Il No islandese all’insegna della sovranità e del lavoro

Pressenza - Tuesday, September 1, 2026

Il popolo islandese ha detto No all’Unione Europea, votando contro la ripresa dei negoziati per l’adesione alla UE e segnalando con chiarezza la preoccupazione che l’adesione alla UE potesse rappresentare per l’Islanda un rischio economico per la sua agricoltura e, soprattutto, per la sua pesca, la sua economia marittima, e perfino la sua identità e sovranità. Quasi il 53% dei cittadini e delle cittadine islandesi ha respinto così la proposta del governo di centrosinistra di riaprire i negoziati di adesione. 

La preoccupazione del popolo islandese per la potenziale perdita di controllo sul proprio settore della pesca, sulla propria più complessiva economia marittima e sulla propria stessa, specifica, identità nazionale ha dunque prevalso. Il risultato intreccia inoltre, a ben vedere, due questioni fondamentali, la difesa della propria economia e del proprio apparato produttivo e la questione storica dell’autogoverno, quest’ultima a sua volta legata al controllo sulle risorse naturali, sul mare e sulla pesca.

La quota della pesca nell’economia islandese, peraltro, è diminuita nel corso dei decenni, e anche questo è fonte di preoccupazione per il Paese. I prodotti ittici hanno rappresentato il 47% delle esportazioni tra il 2025 e il 2026, e tuttavia la produzione si è dimezzata nel corso degli ultimi trent’anni, passando da 2.2 milioni di tonnellate nel 1997 a 1.1 milioni di tonnellate nel 2024; inoltre, agricoltura, silvicoltura e pesca contribuivano a più del 9% del prodotto interno lordo islandese nel 1995, una quota che si è ridotta a meno del 4% nel 2025.

L’Islanda ha una serie di specifiche peculiarità nazionali. Membro fondatore e alleato chiave della Nato, soprattutto per via della posizione geostrategica (a cavallo del corridoio navale tra Groenlandia e Gran Bretagna che collega l’Artico all’Atlantico), è l’unico Paese Nato (e uno dei pochi al mondo) a non disporre di proprie forze armate e, per questo, un caso di scuola nella letteratura e nella pratica del peacebuilding. Non facendo parte dell’Unione Europea, è tuttavia membro dello Spazio economico europeo e dello Spazio Schengen. 

È possibile proiettare il risultato referendario islandese sullo sfondo della vicenda politica ed economica complessiva dell’Unione Europea? O, detto diversamente, sono legittime le preoccupazioni, diffuse non solo in Islanda del resto, circa la crisi economica, produttiva ed occupazionale che sta attraversando la UE?

L’Unione Europa ha approvato un pacchetto finanziario di aiuti all’Ucraina di portata strategica: 90 miliardi, di cui 30 miliardi destinati al sostegno delle spese ordinarie dello stato ucraino (altrimenti in default) e 60 miliardi in aiuti militari, dei quali circa 16 già approvati e 8.5 già erogati. Questo pacchetto fa parte di un volume di aiuti finanziari complessivi che cubano, come dicono gli economisti, un totale di oltre 220 miliardi. Una tale esposizione finanziaria, in una congiuntura come quella attuale, non può non avere conseguenze. 

L’Unione Europea sta sempre più scaricando il prezzo di questa esposizione, e della crisi produttiva ed energetica, sulle spalle di cittadini e lavoratori. I segni sono piuttosto chiari: chiusura di fabbriche e aziende e vero e proprio collasso delle piccole e piccolissime imprese e dell’artigianato che, risultano, evidentemente, i settori più colpiti; drastica riduzione degli investimenti produttivi; problemi nel sistema dell’energia, sia in relazione alle difficoltà negli approvvigionamenti, sia in relazione al clamoroso aumento della bolletta energetica, sia per le aziende, sia per cittadini e famiglie; aumento dei prezzi ormai anche dei generi di prima necessità; tagli drastici alla spesa sociale e ulteriore smantellamento dello stato sociale.  

Sono ben noti, in Italia, i casi più emblematici di crisi dei grandi attori produttivi: le centrali ENEL di Brindisi e Civitavecchia, e, in generale, la chiusura delle centrali a carbone, vero e proprio simbolo del fallimento delle politiche industriali della “transizione energetica” in Italia; le Cartiere di Fabriano; la Prysmian di Battipaglia; la Trasnova; la Beko; la G&W Electric Foggia; l’Almaviva Contact; la Glencore di Portovesme, tutti casi di crisi produttiva, assenza di programmazione economica e politica industriale, fallimenti e licenziamenti. 

A livello nazionale appena lo scorso anno si contavano in Italia ben 96 aziende in crisi, per un totale di oltre 120 mila lavoratori interessati, senza contare le crisi di livello locale e regionale, con decine e decine di migliaia di altri lavoratori in condizioni drammatiche; un processo di vera e propria desertificazione industriale che riguarda anche e soprattutto comparti essenziali e strategici, come la chimica, la farmaceutica, la siderurgia (pensiamo al caso dell’ILVA), l’intera “filiera del bianco”, vale a dire l’industria degli elettrodomestici, di fatto scomparsa dal panorama produttivo italiano, il settore metalmeccanico e dell’auto.  

Secondo dati Istat, ad agosto dello scorso anno l’indice della produzione industriale italiana è stato pari a 91.6 (la base di riferimento pari a 100 corrisponde al livello medio del 2021), il che significa che la produzione industriale è attualmente più bassa dell’8.4 per cento rispetto al 2021. Secondo dati Eurostat, negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, la produzione industriale in Italia è addirittura crollata in una misura pari a -23%, in media un punto percentuale di capacità produttiva perso ogni anno, peggio di Grecia, Spagna, Portogallo. 

Negli ultimi trent’anni, tra il 1995 e il 2025, la percentuale di occupati nel settore della manifattura è passata dal 21% al 15%. Secondo dati della CGIA Mestre, pesantissima è la situazione dell’artigianato: una contrazione dell’artigianato da 1.5 milioni di attività nel 2008 ad appena 1.2 milioni nel 2025, una perdita di posti di lavoro drammatica, da oltre 1.7 milioni a 1.3 milioni, con una flessione del 25% e la perdita di 434.000 posti di lavoro. 

Per non parlare delle conseguenze dirette, in termini di carovita, dell’assenza di politica industriale e di continue spese per il riarmo e per la guerra: ad agosto 2026, l’inflazione è salita al 3.3% e secondo stime (Nomisma e altri) si annuncia un inverno duro per tutti: le spese aumenteranno del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese e rincari previsti ammonteranno a circa 250 euro in più a famiglia per i mesi invernali.

E di fronte alla crisi produttiva, al tracollo del sistema delle protezioni sociali, e all’impoverimento diffuso non solo di precari e disoccupati, ma anche dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre dalla Commissione europea arriva la irricevibile proposta di “mobilitare” i risparmi faticosamente messi da parte dai cittadini a costo di rinunce e sacrifici: Ursula von der Leyen ha definito “inattivi” i 10 mila miliardi di euro (in realtà, secondo dati EBF, European Banking Federation, si tratta di 17 mila miliardi di euro) depositati nei conti bancari europei, annunciando, senza reticenze, che «l’Europa deve far lavorare questi risparmi per le nostre aziende». 

In breve: invece di un riorientamento strategico delle proprie politiche, del rilancio degli investimenti sociali, della fine della guerra, e della riapertura dei canali diplomatici ed economici con la Russia, l’Unione europea vede il suo apparato produttivo fortemente compromesso, subisce un pesante deficit di investimenti, moltiplica povertà, precarietà e disoccupazione, e prova a uscirne con più guerra, più armi, e puntando a colpire perfino i risparmi degli stessi cittadini europei. Una politica che definire discutibile sarebbe eufemistico, e di fronte alla quale il No dei cittadini islandesi appare una risposta, motivata e preoccupata al tempo stesso.  

Gianmarco Pisa