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Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Info
Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@1
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
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Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@1
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
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Rohingya ancora deportati. La fiaba della tregua di Trump riarma anche i Balcani con Idf@0
Dal 29 settembre è cominciato il piano di rimpatri dalla Malaysia di cittadini birmani nel Myanmar, in preda ad una guerra civile acuitasi dopo il golpe militare del 2021 e la brutale repressione che ne è seguita . Decine di autobus scortati dalla polizia hanno raggiunto il nord-ovest della Malesia. Da lì, 1476 persone sono sate portate in una base militare a sud di Yangon in attesa di essere trasportate in Myanmar dalla marina militare birmana. Tra loro, anche i Rohingya, i membri della comunità musulmana originaria dello Stato birmano del Rakhine (ex Arakan), perseguitati dal Tatmadaw, il potente esercito birmano, secondo quello che l’Onu considera una vera e propria campagna genocidaria. I Rohingya nel Rakhine sono stretti tra due fuochi: i raid aerei dell’esercito birmano che uccidono civili ma anche  arresti arbitrari, torture, violenze sessuali, sequestri, reclutamento, lavoro forzato, confische e distruzione di villaggi e luoghi religiosi di cui si sarebbe macchiata l’Arakan Army,(il più potenten esercito regionale che combatte da anni la giunta birmana)  che considera i Rohingya degli estranei quando non dei collaborazionisti . Il piano di rimpatrio, che prevede la deportazione di 5.000 persone in totale ,non garantisce per l’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) le condizioni per un ritorno sicuro e sostenibile dei rifugiati in Birmania. Il governo malese parla di rimpatrio volontario ,ma la situazione del conflitto smentisce questa dichiarazione e i rifugiati sono stati finora trattenuti in centri di detenzione. I Rohingya nell’agosto del 2017 sono state vittime di una campagna di pulizia etnica e da allora 750.000 membri della comunità sono stati costretti a oltrepassare il fiume Naf, confine tra i due Paesi, per trovare rifugio nel sud-est del Bangladesh, dove oggi ne vivono almeno 1 milione e 300.000. Altri hanno cercato rifugio in Malaysia, a volte scappando proprio dai campi bangladesi dove le condizioni di vita peggiorano progressivamente, a causa della riduzione degli aiuti umanitari, della condizione di dipendenza imposta dal governo di Dacca, che nega il diritto al lavoro, all’istruzione e al movimento, e a causa della presenza sempre più ingombrate di gruppi armati e criminali. In Malaysia, dove i Rohingya costituiscono circa due terzi (126.000) dei 215.000 richiedenti asilo e rifugiati registrati dall’Unhcr, le condizioni non sono però migliori. Ma un altro aspetto rilevante è che il capo della giunta birmana ,ripulita con una operazione di cosmesi elettorale a gennaio è stato ricevuto ufficialmente in Malaysia cercando di accreditarsi come governo civile legittimo del Paese . Anche gli Stati Uniti hanno ripreso i colloqui diretti con la giunta birmana a proposito di un maggiore coordinamento per smantellare i centri per le truffe on line attivi in alcune aree del Myanmar, responsabili di frodi che hanno colpito più volte cittadini americani, e dell’accesso ai giacimenti di terre rare presenti nel Paese, risorse fondamentali per numerose tecnologie avanzate. La guerra intanto continua, non esiste un bilancio ufficiale delle vittime e le stime variano notevolmente, ma gli analisti considerano questo conflitto il più sanguinoso attualmente in corso in Asia. L’esercito ha posto fine a un esperimento democratico durato un decennio in questo Paese del Sud-est asiatico nel febbraio 2021, rovesciando il governo eletto di Aung San Suu Kyi . Le proteste contro il colpo di Stato sono state represse dalle forze di sicurezza, ma gli attivisti pro-democrazia hanno lasciato le città per combattere la giunta militare al fianco di gruppi armati appartenenti a minoranze etniche da tempo ostili al governo centrale. Le ingerenze della Cina e dell’India hanno alimentato il conflitto mentre sul campo la giunta ha perso il controllo di ampie parti del territorio. Ne parliamo con Emanuele Giordana giornalista profondo conoscitore della regione . L’ISTERIA BALTICA E IL MANTELLO ISRAELIANO SUI BALCANI: CHIAVI DEL RIARMO EST EUROPEO Cosa c’entrano le elezioni del Mid Term con l’evoluzione del conflitto russo-ucraino lo ha dimostrato l’accordo implorato da Trump a Putin sulla fornitura di gas avvenuta il giorno dopo questa conversazione fatta con Francesco Dall’Aglio durante la trasmissione “I Bastioni di Orione” dell’8 ottobre 2026 in onda su Radio Blackout. Questa nuova tappa, con le esternazioni esasperate di Trump contro Zelensky secondo gli accordi presi con Mosca, gli annunci su tregue improbabili in favore di urna elettorale, si inquadra nell’ampio risiko dei rapporti tra potenze intorno al confine slavo dell’Europa e viene a seguito dell’escalation di attacchi ai depositi di idrocarburi russi – che nemmeno l’annuncio di Trump della telefonata intercorsa con Putin ha potuto interrompere con le difese ucraine azzerate, perché le forniture di intercettori e missili sono ridotte dagli arsenali sguarniti. Dunque la guerra procede (senza che si possano prevedere sfondamenti da una parte o dall’altra) e alle viste non ci sono elezioni in Ucraina, al contrario di quanto tra un mese avverrà negli Usa e della consueta conferma spontanea del sistema di potere putiniano di un mese fa. Lo stallo deriva da queste diverse esigenze elettorali e dal fatto che le risorse (la carne da macello) da mandare al fronte rimangono sostanzialmente stabili e quindi incapaci di dare spallate; quindi può essere interessante analizzare gli strumenti di guerra adottati, quelli comprati e prodotti in questa fase di confronto nell’area dell’Europa orientale e da chi. A 30 anni dalla dissoluzione jugoslava il riarmo mentre è in corso una guerra con criteri odierni in Ucraina La combustione degli idrocarburi ha reso nervosi i potenti che vi sono assisi e quindi in risposta hanno ideato via telefono un sistema per impedire che vadano in fumo quelli su cui Trump un mese fa ha ordinato agli europei di rifiutare – pena sanzioni – e che ora gli servono per comprare le elezioni, e che Putin usa per sostenere un’economia di guerra. Una guerra che vede un cambio di strategia (attacchi a ponti e strutture energetiche, con l’aumento di “danni collaterali”, come a Kramators’k) e comincia a richiedere armi più sofisticate degli attuali droni e che alimentano la consueta isteria dei “baltici”, andando a elezioni in Lettonia, o mobilitando i 1600 soldatini dell’Estonia, inviati in un Deserto dei tartari buzzatiano. Si tende a mantenere alto il livello di provocazione (pensiamo alla questione Kaliningrad, avventata al punto che la risposta russa è stata così determinata da zittire gli impreparati dilettanti che l’avevano sventolata), senza considerare il potenziale nucleare russo, che è stato esplicitamente squadernato per convincere che non si risolve buttandola in caciara. In mezzo a tutte queste “verità raccontate” quello che rimane è la penetrazione dello Stato ebraico in Grecia, in Serbia e in tutti i Balcani; dall’Adriatico agli “stan”, dal Manzanarre al Reno i sistemi d’arma e di controllo, di spionaggio e di infiltrazione sono targati Stella di Davide e questo è evidente in Serbia, dove Vučić è abilmente amico di tutti i potenti in apparente lotta tra loro, acquistando ogni tipo di arma per un valore superiore a quello di tutti gli altri paesi balcanici messi insieme (i Rafale dalla Francia non sono bruscolini), o acquisendo la partnership nella costruzione di ordigni sofisticati (le tecnologie di Idf), nascondendosi dietro la solita sindrome nazionalista dell’accerchiamento che vige da 500 anni. A cui si contrappone l’altrettanto irrazionale accordo tra Croazia (Zagabria ha siglato un accordo da oltre cinquecento milioni di euro con la sudcoreana Hanwha Aerospace per l’acquisto di un sistema di lanciarazzi multipli, finanziato con altri sistemi bellici con 1,7 miliardi dell’UE), Kosovo (Pristina ha annunciato la produzione interna di droni fatti in casa e ha acquistato droni e sistemi anticarro dalla Turchia) e Albania (Rama si vuole attrezzare per prodursi le armi all’interno del paese con il 2,6% del pil). Sta di fatto che da quando Vučić ha concordato con Israele la produzione l’importazione di armi, dai giornali europei sono scomparsi i giovani serbi che chiedevano democrazia.
October 12, 2026
Radio Blackout - Podcast
New York Times: corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina
Che l’Ucraina fosse un paese infestato dalla corruzione era risaputo. Che la guerra con la Russia avesse reso il fenomeno quasi un “pilastro” del funzionamento dello stato anche. Il fatto che ormai tale corruzione venga a galla sempre più spesso, colpendo figure di primo piano delle istituzioni, e si sia […] L'articolo New York Times: corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina su Contropiano.
September 17, 2026
Contropiano
Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace
Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che […] L'articolo Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace su Contropiano.
September 8, 2026
Contropiano
Faida tra i servizi segreti ucraini, clima da fallimento a Kiev
Una sparatoria vera e propria è andata in scena tra i palazzi del quartiere Dniprovskyi di Kiev, lasciando in strada tre feriti dei servizi segreti militari e interrompendo ogni canale di cooperazione tra le agenzie di intelligence ucraine. Sullo sfondo, una spirale di accuse incrociate di connivenza con Mosca e […] L'articolo Faida tra i servizi segreti ucraini, clima da fallimento a Kiev su Contropiano.
September 6, 2026
Contropiano
Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana
Il ministro italiano Guido Crosetto ha nominato Mykhailo Fedorov – ex ministro ucraino considerato l’artefice della digitalizzazione bellica e della flotta di droni di Kiev – come consigliere per l’innovazione della Difesa. Fedorov è stato nominato advisor esterno a titolo gratuito per il Ministero, ma oltre ai benefici per i […] L'articolo Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana su Contropiano.
August 29, 2026
Contropiano
Zelensky nomina “Eroe dell’Ucraina” il fondatore del Battaglione Azov
Il 24 agosto 2026, con il Decreto n° 813/2026, il Presidente dell’Ucraina Zelensky ha nominato Andrіj Bіlec’kyj come “Eroe dell’Ucraina”. Di seguito il contenuto del Decreto: “Per il coraggio personale e l’eroismo dimostrati nella difesa della sovranità statale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, e per il servizio disinteressato reso al popolo ucraino, decreto: Conferire il titolo di Eroe dell’Ucraina con l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Oro al Generale di Brigata Andriy Yevgeniyovych BILETSKY. Il presidente dell’Ucraina V. ZELENSKYI” Ma chi è Andrіj Bіlec’kyj? Noto con il soprannome di “Führer bianco”, è stato nel 2008 cofondatore del movimento Assemblea Social-Nazionale (SNA) e nel 2014 fondatore e primo comandante della formazione paramilitare ucraina neonazista chiamata Battaglione Azov; mentre attualmente è leader del partito politico Corpo Nazionale e contemporaneamente il comandante del 3º Corpo d’Armata dell’Esercito Ucraino, dalla sua costituzione nel marzo 2025. La sua carriera politica nasce quando nel 1990 rifiuta di essere iscritto all’Organizzazione dei Pionieri di tutta l’Unione “Vladimir Il’ič Lenin” (1), durante l’Unione Sovietica. Bіlec’kyj, insieme ad alcuni compagni di scuole, avrebbe sollevato la bandiera ucraina sull’edificio dell’Istituto Superiore. Nel 2002 Bіlec’kyj diventa leader dell’organizzazione politica Tryzub nella città di Charkiv e nel 2003 collabora con il Partito Social-Nazionale dell’Ucraina (SNPU) (2), organizzazione di stampo neonazista fondata il 13 ottobre 1991 e registrata ufficialmente il 16 ottobre 1995 dai noti neonazisti ucraini Andrij Parubij, Oleh Tjahnybok, Yaroslav Andruškin e Jurij Kryvoručko. Dopo che nel 2004 Oleh Tjahnybok venne eletto presidente del partito, ci fu un tentativo di ripulitura dei ranghi e dell’immagine del partito, espellendo elementi neonazisti e ribattezzando il partito in Unione Pan-ucraina “Libertà” (0vver0 Svoboda)(3) e sostituendo il simbolo “Idea della Nazione” con il simbolo di una mano che mostra tre dita (stilizzando il Tryzub, stemma nazista simbolo nazionale dell’Ucraina); venne inoltre sciolto il movimento giovanile Patriota dell’Ucraina (4), considerato troppo estremista. Bіlec’kyj si oppose alla trasformazione del Partito in Svoboda e alla liquidazione dell’originale Patrioti dell’Ucraina, così nel 2005 avvia la rinascita di un’organizzazione di stampo paramilitare con lo stesso nome (5). Nelle elezioni del 2006, Bіlec’kyj si candida senza successo al Parlamento ucraino (6). Nel 2008 è tra i fondatori dell’Assemblea Sociale-Nazionale (SNA) (7), un insieme di organizzazioni radicali ultranazionaliste ucraine scioltasi nel 2015, che tra i suoi obiettivi aveva “la protezione della razza bianca creando un sistema di “nazionecrazia” antidemocratico e anticapitalista” e l’eradicazione di “capitale speculativo sionista internazionale” (8). Lo stesso Bіlec’kyj ha più volte sostenute posizioni vicine al suprematismo bianco, al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e all’omofobia. Nel 2010, Bіlec’kyj disse che la missione della nazione ucraina era quella di “guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale… contro gli Untermenschen guidati dai semiti” (9). Nell’agosto 2011, membri di Patrioti dell’Ucraina e SNA vengono arrestati in relazione al “caso dei terroristi Vasylkiv”. Allo stesso tempo, viene condotto un assalto armato al quartier generale di Patrioti dell’Ucraina a Charkiv durante il quale due membri dell’organizzazione e l’attentatore rimangono feriti. L’11 settembre 2011, i membri di Patrioti dell’Ucraina vengono arrestati e accusati di tentato omicidio. Il 19 novembre 2011, si verifica un attentato alla vita di Bіlec’kyj a Charkiv, con due ferite da arma da fuoco. Bіlec’kyj riesce a raggiungere l’ospedale della città dove viene operato. Le forze dell’ordine locali classificano l’evento come teppismo. Il 27 dicembre 2011, Bіlec’kyj, insieme ad altri membri di Patrioti dell’Ucraina, viene arrestato con le stesse accuse e detenuto nel carcere investigativo di Charkiv, in custodia cautelare, per 28 mesi. Il 28 novembre 2013, durante le manifestazioni di Euromaidan, i membri di Patrioti dell’Ucraina sono tra i fondatori del movimento Pravyj Sektor, collettivo paramilitare di organizzazioni d’estrema destra ucraine di stampo ultranazionalista e neonazista che nasce come alleanza di diversi gruppi nazionalisti ucraini e dell’Assemblea Nazionale Ucraina – Auto Difesa Nazionale Ucraina (UNA-UNSO). Il 24 febbraio 2014, dopo il colpo di Stato di stampo neonazista che ha visto la cacciata del legittimo presidente ucraino Viktor Janukovyč, la Verchovna Rada (il parlamento ucraino) adotta un emendamento sulla libertà per i prigionieri politici. Il giorno successivo, Bіlec’kyj e altri prigionieri vengono completamente assolti da tutte le accuse e messi in libertà. Il 12 marzo 2014, Bіlec’kyj diviene un dei leader di Pravyj Sektor – Est nelle operazioni speciali, che comprendeva oblast’ come Poltava, Charkiv, Donec’k e Luhans’k. Il 5 maggio 2014, a Berdjans’k, Bіlec’kyj fonda e diventa primo comandante del Battaglione Azov, movimento politico e militare ultranazionalista e neonazista di estrema destra ucraino, sorto a seguito dell’occupazione russa della Crimea e della conseguente guerra in Donbass. Costituito da una serie di organizzazioni civili, politiche, militari e paramilitari, il Battaglione Azov è inizialmente composto da membri di Patrioti dell’Ucraina, SNA, tifosi (in particolare i sostenitori della Futbol’nyj Klub Dynamo Kyïv) e del movimento AutoMaidan. La formazione paramilitare è nota come “Omini neri”, in opposizione alla formazione speciale russa “Omini verdi“. Il 13 giugno 2014, Bіlec’kyj guida il suo distaccamento alla conquista della città di Mariupol, in mano ai ribelli filo-russi. Per le sue gesta, il 2 agosto 2014, Bіlec’kyj, è insignito dell’Ordine per il Coraggio (III grado) e il 15 agosto 2014 promosso tenente colonnello di polizia. Durante il conflitto del 2014, il Battaglione Azov ha compiuto torture, stupri, saccheggi ed esecuzioni sommarie, tanto sui prigionieri quanto sui semplici cittadini russofoni delle città riconquistate da Kiev. Esiste un rapporto Ocse del 2016 che accusa alcuni membri di uccisione di massa di prigionieri, occultamento di cadaveri nelle fosse comuni e uso sistematico di tecniche di tortura fisica e psicologica. Amnesty International ne chiese lo scioglimento al governo ucraino, ma rimase inascoltata. Le sue nefandezze sono state riconosciute ed elencate in una serie di report pubblicati dall’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nonostante ciò, il Battaglione Azov, durante il conflitto e negli anni successivi alla guerra del Donbass, è diventato una sorta di mito per i militanti neonazisti e della destra radicale, ricevendo affiliazioni da mezza Europa, Italia inclusa. Azov sostiene il diritto dei privati cittadini ad essere armati così come vedrebbe di buon occhio la reintroduzione della pena di morte per i traditori e per chi si appropria di beni statali. Il 10 settembre 2014, Bіlec’kyj è ammesso al consiglio militare del Fronte Popolare (10) ma non diventa membro del partito. Il 27 settembre 2014 si candida da indipendente nel 217º distretto elettorale di Kiev, per le elezioni parlamentari ucraine del 2014, vincendo con 31.445 voti (33,75%). Andrіj Bіlec’kyj, dal novembre 2014 al luglio 2019, è stato membro del Parlamento ucraino per l’Unione Ucraina di Patrioti – UKROP, continua a mantenere incarichi militari. Nell’ottobre 2014 Bіlec’kyj lascia il comando del Battaglione Azov e il 20 novembre 2014 succede qualcosa di inusuale: il Battaglione Azov, che da battaglione paramilitare di estrazione neonazista era stato inquadrato inizialmente nella polizia di Stato ucraina con una certa benevolenza del governo ucraino, entra ufficialmente nelle forze militari della Difesa (dopo le battaglie con i russofoni) diventando a tutti gli effetti un reggimento legale. Nel 2015, dopo gli Accordi di Minsk II, Azov, che era passato da 800 miliziani a quasi 2.000, viene integrato ufficialmente nella Guardia Nazionale Ucraina diventando Reggimento Operazioni Speciali Azov: un qualcosa di impensabile in uno Stato democratico. Nell’ottobre 2016 Bіlec’kyj lascia l’esercito ucraino perché ai funzionari eletti è stato impedito di prestare servizio nelle forze armate; ma ha promesso di continuare la sua carriera militare “senza titoli”. Andrij Bіlec’kyj durante i suoi primi 3 anni di lavoro in parlamento partecipa solo al 2,09% delle votazioni, per un totale di 229, classificandosi al quinto posto nella graduatoria dei deputati con il minor numero di votazioni e saltando 328 sedute del parlamento ucraino. Inoltre ha ignorato tutte le sedute della Verchovna Rada nel 2016 e non è comparso in parlamento a marzo 2017. Secondo una ricerca del Comitato degli elettori dell’Ucraina, pubblicata nell’agosto 2017, Andrij Bіlec’kyj non è riuscito a scrivere alcuna legge adottata nella Verchovna Rada. Con 30 progetti, è al primo posto tra i deputati che hanno presentato il maggior numero di progetti di legge infruttuosi. Il fatto che abbia ricevuto uno stipendio da parlamentare pagato con soldi pubblici pur esercitando assenteismo e inadempienza, ha dato i suoi frutti e, per quanto Bilec’kyi nelle elezioni parlamentari ucraine del 2019 sia stato classificato al 2º posto nella lista congiunta di Svoboda e Corpo Nazionale – l’iniziativa governativa di Jaroš e Pravyj Sektor -, non è stato eletto in quanto il partito non ha ottenuto voti sufficienti per superare la soglia elettorale del 5%. Nonostante ciò continua ad avere una certa popolarità e nel maggio 2024 è stato nominato come secondo tra i “100 ucraini che dal 2014 hanno definito la vita nel paese e l’hanno portata avanti” dal giornale The New Voice of Ukraine. nonostante l’assenteismo e l’aver comunque incassato soldi pubblici. Il 30 settembre 2025 è stato promosso a brigadiere generale delle Forze terrestri ucraine e, appunto, il 24 agosto 2026 Zelensky lo ha premiato conferendogli il titolo di Eroe dell’Ucraina, la massima onorificenza del paese, per i successi conseguiti al comando del 3º Corpo d’armata. Ora, oltre a guidare il partito politico d’estrema destra Corpo Nazionale (di stampo neo-nazista fondato nel 2016 da lui stesso), continua ad essere il comandante del 3º Corpo d’Armata dell’Esercito Ucraino: tutto questo senza destare preoccupazione in uno Stato europeo guidato da un governo che i media mainstream occidentali continuano a definire “democratico”.     (1) fu, in Unione Sovietica, un’organizzazione giovanile di massa riservata ai bambini di età compresa tra i 9 e i 14 anni. L’attività dell’organizzazione, su mandato del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), era curata dall’Unione Comunista della Gioventù (Komsomol), la struttura giovanile del partito. (2) Il nome “Social Nazionalista” era un riferimento intenzionale al partito nazionalsocialista di Adolf Hitler. Il partito adottò anche un emblema che molti definiscono simile al Wolfsangel, noto simbolo della Germania nazista, sebbene il PSNU affermasse che tale simbolo significasse “Idea Nazionale”. https://www.spiegel.de/international/europe/ukraine-sliding-towards-civil-war-in-wake-of-tough-new-laws-a-945742.html (3) Svoboda, partito d’estrema destra ucraino di stampo neonazista che ebbe ruoli di spicco nelle manifestazioni di Euromaidan e del golpe neonazista del 24 febbraio 2014. (4) Nel 1999 il PSNU istituì il movimento Patrioti dell’Ucraina, che divenne l’ala giovanile del partito. https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/osw-commentary/2011-07-05/svoboda-party-new-phenomenon-ukrainian-right-wing-scene (5) https://hromadske.ua/posts/my-namahaiemosia-pryity-do-vlady-cherez-vybory-khocha-maiemo-vsiaki-mozhlyvosti-iak-azov-staie-partiieiu (6) https://nv.ua/publications/andrey-bileckiy-kak-voyna-prevratila-polituznika-v-komandira-batalona-azov-17031.html (7) Anton Shekhovstov, The Creeping Resurgence of the Ukrainian Radical Right? The Case of the Freedom Party., in Europe-Asia Studies, vol. 63, n. 2, marzo 2011, pp. 203-228, https://archive.org/details/rightwingpopulis0000woda; Anton Shekhovstov, The Creeping Resurgence of the Ukrainian Radical Right? The Case of the Freedom Party., in Europe-Asia Studies, vol. 63, n. 2, marzo 2011, pp. 203-228, https://archive.org/details/sim_europe-asia-studies_2011-03_63_2/page/202/mode/2up; Andreas Umland, Ukraine’s Radical Right, in Journal of Democracy 25(3), pp. 58-63., 1º luglio 2014,  https://www.academia.edu/7615988/Ukraines_Radical_Right; Volodymyr Ishchenko, Fighting Fences vs Fighting Monuments: Politics of Memory and Protest Mobilization in Ukraine, in Debatte: Journal of Contemporary Central and Eastern Europe, vol. 19, 1–2, 2011; Mridula Ghosh, The Extreme Right in Ukraine’s Political Mainstream: What Lies Ahead?, a cura di Ralf Melzer, Friedrich Ebert Stiftung, 2013. (8) Laddove il termine “sionista” è qui usato come sinonimo di “ebreo” in linea con quella narrazione centrale in alcuni settori dell’estrema destra neonazista che credono nel mito del “giudeo-bolscevismo”, ovvero in un “complotto mondiale giudeo-moscovita” che vuole impossessarsi del mondo: un mito analizzato molto bene nel libro Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico dello storico Paul Hanebrink. https://web.archive.org/web/20210622074335/https://www.bbc.com/russian/international/2014/07/140716_ukraine_swedish_sniper (9) Untermenschen, che significa sub-umano, è un termine dell’ideologia razzista nazista utilizzato per descrivere specialmente gli ebrei, i Popoli Romanì, gli slavi e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”, secondo la terminologia nazista del tempo. https://www.theguardian.com/world/2018/mar/13/ukraine-far-right-national-militia-takes-law-into-own-hands-neo-nazi-links (10) Fronte Popolare – un partito politico ucraino di destra liberalconservatore fondato nel 2014 da Arsenij Jacenjuk e Oleksandr Turčynov, insieme ad altri fuoriusciti dal partito Patria dell’imprenditrice ucraina Julija Tymošenko.   Ulteriori articoli: > Guerra in Ucraina, dai missili NATO su Mosca al rifornimento degli Alleati – > Parte I > Guerra in Ucraina, la contestualizzazione politica del Donbass e la > disinformazione embedded – Parte II > Guerra in Ucraina, tra nazificazione e neonazismo militante. Colpo di Stato e > neonazismo > Ucraina e Palestina, quale parallelismo con la Resistenza partigiana? > Guerra in Ucraina tra disinformazione di Stato e geopolitica. Rubeo: “La fine > della storia si è rivelata una mera illusione” > Venti di Guerra in Ucraina. Intervista a Fulvio Grimaldi Lorenzo Poli
August 28, 2026
Pressenza
Ucraina, 15 anni di carcere per l’attivista Bogdan Syrotiuk
L’Ucraina è il paese dove, con Poroschenko prima e con Zelensky oggi, i comunisti vanno in galera e i nazifascisti sono elevati a eroi nazionali. Il 10 agosto 2016, Bogdan Syrotiuk, militante comunista di tendenza troskista di 27 anni, è stato condannato a 15 anni di carcere, dopo averne passati due, sempre in carcere, in precarie condizioni di salute in attesa di processo. Bogdan, membro di spicco della Giovane Guardia Bolscevica-Leninista (YGBL), è stato condannato per “alto tradimento… in base alla legge marziale” sebbene gli atti processuali non contengono alcun atto di tradimento: nessun spionaggio, nessun sabotaggio, nessuna collaborazione con forze militari. La sentenza afferma che Bogdan ha agito “su istruzioni di un rappresentante del World Socialist Web Site , sotto lo pseudonimo di ‘David'”, identificato nella sentenza stessa come David North, presidente del comitato editoriale internazionale del WSWS.  Gli esperti dello Stato hanno esaminato 14 scritti di Bogdan e ne hanno inclusi sette nell’atto d’accusa. Il tribunale è stato poi costretto a escluderne uno dei sette, un articolo sui violenti sequestri di leva da parte dei commissariati militari, dopo che la propria commissione forense non vi ha riscontrato alcuna prova di reato. Bogdan è stato condannato a 15 anni di carcere per sei articoli di informazione indipendente. Qual era il contenuto sovversivo di questi articoli? Quali reati avrebbe commesso con la stesura di questi articoli? La colpa sta nell’aver scritto articoli di opposizione alla guerra NATO – Russia; per la sua denuncia della riabilitazione a “eroe nazionale” del nazista ucraino Stepan Bandera e per aver fatto appello all’unità tra i lavoratori ucraini e i lavoratori russi. Tra le “prove” di tradimento citate dal tribunale figurano l’articolo di Bogdan “I crimini dei banderoviti contro il popolo ucraino: appunti di un trotskista ucraino” e il suo discorso del Primo Maggio 2023, “Per l’unità della classe operaia di Russia e Ucraina!”. Tutti argomenti che, se trattati in un Paese democratico, non sarebbero minimamente concepibili come “reati” ma bensì come legittime opinioni in nome della libertà di espressione e di dissenso. In qualsiasi Paese in cui i diritti democratici hanno ancora un senso, i contenuti di questi articoli sarebbero tutelati dalla libertà di parola. Nell’Ucraina di Zelensky, invece, comportano una condanna a 15 anni di carcere. L’unica prova presentata contro di lui consisteva nei suoi scritti, pubblicati sul World Socialist Web Site, e nelle sue comunicazioni con i redattori che li pubblicavano. Lo Stato e il governo ucraino si sono arrogati il diritto – profondamento antidemocratico in violazione delle libertà costituzionali – di dichiarare organizzazioni criminali le pubblicazioni socialiste e pacifiste internazionali e di considerare la collaborazione con esse un “atto di tradimento”. Le motivazioni della Corte ucraina confermano la deriva antidemocratica dello Stato ucraino portata avanti da Zelensky. Secondo la corte, infatti, gli articoli contenevano “il mancato riconoscimento della leadership politica ucraina legittimamente eletta e dei processi democratici”, “paragonabili con fascisti e nazisti”, “valutazioni negative delle forze armate ucraine” e “una reinterpretazione di eroi nazionali e figure storiche”. Peccato che la reinterpretazione, la riabilitazione e la rilegittimazione di figure storiche, come Stepan Bandera, elevate a “eroi nazionali” sia stata proprio opera dei governi Poroschenko e Zelensky: Stepan Bandera era uno dei leader dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini) e della Divisione Galizia delle Waffen-SS, collaboratori nazisti che appoggiarono l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler nel 1941 e furono implicati nello sterminio di massa di ebrei e polacchi (e su questo la storia non mente!).  Quando Bogdan fu arrestato dal Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) il 25 aprile 2024, lo Stato affermò che agiva come “agente del governo russo”, ma negli oltre due anni trascorsi da allora, non è emerso nulla a sostegno di tale accusa, ma anzi si può sostenere il contrario: gli articoli citati nella condanna criticavano esplicitamente il presidente russo Vladimir Putin e condannavano l’invasione russa dell’Ucraina, criticando al contempo anche il governo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Un rapporto di 65 pagine redatto da Yuri Irkhin, uno dei principali criminologi ucraini, non ha riscontrato negli scritti di Bogdan “dichiarazioni, frasi, periodi o combinazioni di parole che presentino segni di propaganda volta a sostenere l’aggressione armata della Federazione Russa”. La difesa ha dimostrato che nulla agli atti costituiva gli elementi del reato di tradimento e che gli scritti di Bogdan erano espressione politica protetta dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Purtroppo però le prove presentate a difesa di Bogdan non hanno mai trovato risposta: invece di rispondere in base alle prove presentate che confutano l’accusa, il tribunale ha ordinato una nuova perizia a un istituto forense statale, il quale, tuttavia, non ha trovato negli articoli alcun appello al rovesciamento dello Stato, alla presa del potere, ad atti sovversivi o alla modifica dei confini dell’Ucraina. Nonostante ciò, nuovamente la Corte ha respinto tutte queste argomentazioni ed ha persino ordinato a Bogdan di pagare più di 178.000 grivne per coprire i costi delle “perizie” forensi utilizzate per condannarlo. La sentenza, emessa da un tribunale distrettuale nella regione di Nikolaev, dispone inoltre anche la confisca dei beni e dispositivi elettronici di Bogdan, nonché la distruzione dei libri, dei volantini e dei documenti programmatici di stampo socialista che gli erano stati sequestrati. La decisione di distruggere il programma della YGBL, i suoi opuscoli, volantini e raccoglitori di articoli stampati svela il vero contenuto della sentenza. I metodi sono quelli dei regimi fascisti: imprigionare l’opposizione, confiscare il suo materiale, bruciare i suoi scritti. La sentenza fa riferimento più volte alle “conseguenze socialmente pericolose” delle posizioni di Bogdan e ciò dimostra che il processo a Bogdan è un processo politico risultato di una persecuzione politica: la sentenza non è stata il risultato di un procedimento legale, bensì l’esecuzione di una direttiva politica della dittatura di Zelensky. L’obiettivo non è tanto il pretesto del “sostegno alla Russia di Putin”, ma bensì è mirato alla crescente opposizione alla guerra e al regime di Zelensky tra i lavoratori e i giovani ucraini. Da quando la reazione militare su vasta scala della Russia nel febbraio 2022 in risposta a 8 anni di pulizie etniche ucraine in Donbass (che hanno provocato 14.000 morti), le autorità ucraine hanno adottato una serie di misure contro organizzazioni politiche e organi di informazione considerati una minaccia per la sicurezza. Il governo ha messo al bando numerosi partiti politici e ha limitato o bloccato un gran numero di siti web. La legislazione ucraina in tempo di guerra punisce oggi severamente chiunque si opponga alla linea bellica della NATO e di Kiev e il famigerato SBU (servizio di sicurezza ucraino che risponde direttamente a Zelensky e famoso per le sue pratiche di torture) assimila l’attivismo marxista, internazionalista, antifascista, nonviolento e pacifista al reato di favoreggiamento del “nemico russo”. La condanna di Bogdan avviene in un Paese in cui la politica di sinistra è stata messa al bando. I partiti e i simboli comunisti sono vietati in Ucraina sin dalle leggi di “decomunistizzazione” del 2015. Il Partito Comunista dell’Ucraina (KPU) è stato ufficialmente messo fuori legge attraverso un percorso normativo e giudiziario iniziato nel 2015 e definitivamente consolidato nel 2022 con firma di Zelensky. Sempre nel 2022, Zelensky ha messo fuori legge ben 11 partiti di opposizione con la solita accusa di essere “filo-russi”, tra cui il principale partito di opposizione in parlamento che è stato successivamente bandito definitivamente. La misura anti-democratica ha colpito sia forze storiche con una forte rappresentanza parlamentare, sia formazioni minori. Di seguito la lista dei partiti messi fuori legge: * Piattaforma d’Opposizione – Per la Vita (il principale partito di opposizione in parlamento); * Blocco d’Opposizione Nashi (Nostro) * Partito di Shariy * Opposizione di sinistra * Unione delle Forze di sinistra; * Stato (Derzhava) * Partito Socialista Progressista dell’Ucraina * Partito Socialista dell’Ucraina * Socialisti * Blocco di Volodymyr Saldo In realtà buona parte di questi partiti intercettavano il voto della popolazione ucraina di etnia russofona: circa 9 milioni di persone (18% censimento 2001). Più di 6.000 persone provenienti da circa 60 paesi hanno firmato una lettera aperta chiedendo il rilascio di Syrotiuk. I suoi sostenitori hanno espresso preoccupazione per la sua salute, affermando che le condizioni del ventisettenne si sono aggravate durante la detenzione. Sostengono che le condizioni del sistema carcerario ucraino rappresentino una seria minaccia per la sua salute e possano equivalere a una “condanna a morte”. Il caso ha richiamato l’attenzione su un pubblico più ampio riguardo alle restrizioni all’attività politica e alla libertà di espressione in Ucraina durante la guerra. I sostenitori di Syrotiuk sostengono che la sua condanna dimostra come le misure di sicurezza adottate in tempo di guerra vengano utilizzate contro gli oppositori politici interni, in particolare contro coloro che criticano sia Mosca che Kiev. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel settembre 2025 sono stati aperti circa 20.000 procedimenti penali ai sensi delle leggi ucraine sul tradimento e la collaborazione con gli Stati Uniti. L’organizzazione ha inoltre riferito che “continua a documentare casi di tortura e maltrattamenti” nei confronti dei detenuti nelle mani dello Stato ucraino. Human Rights Watch definisce le leggi sulla collaborazione “eccessivamente ampie e vaghe”; tra gli indagati figurano persone che hanno svolto “servizi di emergenza, lavori di costruzione, soccorso umanitario e rimozione dei rifiuti” nei territori occupati.   Ulteriori fonti: https://www.wsws.org/en/articles/2026/08/11/oqko-a11.html?pk_campaign=wsws-newsletter&pk_kwd=wsws-daily-newsletter https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/un-paese-diviso-lingua-e-identita-etnica-in-ucraina/ https://www.theguardian.com/world/2022/mar/20/ukraine-suspends-11-political-parties-with-links-to-russia https://www.azernews.az/region/262688.html   Lorenzo Poli
August 24, 2026
Pressenza