Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0

Radio Blackout - Info - Monday, October 12, 2026

Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate.

La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio.

Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione .

L’isteria baltica e il mantello israeliano sui balcani: chiavi del riarmo Est europeo

Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi.

A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina

La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano.
Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.