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Il No islandese all’insegna della sovranità e del lavoro
Il popolo islandese ha detto No all’Unione Europea, votando contro la ripresa dei negoziati per l’adesione alla UE e segnalando con chiarezza la preoccupazione che l’adesione alla UE potesse rappresentare per l’Islanda un rischio economico per la sua agricoltura e, soprattutto, per la sua pesca, la sua economia marittima, e perfino la sua identità e sovranità. Quasi il 53% dei cittadini e delle cittadine islandesi ha respinto così la proposta del governo di centrosinistra di riaprire i negoziati di adesione.  La preoccupazione del popolo islandese per la potenziale perdita di controllo sul proprio settore della pesca, sulla propria più complessiva economia marittima e sulla propria stessa, specifica, identità nazionale ha dunque prevalso. Il risultato intreccia inoltre, a ben vedere, due questioni fondamentali, la difesa della propria economia e del proprio apparato produttivo e la questione storica dell’autogoverno, quest’ultima a sua volta legata al controllo sulle risorse naturali, sul mare e sulla pesca. La quota della pesca nell’economia islandese, peraltro, è diminuita nel corso dei decenni, e anche questo è fonte di preoccupazione per il Paese. I prodotti ittici hanno rappresentato il 47% delle esportazioni tra il 2025 e il 2026, e tuttavia la produzione si è dimezzata nel corso degli ultimi trent’anni, passando da 2.2 milioni di tonnellate nel 1997 a 1.1 milioni di tonnellate nel 2024; inoltre, agricoltura, silvicoltura e pesca contribuivano a più del 9% del prodotto interno lordo islandese nel 1995, una quota che si è ridotta a meno del 4% nel 2025. L’Islanda ha una serie di specifiche peculiarità nazionali. Membro fondatore e alleato chiave della Nato, soprattutto per via della posizione geostrategica (a cavallo del corridoio navale tra Groenlandia e Gran Bretagna che collega l’Artico all’Atlantico), è l’unico Paese Nato (e uno dei pochi al mondo) a non disporre di proprie forze armate e, per questo, un caso di scuola nella letteratura e nella pratica del peacebuilding. Non facendo parte dell’Unione Europea, è tuttavia membro dello Spazio economico europeo e dello Spazio Schengen.  È possibile proiettare il risultato referendario islandese sullo sfondo della vicenda politica ed economica complessiva dell’Unione Europea? O, detto diversamente, sono legittime le preoccupazioni, diffuse non solo in Islanda del resto, circa la crisi economica, produttiva ed occupazionale che sta attraversando la UE? L’Unione Europa ha approvato un pacchetto finanziario di aiuti all’Ucraina di portata strategica: 90 miliardi, di cui 30 miliardi destinati al sostegno delle spese ordinarie dello stato ucraino (altrimenti in default) e 60 miliardi in aiuti militari, dei quali circa 16 già approvati e 8.5 già erogati. Questo pacchetto fa parte di un volume di aiuti finanziari complessivi che cubano, come dicono gli economisti, un totale di oltre 220 miliardi. Una tale esposizione finanziaria, in una congiuntura come quella attuale, non può non avere conseguenze.  L’Unione Europea sta sempre più scaricando il prezzo di questa esposizione, e della crisi produttiva ed energetica, sulle spalle di cittadini e lavoratori. I segni sono piuttosto chiari: chiusura di fabbriche e aziende e vero e proprio collasso delle piccole e piccolissime imprese e dell’artigianato che, risultano, evidentemente, i settori più colpiti; drastica riduzione degli investimenti produttivi; problemi nel sistema dell’energia, sia in relazione alle difficoltà negli approvvigionamenti, sia in relazione al clamoroso aumento della bolletta energetica, sia per le aziende, sia per cittadini e famiglie; aumento dei prezzi ormai anche dei generi di prima necessità; tagli drastici alla spesa sociale e ulteriore smantellamento dello stato sociale.   Sono ben noti, in Italia, i casi più emblematici di crisi dei grandi attori produttivi: le centrali ENEL di Brindisi e Civitavecchia, e, in generale, la chiusura delle centrali a carbone, vero e proprio simbolo del fallimento delle politiche industriali della “transizione energetica” in Italia; le Cartiere di Fabriano; la Prysmian di Battipaglia; la Trasnova; la Beko; la G&W Electric Foggia; l’Almaviva Contact; la Glencore di Portovesme, tutti casi di crisi produttiva, assenza di programmazione economica e politica industriale, fallimenti e licenziamenti.  A livello nazionale appena lo scorso anno si contavano in Italia ben 96 aziende in crisi, per un totale di oltre 120 mila lavoratori interessati, senza contare le crisi di livello locale e regionale, con decine e decine di migliaia di altri lavoratori in condizioni drammatiche; un processo di vera e propria desertificazione industriale che riguarda anche e soprattutto comparti essenziali e strategici, come la chimica, la farmaceutica, la siderurgia (pensiamo al caso dell’ILVA), l’intera “filiera del bianco”, vale a dire l’industria degli elettrodomestici, di fatto scomparsa dal panorama produttivo italiano, il settore metalmeccanico e dell’auto.   Secondo dati Istat, ad agosto dello scorso anno l’indice della produzione industriale italiana è stato pari a 91.6 (la base di riferimento pari a 100 corrisponde al livello medio del 2021), il che significa che la produzione industriale è attualmente più bassa dell’8.4 per cento rispetto al 2021. Secondo dati Eurostat, negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, la produzione industriale in Italia è addirittura crollata in una misura pari a -23%, in media un punto percentuale di capacità produttiva perso ogni anno, peggio di Grecia, Spagna, Portogallo.  Negli ultimi trent’anni, tra il 1995 e il 2025, la percentuale di occupati nel settore della manifattura è passata dal 21% al 15%. Secondo dati della CGIA Mestre, pesantissima è la situazione dell’artigianato: una contrazione dell’artigianato da 1.5 milioni di attività nel 2008 ad appena 1.2 milioni nel 2025, una perdita di posti di lavoro drammatica, da oltre 1.7 milioni a 1.3 milioni, con una flessione del 25% e la perdita di 434.000 posti di lavoro.  Per non parlare delle conseguenze dirette, in termini di carovita, dell’assenza di politica industriale e di continue spese per il riarmo e per la guerra: ad agosto 2026, l’inflazione è salita al 3.3% e secondo stime (Nomisma e altri) si annuncia un inverno duro per tutti: le spese aumenteranno del 23% per le famiglie e del 54% per le imprese e rincari previsti ammonteranno a circa 250 euro in più a famiglia per i mesi invernali. E di fronte alla crisi produttiva, al tracollo del sistema delle protezioni sociali, e all’impoverimento diffuso non solo di precari e disoccupati, ma anche dei lavoratori e delle lavoratrici, sempre dalla Commissione europea arriva la irricevibile proposta di “mobilitare” i risparmi faticosamente messi da parte dai cittadini a costo di rinunce e sacrifici: Ursula von der Leyen ha definito “inattivi” i 10 mila miliardi di euro (in realtà, secondo dati EBF, European Banking Federation, si tratta di 17 mila miliardi di euro) depositati nei conti bancari europei, annunciando, senza reticenze, che «l’Europa deve far lavorare questi risparmi per le nostre aziende».  In breve: invece di un riorientamento strategico delle proprie politiche, del rilancio degli investimenti sociali, della fine della guerra, e della riapertura dei canali diplomatici ed economici con la Russia, l’Unione europea vede il suo apparato produttivo fortemente compromesso, subisce un pesante deficit di investimenti, moltiplica povertà, precarietà e disoccupazione, e prova a uscirne con più guerra, più armi, e puntando a colpire perfino i risparmi degli stessi cittadini europei. Una politica che definire discutibile sarebbe eufemistico, e di fronte alla quale il No dei cittadini islandesi appare una risposta, motivata e preoccupata al tempo stesso.   Gianmarco Pisa
September 1, 2026
Pressenza
ISLANDA: VINCE IL NO ALL’UE, FALLITO IL REFERENDUM SULLE TRATTATIVE PER L’INGRESSO. CONTRARIA ANCHE LA SINISTRA ECOLOGISTA
Vince il ‘no’ al referendum islandese sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Ue, col ‘sì’ che prevale solo nella capitale Reykjavík e i contrari che hanno superato il 60% nelle circoscrizioni rurali: no quindi all’ingresso dell’Unione Europea per il 52,8% degli islandesi. Alta l’affluenza, all’82,5%. “La campagna per il ‘no’ è stata molto più efficace della campagna per il ‘sì’“, fa sapere Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto intervistato a Radio Onda d’Urto. Tutti i partiti di centrodestra islandese hanno sostenuto lo stop alle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea dell’Islanda. Per il ‘no’ si è schierato anche il partito della sinistra socialista ed ecologista islandese, il Vinstri Græn, (VG). A differenza di molti partiti ecologisti dell’Europa continentale, i Verdi della sinistra islandese mantengono una forte linea euroscettica per motivi legati alla sovranità nazionale e alla tutela ambientale. Uscita sconfitta l’Alleanza socialdemocratica che guida l’Islanda da dicembre 2024, affiliata al Partito socialista europeo, della premier Frostadóttir, e il liberale ViÐreisn, legato all’Alde-Renew, della ministra degli Esteri èorgerÐur Katrín Gunnarsdóttir. La prima ministra ammette la sconfitta ma va avanti. Al centro della campagna referendaria la pesca e l’agricoltura islandese che trainano l’economia della terra del ghiaccio e che, secondo la coalizione contraria all’ingresso nell’Unione Europea, sarebbe stata messa a rischio dalle politiche di Bruxelles. Il ‘no’ ha infatti primeggiato nelle circoscrizioni rurali, dove supera in tre collegi su quattro il 60%. L’intervista a Roberto Pietrobon, giornalista collaboratore de Il Manifesto. Ascolta o scarica.
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013. Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono […] L'articolo Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum su Contropiano.
August 30, 2026
Contropiano
Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto!
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha indetto il referendum popolare sulla riforma dello Statuto regionale. La consultazione si terrà domenica 29 novembre 2026. La consultazione riguarda la legge regionale 3 marzo 2026, numero 9, che modifica lo Statuto e interviene sull’assetto istituzionale della Regione, prevedendo tra l’altro l’introduzione […] L'articolo Noi votiamo NO! Mandiamo a casa Occhiuto! su Contropiano.
August 17, 2026
Contropiano
Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta
Pubblichiamo una lettera aperta a sindaco e assessore al patrimonio a seguito della concessione gratuita dello storico immobile di via Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica, per la costruzione di un liceo privato. Zevi, Gualtieri, dov’eravate nel 2011? Non ci ricordiamo di voi, come non ci ricordiamo di tante figure politiche, probabilmente salite sul carro dell’acqua pubblica all’ultimo, quando si era capito che la vittoria ai referendum sarebbe stata inevitabile, salvo iniziare a trovare il modo per anestetizzare quel grandioso risultato a partire dalla settimana successiva. Forse per questo non sapete, o potete fingere di non sapere, che quel risultato è in parte nato, cresciuto ed esploso proprio tra le mura del Rialto Sant’Ambrogio. Sì, proprio quello stabile che la Giunta sta assegnando senza bando alla comunità ebraica, per restaurarlo con fondi privati di dubbia origine e farne un liceo religioso privato.  La vittoria ai referendum del 2011 non è stato l’unico frutto di quel luogo, che per anni è stato laboratorio di cultura e di politica, nato a seguito dell’occupazione del “vero” Rialto: l’ex-cinema in via 4 Novembre e offerto dall’allora giunta Rutelli per liberare i locali occupati da destinare all’UPTER. Ma qui si va davvero nella storia, quando anche al centro di Roma esistevano luoghi liberi dalla turistificazione e mercificazione.  Torniamo al 2011, quando in due stanzoni al secondo piano si giungeva al culmine di una campagna referendaria fatta di tonnellate di moduli di firme raccolte e controllate da decine di attiviste e attivisti, di ore e ore di assemblee per formulare strategie e combattere la madre di tutte le privatizzazioni a mani nude, con pochissimi soldi ma con una bella dose di follia. La vittoria al Referendum del 13 giugno 2011, foto Crap Forse vi sareste divertiti anche voi se ci foste stati, chissà… forse quello spirito vi sarebbe rimasto un po’ dentro e adesso Roma non sarebbe preda facile dei fondi finanziari speculativi, compresi quelli di odore sionista.  Forse avrebbe fatto rabbia anche a voi leggere in questi giorni di «uno stabile abbandonato da otto anni». No, non abbandonato: sgomberato e quindi rimasto abbandonato. Chissà, forse proprio per poter dire poi che servono troppi soldi per rimetterlo in piedi e quindi aprire le porte a chi ne ha… poco importa come li abbia fatti o se siano sporchi. Però nel 2017, quando la Giunta Raggi cacciò via le realtà che rendevano ancora vivo quel luogo (tra cui noi, impegnate a difendere la vittoria sull’acqua pubblica dai mille attacchi che sono seguiti), il progetto del comune era trasferire lì gli uffici della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Del resto “patrimonio indisponibile” significa questo: mantenere uno spazio per finalità pubblica.  Ci abbiamo provato a rimanere fino all’inizio dei lavori di restauro (veri, non quelli che iniziano e finiscono con un cartello), anche per continuare a curare quelle mura umide e sbrecciate. Siamo rientrati “a sorpresa”, siamo stati cacciati di nuovo. Chissà, se non ci fosse stata tanta fretta di svuotarlo ora quel posto non sarebbe messo così male e non ci sarebbe la scusa dell’investimento eccessivo per aprire le porte a una privatizzazione di fatto.  > Perché sapete che lo spauracchio del male minore che state agitando, “meglio > una scuola che un albergo”, non regge, vero?  Sarà una scuola pubblica e aconfessionale accessibile a tutt3? No. Ecco, il Rialto invece era spazio libero e inclusivo. Luogo di ricerca e passioni. E lo è stato anche nell’espressione più alta della nostra democrazia: un referendum costruito e vinto dal basso, contro le lobby più potenti delle privatizzazioni.  Chissà che la storia non si ripeta… Rialto, nei giorni a seguito dello sgombero Foto gentilmente concesse da Coordinamento Romano Acqua Pubblica Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Rialto Sant’Ambrogio: la memoria svenduta proviene da DINAMOpress.
July 9, 2026
DINAMOpress
Le madri della Repubblica
Il 21 e 22 giugno alle ore 19.00 a Roma, presso L’ANMIG – Auditorium della Casa Madre – a Piazza Adriana 3, verrà presentato “Le Madri della Repubblica – voci, canti, storie”, un progetto corale ideato e progettato dall’Associazione teatrale “Controchiave” e dal coro “Inni e canti di Lotta Giovanna Marini” diretto da Sandra Alos Cotronei. Lo spettacolo è promosso dall’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra (ANMIG) in collaborazione con L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (ANPC), è parte integrante del progetto “Vie Maestre” e primo passo verso l’intitolazione di una strada alle 21 Madri anche nella città di Roma come in tanti altri luoghi del Paese. Lo spettacolo, sugella un evento importante anzi più di uno: l’ottantesimo anniversario del Referendum che ha dato vita alla Repubblica e la conseguente nascita della Costituzione. Lo spettacolo vuole raccontare e allo stesso tempo rendere omaggio alle 21 Madri Costituenti che hanno contribuito con il loro pensiero, la loro azione ed il loro impegno politico alla scrittura di uno dei documenti giuridici più avanzati al mondo. Le 21 Madri attraverso questa “Perform-azione” ci parleranno di loro, della loro storia, dei loro legami con il mondo femminile delle associazioni e di come sono arrivate a prendere parola in quella grande sala. Il coro “Inni e Canti di Lotta Giovanna Marini” che nel corso della sua storia ha portato in lungo ed in largo nel nostro Paese i canti della resistenza e della lotta che tanti lavoratori e lavoratrici hanno cantato per resistere alle ingiustizie, tornerà sul palco ancora una volta a dare voce a questi canti. Questi ultimi, nello svolgersi delle vicende storiche, sono stati utilissimi per dare forza alle classi più fragili per combattere contro chi costruiva il proprio potere economico e politico attraverso lo sfruttamento di braccianti, contadini ed operai. Ma le classi operaie e contadine hanno saputo alzarsi e combattere anche grazie a questi canti, che con i loro testi battaglieri ed irriverenti, hanno contribuito ad alimentare le lotte per la libertà e l’uguaglianza. L’associazione “Controchiave” risponderà alle voci del Coro con un discorso che ci svelerà le identità di queste 21 donne e ci aiuterà a comprendere il ruolo fondamentale che queste hanno avuto nel redigere il documento. Le voci dei e delle performer punteranno soprattutto l’accento nelle sfumature di un linguaggio che sostanziava i discorsi di tutte le Madri Costituenti e che metteva a fuoco i temi del lavoro, della famiglia, dell’aborto, del divorzio e della parità di diritti tra uomo e donna. I canti, le biografie e le vicende storiche si rispecchieranno negli occhi dei volti delle 21 Madri della nostra Repubblica nell’istallazione curata da Maria Chiara Calvani con le allieve dei corsi di disegno. > “Insieme alle allieve abbiamo fatto riemergere le loro espressioni da foto > ingiallite e sbiadite, espressioni attente e vigili che non perdevano > l’occasione per portare nell’aula dell’Assemblea Costituente la voce di una > moltitudine di donne e madri, in un tempo storico devastato dalla guerra ed in > un’Italia immersa mani e piedi nella miseria e nella sofferenza”. Lo spettacolo parla a tutti noi ed alla realtà sociale e politica che stiamo vivendo e stiamo agendo ogni giorno e ci tiene legati con un filo alla nostra storia perché possiamo ancora ritrovare quella coscienza e vederla come una risorsa per combattere nel presente. Maria Chiara Calvani Redazione Italia
May 11, 2026
Pressenza
Scende in Italia il gradimento per la Nato. Ma sui Trattati ancora paura di andare a verifica
Il direttore del Tg de “La 7”, Enrico Mentana, il 27 aprile si è premurato di rendere pubblico un sondaggio Swg sugli italiani e la Nato che ha dato risultati spacciati come confortanti per i sostenitori della subalternità all’Alleanza Atlantica, ma a ben guardare sono tutt’altro che lusinghieri.   Alla […] L'articolo Scende in Italia il gradimento per la Nato. Ma sui Trattati ancora paura di andare a verifica su Contropiano.
April 29, 2026
Contropiano
Potere al Popolo. Dov’era il NO faremo il SI
L’11 e il 12 aprile si è tenuto il primo incontro del nuovo Coordinamento Nazionale di Potere al Popolo, eletto nelle settimane passate dalla base del movimento. Sono arrivati a Roma delegate e delegati da tutta Italia, da Trieste a Palermo, per confrontarsi e condividere esperienze, in una due giorni […] L'articolo Potere al Popolo. Dov’era il NO faremo il SI su Contropiano.
April 14, 2026
Contropiano
Controriforma della Corte dei conti, un altro provvedimento da rivedere
Dopo l’esito del referendum, con l’ampia bocciatura degli elettori della riforma della magistratura voluta dalla maggioranza di centro destra, l’Associazione magistrati della Corte dei conti ha chiesto al Governo di rimettere mano alla parallela riforma della magistratura contabile* che presenta numerose criticità. Pubblichiamo l’intervento di Maria Teresa Pòlito, Presidente aggiunto onorario della Corte dei conti, tratto dal libro di Carteinregola “Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli” (in calce la registrazione video) LA CONTRORIFORMA DELLA CORTE DEI CONTI, UN ULTERIORE TASSELLO DEL PROGRESSIVO E SISTEMATICO INDEBOLIMENTO DELLE ISTITUZIONI DI GARANZIA E DI CONTROLLO Maria Teresa Pòlito, Presidente aggiunto onorario della Corte dei conti intervistata da Giancarlo Storto, vice presidente di Carteinregola Giancarlo Storto Nel dibattito sulla giustizia acquista interesse anche la recente riforma della Corte dei conti , vuole spiegarci brevemente  quali sono le funzioni di questa magistratura e quali le linee della riforma? Maria Teresa Pòlito La Corte dei conti è una magistratura speciale che garantisce con le sue funzioni del controllo e della giurisdizione la legalità della spesa pubblica secondo i dettati degli artt 100 e 103 cost. E’un organo di garanzia affinché il denaro pubblico, cioè quello che tutti i cittadini versano pagando le tasse, sia gestito seguendo le regole ed i procedimenti previsti dalle leggi e per le finalità specificamente individuate per realizzare interessi meritevoli di tutela. Vigila per impedire i danni e gli sprechi derivanti dalla cattiva gestione di quel denaro pubblico che tutti noi pagando le tasse affidiamo agli amministratori pubblici per fornire servizi essenziali ai cittadini. La riforma Foti che il Parlamento ha approvato in gran fretta, il 27 dicembre 2025, è una riforma radicale con un unico obiettivo, quello di deresponsabilizzare gli amministratori ed i politici, per questi ultimi è prevista addirittura una presunzione di buona fede fino a prova contraria. Prima della “riforma Foti”, Legge n. 1/2026[1], per gli sprechi, le opere incompiute o fatte male, o per danni causati per finalità distorte o indirizzate ad interessi personali, l’amministratore pubblico rispondeva nei casi di colpa grave per l’intero ammontare del danno, seppure con dei correttivi individuati dalla giurisprudenza. La riforma arriva dopo un quinquennio in cui è rimasto in vigore il c.d. scudo erariale, disposizione che ha escluso la responsabilità per colpa grave, prevista dal governo Conte-2 nel 2020, durante la pandemia (art. 21 d.l. n. 76/2020), e poi prorogata ogni anno, ritenendo tale misura indispensabile per la gestione dei progetti del PNRR. Così i cattivi amministratori hanno potuto essere perseguiti per le sole azioni dolose. Lo scudo ha avuto termine il 31 dicembre 2025. Con la legge FotiXXXIII , approvata  il 27 dicembre  2025, nei rari casi in cui si potrà intervenire con l’azione di responsabilità, (la difficoltà è connessa ad altre norme impeditive, compreso un regime più favorevole agli amministratori in materia di prescrizione) il politico ed il funzionario saranno chiamati a rispondere per una minima parte: il 30 % del danno o in alternativa 2 annualità di stipendio. E’ evidente che si tratta di una parte irrisoria rispetto alla entità dei danni arrecati, mentre la restante parte sarà a carico della collettività. I cittadini, quindi, non solo subiranno i disservizi, ma dovranno accollarsi la maggior parte dei danni causati da politici o funzionari negligenti, non accorti e inidonei. Se nessuno vigila sulla spesa pubblica è evidente il rischio di un incremento degli sprechi e, quindi, il conseguente danno per i cittadini in termini di minori servizi, su sanità, scuola, trasporti, e di minore tutela di diritti fondamentali soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Giancarlo Storto Quali ulteriori profili della riforma della Corte dei conti destano preoccupazione ? Maria Teresa Pòlito La riforma prevede un aumento dei controlli preventivi di  legittimità sulle gare di appalto, ma il risultato non è quello di rendere l’amministrazione migliore, più efficiente, quanto piuttosto quello di creare forme di deresponsabilizzazione ulteriore per gli amministratori, considerato che se la Corte non riesce ad esaminare, entro 30 giorni , atti complessi, accompagnati da voluminosa documentazione, opera il silenzio assenso con l’esonero da responsabilità degli amministratori come se gli stessi  fossero stati controllati positivamente. Ugualmente si prevede un’attività consultiva generalizzata per questioni il cui valore supera il milione di euro, (art. 2 della legge in esame) e come per l’esito del controllo preventivo, anche in questo caso il parere va reso entro 30 giorni dalla richiesta : «in caso di mancata espressione del parere nel termine » di 30 giorni, – «lo stesso si intende reso in senso conforme a quanto prospettato dall’amministrazione richiedente, ai fini dell’esclusione della gravità della colpa ………ovvero in senso negativo, qualora l’amministrazione richiedente non abbia prospettato alcuna soluzione. In tal modo è prevedibile che gli atti che saranno sottoposti a controllo preventivo saranno decine e decine di migliaia, e la prospettiva di ottenere una sorta di salvacondotto preventivo suggerirà ad amministratori e dirigenti pubblici di inondare le sezioni territoriali della Corte dei conti di migliaia e migliaia di richieste di pareri,  non più su questioni generiche e astratte, ma concrete o di atti di controllo, al fine di ottenere l’esimente da responsabilità. Si tratta di un sistema che rischia di ingolfare le Sezioni di controllo e di paralizzare la Corte dei conti i cui magistrati sono un numero limitato, circa 500, distribuiti su tutte le Regioni,  per svolgere le 3 funzioni (Procura, controllo, giurisdizione), non consentendo di effettuare altri controlli , fra cui quelli importantissimi sui bilanci di Comuni, Regioni, Aziende sanitarie per prevenire i disavanzi. In tal modo l’irresponsabilità diffusa oltre ad essere antitetica alla deterrenza, non valorizza e stimola i funzionari onesti e coscienziosi che in osservanza degli artt 54 e 97 della Costituzione cercano di svolgere al meglio le loro funzioni. Preoccupa ancora nella riforma la previsione di una delega, che, ad esempio, fra gli altri interventi demolitori, accresce le competenze del procuratore generale, il quale non solo esercita “poteri di indirizzo e di coordinamento” ma può “accedere in tempo reale, anche tramite strumenti informatici, agli atti dei procedimenti istruttori svolti anche in sede territoriale”. Questo passaggio, contenuto nell’art 3, comma 1 punto 1 della legge di riforma (Legge n 1/2026), significa che il procuratore generale della Corte dei Corti potrà entrare nei fascicoli delle istruttorie dei singoli magistrati e visionare il loro lavoro. E se le istruttorie trovate vedono il PG dissenziente, quali saranno le conseguenze? Sarà consentito al procuratore generale di far partire o di fermare qualsiasi giudizio nell’ intero territorio nazionale ? E ancora, in caso di “inerzia nell’ istruttoria in sede territoriale” o di “violazione delle disposizioni di indirizzo” lo stesso PG ha il potere (recita il punto 2), di ” avocazione delle istruttorie”. Inoltre ” in caso di istruttorie che si caratterizzino per particolare rilevanza” o “per particolare complessità o novità delle questioni” (termini assolutamente generici ed ampi) il PG è tenuto a “sottoscrivere congiuntamente con il procuratore territoriale, a pena di nullità, gli atti di invito a dedurre, di citazione a giudizio e di disposizioni di misure cautelari” ed ha anche il potere di “affiancare al magistrato assegnatario del fascicolo in sede territoriale uno o più magistrati addetti all’ufficio della procura generale”, in tal modo ponendoli sotto la propria diretta tutela. Quindi al procuratore generale viene dato un potere immenso: entrare nei fascicoli dei pubblici ministeri contabili, avocare a sé o sottrarre i fascicoli se non ritiene che il lavoro in corso sia coerente con le indicazioni date; addirittura, in casi di “particolare complessità” lo stesso PG ha il potere di firma sui provvedimenti come gli inviti a dedurre. Si crea quindi uno stretto rapporto gerarchico fra Procuratore generale e procuratori Regionali, imponendo, a pena di nullità, la sottoscrizione delle citazioni dei procuratori regionali da parte del PG; in contrasto con l’indipendenza di cui essi, ai sensi dell’art 108 Cost, dovrebbero essere dotati. Si deve, inoltre, segnalare con allarme, che, a poco più di un mese dall’approvazione della Riforma (legge Foti) nell’iter di conversione del decreto mille proroghe alla Camera dei Deputati, in Commissione Affari costituzionali e Bilancio, è stato scrutinato positivamente un emendamento (1226) per reintrodurre fino al 31 dicembre 2026 lo scudo erariale, cioè l’esenzione generalizzata dalla responsabilità per colpa grave. Si persegue l’idea che per gli sprechi nella gestione delle pubbliche risorse si possa perpetuare una licenza illimitata di produrre danni senza mai risponderne. Ci sono quindi fondate ragioni per essere preoccupati, non nell’interesse dei magistrati, ma per la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, azione che richiede anche la garanzia di una corretta gestione delle finanze raccolte con la tassazione a cui ognuno faticosamente contribuisce. E’ grave che per la gestione del denaro pubblico non valga più il principio basilare di responsabilità. Giancarlo Storto Nel recente dibattito la politica ha attaccato la Corte dei conti  per i provvedimenti  relativi al Ponte sullo stretto di  Messina, ci vuole spiegare meglio  la questione ? Maria Teresa Pòlito L’esercizio dell’attività di controllo di legittimità sul “Ponte sullo Stretto” è costata alla Corte dei conti l’accusa di “intollerabile ingerenza “. Ma alla Corte dei conti non competono valutazioni nel merito dell’opera, solo sul procedimento e sulla sua legittimità. E’ necessario fare un po’ di chiarezza sullo stato della procedura. L’iter del controllo della Corte dei conti si è chiuso con le due deliberazioni, che hanno dichiarato la non legittimità della deliberazione del CIPES e del III atto aggiuntivo alla Convenzione sottoscritta il 30/12/2003, quindi tali atti, in assenza di visto di legittimità, non producono effetti. Una delle illegittimità più consistenti rimarcata nell’atto di controllo è stata l’assegnazione dei lavori in assenza di gara, in violazione anche di norme eurounitarie (Direttiva appalti 2014/24 UE art 72), considerato l’incremento superiore al 50%, ciò in ragione delle rilevanti variazioni sia dei costi (3,5 miliardi originari rispetto agli attuali 13,5 miliardi, per altro costo dell’opera ancora non definitivo) che delle modalità di realizzazione (all’inizio l’opera era a carico prevalentemente dei privati attraverso il projet financing ora è completamente finanziata dal pubblico). L’amministrazione qualora consideri l’opera di primaria importanza ha uno strumento previsto dall’ordinamento, che è quello di richiedere la registrazione con riserva; infatti, trattandosi di atto politico, la Corte sarebbe tenuta a dare esecuzione. L’atto così registrato comunque diventerebbe efficace ma sarebbe sempre illegittimo. In tale caso, però, oltre alla responsabilità politica, rimarrebbe in capo al Governo anche la responsabilità erariale per tutti i danni che potrebbero eventualmente derivare. Ma il Governo non sembra volersi assumere tale responsabilità. Ecco perché solo per un deciso intervento del Presidente della Repubblica si è evitata una ulteriore  lesione delle funzioni di un organo di garanzia a cui avevano fatto cenno le informazioni giornalistiche, richiamando per il Ponte uno schema di decreto legge in cui si prevedeva di intervenire su una procedura di controllo già chiusa, riproponendo per una specifica fattispecie, con una legge provvedimento, lo scudo erariale (cioè una responsabilità solo per dolo) e riducendo i poteri di controllo della Corte dei conti ad interventi solo formali. Giancarlo Storto  Quali sono gli elementi comuni fra riforma Foti sulla Corte dei conti  e la riforma Nordio sulla giustizia , oggetto di referendum? Maria Teresa Pòlito  Le due riforme operano su ambiti decisamente diversi anche perché la Corte dei conti è una magistratura speciale (art 108 Cost.) e non ha un Consiglio superiore della magistratura. Ha però un organo di autogoverno sul quale già da tempo il legislatore ha operato un radicale intervento riformatore riducendo il numero dei componenti togati eletti dal corpo dei magistrati, dai due terzi, ad un numero pari a quello dei rappresentanti eletti dal Parlamento (4 e 4). Questo ha già fortemente sbilanciato le decisioni, creando in diversi casi, quanto meno nelle questioni più complesse, una decisione compatta dei componenti laici, con riflessi rilevanti sulle decisioni assunte. Ma si può senz’altro affermare che le due riforme sono accomunate dall’obiettivo di una limitazione degli spazi di autonomia dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni e, nel caso delle funzioni di garanzia come quelle della Corte dei conti, ne consegue una riduzione della tutela dei diritti realizzata attraverso i controlli sulla legalità finanziaria. Soprattutto perché i diritti hanno un costo e se aumentano gli sprechi, riducendosi gli ambiti della responsabilità, sono le fasce più deboli della popolazione a pagarne le conseguenze . “Non disturbare il manovratore“ vuol dire dare a chi governa la possibilità di non essere soggetto ai limiti imposti dalle leggi. Ma la nostra Costituzione non ammette zone d’ombra, siamo tutti uguali davanti alla legge ed i governanti devono rispondere ai cittadini del proprio operato, dimostrando come le risorse, acquisite con le tasse, siano state spese per quello che era stato programmato, assicurando il miglior rapporto fra risorse impiegate e risultati raggiunti, accettando quel bilanciamento dei poteri che è la positiva e irrinunciabile innovazione dello Stato di diritto. Ho un grande rispetto della nostra Costituzione ed ho giurato di difenderla svolgendo il mio lavoro con disciplina ed onore, come ritengo faccia anche la stragrande maggioranza dei magistrati. In conclusione, vorrei sottolineare l’importanza della revisione del quesito referendario ammesso dalla Corte di Cassazione, in tal modo i cittadini avranno la consapevolezza di quanto la riforma incida profondamente sull’impianto costituzionale, con la modifica di ben 7 articoli della Costituzione (art 87 decimo comma art,102, primo comma, artt 104,105.106. terzo comma, art 107, primo comma e art 110) e quindi quanto la riforma proposta possa influire sul mantenimento dello stato di diritto. (intervista registrata l’11 febbraio  2026) Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE (*)VEDI La REPUBBLICA del 2 aprile 2026 La Corte dei conti attacca: “Il No del referendum boccia la riforma” di Giuseppe Colombo La magistratura contabile chiede al governo di modificare le norme dopo l’esito del voto. Avs e M5s: “Facciamo un altro referendum [1] LEGGE 7 gennaio 2026, n. 1 (Raccolta 2026)   Modifiche alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, e altre disposizioni nonchè delega al Governo in materia di funzioni della Corte dei conti e di responsabilità amministrativa e per danno erariale. (25G00211) (GU Serie Generale n.4 del 07-01-2026)  note: Entrata in vigore del provvedimento: 22/01/2026 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/07/25G00211/SG ”
April 11, 2026
carteinregola