Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini
birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe
militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus
scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476
persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di
essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i
Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del
Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano,
secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I
Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito
birmano che uccidono civili ma anche arresti arbitrari, torture, violenze
sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di
villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più
potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana) che
considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano
di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non
garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i
rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in
Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del
conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora
trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state
vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della
comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due
Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono
almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte
scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano
progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della
condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al
lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più
ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya
costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e
rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un
altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una
operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in
Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese .
Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a
proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on
line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito
più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare
presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate.
La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le
stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più
sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un
esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico
nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le
proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza,
ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta
militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo
ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno
alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di
ampie parti del territorio.
Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione
.
L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST
EUROPEO
Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto
russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla
fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta
con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8
ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni
esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli
annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra
nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa
e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi –
che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto
interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori
e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza
che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non
ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli
Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un
mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che
le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente
stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante
analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in
questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi.
A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra
con criteri odierni in Ucraina
La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e
quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano
in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare –
pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa
per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia
(attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”,
come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali
droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in
Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei
tartari buzzatiano.
Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione
Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata
da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza
considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato
per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste
“verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in
Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal
Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di
infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove
Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro,
acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli
altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono
bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni
sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome
nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone
l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da
oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per
l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi
bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione
interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla
Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno
del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato
con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono
scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.