
Trauma e vergogna
Comune-info - Sunday, September 6, 2026
Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni.
Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana.
Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”.
È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma.
“La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti.
La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna.
È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”.
Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza.
È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva.
Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano.
Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità.
Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna.
Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile.
Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4.
Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”.
È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare.
I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità.
Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità.
Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità.
Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza.
1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158
2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51
3 Butler J., Vite precarie, 2004
4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32
5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012
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