I Cpr sono una malattia sociale

Comune-info - Monday, September 14, 2026

R. ha ventisette anni, è nato in Marocco ed è finito in un Centro di permanenza per rimpatri (Cpr): “Sembravano tutti zombie. Avevano gli occhi aperti ma non guardavano nulla. Ogni giorno passavano a darci un bicchierino a testa di rivotril (sedativo, i cui effetti durano per molte ore). Quasi ogni giorno, c’era qualcuno che provava a uccidersi o che si faceva del male. C’erano tanti ragazzi che come me non sapevano se e quando sarebbero usciti da lì. Le persone venivano stordite dai farmaci, così non si lamentavano, non protestavano. Quando eri sotto rivotril – aggiunge – perdevi il senso del tempo e provavi meno angoscia. L’avvocato d’ufficio l’ho visto una volta e poi è sparito. Io vivo in Italia da quando ho cinque anni. Sono finito in CPR perché quando ho compiuto diciotto anni, la comunità mi ha lasciato in strada. Senza documenti. Mi hanno buttato in una cella dove il bagno non veniva mai pulito. Era disumano. Quando qualcuno stava male e gridava aiuto nessuno interveniva. Eravamo carne umana gettata in un angolo…“.

Quest’estate è morto un altro ragazzo al Cpr di Palazzo San Gervasio, a Potenza (La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere). R. ne parla perché negli stessi giorni gli veniva riconosciuta la protezione speciale e il gioco dei destini è atroce. Ne parla perché “li è normale morire“.

Quel ragazzo si chiamava Lassoued e la sua morte è arrivata dopo sessantasette eventi critici (ovvero atti di autolesionismo e tentativi di suic registrati in soli sei mesi). I Cpr sono una malattia sociale.

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