Il No islandese all’insegna della sovranità e del lavoro
Il popolo islandese ha detto No all’Unione Europea, votando contro la ripresa
dei negoziati per l’adesione alla UE e segnalando con chiarezza la
preoccupazione che l’adesione alla UE potesse rappresentare per l’Islanda un
rischio economico per la sua agricoltura e, soprattutto, per la sua pesca, la
sua economia marittima, e perfino la sua identità e sovranità. Quasi il 53% dei
cittadini e delle cittadine islandesi ha respinto così la proposta del governo
di centrosinistra di riaprire i negoziati di adesione.
La preoccupazione del popolo islandese per la potenziale perdita di controllo
sul proprio settore della pesca, sulla propria più complessiva economia
marittima e sulla propria stessa, specifica, identità nazionale ha dunque
prevalso. Il risultato intreccia inoltre, a ben vedere, due questioni
fondamentali, la difesa della propria economia e del proprio apparato produttivo
e la questione storica dell’autogoverno, quest’ultima a sua volta legata al
controllo sulle risorse naturali, sul mare e sulla pesca.
La quota della pesca nell’economia islandese, peraltro, è diminuita nel corso
dei decenni, e anche questo è fonte di preoccupazione per il Paese. I prodotti
ittici hanno rappresentato il 47% delle esportazioni tra il 2025 e il 2026, e
tuttavia la produzione si è dimezzata nel corso degli ultimi trent’anni,
passando da 2.2 milioni di tonnellate nel 1997 a 1.1 milioni di tonnellate nel
2024; inoltre, agricoltura, silvicoltura e pesca contribuivano a più del 9% del
prodotto interno lordo islandese nel 1995, una quota che si è ridotta a meno del
4% nel 2025.
L’Islanda ha una serie di specifiche peculiarità nazionali. Membro fondatore e
alleato chiave della Nato, soprattutto per via della posizione geostrategica (a
cavallo del corridoio navale tra Groenlandia e Gran Bretagna che collega
l’Artico all’Atlantico), è l’unico Paese Nato (e uno dei pochi al mondo) a non
disporre di proprie forze armate e, per questo, un caso di scuola nella
letteratura e nella pratica del peacebuilding. Non facendo parte dell’Unione
Europea, è tuttavia membro dello Spazio economico europeo e dello Spazio
Schengen.
È possibile proiettare il risultato referendario islandese sullo sfondo della
vicenda politica ed economica complessiva dell’Unione Europea? O, detto
diversamente, sono legittime le preoccupazioni, diffuse non solo in Islanda del
resto, circa la crisi economica, produttiva ed occupazionale che sta
attraversando la UE?
L’Unione Europa ha approvato un pacchetto finanziario di aiuti all’Ucraina di
portata strategica: 90 miliardi, di cui 30 miliardi destinati al sostegno delle
spese ordinarie dello stato ucraino (altrimenti in default) e 60 miliardi in
aiuti militari, dei quali circa 16 già approvati e 8.5 già erogati. Questo
pacchetto fa parte di un volume di aiuti finanziari complessivi che cubano, come
dicono gli economisti, un totale di oltre 220 miliardi. Una tale esposizione
finanziaria, in una congiuntura come quella attuale, non può non avere
conseguenze.
L’Unione Europea sta sempre più scaricando il prezzo di questa esposizione, e
della crisi produttiva ed energetica, sulle spalle di cittadini e lavoratori. I
segni sono piuttosto chiari: chiusura di fabbriche e aziende e vero e proprio
collasso delle piccole e piccolissime imprese e dell’artigianato che, risultano,
evidentemente, i settori più colpiti; drastica riduzione degli investimenti
produttivi; problemi nel sistema dell’energia, sia in relazione alle difficoltà
negli approvvigionamenti, sia in relazione al clamoroso aumento della bolletta
energetica, sia per le aziende, sia per cittadini e famiglie; aumento dei prezzi
ormai anche dei generi di prima necessità; tagli drastici alla spesa sociale e
ulteriore smantellamento dello stato sociale.
Sono ben noti, in Italia, i casi più emblematici di crisi dei grandi attori
produttivi: le centrali ENEL di Brindisi e Civitavecchia, e, in generale, la
chiusura delle centrali a carbone, vero e proprio simbolo del fallimento delle
politiche industriali della “transizione energetica” in Italia; le Cartiere di
Fabriano; la Prysmian di Battipaglia; la Trasnova; la Beko; la G&W Electric
Foggia; l’Almaviva Contact; la Glencore di Portovesme, tutti casi di crisi
produttiva, assenza di programmazione economica e politica industriale,
fallimenti e licenziamenti.
A livello nazionale appena lo scorso anno si contavano in Italia ben 96 aziende
in crisi, per un totale di oltre 120 mila lavoratori interessati, senza contare
le crisi di livello locale e regionale, con decine e decine di migliaia di altri
lavoratori in condizioni drammatiche; un processo di vera e propria
desertificazione industriale che riguarda anche e soprattutto comparti
essenziali e strategici, come la chimica, la farmaceutica, la siderurgia
(pensiamo al caso dell’ILVA), l’intera “filiera del bianco”, vale a dire
l’industria degli elettrodomestici, di fatto scomparsa dal panorama produttivo
italiano, il settore metalmeccanico e dell’auto.
Secondo dati Istat, ad agosto dello scorso anno l’indice della produzione
industriale italiana è stato pari a 91.6 (la base di riferimento pari a 100
corrisponde al livello medio del 2021), il che significa che la produzione
industriale è attualmente più bassa dell’8.4 per cento rispetto al 2021. Secondo
dati Eurostat, negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, la produzione
industriale in Italia è addirittura crollata in una misura pari a -23%, in media
un punto percentuale di capacità produttiva perso ogni anno, peggio di Grecia,
Spagna, Portogallo.
Negli ultimi trent’anni, tra il 1995 e il 2025, la percentuale di occupati nel
settore della manifattura è passata dal 21% al 15%. Secondo dati della CGIA
Mestre, pesantissima è la situazione dell’artigianato: una contrazione
dell’artigianato da 1.5 milioni di attività nel 2008 ad appena 1.2 milioni nel
2025, una perdita di posti di lavoro drammatica, da oltre 1.7 milioni a 1.3
milioni, con una flessione del 25% e la perdita di 434.000 posti di lavoro.
Per non parlare delle conseguenze dirette, in termini di carovita, dell’assenza
di politica industriale e di continue spese per il riarmo e per la guerra: ad
agosto 2026, l’inflazione è salita al 3.3% e secondo stime (Nomisma e altri) si
annuncia un inverno duro per tutti: le spese aumenteranno del 23% per le
famiglie e del 54% per le imprese e rincari previsti ammonteranno a circa 250
euro in più a famiglia per i mesi invernali.
E di fronte alla crisi produttiva, al tracollo del sistema delle protezioni
sociali, e all’impoverimento diffuso non solo di precari e disoccupati, ma anche
dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre dalla Commissione europea arriva la
irricevibile proposta di “mobilitare” i risparmi faticosamente messi da parte
dai cittadini a costo di rinunce e sacrifici: Ursula von der Leyen ha definito
“inattivi” i 10 mila miliardi di euro (in realtà, secondo dati EBF, European
Banking Federation, si tratta di 17 mila miliardi di euro) depositati nei conti
bancari europei, annunciando, senza reticenze, che «l’Europa deve far lavorare
questi risparmi per le nostre aziende».
In breve: invece di un riorientamento strategico delle proprie politiche, del
rilancio degli investimenti sociali, della fine della guerra, e della riapertura
dei canali diplomatici ed economici con la Russia, l’Unione europea vede il suo
apparato produttivo fortemente compromesso, subisce un pesante deficit di
investimenti, moltiplica povertà, precarietà e disoccupazione, e prova a uscirne
con più guerra, più armi, e puntando a colpire perfino i risparmi degli stessi
cittadini europei. Una politica che definire discutibile sarebbe eufemistico, e
di fronte alla quale il No dei cittadini islandesi appare una risposta, motivata
e preoccupata al tempo stesso.
Gianmarco Pisa