Woke: i diritti sono tutti uguali/2

Pressenza - Tuesday, August 25, 2026

Un regalo alla destra

A questa impostazione complessiva ha dato una buona risposta Andrea Fabozzi nel suo editoriale sul manifesto del 23 agosto in cui, in particolare, ribadisce che a sinistra «non si discute della necessità di non abbandonare le battaglie sociali […] né si possono negare certi esiti surreali delle battaglie di libertà che si concludono con un nuovo divieto o certe insistenze ridicole nel politicamente corretto. Ma così come riconosciamo il sovranista anche quando azzecca la polemica contro gli eccessi normativi dell’Unione europea sui cetrioli, non ci ingannano i razzisti anche quando si travestono da difensori dei cattivi delle favole».

Dietro un’autocritica indebita della sinistra a un suo (presunto) cedimento alla cultura woke si nasconde, si può nascondere, un’insofferenza proprio per le battaglie che quella cultura ha posto seppellendole dietro presunti o veritieri eccessi – ne offre qualche dimostrazione Branko Marcetic su Jacobin Mag – e perdendo l’essenziale di quelle lotte. Anche perché, conclude Fabozzi, la battaglia per i diritti sottesi dal woke «è la stessa battaglia, non un’altra, di quella per una casa, un ospedale, un lavoro, un salario e un’esistenza dignitosa per tutte e per tutti».

Questa è stata la posizione più consolidata nella sinistra radicale che non ha paura di confrontarsi con le istanze dei diritti civili e anche con le richieste bollate come «eccessive», spesso dovute a secoli di dominazione e oppressione e che vengono facilmente banalizzate: si pensi, ad esempio, alla richiesta di cancellare la festività del Thanks giving, facendo finta o, peggio, non volendo assolutamente fare i conti con il passato coloniale e di sterminio degli Stati Uniti. Il punto è che a stritolare quei diritti non sono solo i cosiddetti regimi «illiberali» ma anche i paesi liberali come gli Stati Uniti o il Regno unito che hanno lanciato campagne contro gli studi che hanno cercato di decostruire il razzismo sistemico.

La buona morale non ci salverà

Ed è proprio qui che comincia il cortocircuito di questa discussione estiva. La sinistra non ha ingaggiato nessuna vera battaglia woke e il tema è invece totalmente egemonizzato, in termini negativi e regressivi, dalla destra globale. La punta di lancia può essere forse individuata nel modo in cui Elon Musk utilizza la sua comunicazione, nell’indecente disprezzo esibito da Donald Trump che ha dichiarato di aver estirpato dall’amministrazione pubblica tutto questo «folle wokismo» oppure nelle politiche mirate della presidenza Macron contro le rivendicazioni delle generazioni delle banlieus.

Ma anche l’Italia non scherza. La scelta di dichiarare la storia occidentale come l’unica storia, come da linee guida sui programmi scolastici del ministero di Valditara, sotto la regia di Ernesto Galli della Loggia, è un esempio di suprematismo e colonialismo di ritorno. Il ribrezzo per il woke manifestato dall’attuale governo italiano si misura nel divieto per l’educazione sessuale nelle scuole o nei limiti posti alla cosiddetta «cultura gender». E tutto questo si sublima nel linguaggio omofobo, razzista, sessista e quant’altro si voglia aggiungere che formazioni come quella di Roberto Vannacci, o la stessa Lega e Fratelli d’Italia, si sentono in diritto di esprimere in nome di una malintesa libertà di pensiero.

Il primo risultato di questa discussione surreale è così quello di avvantaggiare la destra, non tanto sul piano tattico-elettorale, e quindi nel breve termine, ma sul piano ideologico e valoriale, e quindi come vittoria strategica.

I diritti sociali senza i diritti civili non esistono

Ma quel che manca è soprattutto la radice dell’equivoco che si incontra ogni volta che si parla di diritti civili contrapposti a quelli sociali, quando è chiaro a chiunque che l’oppressione delle persone Lgbtq+, per fare un solo esempio, si associa alla mancanza di accessi ai servizi di educazione sessuale o alle condizioni di precarietà, del tutto ignorate quando, ancora per fare un esempio, si lanciano campagna isteriche contro la possibilità di adozioni omosessuali o addirittura contro l’ipotesi di gestazione per altri.

La radice di questo misunderstanding è esattamente nella scelta della sinistra liberale di disgiungere i due ambiti per fare politiche sociali di destra e riscuotere consensi in virtù della difesa dei diritti civili (senza poi nemmeno difenderli davvero). Se autocritica va fatta non è sull’eccesso di woke, ma sul non aver associato due battaglie che stanno insieme, come la cultura intersezionale insegna, e che invece sono state separate non per ignoranza ma per seguire un processo di adattamento al capitalismo e alle sue leggi e a seguito di quella «cattura delle élite» di cui sopra.

Si tratta di un approccio talmente interiorizzato a sinistra, almeno dai tempi della «terza via», che non si capisce come, oggi, Elly Schlein – che probabilmente prima o poi dirà la sua sulla questione – possa difendere i diritti civili affermando che stavolta su quelli sociali non ci saranno tentennamenti. Sarà in grado di sfidare la destra interna al suo partito e aprire un nuovo fronte di scontro?

Senza un utilizzo corretto della cultura intersezionale, in termini di comprensione delle varie oppressioni e non come mera giustapposizione di queste e delle lotte che ne conseguono, questo problema non può essere risolto. Se errori o sottovalutazioni ci sono stati finora, riguardano un’incapacità generalizzata a cogliere la stratificazione e l’accumulazione, sopra i soggetti in carne e ossa, di ingiustizie che nella vita quotidiana non vengono e non possono mai essere viste come contrapposte o gerarchizzate l’una all’altra.

I lavoratori e le lavoratrici migranti, sfruttate nei campi agricoli del Sud Italia, sono perfettamente in grado di capire che tra le ragioni evidenti del loro salario indecente c’è anche la loro provenienza e il colore della loro pelle. Lo stesso accade agli operai di Prato. In quella condizione materiale, se la si guarda davvero e se davvero si articola una lotta che tiene conto del punto di vista soggettivo, c’è tutta l’opportunità di non contrapporre istanze apparentemente diverse e di valorizzare rivendicazioni globali.

Resta un punto sottolineato correttamente da Matteo Renzi nel suo intervento furbesco su Repubblica (sì, come al solito l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta): la discussione sui valori è decisiva. E se una sinistra degna di questo nome non può fare da ancella ai dettami del capitalismo, facendo credere di poterne correggere gli eccessi, lo stesso vale per i diritti di libertà e di riconoscimento delle proprie aspirazioni.

Si possono anche correggere gli eccessi (ma in Italia quali? Da parte di chi?) ma non si possono avere dubbi sulla tossicità del patriarcato (mediterraneo o universale che sia) e sugli effetti che provoca sui corpi, e la vita, delle donne; non si può comprimere la libertà di affermarsi secondo la propria identità sessuale, non si possono confondere le procedure a volte bislacche nelle università, per lo più statunitensi, con la necessità di rilanciare studi e critica contro il colonialismo; non si può sottovalutare il ruolo del razzismo che riprende piede, o addirittura il ritorno del fascismo.

Le idiosincrasie sullo schwa non possono banalizzare la discussione che lo sottende, e quindi il potere del linguaggio e la necessità di nominare i soggetti, e non si può pensare che la gestione della cultura, i dispositivi che la controllano e reiterano, siano neutri. Se da questa discussione dovesse restare qualcosa, che sia la fissazione di principi non negoziabili.

*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).

Redazione Italia