L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione

Comune-info - Wednesday, September 2, 2026
Castelbuono (Palermo). Foto Progetto Sos Gaza

Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale in sé — non per gli eccessi, non per specifiche violazioni, ma come struttura. La Corte ha riaffermato le norme perentorie che vietano annessione, colonie, segregazione razziale e apartheid, definendo la propria pronuncia dichiarativa e vincolante per Israele e per tutti gli Stati che sostengono l’occupazione. È il punto di partenza corretto per un’analisi materialista: la questione palestinese non è un conflitto tra due nazionalismi equivalenti, ma un rapporto di produzione strutturato per legge internazionale come illecito, eppure riprodotto ogni giorno e dato purtroppo per scontato dalla comunità internazionale. Il meccanismo è economico prima che militare.

I tanto decantati accordi di Oslo — attraverso il Paris Protocol — hanno legato moneta, dogane e mercato del lavoro palestinese al sistema israeliano, trasformando Cisgiordania e Gaza in riserve di manodopera a basso costo e mercati di sbocco captive.

L’Autorità Palestinese amministra la sicurezza per conto dell’occupante e distribuisce le rendite degli aiuti internazionali: non si tratta di una “borghesia compradora” nel senso classico che il lessico marxista attribuisce a Lenin e alla scuola della dipendenza (Frank, Amin) — quella figura media l’accumulazione di capitale straniero in cambio di una quota di profitto, su una base produttiva propria. L’AP non accumula nulla: non ha economia di esportazione, vive di rendita da aiuti internazionali e di trasferimenti fiscali (le “clearance revenues”) che Israele stesso trattiene o eroga a discrezione. È più precisamente una classe dirigente subappaltatrice, gestisce il consenso interno e la sicurezza per conto dell’occupante senza sovranità reale e senza un progetto di accumulazione autonomo. È la logica gramsciana dell’egemonia subalterna applicata senza metafora, ma privata del momento capitalistico che il termine “comprador” implicherebbe se usato in senso proprio.

Il capitale globale non è spettatore. L’industria bellica statunitense (Lockheed, RTX, General Dynamics) e l’integrazione finanziaria del Golfo tramite gli Accordi di Abramo mostrano che la sopravvivenza del sistema di occupazione dipende da un blocco di interessi che eccede lo Stato israeliano. Il trasferimento e la vendita pressoché incondizionati di armi da parte di governi che sanno del rischio concreto che vengano usate contro civili sono proseguiti nonostante il parere della Corte; la continuità del flusso di armamenti dopo una sentenza che ne certifica l’illegalità funzionale è precisamente ciò che un’analisi di classe deve spiegare, e che una lettura puramente diplomatica non riesce a spiegare. La Corte ha imposto obblighi precisi: cessazione immediata di ogni nuova attività di colonizzazione, evacuazione dei coloni dal territorio occupato, e riparazione dei danni a tutte le persone fisiche e giuridiche coinvolte. Un anno dopo, nessuno di questi obblighi risulta osservato. Questo scarto — tra vincolo giuridico riconosciuto e prassi economica ininterrotta — è la prova materiale che l’occupazione non è un’anomalia da correggere ma un modo di produzione che genera profitto, rendita politica e sicurezza regionale per chi la sostiene.

Il proletariato palestinese: dalla dipendenza all’esclusione

Il rapporto di classe si vede più chiaramente nella storia del lavoro salariato palestinese dentro Israele.

Negli anni ’70-’80 fino a un terzo della forza lavoro palestinese era impiegata nell’economia israeliana: un classico rapporto centro-periferia, dove la manodopera a basso costo compensa la carenza strutturale israeliana in settori come edilizia e agricoltura, sotto un regime di permessi controllato dall’amministrazione militare. La Prima Intifada rompe questo schema: il boicottaggio palestinese e la percezione di “rischio sicurezza” spingono Israele a sperimentare per la prima volta la sostituzione con manodopera migrante asiatica. Gli accordi di Oslo istituzionalizzano questo processo di “separazione”: tra il 1993 e il 2000 il governo israeliano espande sistematicamente il reclutamento di lavoratori temporanei da Thailandia, Cina, Filippine, arrivando entro il 2000 a circa 240.000 lavoratori migranti, pari a circa il 10% della forza lavoro israeliana.

La quota di lavoratori palestinesi occupati in Israele crolla dal 23% nel 1999 a meno del 10% nel 2005, dopo le misure di punizione collettiva della Seconda Intifada. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo si completa: i lavoratori di Gaza vengono azzerati, quelli della Cisgiordania in larga parte bloccati, e il governo israeliano discute piani per importare fino a 80.000 nuovi lavoratori stranieri.

Il punto materialista qui è preciso e va detto senza ambiguità: non si tratta solo di punizione collettiva, ma di una strategia deliberata di sostituzione della forza lavoro come arma politica, mantenere la dipendenza economica quando serve pacificazione, tagliarla quando la manodopera palestinese diventa un rischio percepito. La working class palestinese non è mai stata trattata come soggetto economico stabile, ma come valvola regolabile a seconda della convenienza securitaria del capitale israeliano.

Il proletariato israeliano: perché la classe perde contro la nazione

Sul lato israeliano, il quadro marxista incontra il suo problema più scomodo. La working class israeliana — storicamente concentrata tra i mizrahim (ebrei di origine mediorientale e nordafricana, discriminati dall’establishment ashkenazita fondatore) — avrebbe, sul piano degli interessi materiali immediati, ragioni di solidarietà di classe con i lavoratori palestinesi: entrambi subalterni rispetto al capitale finanziario e tecnologico ashkenazita concentrato a Tel Aviv. Nella pratica storica è avvenuto l’opposto: la campagna della “avoda ivrit” (lavoro ebraico) e poi il nazionalismo di sicurezza hanno integrato i mizrahim nel progetto statale proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro migliore. Il Likud costruisce il proprio blocco elettorale esattamente su questa base dagli anni Settanta in poi.

È il vecchio problema che la sinistra marxista israeliana (Matzpen, poi Hadash) non ha mai risolto: quando nazionalismo e classe competono per la lealtà del lavoratore, storicamente vince il primo, e in Israele/Palestina questo non è un’eccezione da spiegare ma la regola da assumere come dato.

Il limite del modello

Il modello va stress-testato, non solo applicato. Primo: la sostituzione della manodopera palestinese con lavoratori migranti asiatici e africani complica la lettura puramente etno-nazionale del conflitto perché introduce una terza classe subalterna (lavoratori spesso indebitati per i costi di reclutamento e privi di tutele) che nessuna delle due narrazioni nazionali, sionista o palestinese, include nel proprio conto. Un’analisi di classe rigorosa non può ignorarli solo perché non rientrano nel binomio israeliano-palestinese.

Secondo: se il criterio è “chi accumula capitale”, va detto che neppure Hamas ha una base di classe produttiva, vive infatti di rendita (tunnel, tassazione informale, trasferimenti del Qatar) più che di organizzazione del lavoro salariato, quindi il tentativo di leggerla come avanguardia proletaria regge ancora meno del tentativo, già corretto sopra, di leggere l’AP come comprador. Il quadro più onesto è che nessuno dei due attori palestinesi organizzati oggi corrisponde a una formazione di classe in senso marxista classico: sono entrambi apparati di gestione della crisi, non soggetti rivoluzionari.

Conclusione scomoda

Da un punto di vista marxista in senso stretto, la domanda “cui prodest” non basta: bisogna chiedersi anche chi può, materialmente, rompere il rapporto — e qui il quadro tracciato sopra si ritorce contro ogni conclusione consolatoria.

Il diritto internazionale, in termini di Marx, appartiene alla sovrastruttura: la sentenza dell’Aia descrive con precisione la forma giuridica di un rapporto di sfruttamento, ma non tocca la base materiale che lo riproduce (profitto dell’industria bellica, rendita di sicurezza per il capitale del Golfo, disciplina di classe sul lavoro sostituibile). Una sovrastruttura giuridica non abolisce mai da sola i rapporti di produzione che la generano; li nomina, nella migliore delle ipotesi li delegittima, ma il superamento richiede una forza materiale organizzata capace di imporlo. Ed è qui che l’analisi condotta finora nega la propria stessa scorciatoia: non esiste, allo stato attuale, un soggetto storico capace di quella rottura. Non il proletariato palestinese, frammentato tra Gaza assediata, Cisgiordania sotto occupazione diretta e diaspora, e comunque privato di organizzazione di classe autonoma da AP e Hamas. Non (tantomeno) il proletariato israeliano, integrato nel blocco nazional-securitario proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro. Non i lavoratori migranti, ricattabili per status giuridico.

Marx scriveva che un modo di produzione crolla quando le sue contraddizioni interne generano la forza che lo sostituisce; qui le contraddizioni sono acute e documentabili, ma restano, per ora, prive dell’agente rivoluzionario che le traduca in rottura.

Questo — non l’assenza di sfruttamento, non l’assenza di diritto violato — è il vero deficit da cui ripartire: la crisi di rappresentanza di classe su entrambi i lati della linea verde, prima ancora della crisi di legalità internazionale.

Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte)

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