Le inaccettabili condizioni di lavoro dei professionisti dello spettacoloLa condizione di lavoro nel cinema e nello spettacolo dal vivo si caratterizza
per la discontinuità, per le difficoltà nell’accesso al welfare, per la
difficoltà di programmare gli impegni futuri, per i tempi non riconosciuti per
la preparazione, lo studio e l’autopromozione, per i ritmi frenetici e gli orari
lunghi nei periodi di lavoro, per le condizioni di salute e sicurezza, per le
molestie, le retribuzioni, la difficoltà nel far rispettare i contratti
nazionali, per il ricatto di una domanda di lavoro spesso sottopagata o in nero
e per l’impatto e i rischi dell’Intelligenza Artificiale sul settore.
E’ quanto certifica una ricerca del Sindacato lavoratori della comunicazione–SLC
Cgil e della Fondazione Di Vittorio, dal titolo “Scena e Schermo. Indagine sulle
condizioni di lavoro nel mondo del live e del cineaudiovisivo”, realizzata sulla
base di 2.300 questionari. Il principale dato che emerge è la continuità e la
presenza di elementi trasversali al Cinema quanto al Live, settori a volte
attraversati dalle stesse professionalità, diversi per alcuni aspetti, dal tipo
di lavoro alla committenza, ma con importanti tratti comuni su tutto ciò che
riguarda la condizione di lavoro e la strutturale discontinuità. A eccezione di
chi lavora in pianta stabile nelle Fondazioni e nei Teatri nazionali (sono una
minoranza del campione, l’11,5% e non tutti con contratto a tempo
indeterminato), la condizione di lavoro è per tutti e tutte discontinua, fatta
di tanti lavori e spesso tanti committenti (il 75% ha più commesse, il 70% più
committenti), dove il contratto a tempo indeterminato è quasi una anomalia e
anche tra chi lavora da tempo si susseguono periodi di lavoro frenetico a
periodi di inattività (il 73% del campione dichiara di aver avuto periodi di non
lavoro negli ultimi 12 mesi, per la metà di questi anche oltre i 4 mesi).
Sono lavoratori e lavoratrici continuamente alla prova con l’incertezza (solo il
15% del campione ha certezza dei propri programmi quando finirà l’attuale
impegno lavorativo), alle prese con programmi e impegni che frequentemente
saltano (62%), ritardano (69%) o si sovrappongono (76%). Più o meno sempre
impegnati nell’attività non retribuita di autopromozione (riguarda il 90% delle
professioni interpretative, per le quali nel 73% dei casi occupa “tanto” tempo)
e formazione continua (il 73% dell’intero campione svolge formazione, circa un
terzo fa formazione mentre lavora, un altro terzo nei periodi di non lavoro e,
pressoché tutti, 85%, a proprio carico), con una buona parte di lavoro informale
di preparazione perlopiù non pagato (condizione che riguarda l’80% del campione
e nel 58% dei casi non è retribuita).
“È un mondo discontinuo, quindi, ma al tempo stesso frenetico nei periodi di
attività, si legge nella ricerca. Molti degli intervistati dichiarano infatti
ritmi di lavoro alti (73%, soprattutto nel Cinema) e orari ben oltre le 40 ore a
settimana (il 50% del campione lavora oltre le 40 ore, di questi circa il 60%
senza che le ore extra vengano retribuite). Un mondo in cui è difficile
assentarsi anche quando si sta male (solo il 12% è stato in malattia negli
ultimi 2 anni e il 50% dice che è alta la probabilità di lavorare anche quando
dovrebbe essere in malattia) e in cui, non meno che in molte altre professioni,
la fatica fisica e lo stress mentale logorano i corpi (il 70% dichiara di
soffrire di disturbi muscolo-scheletrici e di stress, con percentuali molto
alte, a seconda della professione, di disturbi specifici, alla vista, all’udito,
alla voce etc). Per non parlare della tossicità delle relazioni e degli ambienti
di lavoro, soprattutto per le donne (il 50% delle donne dichiara di aver subito
recentemente o in passato molestie sul lavoro. È un dato molto negativo,
trasversale a tutte le professioni, non soltanto quelle interpretative e ben
superiore all’ultimo dato Istat disponibile: 13%, indagine del 2022).
È un mondo, inoltre, in cui c’è poca remora a offrire proposte di lavoro
sottopagate (indipendentemente dal fatto che abbiano accettato o meno, al 77%
sono capitate negli ultimi due anni offerte di lavoro pagato poco), non pagate
(51%) o in nero (45%). Una condizione di costante ricatto che è spesso l’unica
alternativa per i più giovani che vogliono accedere alla professione, ma che
comunque continua a essere proposta in larga parte a tutti, rendendo così più
debole anche la condizione di chi è arrivato a un punto tale della propria
carriera da potersi permettere di rifiutare.
E il futuro è reso ancora più incerto dal rischio delle nuove tecnologie
digitali, percepite da tutti, anche dai più giovani, come rischiose, non
soltanto per la possibile perdita di posti di lavoro (il 35% percepisce un
rischio alto), ma soprattutto per la svalorizzazione delle professionalità
(58%), la riduzione dei salari (42,5%), la violazione del copyright (57%) e dai
dati sensibili (56%), ma soprattutto la peggiore qualità del prodotto realizzato
(58%). I più preoccupati lavorano nel doppiaggio (preoccupazione alta 85%), ma
percentuali molto alte si registrano anche per fotografi, figuranti, trucco e
acconciatura (sopra il 60%), casting (56%), post produzione (50%). Molto
preoccupati anche sceneggiatori, attori e cantanti.
Qui la sintesi dei risultati della ricerca:
https://www.fondazionedivittorio.it/sites/default/files/articles-attachments/2026-07/SCENA%20E%20SCHERMO%20bozza%20conclusioni%20con%20alcuni%20dati.pdf
Giovanni Caprio