si parla poco in Europa, ti andrebbe di raccontarci qualcosa dell’attuale situazione politica a seguito delle elezioni del 2025 e sopratutto a seguito della rielezione di Trump alla Casa bianca? Anche se l’America Latina ha sempre subito una forte presenza degli interessi statunitensi, mai come ora questa presenza è forte e ha avuto un peso enorme nelle elezioni honduregne del 2025 a seguito delle quali da gennaio 2026 abbiamo un nuovo governo. Ora l’esecutivo è totalmente a favore delle imprese. Ad esempio, sta promuovendo leggi per permettere a queste di aumentare lo sfruttamento e i profitti sui territori. Donald Trump ha detto esplicitamente alla popolazione honduregna per chi votare, cioè l’attuale governo. Nel Copinh abbiamo sempre pensato che i cambiamenti nella società devono venire dal basso, dal popolo e non dal governo, tuttavia pensiamo sia estremamente grave questa ingerenza statunitense nella scelta del governo. Inoltre il 30% del prodotto interno lordo viene dalle rimesse dall’estero e siamo molto preoccupati per cosa accadrà nel nostro Paese vista la persecuzione negli Stati Uniti nei confronti della popolazione migrante. Per quanto l’ICE non possa deportare tutte le persone che vivono negli Usa, la situazione ci fa paura, stiamo assistendo a una profonda precarizzazione del lavoro e della vita di chi ha migrato, che ha paura a uscire in strada, ad andare a lavoro o a prendere i figli a scuola. Per noi è molto importante stare qui oggi nonostante siano giorni molto difficili dell’Honduras, pochi giorni fa c’è stato un massacro di contadini nel nord del Paese, con più di 20 morti, ne sono responsabili gruppi del crimine organizzato. È importante che si parli della situazione che viviamo anche qui in Europa. Qual è stato il vostro percorso giuridico per avere giustizia per la morte di Berta? La forma che abbiamo utilizzato nel COPINH per avere giustizia è quella di continuare la nostra lotta che volevano spegnere con l’omicidio. Portare avanti la lotta e l’organizzazione politica nelle comunità è un modo per dire che Berta non è morta. Ovviamente abbiamo anche lottato per la giustizia nei tribunali. Abbiamo avuto due processi nei quali si sono condannate otto persone. Tre di questi membri dell’esercito, tre dell’impresa che è proprietà della famiglia Atala e gli altri appartenenti al crimine organizzato. Abbiamo anche fatto altri due esposti giudiziari, uno per corruzione dell’azienda, dimostrando che il progetto è stato gestito in forme corrotte e un procedimento nei confronti delle autorità locali perché il progetto non ha previsto una consultazione libera e informata delle comunità coinvolte, come dice l’articolo 169 dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro. Da dicembre 2023 c’è stato un ordine di cattura per una persona della famiglia Atala, che è ancora latitante. Portare a giudizio questo gruppo economico che sta dietro l’impresa Desa è l’obiettivo principale che abbiamo oggi nella nostra ricerca di giustizia. Non ci sono precedenti di procedimenti giudiziari nei confronti di banche per i loro finanziamenti a livello internazionale. Abbiamo querelato il banco olandese FMO per questo loro finanziamento e il legame con l’assassinio ed è la prima volta che accade. Una procura in Olanda – poche settimane fa – ci ha detto che non vuole indagare l’FMO perché non sa cosa incontrerà. Ora stiamo lottando in una corte d’appello in Olanda perché ordini alla procura di fare comunque una indagine su questa banca. Berta diceva spesso che le lotte non fossero tante, ma una. Ci puoi dire cosa volesse dire con questo? Mia mamma ha sempre pensato che lottare solo per una tematica fosse restringere la nostra capacità di organizzare la lotta. Lei diceva che quando stiamo parlando della difesa e della protezione dei fiumi dobbiamo al tempo stesso vedere l’importanza della lotta per la difesa delle donne. A volte è difficile perché siamo obbligate a fare tante lotte allo stesso tempo ma è anche un modo per apprendere e per crescere. Questo sistema ci domina in maniera molteplice. Per questo nella vita quotidiana dobbiamo riuscire a condurre una lotta il più integrale possibile per riuscire ad affrontare le molteplici dominazioni di questo sistema di morte. E’ importante anche che le lotte siano connesse a livello internazionale e che quindi si lotti qui ma anche in Honduras, Messico e Colombia. Che possibilità ci sono ora in Honduras – in una situazione politica così difficile – di articolazione e convergenza delle lotte tra le tante realtà che si organizzano ? La possibilità c’è, bisogna affinare strumenti che ci permettano di articolare queste esperienze e costruire convergenza. A volte è più facile unirsi proprio per via delle avversità che si affrontano. Per questo va accresciuta la nostra capacità di ascoltarci, di lavorare assieme, di comprenderci, ma è importante condividere un fondamento etico che possa tenere assieme la pluralità delle lotte. Dobbiamo trovare il modo per tornare a umanizzarci e uscire fuori da un sistema capitalista che ci vuole sottrarre da qualunque ruolo per renderci persone pronte a consumare. Recentemente è stata approvata una legge per favorire le imprese agroindustriali contro i diritti delle organizzazioni contadine nei territori. Questo sarà uno scenario per poter costruire nuove convergenze e lotte comuni. Foto di copertina di Copinh Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bertha Isabel Zúniga Cáceres: «La lotta è contro le molteplici dominazioni di questo sistema di morte» proviene da DINAMOpress.
July 2, 2026
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