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Femministe musulmane: un atlante contro patriarcato e islamofobia
«Per me vivere il femminismo dentro un’esperienza musulmana significa rifiutare una falsa alternativa: o la fede o la libertà». Le parole di Marisa Iannucci – studiosa, attivista e voce tra le più interessanti del femminismo musulmano in Italia – attraversano Femministe musulmane ancora prima di aprirlo per immergercisi dentro. Il cuore politico e teorico di questo libro sta precisamente qui: nel rifiuto di una contrapposizione che, per lungo tempo, ha dominato il modo in cui le donne musulmane sono state raccontate, soprattutto in Europa. Da una parte la religione come spazio inevitabile di oppressione, dall’altra la libertà immaginata solo come distanza dalla spiritualità, dalla tradizione, dall’islam stesso. Femministe musulmane rompe questa semplificazione con forza, intelligenza e complessità. Per questo motivo è un libro importante, davvero importante. Uno di quei libri che dovrebbero entrare nelle scuole, nelle università, nei gruppi di lettura e negli spazi pubblici di discussione, perché ha la capacità rara di smontare stereotipi sedimentati senza mai trasformarsi in un manuale ideologico. Attraverso un linguaggio accessibile e una forma visiva potente, questo saggio grafico restituisce profondità a un tema troppo spesso raccontato in maniera superficiale: il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione. > Il grande merito del libro di Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki è quello di > mostrare come non esista un unico femminismo musulmano, ma una costellazione > di esperienze, pratiche e pensieri che attraversano geografie, generazioni e > posizionamenti differenti. Le venti figure raccontate nel libro — studiose, attiviste, imam, giuriste, intellettuali — emergono come soggettività vive, attraversate da conflitti, ricerca, coraggio politico e tensione etica. È proprio questa pluralità a rendere il libro necessario, perché obbliga chi legge ad abbandonare le categorie semplicistiche con cui troppo spesso vengono osservate le donne musulmane. Lontano sia dalla retorica paternalista occidentale della “donna da salvare”, sia dalle narrazioni conservatrici che vorrebbero relegare il femminile al silenzio, Femministe musulmane apre uno spazio di riflessione radicale e profondamente contemporaneo. Le protagoniste di queste pagine rivendicano la possibilità di reinterpretare i testi religiosi, di abitare la spiritualità senza rinunciare alla libertà, di immaginare giustizia e uguaglianza dentro e oltre le tradizioni. In questo senso, potremmo dire che il libro non parla soltanto al mondo musulmano: parla a chiunque voglia conoscere i femminismi, dai processi di decolonizzazione del sapere, alle lotte queer, alle questioni dell’autorità e della rappresentazione. La scelta del formato grafico rende il volume ancora più incisivo. Le illustrazioni di Zainab Fasiki amplificano il testo, lo rendono corporeo, emotivo, immediato. Il risultato è un’opera capace di tenere insieme rigore teorico e accessibilità, approfondimento e coinvolgimento, senza mai sacrificare la complessità. Non è un caso che Femministe musulmane sarà al centro dell’incontro del 21 maggio, organizzato da Un Ponte Per e dalla Casa Internazionale delle donne di Roma, primo di tre appuntamenti dedicati al pensiero femminista nel Sud del mondo in preparazione di Arene Decoloniali (Tor Marancia, 7–13 settembre), che nel 2026 sarà dedicata proprio ai femminismi. Attraverso le riflessioni di Renata Pepicelli, Marisa Iannucci e Nadia Pizzuti, ex-corrispondente dell’agenzia ANSA a Teheran e autrice del libro Iran. La lunga marcia delle donne, l’incontro proverà a interrogare il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione, mettendo al centro le genealogie plurali dei femminismi musulmani. Il percorso proseguira il 28 maggio al Nuovo Cinema Aquila con un appuntamento dedicato al femminismo indigeno sudamericano e la proiezione del film La revolución de las flores, mentre il 5 giugno sarà la volta dei femminismi in Iran. Tre appuntamenti che provano a costruire uno spazio di ascolto e confronto capace di attraversare esperienze, linguaggi e geografie differenti senza appiattirne le differenze. A dare ulteriore profondità al volume è anche il contributo teorico e politico di Renata Pepicelli, direttrice della collana Manifesta di Astarte Edizioni, docente all’Università di Pisa e tra le più autorevoli studiose italiane dei movimenti femministi nei contesti musulmani. Pepicelli, autrice di Femminismo islamico (2010) e del volume Femminismi musulmani. Prospettive secolari, islamiche, islamiste, in uscita a settembre per Carocci, legge Femministe musulmane come uno strumento capace di incrinare in maniera radicale la narrazione dominante sulle donne musulmane. «Purtroppo l’immaginario che viene costruito attorno alle donne musulmane risente ancora di un immaginario orientalista», spiega a DinamoPress. Una visione che continua a muoversi dentro una rappresentazione rigida e dicotomica: «Le donne musulmane sono spesso costrette dentro un’immagine o della donna necessariamente vittima della propria religione, della propria cultura, della propria tradizione, oppure della donna vista come minaccia ai diritti acquisiti qui in Occidente, come minaccia alla sicurezza e persino ai diritti delle donne occidentali». > È proprio questa doppia semplificazione che il libro prova a smontare, > attraverso una pluralità di percorsi politici e spirituali che raramente > trovano spazio nel dibattito pubblico europeo. «Sono movimenti che smentiscono > entrambi questi immaginari», sottolinea Pepicelli. «Ci parlano di una grande > pluralità delle storie, dei posizionamenti delle donne all’interno dei > contesti musulmani e di donne che rivendicano da decenni uguaglianza, libertà > e diritti». Secondo la studiosa, il grande merito del volume è anche quello di mostrare come il femminismo islamico non sia un fenomeno marginale o recente, ma un movimento che emerge già tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e che nel tempo si è articolato in forme molteplici e spesso profondamente diverse tra loro. «Il femminismo islamico è una delle correnti, una delle risposte che le donne dei contesti musulmani danno alla misoginia, al patriarcato e alla discriminazione di genere», afferma. «Una risposta che passa attraverso la reinterpretazione dei testi religiosi islamici e il tentativo di riportare al centro quello che molte femministe islamiche considerano il nucleo autentico del messaggio coranico: la giustizia e l’uguaglianza tra gli esseri umani. La condizione di discriminazione vissuta da molte donne musulmane non è quindi espressione dell’islam, ma il prodotto di letture misogine e patriarcali dei testi religiosi». Da qui la centralità dell’ermeneutica femminista: una rilettura critica del Corano, degli hadith e della tradizione islamica che prova a mettere in discussione interpretazioni sedimentate nei secoli e utilizzate per costruire gerarchie tra i generi. Pepicelli insiste però anche su un altro elemento fondamentale: la pluralità interna di questi movimenti. «Il femminismo islamico non è un movimento omogeneo», precisa. «È un movimento molto plurale al suo interno, con diversi posizionamenti». Negli ultimi anni, osserva la studiosa, alcune correnti del femminismo islamico hanno inoltre aperto una riflessione importante sulle questioni queer e LGBTQIA+, ampliando ulteriormente il campo del dibattito. «Almeno una parte del femminismo islamico sta portando avanti anche questi orizzonti», spiega, confermando come il movimento continui a trasformarsi e ridefinirsi. Nella sua prefazione Pepicelli invita a leggere il femminismo islamico dentro una geografia più ampia dei movimenti delle donne nei mondi musulmani da considerare «rigorosamente al plurale». Accanto al femminismo islamico convivono infatti femminismi secolari, transfemminismi, reti decoloniali e forme di attivismo di genere sviluppatesi dentro movimenti islamisti. «Abbiamo tre grandi correnti», sintetizza: «una corrente di femminismo secolare, una corrente di femminismo islamico e un attivismo di genere all’interno di una cornice islamista». Anche sul piano della partecipazione alle strutture spirituali e ai processi decisionali, secondo Pepicelli qualcosa sta cambiando. Pur ricordando che l’islam non possiede una struttura gerarchica centralizzata paragonabile a quella della Chiesa cattolica, la studiosa sottolinea come negli ultimi decenni sia cresciuta la presenza femminile nei luoghi di formazione e produzione dell’autorità religiosa. Alcune figure del femminismo islamico, come Amina Wadud, hanno persino aperto il dibattito sull’imamato femminile, mentre in diversi Paesi musulmani le donne ricoprono oggi ruoli di insegnamento, guida spirituale e consulenza religiosa. Pepicelli cita, ad esempio, il caso del Marocco, dove esistono da anni le murshidāt, guide religiose femminili incaricate di attività di formazione e accompagnamento spirituale. Oppure il percorso di Asma Lamrabet, una delle figure presenti nel libro, che ha diretto il Centro di Studi Femminili in seno alla Rabita Mohammadia degli Ulema, importante istituzione religiosa marocchina. Anche la riforma della Mudawwana, il codice della famiglia marocchino, avvenuta tra il 2003 e il 2004, vide la partecipazione diretta di donne all’interno della commissione incaricata della revisione. Accanto alla riflessione storica e politica proposta da Renata Pepicelli, abbiamo intervistato Marisa Iannucci, la quale apre uno spazio più direttamente spirituale ed esperienziale. Lavora da anni sull’esegesi di genere, sulla rilettura femminista del Corano e sui rapporti tra spiritualità, autodeterminazione e giustizia sociale. Il suo lavoro si muove lungo un confine che prova continuamente a sottrarsi alle semplificazioni: quello tra fede e libertà, tra appartenenza religiosa e critica delle strutture patriarcali. «Il punto è riconoscere che la spiritualità può essere anche un luogo di autonomia, di coscienza critica e di resistenza», spiega. «Non parlo di una spiritualità astratta o consolatoria, ma di una pratica etica che interroga il potere, le gerarchie, le disuguaglianze. In questa prospettiva, il femminismo islamico non nasce come mediazione fragile tra due identità considerate inconciliabili – essere musulmana ed essere femminista – ma come una domanda radicale di giustizia. Se Dio è giusto, come possono essere sacralizzate la subordinazione, la tutela permanente, l’obbedienza imposta?». Per Iannucci, il nodo sta proprio nel sottrarre la fede alla sua riduzione patriarcale. «La fede non può essere usata per ridurre l’autodeterminazione delle donne; e la libertà non deve necessariamente comportare lo sradicamento dalla propria tradizione spirituale». Da qui l’importanza di un lavoro che sia allo stesso tempo critico e ricostruttivo: «Il femminismo musulmano, nelle sue forme migliori, apre proprio questo spazio: la possibilità di restare dentro una genealogia religiosa, ma senza consegnarsi alle sue sedimentazioni patriarcali». Un percorso che, secondo la studiosa, non consiste nel rifiuto dell’islam, ma nel tentativo di «restituire all’islam il suo nucleo etico di giustizia, misericordia, dignità e uguaglianza». Al centro della sua riflessione c’è poi il tema della parola e dell’autorità religiosa. «La riappropriazione della parola è centrale. Per secoli il sapere religioso islamico è stato prodotto e legittimato quasi esclusivamente da uomini: esegeti, giuristi, predicatori, custodi dell’ortodossia. Questo non significa che la tradizione islamica sia monolitica. La storia dell’islam è attraversata da dibattiti, divergenze, scuole, interpretazioni,  ma le donne sono state progressivamente escluse dai luoghi in cui il sapere religioso veniva prodotto, trasmesso e autorizzato». > È qui che l’interpretazione dei testi religiosi assume una portata > fondamentale. «Reinterpretare i testi è un atto politico, spirituale e > conoscitivo. Significa distinguere tra il testo sacro e le letture storiche > sedimentate nei secoli, riconoscendo che molte norme presentate come divine > sono in realtà il prodotto di contesti patriarcali e rapporti di potere > specifici». Il lavoro teorico di Iannucci si concentra in particolare sull’esegesi di genere e sulla traduzione femminista del Corano in italiano. «Tradurre il sacro non è mai un’operazione neutra», spiega. «Ogni scelta linguistica rende visibile qualcosa e ne oscura qualcos’altro. Molto spesso, il linguaggio coranico è stato trasformato in un dialogo prevalentemente maschile, dove gli uomini sono soggetti della rivelazione e le donne diventano oggetto del discorso religioso». Nel suo attuale lavoro di traduzione del Corano, Iannucci prova quindi a liberare il testo dalle sedimentazioni patriarcali che ne hanno condizionato la ricezione. «Termini complessi come qiwāma, nushūz o ḍaraba – spesso utilizzati per giustificare gerarchie di genere – vengono riletti nella loro stratificazione linguistica e storica, evitando traduzioni che trasformano il maschile in universale umano e cancellano la soggettività spirituale delle donne. Una traduzione femminista non è una traduzione “per le donne”», chiarisce, «ma una traduzione più fedele alla pluralità del testo, più consapevole delle relazioni di potere e più responsabile sul piano etico». Questa riappropriazione della parola, per Iannucci, ha anche una dimensione profondamente collettiva, che riguarda la trasformazione concreta delle comunità, dell’educazione religiosa, del diritto di famiglia e del linguaggio pubblico sull’islam. «L’autorità religiosa non dovrebbe essere pensata come possesso, gerarchia o monopolio, ma come responsabilità ermeneutica condivisa». > È una prospettiva che entra direttamente in dialogo con quella di molte delle > figure raccontate nel libro: da amina wadud ad Asma Lamrabet, da Ziba > Mir-Hosseini a Kecia Ali. Donne che, secondo Iannucci, dimostrano come > l’interpretazione religiosa non sia mai neutra: «Può riprodurre dominio oppure > aprire spazi di giustizia». L’altra grande questione che emerge dalle sue parole riguarda il tema dell’autorappresentazione delle donne musulmane in Italia. «Vengono spesso nominate, classificate, giudicate, ma raramente ascoltate come soggetti politici, intellettuali e spirituali», osserva. «Il discorso pubblico continua infatti a collocarle dentro immagini rigide: vittime da salvare, simboli di alterità culturale, presenze percepite come minaccia o oggetti permanenti del dibattito sul velo, sull’integrazione, sulla sicurezza». Secondo Iannucci questa dinamica produce una doppia espropriazione: «sottrae complessità alle vite delle donne musulmane e impedisce alla società italiana di comprendere l’islam come realtà plurale e attraversata da pratiche critiche e femministe. La donna musulmana diventa una figura retorica utile alla politica, ai media o al discorso securitario, ma raramente riconosciuta come interlocutrice». Per questo creare spazi di autorappresentazione significa innanzitutto modificare i rapporti di parola. «Non si tratta di “dare voce”», precisa, «perché anche questa espressione conserva una postura paternalistica. Si tratta piuttosto di riconoscere voci che esistono già, saperi che sono già prodotti, pratiche che sono già in corso». È proprio qui che Femministe musulmane trova una delle sue funzioni più importanti: nel rendere visibili genealogie intellettuali, esperienze politiche e percorsi spirituali che esistono da tempo e che troppo spesso vengono ignorati. «Le donne musulmane devono poter raccontare da sé la propria esperienza», conclude Iannucci. «Solo così si esce dalla rappresentazione semplificata e si entra in uno spazio realmente democratico, dove l’islam non è più oggetto del discorso altrui, ma campo vivo di elaborazione critica, femminista e plurale». Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. 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May 19, 2026
DINAMOpress
La sovversiva Olympe de Gouges. L’altra metà della Rivoluzione.
di Bruno Lai 7 maggio 1748: nasce Olympe de Gouges. Olympe de Gouges, nata Marie Gouze, è nota soprattutto come autrice della Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne, Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, pubblicata nel 1791. Di questa importante opera esiste un’edizione corredata da un’ottima grafic novel: La dichiarazione sovversiva. Olympe de Gouges
La nostra Terra, le loro guerre
Si è svolto a Palermo presso l’Ecomuseo del Mare il 2 e 3 maggio scorsi un convegno dedicato all’antimilitarismo e al disarmo, dal titolo La nostra Terra, le loro guerre. È stato organizzato dalla rete di associazioni che danno vita a Solidali con la Palestina, l’assemblea che da più di due anni si riunisce ogni martedì pomeriggio a Santa Chiara. Ne fanno parte, ed erano presenti ai lavori: Antudo, il centro sociale ex Carcere – San Basilio, Freedom Flotilla, Potere al Popolo, USB, Cobas, Maldusa, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Radio Aut e Spazio Aut, le assemblee No Ponte, No Muos, No Nato, No F35, No Guerra, il Laboratorio Andrea Ballarò, Anomalia e la Casa del Popolo Peppino Impastato. Hanno partecipato inoltre Antudo Catania, il collettivo La Base di Cosenza, Proletari Comunisti, Cambiare Rotta e, in collegamento da remoto, un compagno No Tav della Val di Susa. Il primo giorno ha visto una mattinata introduttiva sui temi da discutere e la divisione in cinque tavoli di discussione nel pomeriggio. La domenica invece sono stati presentati i documenti elaborati da ciascun tavolo e si è tenuta, dopo il pranzo, l’assemblea plenaria. Diamo sinteticamente conto dell’esito delle attività. Il primo tavolo, “Liberarsi dall’imperialismo: lezioni di resistenza dalla Palestina all’America Latina” si è a sua volta suddiviso in tre sottogruppi: il primo ha trattato l’analisi dell’attuale imperialismo, il disordine geopolitico e il ‘che fare’; il secondo ha esaminato le resistenze popolari, il posizionamento del movimento contro la guerra e ‘come collegarci’ ai popoli in lotta; un terzo si è occupato delle strategie di resistenza. In un momento in cui il colonialismo diventa estrattivismo globale e la finanza multinazionale a guida USA scatena guerre ibride, le lotte non possono che essere interconnesse: devono saldarsi anticapitalismo, antisessismo e antirazzismo. E davvero il paradigma della intersezionalità ha costituito il leit motiv di gran parte degli interventi. Seguendo Fanon, occorre che prestiamo attenzione al rischio di interiorizzare i modelli dell’oppressione, posizionandoci coi migranti, gli emarginati, i colonizzati, “i dannati della terra” nei contesti di asimmetria del potere e costruendo convivenza caratterizzata da giustizia sociale e solidarietà. Quanto alle strategie, si è parlato di autodeterminazione dei popoli e di rivoluzione culturale, ma un Imam di Palermo ha sostenuto, dopo quello che secondo lui è stato il fallimento del socialismo in Medio Oriente (Arafat?), la dimensione religiosa del movimento di liberazione palestinese, poiché l’Islam prevedrebbe il rispetto delle regole anche nella lotta armata (?), come il divieto di uccidere civili e l’avvio tempestivo di trattative. Al contrario, un membro della Freedom Flotilla, che si era imbarcato nell’autunno scorso, ha sottolineato la necessità della nonviolenza, quella scelta già 19 anni fa da Vittorio Arrigoni e sposata oggi dal sindaco di Capaci, quando ha inviato una lettera ai suoi giovani concittadini in età di leva affinché scegliessero l’obiezione di coscienza. Tema del secondo tavolo è stato: “economia e lavoro produttivo in tempo di guerra”. Dopo un’analisi della riconversione economica bellica, funzionale al superamento della crisi capitalistica e al reinvestimento dei profitti finanziari, il relatore ha messo in guardia dalla politica ideologica ricattatoria: la ripresa grazie all’industria militare creerà nuovi posti di lavoro e rilancerà i consumi, si dice. Quello che si disse per l’Ilva di Taranto si ripete ora per la Leonardo! Invece occorre definanziare e riconvertire le fabbriche di morte e porle sotto controllo pubblico, mirando a una trasformazione socialista: cosa, come e quanto produrre dev’essere deciso dal basso. E occorre organizzare uno sciopero generale internazionale produttivo e riproduttivo, tramite organismi trasversali, altri da partiti e sindacati storici, ma in dialogo con l’associazionismo nato dal basso. Il terzo tavolo, “contro carceri e frontiere, solidarietà e resistenza” si è occupato soprattutto di migranti e CPR. Hanno parlato una compagna del collettivo Maldusa (fusione di Malta e Lampedusa) e un compagno del Senegal, il quale ha ribadito l’urgenza di connettere le diverse lotte, contro le guerre come contro le carceri, in un’unica lotta condotta non con le armi ma con l’informazione. Il quarto tavolo ha affrontato un tema molto caro all’Osservatorio omonimo: “contro le guerre e contro la militarizzazione delle coscienze”. Ha articolato in due fasi il suo lavoro: una ricostruzione storica del degrado dell’istruzione pubblica, dall’autonomia scolastica fino alla dipendenza dal mercato e all’attuale militarizzazione, con i protocolli d’intesa tra forze armate e ricerca bellica (IA, dual use, etc.), accompagnata da una svolta autoritaria della disciplina interna, da una crescente privatizzazione e dalla precarizzazione e ricattabilità dei lavoratori; e, in seconda battuta, l’esame del ‘che fare’: valorizzare gli organi collegiali come spazi di democrazia in cui coinvolgere gli studenti, formare gli insegnanti all’antimilitarismo e alla nonviolenza (valendosi anche del vademecum dell’Osservatorio) ed informarli pure sul ruolo dell’IA nella produzione di armi, nella logistica, ma anche nelle scuole (vedi materiali dei Cobas, o il sito https://iabasta.ghost.io). Attenti, dunque, all’espropriazione diretta dell’intelligenza collettiva! L’ultimo tavolo, infine, “militarismo, grandi opere e devastazione ambientale”, ha guardato alla Sicilia di Sigonella, Niscemi, Birgi, ma anche al vertice dei popoli di Santa Marta in Colombia per l’abbandono dell’energia fossile, notando come la solidarietà con i popoli in lotta sia sempre interconnessa con l’opposizione alla devastazione ambientale, poiché interconnessi sono militarismo estrattivismo colonizzazione e disastro ecologico entro il capitalismo multinazionale. Bisogna opporsi al dogma della crescita lineare come alle grandi opere e alla guerra. La guerra contemporanea è anche ecocidio. Molto altro è stato detto, ma non abbiamo più spazio qui; rimandiamo al sito dove saranno pubblicati gli atti: https://stopaccordisicilia.com. Segnaliamo i prossimi appuntamenti: 7 maggio: Giornata di mobilitazione europea contro la leva e sciopero Cobas Cinisi, 8 maggio, pomeriggio: Spazio Aut presenta il dossier “La mafia uccide, il sionismo pure” sulla militarizzazione della Sicilia e sulle aziende collegate all’industria bellica Milano, 16 maggio, manifestazione per la Palestina 29 maggio, sciopero generale per la Palestina e contro la guerra 6 – 7 – 8 agosto campeggio No Ponte a Messina e corteo         Daniela Musumeci
May 4, 2026
Pressenza
Femminismo: la lotta continua
a cura di Enrico Semprini Perchè parlare ancora delle problematiche dei generi dopo le lotte di 8 e 9 marzo? E’ necessario, se vogliamo fare si che quelle giornate siano funzionali ad un lavoro di approfondimento e consapevolezza, come parte dell’attivismo volto a cambiare la società in cui viviamo. Da questa esigenza nasce questo piccolo dossier, con una selezione di
SCIOPERO ANTAGONISTA PERMANENTE
SCIOPERO ANTAGONISTA PERMANENTE: LOTTO, BOICOTTO, SCIOPERO a cura dell’Assemblea transterritoriale Corpi e Terra di Non unə di Meno Con lo SCIOPERO DEI e DAI CONSUMI e DEI e DAI GENERI che si uniscono a quello dalla PRODUZIONE e dalla RIPRODUZIONE, a partire dall’8 marzo 2017, affermiamo il diritto all’autodeterminazione e alla liberazione dei corpi tutti. […]
March 1, 2026
Corpi e Terra
USA: un vicepresidente nero per una presidente donna
Il 14 febbraio 1818 nasceva (forse) Frederick Douglass, lo schiavo che che fu candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Lo strano team candidato alle elezioni USA del 1872 L’accopiata fu effettivamente eccezionale, non solo per l’epoca: Victoria Woodhull,1 un’attivista femminista e antirazzista che designò come suo vice un nero ex schiavo, Frederick Douglass, appunto. In realtà la candidatura, con l’Equal
February 12, 2026
La Bottega del Barbieri
India: quando il bambù si abbatte sui maschi violenti
A seguire intervista a «Lucha y Siesta»: articoli di Alessandro Chiti e Lucrezia Agliani, ripresi da «ultimavoce» L’onda rosa in India: la Gulabi Gang   Il movimento femminista che combatte la corruzione e le violenze delle istituzioni indiane. Il peso delle parole Quando parliamo di femminismo ci vengono subito in mente le voci di attrici e attori che negli ultimi
January 31, 2026
La Bottega del Barbieri
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Perché un movimento transfemminista parla di #Palestina? Perché non esiste liberazione parziale. https://forms.gle/w1igiRYz57aG6ek66 #FreePalestine #Transfemminismo #Intersezionalità #PurpleSquare #FromTheRiverToTheSea
September 17, 2025
Antonio Mazzeo
Verona: sabato 13 Tumulto pride
Tumulto pride è una manifestazione organizzata dal basso dalla Rete Verona Rainbow sabato 13 settembre: un pride intersezionale, al fianco della lotta palestinese, delle persone migranti con il protagonismo di lesbiche gay trans queer no binary trans. Il corteo parte sabato 13 alle 16 dalla Stazione di Porta Nuova per arrivare nel quartiere di Veronetta; il giorno precedente, venerdì 12 settembre alle ore 16, al campo sportivo Gigi Piccoli, via Caroto, incontro nazionale. Ne parliamo con un compagno del Circolo Pink
September 6, 2025
Radio Onda Rossa
Occupare l’utopia
Lunedì 16 giugno alle 16.15 all’Istituto Gramsci Siciliano di Palermo sarà presentato il volume “Occupare l’utopia. Per la liberazione e la costituente del Comune” a cura di Toni Casano e Antonio Minaldi, Multimage, Firenze 2025 Il primo ciclo di seminari del Caffè Filosofico Beppe Bonetti del 2021/22, che diede origine al libro Sfruttamento e dominio nel capitalismo del XXI secolo, edito da Multimage nel febbraio 2023 e curato – come quest’ultimo – da Casano e Minaldi, costituiva un’analisi dello “stato delle cose presente”. Affrontava infatti le contraddizioni del cosiddetto antropocene o capitalocene, il capitalismo della sorveglianza, la produzione immateriale, la finanziarizzazione dell’economia, i disequilibri geopolitici e le guerre legate alla precaria riconfigurazione del nuovo ordine mondiale. Il secondo ciclo di seminari del 2023/24, invece, ha prodotto questo secondo libro, uscito sempre per Multimage nel gennaio ’25, Occupare l’utopia. Per la liberazione e la costituente del Comune, che vuole essere la prosecuzione di quei ragionamenti, ma con una curvatura propositiva, il “che fare” insomma. Ecco perché tutte le sue sezioni hanno a che vedere con la liberazione: liberazione della Terra (natura, ambiente, giustizia climatica) liberazione delle donne (femminismi e transfemminismo, movimenti di donne in Chiapas, Kurdistan, Iran, movimenti per la pace) liberazione dei popoli (palestinesi, curdi, messicani zapatisti, migranti tutti) liberazione dal debito (internazionale, pubblico e privato, in quanto funzione essenziale del capitalismo) liberazione del o dal lavoro (operaismo, postoperaismo e pensiero libertario) liberazione del Comune (il bene comune autogestito come alternativa alla dicotomia pubblico/privato) Leggiamo nell’introduzione: Le pratiche di liberazione ci permettono di capire che i luoghi di utopia, i luoghi del mondo che non c’è, in realtà sono qui tra noi. Appartenendo già alle nostre vite, le attraversano in silenzio e in trasparenza, cercando voce per urlare tutta la loro dirompenza rivoluzionaria. La prospettiva di una necessaria unità dei movimenti e delle istanze di liberazione, per quanto lontana e difficile oggi possa apparire, non può e non deve essere concepita nei termini della semplice alleanza politica tra interessi diversi. È necessario pensare in grande e andare oltre. È necessario pensare da subito la convergenza e l’intersezionalità come la messa in comune di parti di un mondo futuribile, in cui il comune valoriale è già tra noi e ci fa da guida. Da quando abbiamo cominciato come Caffè Filosofico questo percorso (che contiamo di riprendere nel prossimo autunno con nuovi seminari di lettura e studio), l’instabilità economica e geopolitica del pianeta si è indicibilmente aggravata: il “mondo grande e terribile”, come lo definiva Gramsci, è insanguinato da più di 50 guerre ed è in corso un genocidio che forse supera per efferatezza quello nazista, da quando la vittima si è fatta carnefice, ossia dalla Nakba. Il “crepuscolo del vecchio ordine imperiale”, come lo abbiamo chiamato nell’ultimo annale di Pressenza, e la crisi del modello economico capitalistico – che conosce da sempre solo l’ipertrofia dell’industria delle armi, finanziata dagli Stati-Nazione, come rimedio ultimo a concorrenza e sovrapproduzione – dovrebbero indurci allo sconforto e alla rassegnazione. Pure ci ostiniamo nella speranza e nella proposta: è questione di sopravvivenza, ma è anche questione di dare un senso alla nostra vita e un futuro ai nostri giovani. Ecco perché l’intento dell’incontro di lunedì sera non è tanto quello di parlare del libro, quanto di utilizzarlo come spunto – e pretesto quasi – per continuare e approfondire il dibattito sul “che fare”. Converseranno insieme, oltre a divers* redattor* di Pressenza Palermo, Rosario Lentini, studioso di storia dell’economia siciliana moderna e contemporanea, e Luca Casarini, animatore del Social Forum di Genova nel 2001 e fondatore di Mediterranea che, con la nave Mar Jonio, tanti soccorsi di migranti in mare ha effettuato, incurante delle denunce per favoreggiamento di immigrazione clandestina, dei processi e del recente spionaggio informatico. Daniela Musumeci
June 12, 2025
Pressenza