Woke: i diritti sono tutti uguali/1La discussione su presunti eccessi dei diritti civili ha preso una piega
surreale: alle sinistre si propone di privilegiare un programma sociale, in
realtà annacquato, costruendo una gerarchia sbagliata. Eppure la cultura
intersezionale ha da tempo superato questa contrapposizione
Il dibattito che si è aperto sulla cosiddetta (dalla destra) cultura «woke»
probabilmente sarà dimenticato tra qualche settimana, come spesso avviene nella
politica italiana. Basterà che la ripresa delle attività proponga i temi di
attualità politica per vedere defunta una riflessione sulla cultura di fondo
delle forze progressiste. Ammesso che quello che è in corso sia esattamente
questo.
In ogni caso, questa discussione, nata dalle posizioni di Alexandria
Ocasio-Cortez, la deputata di orientamento socialista Usa più nota dopo Bernie
Sanders e che ha parlato di un «woke 1.0 come follia» riferendosi a una fase
iniziale della cultura che proviene dalle comunità afroamericane («stay woke»)
come reazione e risposta alle pratiche di razzializzazione subite dai bianchi,
tocca nodi nevralgici anche nelle forme malposte in cui il dibattito si è
avviato: anche queste, infatti, mostrano vizi e deformazioni della cultura
politica della cosiddetta sinistra accumulatisi nel corso degli anni.
Sulle evoluzioni che la presa di posizione di Ocasio-Cortez rende possibili, va
detto innanzitutto che la contrapposizione tra un «woke» eccessivo delle origini
e un woke 2.0, ammesso sia questo l’obiettivo, non rende ragione alla realtà
delle cose, anche negli Stati Uniti. La questione dirimente, ancora negli Usa e
nel mondo si potrebbe dire, non è tanto l’egemonia delle posizioni estreme in
tema di guerre culturali visto che l’egemonia, per lo meno sul piano politico e
della comunicazione, è fortemente appannaggio della destra, sia essa quella
mediatica di Elon Musk o quella squisitamente politica di Donald Trump.
Ma soprattutto, quell’impostazione non tiene conto di un passaggio
storico-culturale: quella che Olúfẹ́mi Táíwò definisce «cattura delle élite» e
quindi l’appropriazione da parte dell’establishment, anche democratico e
progressista, anche quello delle accademie e non solo quello imprenditoriale,
delle istanze che hanno dato vita a movimenti antirazzisti o di liberazione
sessuale per sganciarli dai diritti sociali, o peggio trasformarli in brand
commerciali. Sarebbe stato forse più produttivo individuare questa offensiva
subita dal woke 1.0 piuttosto che metterlo sulla graticola dell’autocritica in
un processo che non fa che avvantaggiare la destra.
Un dibattito surreale
Da qui a dire che il «woke» va ripensato e che la sinistra deve rivedere la
propria (presunta) subordinazione a un’egemonia per lo più accademica e
culturale che ha posto sopra a ogni difesa dei diritti sociali quella di
(presunte) priorità eccentriche – il linguaggio, la critica alla cultura
coloniale, il rispetto delle linee guida Dei (Diversity, equity, inclusion) che
tanto hanno fatto discutere in diverse università e strutture pubbliche – c’è
voluto poco. Tanto che quasi nessuno si è accorto che Ocasio-Cortez non stava
affermando direttamente un proprio pensiero ma, forse per tastare il terreno o
togliersi dall’impaccio, riprendeva un vecchio tweet di Chi Ossé, un consigliere
comunale di estrema sinistra di New York, quando ha descritto la cosiddetta «era
Woke 1.0» (Ossé aveva pubblicato un post su X a maggio a proposito di quest’era
«folle»). Questo, e non dunque una posizione strutturata e corredata di analisi,
spiegazioni e contestualizzazione storica, è quello che ha fatto scattare la
reazione italiana anche a seguito dell’articolo che su questo ha scritto
Giuseppe Conte, presidente del M5S, su Repubblica.
Conte ha confessato di essere stato «nel corso degli anni fortemente perplesso
di fronte ad alcuni eccessi della cultura “woke”, rimbalzati dagli Stati uniti»
facendo l’esempio di «Omero e Cicerone trattati alla stregua di suprematisti
bianchi». Questa impostazione culturale a suo avviso «ha finito per restituire
l’immagine di una politica, a sinistra, indisponibile a mettere in discussione i
privilegi delle fasce sociali più avvantaggiate e a farsi realmente carico delle
urgenze delle fasce più deboli della popolazione». Woke contro difesa dei
diritti sociali, e si potrebbe forse dire la preoccupazione di una libertà con
coloriture identitarie invece dell’uguaglianza.
Sfuggire alla cattura delle élite
Si tratta di un abbaglio tradizionale nel pensiero di sinistra, qui però
presentato senza approfondire adeguatamente cosa sia stato davvero il woke, e
soprattutto di cosa parliamo quando ci riferiamo all’Italia. Ci torniamo fra
poco, vale prima la pena notare che la posizione di Conte, basta scorrere i
social e anche qualche articolo sulla stampa di sinistra, ha solleticato gli
umori di chi è rimasto attardato a vecchie analisi e schemi, insensibile ai
diritti di libertà e alle esigenze di affermazione delle identità, non per forza
destinate a sfociare nell’identitarismo, e più orientato a rivendicare la
rigorosa difesa dell’uguaglianza sociale da cui, giocoforza, deriverebbe tutto
il resto. Prima il socialismo, poi si metterà tutto a posto. Illusione non solo
smentita dalla storia, ma contestata dalla realtà dei movimenti sociali degli
ultimi trent’anni almeno.
Certo, lo stesso Conte, e chi ha trovato accettabile la sua impostazione,
aggiunge che «la cultura woke non è stata solo questo. Ha promosso una più
vigile attenzione sui dispositivi culturali che marginalizzano specifiche
identità, ha contribuito a contrastare le varie forme di razzismo, di sessismo,
di discriminazione» conferendo, tramite un’impropria citazione di Michel
Foucault, importanza anche ai «linguaggi, immagini, rappresentazioni che
perpetuano stereotipi e gerarchie simboliche». Detto questo però il suo articolo
si è occupato più di delineare una piattaforma per la coalizione progressista –
e pour cause, occorre dire, vista l’imminenza delle primarie e delle elezioni –
saldandola soprattutto sul programma sociale e mettendo la sordina proprio a
quelle istanze su cui a parole si propone di restare «vigili».
Ed è esattamente qui la trappola: ritenere che i diritti di libertà, la
discussione, anche complessa e contraddittoria sul linguaggio (si pensi
all’irritazione che provoca lo schwa), le questioni poste dall’immigrazione, in
particolare dalle seconde generazioni che rivendicano non solo diritti, ma anche
rispetto e affermazione positiva della propria identità e cultura, finiscano in
fondo alla lista del programma futuro del centrosinistra. Programma in cui,
però, non sembra stiano finendo posizioni nette sul piano sociale: si pensi alla
ritrosia ad accettare una tassa patrimoniale, a titubanze sulle questioni del
lavoro e/o sindacali. Si parla solo di salario minimo ma non si dice mai come
recuperare davvero salario reale e invertire la politica di spoliazione della
working class degli ultimi trent’anni. Lo scambio diritti civili-diritti sociali
è inaccettabile, ma almeno, se proprio deve essere proposto, ci si aspetterebbe
che fosse uno scambio di adeguato livello. Invece quello a cui assistiamo è una
demolizione delle istanze che stanno alla base delle rivendicazioni civili più
importanti senza nessuna proiezione coraggiosa sul fronte delle conquiste
sociali. (continua…)
Redazione Italia