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Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” , pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra
Il contrasto alla violenza di genere nelle periferie di Dakar
In data 10 gennaio 2026, nell’ambito delle attività promosse da Energia per i Diritti Umani, si è tenuto a Malika un incontro virtuale tra Senegal e Pakistan: dall’altra parte dello schermo e in collegamento diretto dal Pakistan il professor Hussain… Federica De Luca
A tutti i costi
ESTERNALIZZARE LE FRONTIERE La lotta europea contro la migrazione irregolare si esternalizza adottando accordi internazionali che trasferiscono obblighi e responsabilità ai Paesi di origine o di transito nella gestione dei flussi migratori e nel controllo delle frontiere esterne dell’UE. Per i paesi extra UE, questo significa trovarsi in un perenne gioco di equilibri, destreggiandosi tra interessi di origine nazionale e opportunità di finanziamento, in una questione politica ‘internazionale’ e in una strategia proattiva che mira ad adattare norme e idee straniere alle sensibilità e agli interessi locali. In una democrazia, dove entrano in gioco – su costruzioni multiscalari – la politica dei partiti e le elezioni, attori privati e pubblici possono avvalersi dei ‘mercati’ emergenti, dettando e reinterpretando i loro interessi mentre gli attori esterni vengono coinvolti in quasi tutte le aree tematiche che definiscono la politica migratoria del Paese. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) IL SENEGAL CONDIVIDE L’INTERESSE DELL’UE A PREVENIRE PARTENZE IRREGOLARI E GIOVANI CHE MUOIONO IN MARE Dal 2015, anno della creazione del Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa (EUTF) dal valore di €3,2 miliardi, l’UE ha finanziato il Senegal con oltre 190 milioni di euro a sostegno della gestione delle frontiere. Concentrandosi sugli ‘aiuti’, gli attori politici, burocrati e organizzazioni della società civile hanno consentito l’ulteriore sviluppo organizzativo di ministeri, agenzie e organizzazioni, la promozione di un’ “industria della migrazione” e di una “burocrazia migratoria” nell’Africa occidentale, con i propri interessi nell’ottenere più potere e risorse. Nel luglio 2023, il Senegal presenta la Strategia nazionale decennale per combattere la migrazione irregolare (SNLMI). Punti principali, invece, della seconda fase del programma tra UE e Senegal per combattere l’immigrazione irregolare, la tratta e il traffico di migranti (POC) iniziato il 1° dicembre 2023 e concentratasi sul terrorismo e sulla radicalizzazione estremista – sottolineando la relazione tra migrazione e terrorismo del discorso nazionale ed europeo – è la creazione di una interconnessione della rete di polizia e l’incremento da 12.000 a 25.000 unità militari della Gendarmerie Nationale entro il 2025 1. Nell’agosto del 2024, l’esercito senegalese dichiarava l’arresto di 453 migranti (più della metà senegalesi) “membri di reti di contrabbando” nell’ambito di un’operazione di 12 giorni di pattugliamento lungo la costa. Nonostante gli sforzi (e i precedenti naufragi), il 9 settembre del 2024, una barca partita da Mbour si capovolse a pochi chilometri dalla costa con 150 persone a bordo, di cui almeno 39 morirono. Le ‘discussioni ad alto livello’ che seguirono tra UE e Senegal permisero di definire interessi comuni nei settori della gestione delle frontiere, della prevenzione, del contrabbando e della comunicazione delle informazioni. Il mese successivo, a Dakar, l’UE annunciava un pacchetto da €30 milioni (la maggior parte stipulata entro la fine del 2025) e la consegna di 15 imbarcazioni (entro la metà del 2025) per salvare vite umane 2. Il programma, Flexible Mechanism for Migration and Forced Displacement in Sub-Saharan Africa, diviso in 4 assi, prevedeva, inoltre, ai fini della protezione dei migranti, la costruzione di quattro centri (a Saint Louis, M’bour, il porto di Dakar e l’aeroporto di Dakar) per i migranti soccorsi/intercettati 3 con un’assistenza iniziale di circa 72h. Le persone migranti saranno adeguatamente separate dai trafficanti e dai sospetti trafficanti (audizioni, possibilità di detenzione) 4. In questo passaggio, la Divisione per la lotta al traffico di migranti e alle pratiche connesse (DNLT) – un’unità di polizia specializzata creata, formata e dotata di fondi UE – svolge un ruolo fondamentale. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) IL SENEGAL È UN IMPORTANTE PAESE DI ORIGINE, TRANSITO E PARTENZA PER I RIFUGIATI PROVENIENTI DA TUTTA L’AFRICA OCCIDENTALE Acque esaurite, habitat marini degradati, redditi bassi, povertà crescente, disoccupazione, stress sociale e peggioramento della salute e del benessere sono le condizioni di vita segnalate nelle comunità locali senegalesi 5. Monitoreo Derecho a la Vida 2025, Caminando Fronteras Le pressioni economiche nell’Africa centrale e dell’Ovest, inasprite dalla pandemia del 2020 e dall’inflazione globale a seguito della guerra Russia Ucraina; la crisi politica del Senegal nel 2023, la limitazione della mobilità attraverso le politiche dell’UE e il lavoro di Frontex in e con Mali, Mauritania, Niger e Senegal; l’intensificarsi dei pattugliamenti marittimi della Spagna e dall’UE, la schiavitù in Libia, hanno reso, tra il 2022 e il 2024, la rotta Atlantica “una delle rotte migratorie irregolari più trafficate verso l’Europa” 6. A causa dell’insufficiente cooperazione in materia di riammissione, poi, nel novembre 2022 furono proposte al Senegal misure restrittive sui visti ai sensi dell’articolo 25a del Codice dei visti 7. In quell’anno, il 30% dei candidati africani fu respinto, rispetto al 17,5% dei candidati globali. Un rapporto del 2024 rilevava che i paesi africani rappresentavano 7 dei primi 10 paesi con i più alti tassi di rifiuto del visto Schengen nel 2022, di cui 6 dell’Africa occidentale 8. A circa 80 chilometri a sud della capitale Dakar, la città costiera di Mbour è una meta tanto ambita dai migranti in partenza per le Isole Canarie.  Qui si ritrovano giovani di fronte alla disoccupazione, uomini, i tradizionali capifamiglia ma anche gruppi vulnerabili, LGBT o donne a rischio di mutilazione genitale che scelgono di migrare come ultima risorsa. Lo fanno su piroghe di legno tradizionalmente utilizzate per la pesca, la più grande delle quali può ospitare più di 100 passeggeri. PH: Emanuele Bottaro (Saint-Louis, Senegal) L’ESTERNALIZZAZIONE SI VERIFICA ANCHE NEI PAESI TERZI CHE CRIMINALIZZANO LA PARTENZA DEI PROPRI CITTADINI E STRANIERI, CHE VI RISIEDANO LEGALMENTE O MENO, ALLO SCOPO DI RECARSI IN EUROPA Alla base c’è una legge anti-contrabbando del 2005 9 per trafficanti di esseri umani, contrabbandieri e falsari di documenti che, in una formulazione vaga e generica, non distinguendo tra organizzatori, migranti e aiutanti, conferisce alla polizia e ai pubblici ministeri un’ampia discrezionalità che si traduce in “campi discorsivi mutevoli all’interno dei quali viene concettualizzato l’esercizio del potere 10“. La legge, che impone fino a 10 anni di carcere, punisce “l’immigrazione clandestina organizzata” ma non definisce cosa voglia dire “organizzare”: atti indiretti come vendere carburante, fornire cibo, non denunciare qualcuno che intende migrare, guidare brevemente le imbarcazioni; pregare per il successo del viaggio; fornire una stanza a un migrante rientrano in atti criminalizzati e procedure di detenzione arbitraria. Grazie al progetto di partenariato del valore di 9 milioni di euro, “la portata della repressione è aumentata”11. Numerose misure dissuasive, retate delle unità mobili a pescatori in mare o persone radunate sulle spiaggia, intercettazioni hanno proceduto ad arresti per limitare le partenze di migranti dalle coste senegalesi confermando l’intervento dell’amministrazione senegalese nella lotta contro l’immigrazione irregolare dettata dall’UE. Un esame della giurisprudenza dei tribunali senegalesi in materia di controversie in diritto dell’immigrazione mostra come la lotta europea passi attraverso l’azione penale, i cui fondamenti logici si sono gradualmente concentrati negli sforzi internazionali di armonizzare le strutture legali nazionali con il diritto internazionale. Attraverso la formazione dell’unità di polizia specializzata DNLT e le nuove tecnologie di sorveglianza, a Mbour, quasi 300 casi giudiziari per contrabbando – analizzati tra il 2006 e il 2024 – sono stati avviati con procedure accelerate – flagrant délit -. La metà delle accuse sono state ritirate, anche se gli imputati possano trascorrere fino a sei mesi in custodia cautelare. Sebbene per i funzionari europei queste iniziative siano essenziali per smantellare le reti del contrabbando, la repressione in Senegal prende di mira principalmente piccoli attori e membri della comunità, persone normali, gli stessi migranti o complici di basso livello piuttosto che grandi pesci nelle reti internazionali di contrabbando 12. L’articolo 12 della legge 2005 stabilisce che i migranti dovrebbero essere esclusi dal procedimento penale solo se non erano consapevoli di commettere un reato. A Saint-Louis, dei senegalesi sono stati condannati per aver preso una piroga o per aver venduto carburante o imbarcazioni o perchè si offrono volontari per guidare imbarcazioni. Altri sono parenti o vicini criminalizzati per atti di solidarietà, come nutrire o dare rifugio a persone che si preparano ad andarsene. I CONFINI NON SOLO LIMITANO LA MOBILITÀ, MA MODELLANO E GENERANO ANCHE TRASFORMAZIONI NEI LUOGHI E NELLE SOCIETÀ A causa della prevalenza dell’industria della pesca in Senegal, i pescatori senegalesi con esperienza di navigazione spesso guidano barche in partenza dal Senegal o dalla Mauritania, spesso ricevendo in cambio il passaggio gratuito. Seguendo numerosi lavori 13 riguardo le udienze giudiziarie negli archivi dell’Alta Corte di M’bour, si evidenzia come la categoria ideale della vittima anziché di agente della migrazione sia marcata in relazione alla precarietà economica e al contesto sociale: le persone migrano perchè alla ricerca di un futuro migliore. Mentre la giurisprudenza ripropone il migrante come vittima passiva, il contrabbandiere come colpevole assoluto e lo Stato come difensore e protettore dei diritti umani, i verbali delle udienze riportano un migrante ‘vittima’ della situazione economica e dell’esclusione razzializzata 14,  ragioni che condizionano in modo imperativo la decisione di partire. Inoltre, tale decisione è da contestualizzare nelle strategie di sostentamento familiari e da essa supportata, in vista di una auto-determinazione economica che può attuarsi attraverso il potenziale emancipatorio della mobilità 15. Sebbene siano essi stessi migranti – senegalesi, gambiani, mauritani – a causa delle discriminazioni e dello sfruttamento delle condizioni di vita e di lavoro – come documentano le migrazioni secondarie ed intere 16– le forze dell’ordine, seguendo una “condotta della condotta” ( Foucault 2007), si riferiscono a loro come “capitani” perseguendoli penalmente. Un aspetto importante dell’esternalizzazione è la difficoltà di stabilire le responsabilità sia degli Stati che dell’UE per le varie violazioni dei diritti umani contro le persone migranti. Mentre l’obiettivo era quello di proteggere i migranti dai trafficanti, il legislatore adotta misure repressive contro chiunque desideri lasciare il Senegal per emigrare irregolarmente verso l’Europa, sfidando l’esclusione razziale dei cittadini africani all’interno del regime di mobilità globale. Intervenendo con politiche restrittive sulle migrazioni intra-africane, molto più importanti delle migrazioni verso l’Europa e in aperto contrasto con gli impegni assunti come membro CEDEAO (i cui protocolli stabiliscono la libertà di circolazione e di soggiorno tra gli Stati membri) il Senegal e la Legge 2005 impongono frontiere rigide all’interno del continente africano che ostacolano il contributo della manodopera migrante alle economie locali, il sostegno finanziario della diaspora dell’Africa occidentale e le attività commerciali che dipendono dal transito dei migranti 17. Nel più ampio apparato che controlla e contiene la mobilità della maggioranza delle popolazioni mondiali, la legge sul contrabbando in SenegaI e le misure adottate in accordo con l’UE conformano un progetto globale di governare la mobilità attraverso la lotta al traffico di migranti 18. 1. L’Agenzia nazionale per gli affari marittimi e la Direzione della pesca sono coinvolte nelle operazioni; sono rafforzate l’attività di intelligence e investigazione; le sezioni regionali della Divisione Nazionale per la Lotta al Traffico di Migranti e alle Pratiche Assimilate, fondata nel gennaio 2018. vedono rafforzata la loro capacità operativa: oltre alla sede centrale nella capitale, l’UE ha finanziato sedi regionali a Rosso, Karang, Tambacounda, Kédougou, Saint Louis, Saly e Ziguinchor ↩︎ 2. Si veda Exporting carceral migration “management”: €30 million from the EU to Senegal for migration control (This article was published in cooperation with Migration-Control.info) – Statewatch (novembre 2025) ↩︎ 3. Tra le misure previste, anche un centro di coordinamento per le operazioni marittime a Dakar, con quattro antenne nelle regioni costiere:. Tuttavia, gli interventi in mare con un “mandato migratorio” (compresa l’intercettazione mortale e pericolosa o respinta), sono di competenza del Ministero delle Forze Armate, con il supporto della Guardia Civil spagnola ↩︎ 4. Rafforzando le capacità del personale interessato, ogni centro disporrà di aree dedicate alle donne, ai minori e ai disabili ↩︎ 5. Vedi The Sea Was Sold: Fisheries Crisis In Senegal Drives Forced Migration To Europe (13/05/2025). La flotta industriale del Senegal e la maggior parte dei pescherecci autorizzati sono controllati da interessi stranieri e la maggior parte delle loro produzioni viene esportata all’estero ↩︎ 6. La “Rotta Atlantica” o “Rotta dell’Africa nordoccidentale” diventa sempre più attiva dal 2020. Nel 2024, un numero record di 46.000 migranti e richiedenti asilo sono arrivati alle Canarie su piccole imbarcazioni, mentre altre 11.300 sono arrivate durante la prima metà del 2025. Decine o centinaia di migliaia di altre persone sono state salvate o intercettate in mare, o impedite di partire, dalle forze mauritane, marocchine, senegalesi e gambiane, supportate da fondi dell’UE e dalle forze spagnole dispiegate in Mauritania e Senegal. Tra il 2020 e il 2024 si stima che tra 4.100 e 23.400 persone abbiano perso la vita in mare ↩︎ 7. Mentre l’UE affronta la migrazione come una minaccia alla sicurezza, il Senegal insegue la necessità di percorsi legali per la migrazione regolare attraverso la liberalizzazione dei visti ↩︎ 8. Henley & Partners, “Countries Facing the Highest Rejection Rates,” 2024 ↩︎ 9. Legge 2005 – 06 del 10 maggio 2005. Art. 4 – L’immigrazione clandestina organizzata via terra, via mare o via aria è punita con la reclusione da 5 a 10 anni e con la multa da 1.000.000 a 5.000.000, indipendentemente dal fatto che il territorio nazionale funga da zona di origine, di transito o di destinazione. Art. 5 – La frode o la falsificazione di visti, documenti o carte di viaggio o di qualsiasi altro documento attestante lo status di residente o cittadino del Senegal o di un paese straniero o che concede lo status di rifugiato, apolide, sfollato o vittima di traffico è punita con le stesse pene previste dall’articolo precedente. Art. 6 – Per i reati previsti dagli articoli 3, commi 1, 4, 5 della presente legge, la sospensione dell’esecuzione della pena non è concessa quando l’autore del reato è una persona che partecipa, in virtù della sua funzione, al rilascio di documenti di viaggio identificativi e di altri certificati di stabilimento o al mantenimento dell’ordine o del controllo delle frontiere. Art. 7 – Il tentativo di commettere i reati previsti dalla presente legge è punito come reato ↩︎ 10. N. Rose, P. Miller, P. Political power beyond the state: Problematics of government.  (2010) ↩︎ 11. L. F. Jegen, Exporting carceral migration “management”: €30 million from the EU to Senegal for migration control (20/11/2025) ↩︎ 12. A. Popoviciu, Senegal’s EU- funded Migration Crackdown puts Innocent People Behind Bars, (20/11/2025) ↩︎ 13. L. F. Jegen, “Protecting” Rights of Smuggled Migrants in the Context of State-Enforced Immobility: Legal Borderwork in Senegal (19 May 2025); Gabriella E. Sanchez, Georgis A. Antonopoulos Irregular migration in the time of counter-smuggling, (2023) ↩︎ 14. M. Agne, L’État face au phénomène de la migration irrégulière vers l’Europe (2022) ↩︎ 15. E. Tendayi , Migration as Decolonization, (2019) ↩︎ 16. L’esternalizzazione dell’UE nel corso degli anni ha incoraggiato e finanziato approcci repressivi al controllo della migrazione in Mauritania, in conflitto con gli obiettivi africani di libera circolazione e contribuendo alle violazioni dei diritti umani contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati ↩︎ 17. Nonostante l’obbligo legale del Senegal, cittadini dei paesi membri della CEDEAO, in particolare della Repubblica di Guinea, Mali, Guinea Bissau, Nigeria, Sierra Leone, sono stati perseguiti e puniti per immigrazione irregolare durante il periodo 2008-2014 ↩︎ 18. Lorena Gazzotti, Melissa Mouthaan & Katharina Natter, Embracing complexity in ‘Southern’ migration governance, 2022 ↩︎
Le stragi di Natale: naufragi invisibili nel Mediterraneo e nell’Atlantico
Un altro Natale segnato da morte, disperazione e cinismo sulle rotte migratorie verso l’Europa. Tra il Mediterraneo centrale e l’oceano Atlantico, almeno 128 persone hanno perso la vita negli ultimi giorni, in naufragi avvenuti lontano dagli sguardi, nel silenzio delle autorità impegnate nelle feste natalizie e nell’assenza di operazioni di ricerca e soccorso statali ed europee. Il caso più grave riguarda il Mediterraneo centrale. Secondo Alarm Phone, nella notte tra il 18 e il 19 dicembre una barca con 117 persone a bordo, partita da Zuwara, in Libia, sarebbe affondata. L’allarme è stato lanciato il 20 dicembre, quando l’organizzazione è stata informata della scomparsa dell’imbarcazione e della perdita di contatto con il telefono satellitare. «Temiamo che nella notte del 19 dicembre si sia verificato un altro naufragio», scrive Alarm Phone. «Di fronte al silenzio e all’indifferenza delle autorità, chiediamo risposte. Le famiglie che cercano i loro cari scomparsi hanno diritto alla verità». Secondo le informazioni raccolte, l’unico sopravvissuto sarebbe stato trovato il 21 dicembre da pescatori tunisini, allo stremo delle forze, su una barca di legno. L’uomo avrebbe raccontato che, poche ore dopo la partenza, le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti fino a 40 km orari e mare agitato. Il naufragio sarebbe avvenuto poco dopo. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia, ma Alarm Phone non è ancora riuscita a verificare ufficialmente la sua sorte. Nei giorni successivi, l’organizzazione ha contattato ripetutamente le guardie costiere italiana, libica e tunisina. «Ci è stato detto che non risultano soccorsi o intercettazioni e che le condizioni meteo rendevano “impossibile” uscire in mare», riferisce Alarm Phone. Dal 18 al 21 dicembre, inoltre, nessuna imbarcazione proveniente dalla Libia è arrivata a Lampedusa. Le ONG presenti nell’area non hanno potuto intervenire: la Sea-Watch 5 aveva già lasciato la zona, mentre ResQPeople non si trovava abbastanza a sud. Il 22 dicembre, l’aereo Seabird 3 di Sea-Watch ha effettuato una ricerca aerea senza individuare tracce del naufragio. Nello stesso periodo, un velivolo di Frontex – Osprey 4 – ha sorvolato la zona il 20 dicembre, due volte il 21 dicembre e nuovamente il 22 dicembre. «Cosa ha visto Frontex e perché queste informazioni non sono state rese pubbliche?», chiede Alarm Phone. «Perché non sono state avviate operazioni di ricerca e soccorso proattive una volta che l’imbarcazione è scomparsa?». Anche la società civile tunisina ha tentato di rintracciare il presunto sopravvissuto, senza ottenere risposte dalle istituzioni. «Questo silenzio riflette il restringimento dello spazio civico», denuncia l’organizzazione, ricordando casi precedenti in cui sopravvissuti a naufragi sono stati deportati nel deserto senza nemmeno ricevere cure mediche. Durissimo il commento di Mem.Med – Memoria Mediterranea, che parla di «un Natale mortale nell’ennesima strage nel Mediterraneo centrale». «Il regime di frontiera uccide altre 116 persone nell’ennesimo naufragio del 2025», scrive l’associazione che offre supporto ai familiari per la ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e monitora le pratiche di frontiera. «Nessuna ricerca in atto per recuperare i corpi, nessuna notizia per denunciarne le cause. Pretendiamo risposte, esigiamo verità e giustizia per tutte le persone ancora disperse e per chi è ancora in mare, lontano dalle vostre tavole imbandite di indifferenza». Prima di quest’ultima strage, nel solo 2025, secondo i dati del Missing Migrants Project di OIM, 1.575 persone avevano già perso la vita nel cimitero Mediterraneo. Ma la scia di morte, come spesso avviene, non si ferma al Mediterraneo. Anche sulla rotta atlantica verso le isole Canarie si è consumata un’altra tragedia. Sempre secondo Alarm Phone e fonti dell’agenzia di stampa AFP, almeno 12 persone sono morte dopo il capovolgimento di un’imbarcazione al largo della città senegalese di Mbour. A bordo ci sarebbero state circa 100 persone: 32 o 33 i sopravvissuti, mentre altri secondo l’agenzia sarebbero riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle autorità. «Questi naufragi, come tanti altri prima, non sono incidenti», conclude Alarm Phone. «È il risultato di una deliberata mancata assistenza, della violenza razzista alle frontiere e del rifiuto di garantire la libertà di movimento e il diritto alla vita». «Nessuna frontiera. Nessuna morte. Nessun silenzio».
Anche la protezione umanitaria dà diritto al ricongiungimento familiare
Il Tribunale di Catanzaro – Sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea – ribadisce un principio di grande rilievo in materia di diritto all’unità familiare. La controversia era sorta a seguito del preavviso di rigetto emesso dalla Questura di Cosenza in relazione a una domanda di ricongiungimento familiare, motivato dal fatto che il richiedente era titolare di un permesso di soggiorno non rientrante tra quelli espressamente previsti dall’art. 28 del d.lgs. n. 286/1998. Nel corso del procedimento, il ricorrente aveva dimostrato di aver avviato la conversione del proprio titolo di soggiorno in lavoro autonomo, essendo titolare di partita IVA e iscritto alla Camera di Commercio come piccolo imprenditore artigiano. Il Tribunale, accogliendo il ricorso, ha affermato che la normativa in materia di immigrazione, letta in chiave costituzionalmente orientata e alla luce della giurisprudenza nazionale ed europea, non può escludere i titolari di protezione umanitaria dal diritto al ricongiungimento familiare. Richiamando la sentenza della Corte di Cassazione n. 1714/2001 e la più recente giurisprudenza della Suprema Corte (Cass. Sez. Unite n. 24413/2021; Cass. n. 28162/2023), il giudice ha evidenziato come l’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e l’art. 7 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea riconoscano il diritto al rispetto della vita privata e familiare quale principio fondamentale, che non può essere compresso da letture meramente formali della norma. Il Tribunale ha quindi ritenuto il ricorso fondato, riconoscendo il diritto del richiedente al ricongiungimento familiare con la propria coniuge e condannando l’Amministrazione resistente al pagamento delle spese processuali. Tribunale di Catanzaro, sentenza del 9 settembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Francesco Durso per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni favorevoli a tutela del diritto all’unità familiare
Radio Africa: Guinea-Bissau, Senegal, Sudafrica, RDCongo
Guinea Bissau: tre giorni dopo le elezioni presidenziali, il capo dello Stato è stato arrestato e uomini in uniforme hanno annunciato la sospensione del processo elettorale e la chiusura delle frontiere. Sono stati arrestati anche i rappresentanti dell'opposizione Domingos Simões Pereira e Fernando Dias. Prima che la Commissione elettorale pubblicasse i risultati ritenuti ufficiali, entrambi i candidati alle elezioni avevano rivendicato la vittoria.  Senegal: di fronte a una situazione economica difficile e a tensioni all'interno della maggioranza, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye e il suo primo ministro Ousmane Sonko sembrano vicini ad una rottura, mentre il paese attende che le promesse fatte da entrambi prima di salire al potere si concretizzino. Tuttavia, la situazione economica e l'entità senza precedenti del debito, ora stimato al 132% del PIL, stanno riducendo il margine di manovra del governo . Sudafrica: la società civile sudafricana, in particolare le donne, si è mobilitata con lo “sciopero” G20 Women’s Shutdown; l’organizzazione "Women for Change" ha esortato donne, ragazze e persone della comunità LGBTQ+ ad astenersi da tutto il lavoro, retribuito e non retribuito, per  l'intera giornata di venerdì 21 novembre, alla vigilia della due giorni del Forum. L’obiettivo era farsi sentire economicamente, socialmente e simbolicamente. Questa azione si è iscritta nell’ondata di mobilitazioni che sta attraversando il Sudafrica a causa del diffondersi di violenza di genere e femminicidi. RDCongo: nella Repubblica Democratica del Congo, 89 civili sono stati uccisi in una settimana durante gli attacchi dei ribelli delle Forze Democratiche Alleate (ADF) nell'est del paese. La RDC orientale è afflitta da violenze da trent'anni. con una moltitudine di gruppi armati e milizie. Tra gennaio e febbraio, il gruppo antigovernativo M23, sostenuto dal Ruanda, ha conquistato vaste aree di territorio nel Nord e nel Sud Kivu.
I pastori che fanno rifiorire la terra in Senegal
In Senegal un gruppo di pastori sta sperimentando il “mob grazing”, un’innovativa tecnica pensata per rigenerare pascoli degradati, aumentare la biodiversità e migliorare l’assorbimento dell’acqua in ambienti semi-aridi. Nello specifico si tratta di pascolare gli animali in spazi ristretti invece che in un terreno dispersivo, per brevi periodi, spostandoli poi su nuovi terreni. Un modo per fare respirare il suolo e favorirne la rinascita. Lo riporta il Guardian. L’intervento pilota del “mob grazing” è stato guidato negli ultimi mesi da Ibrahima Ka, capo del villaggio di Thignol. L’obiettivo è quello di rigenerare le praterie degradate dal sovrapascolo e dalla siccità dovuta ai cambiamenti climatici, migliorando la biodiversità e la capacità del suolo di trattenere acqua. Quello dei terreni degradati e aridi è un problema irrisolto nel Paese. Secondo il dottor Tamsir Mbaye, direttore del Pastoralism and Dryland Centre un terzo dei pascoli del Senegal è degradato, con poca erba e rari alberi. Le cause principali sono il sovrapascolo e le piogge irregolari provocate dal cambiamento climatico. Dopo soli 18 mesi, i primi risultati sono incoraggianti: grazie al mob grazing sono tornate specie di erbe e insetti scomparse da decenni. Nonostante questi primi buoni risultati, gli scienziati sono ancora scettici nel considerare questo metodo la soluzione definitiva per rigenerare i pascoli. Si tratta ancora di una sperimentazione e, secondo il Guardian, occorre trovare un equilibrio per evitare di danneggiare il suolo. Se applicato nel modo giusto può diventare un espediente efficace per affrontare la crisi climatica, anche in zone più aride del continente.   Africa Rivista
Il diritto al rispetto della vita privata e familiare come fondamento della protezione speciale, anche dopo il d.l. 20/2023
I decreti del Tribunale di Roma qui raccolti offrono un quadro significativo del ruolo che la protezione speciale (art. 32, co. 3, d.lgs. 25/2008) continua a rivestire nell’ordinamento italiano, nonostante gli interventi legislativi volti a ridurne la portata. In tutti e tre i casi i giudici romani, pur escludendo i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria, hanno valorizzato l’obbligo per l’Italia di rispettare i vincoli costituzionali e internazionali in materia di diritti umani, in particolare il diritto al rispetto della vita privata e familiare sancito dall’art. 8 CEDU e dall’art. 5, co. 6, T.U. immigrazione. I giudici ricostruiscono le vicende personali dei richiedenti, ne riconoscono la credibilità e accertano l’esistenza di un percorso di inserimento sociale e lavorativo in Italia sufficiente a far scattare il divieto di espulsione e quindi il diritto alla protezione speciale. Le decisioni si inseriscono in una giurisprudenza ormai consolidata che interpreta la protezione speciale come strumento di garanzia dei diritti fondamentali, capace quindi di sopravvivere alle restrizioni normative introdotte dal d.l. 20/2023, proprio in virtù del suo fondamento costituzionale e sovranazionale, riconoscendo la centralità del diritto al rispetto della vita privata e familiare previsto dall’art. 8 CEDU. Nello specifico, per i due richiedenti asilo tunisini è riconosciuta in ragione del percorso di integrazione in Italia (studio della lingua, iscrizione a corsi di formazione, inserimento lavorativo), ritenuto sufficiente a fondare il diritto al rispetto della vita privata e sociale ai sensi dell’art. 8 CEDU, e come valorizzazione del radicamento in Italia. Tribunale di Roma, decreto del 24 aprile 2025 Tribunale di Roma, decreto del 7 luglio 2025 Anche per il ricorrente del Senegal, viene riconosciuta grazie al concreto percorso di integrazione in Italia (contratti di lavoro regolari, autonomia abitativa, corso di lingua italiana), che renderebbe sproporzionata l’espulsione rispetto alla tutela della vita privata e familiare. Tribunale di Roma, decreto del 16 luglio 2025 Si ringrazia l’Avv. Eugenio Francesco Caputo per la segnalazione. * Consulta altre decisioni relative al riconoscimento della protezione speciale
Il viaggio di Io capitano in Senegal
Dopo il grande successo di pubblico e critica, Io capitano sbarca in Senegal per un tour cinematografico itinerante. A bordo di un cine-pullman, il film ha toccato città e villaggi, coinvolgendo pubblico e attori in un intenso dibattito sull’emigrazione. Tra emozioni e testimonianze, il viaggio è diventato un documentario e un’occasione di riflessione e confronto. Sette David di Donatello e una candidatura all’Oscar, che avrebbe meritato di vincere: Io Capitano di Matteo Garrone è sbarcato anche in Africa, in Senegal, terra d’origine dei suoi protagonisti. Nell’aprile 2024, il film attraversato il Paese, facendo tappa a Pikine, Guédiawaye, Rufisque, Thiès, Mboro, Mérina, Dakar, Kolda, Sédhiou e Ziguinchor a bordo di un grande cine-pullman, un furgone equipaggiato con tutto il necessario per trasformare qualsiasi luogo in una sala cinematografica temporanea. Ad accompagnarlo film c’erano gli attori Seydou Sarr, Moustapha Fall e Amath Diallo, insieme al mediatore culturale Mamadou Kouassi, tecnici, fotografi, giornalisti e una troupe video. Anche il regista ha preso parte al viaggio, partecipando per una settimana alle proiezioni, che si sono svolte non solo la sera all’aperto, ma anche al mattino nei centri culturali. La carovana è stata organizzata dalla Fondazione Cinemovel, che porta il cinema dove non esiste più, o dove non c’è mai stato. «Arrivare in un villaggio sperduto, dove il pubblico non è abituato agli spettacoli cinematografici, montare uno schermo, tendere i tiranti, avviare un proiettore… sono tutti gesti sorprendenti per chi guarda, che subito li accoglie con entusiasmo, perché sente che sta per accadere qualcosa di speciale», racconta Nello Ferrieri, cofondatore della Cinemovel Foundation. «E così è stato anche per il tour senegalese di Io capitano». Un viaggio straordinario, documentato dagli scatti di Andrea Fiumana e dal film Allacciate le cinture di Tommaso Marighi, presentato in anteprima al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano (21-30 marzo) prima dell’uscita nelle sale. Il documentario alterna riprese “camera car” lungo le strade del Senegal a spettacolari inquadrature dall’alto, che mostrano il pullman in viaggio tra villaggi dai colori vivaci, bambini che giocano, strade rosse d’argilla, baobab e campi di basket trasformati in cinema a cielo aperto. L’arrivo della carovana è un evento. Un uomo col megafono, a bordo di un furgone, percorre villaggi e periferie annunciando ripetutamente il film, l’ora e il luogo della proiezione, sottolineando con orgoglio che i protagonisti sono giovani senegalesi. La gente accorre. I bambini portano le sedie, ma non bastano mai: chi resta in piedi, chi si arrampica su un muro o sul pullman. Poi si monta il telone bianco e inizia la magia.Ma lo spettacolo più emozionante è nei volti del pubblico: occhi spalancati, risate, lacrime. La scena del film in cui Seydou è seguito dalla donna volante, morta nel deserto, scatena ilarità per la sua incredibilità, ma per il resto dominano stupore e dolore. Molte donne si coprono il volto durante le sequenze più dure, un boato da stadio accompagna sempre il finale, quando Seydou urla: «Io, capitano!». Dibattiti appassionati Dopo la proiezione, Mamadou Kouassi – la cui esperienza ha ispirato parte della sceneggiatura – guida il dibattito insieme a Seydou e Moustapha. Gli spettatori intervengono – in lingua wolof o in francese – per commentare il film e discutere sui temi legati alla migrazione. Un uomo racconta di aver tentato la traversata dieci volte, senza mai riuscirvi. Un altro dice che il fratello aveva già messo da parte i soldi per partire, ma dopo aver visto il film ha deciso di rinunciare. Una ragazza velata critica l’impazienza dei giovani («Oggi vogliono tutto, subito»), un’altra accusa le donne di spingere i fidanzati a emigrare per cercare denaro per il matrimonio. Una madre interviene con fermezza: «I figli vanno seguiti ed educati! Guai se mio figlio se ne andasse senza il mio consenso». Tutti concordano sulle responsabilità della politica: mancano corsi di formazione, chi vuole avviare un’attività non trova sostegno, i giovani disoccupati passano le giornate dormendo o bevendo tè. Molti vorrebbero studiare all’estero o anche solo viaggiare, ma ottenere un visto è quasi impossibile. E allora si parte illegalmente. Il pubblico chiede che il film venga proiettato in tutta l’Africa, per sensibilizzare chi rischia la vita inseguendo un’illusione alimentata dai media, che mostrano solo la bellezza e la ricchezza dell’Occidente. «I toubab (i bianchi) entrano da noi senza problemi, noi non possiamo andare da loro legalmente», protesta qualcuno. C’è amarezza, un senso di impotenza. A Thiès, sua città natale, Seydou Sarr cammina orgoglioso tra la folla che lo riconosce. Le ragazzine indossano magliette col suo nome. Lui sorride, irresistibile, e racconta di aver provato tante volte a gridare «Io, capitano!» davanti allo specchio, ma senza riuscirci. Quel grido finale, dice, è stato un momento magico, irripetibile. Lo si vede cantare con Moustapha nel pullman, suonare il tamburo prima della proiezione, ma soprattutto brillare nelle risposte ai dibattiti.«Questo film deve essere visto sia dagli africani che dai bianchi», dice Seydou. «Per noi, perché dobbiamo capire il pericolo di partire. Per loro, perché vedono solo le barche con i superstiti, ma non sanno cosa c’è dietro. Se vedranno questo film, capiranno la nostra sofferenza. E forse ci aiuteranno». Il documentario Allacciate le cinture nei prossimi mesi girerà anche l’Italia. Non resta che seguirlo.     Africa Rivista
Verso un rinascimento umanista africano?
Note sul nuovo corso della rivoluzione popolare in Senegal. Decostruire e ricostruire sono due filoni difficilmente separabili nel contesto politico senegalese e due armi formidabili per la rinascita. È questa la posta in gioco se vogliamo soddisfare le richieste sociali di un popolo ferito dal governo più tortuoso della nostra storia. A differenza delle altre elezioni, segnate dal “degagismo” (degager, cacciare via, N.d.T.) , quelle del 2024 portano il segno di un voto emotivo e reattivo contro un sistema di predazione e monopolizzazione. Questo riflette la posizione radicale anti-sistema che i giovani hanno assimilato grazie al loro impegno incrollabile. Il discorso anti-sistema è stato il dividendo della vittoria. Questo dividendo ha un prezzo se vogliamo ottenere una rottura sistemica con il sistema all’altezza delle aspettative delle masse. Questa scelta “anti…” implica la decostruzione del modello neocoloniale dominante. Si sta generando un nuovo immaginario socio-politico disinibito, al quale le nuove autorità si stanno dedicando per realizzare le aspirazioni del popolo a un autentico progresso sociale. È un’opportunità per decostruire e generare un nuovo modello. Con Diomaye e Sonko ora al potere, tutte le loro azioni saranno esaminate per la materialità della loro postura mediatica anti-sistema e delle rotture. Devono affrontare le avversità del vecchio regime, l’imperialismo delle istituzioni di Bretton Wood e le lobby multidimensionali che stanno corrompendo la nostra società, il “Deep State” che deve essere smantellato, la radice del sistema neocoloniale che non può essere riformato. Tutti i simboli del disincanto politico si stanno cristallizzando per alimentare la speranza di una rottura sistemica. Il progetto, che è un mito fondante di nuove speranze, giustifica la sedimentazione dei segni dell’annunciata rottura con il passato. Ci sono segnali positivi dopo un anno di governo del PASTEF? Sì, senza dubbio (ci torneremo più avanti). Tuttavia, c’è una vera e propria vigilanza da parte dei cittadini e della gente, che protegge il processo di cambiamento e i suoi principali leader, che sono stati liberamente scelti dal popolo. Quindi la rottura fondamentale sta più nel contenuto delle politiche pubbliche e non nella cosmesi di modelli e principi tecnocratici. Ci sono segnali di una timida iper-presidenza, come sembra affermare l’attuale Opposizione? In ogni caso, la necessità di introdurre metodi di gestione socio-politico-economica orizzontali, molto più in linea con l’emergere della “nuova sensibilità” di cui parla Silo, pensatore e fondatore del Movimento Umanista Universalista, è a nostro avviso l’unica risposta seria. La rottura simbolica deve permeare tutti i segmenti del nostro corpo sociale e giustificare una mobilitazione sociale volontaria intorno alla sepoltura delle vecchie modalità dello Stato neocoloniale. È urgente orientarsi verso il rinascimento africano tanto caro a Cheikh Anta Diop. N'diaga Diallo