Al carcere Bassone una pioggia di umanità

Pressenza - Thursday, July 16, 2026

Sono le 14.50 e ci troviamo, varie associazioni, enti e sindacati, davanti al carcere Bassone di Como. L’iniziativa è quella di Alleanza per l’Articolo 27, per contribuire alla sensibilizzazione verso le condizioni dei detenuti. Fa caldo e in lontananza si vedono dei nuvoloni neri.

C’è l’Arci, ci sono le Acli, il CSV, la CGIL, il Comune di Como, il mondo delle cooperative, da Lotta Contro l’Emarginazione al Gabbiano, la Fondazione Cariplo, Confindustria, la Camera di Commercio di Como-Lecco e molt3 altr3, guidat3 dalla garante per i diritti dei detenuti Gilda Ripamonti e dalla Direttrice Roberta Galati.

Lo scopo della visita è quella di incontrare le persone che vivono dietro le sbarre e farsi raccontare i loro bisogni, ascoltare le loro necessità e rendersi conto che detenute e detenuti sono prima di tutto esseri umani. Persone, come noi.

Per passare i controlli di routine mi separo dal mio fido orologio. Forse avrei potuto portarlo in carcere, ma me ne sono dimenticato: le due ore trascorse nel Bassone diventano così una sospensione della realtà, proprio come quella di cui ci raccontano i primi detenuti che incontriamo nel salone polivalente. Ci accoglie una delegazione composta da diverse persone provenienti dalle diverse sezioni del carcere: maschile, femminile e trans (il Bassone è l’unico carcere in Lombardia ad averla).

Mentre siamo nel salone esplode il temporale, facendoci sobbalzare e facendo gioire molti dei detenuti: stasera, finalmente, si riuscirà a dormire.

Si parla di tante cose: del lavoro, della dignità, delle attività, e di come anche in carcere si replichino le storture del mondo di fuori. Un esempio concreto? La sanità: soprattutto le detenute lamentano l’assenza di medici e visite regolari. I pavimenti dei bagni e i bidet che si rompono, la mancanza di acqua calda, la mancanza di ventilatori, le brande metalliche saldate.

Uno dei ragazzi della prima sezione ci prende da parte e ci dice che abbiamo solo grattato la superfice, invitandoci a salire a vedere le loro condizioni. I secondini ci spalancano così le porte di un angolo di umanità di cui raramente si vede parlare sui giornali mainstream. È facile parlare di sovraffollamento senza vedere in faccia cosa vuol dire avere un carcere al 180% di capienza, sotto organico persino per una capienza normale. Il nostro accompagnatore dice agli altri che stiamo facendo una visita: c’è chi rientra in cella, mentre invece c’è chi resta a chiacchierare con noi.

Vediamo la solidarietà fra detenuti, chi urla lamentandosi per il cibo scadente, chi ci racconta come anche solo una bomboletta del gas per i fornelletti da campeggio sia un bene di prima necessità. Il ragazzo che abbiamo conosciuto prima ci fa vedere la sua cella e ci fa conoscere il suo compagno: l’hanno abbellita come potevano.

Ci raccontano, insieme ai loro compagni, di attese infinite per telefonate ai parenti e per vedersi una tv riparata. Sanno anche loro che mancano i fondi, e a me viene da pensare agli hotspot in Albania e al loro costo esagerato, o a chi dice che servono altre carceri, quando invece quello che manca sono investimenti strutturali in quelli che già esistono, prevenzione e un reinserimento vero, specialmente lavorativo, che non sia legato solo al tempo della pena.

Mi rendo conto di trovarmi di fronte gente che ha qualche anno in meno di me, ma che probabilmente è cresciuta negli istituti penitenziari e non sa quando vedrà la fine di questo percorso. Persone che si arrabbiano se al piano di sopra arriva l’acqua calda e al loro no: sanno che non è giusto prendersela con gli altri, ma anche la più piccola minuzia, dietro le sbarre, può diventare un privilegio ambito da tuttə.

Molti approfittano della presenza della Direttrice per esprimerle i bisogni più disparati: mi si è rotto il ventilatore, il cibo è arrivato scotto, la telefonata me l’hanno fatta durare troppo poco. Ci hanno raccontato di tutto e sono dispiaciuti a vederci andare via, una volta tanto che possono vedere persone non compagne di cella in un orario che non è solo quello delle visite.

Scendiamo a visitare invece la sezione trans. Ci accoglie la loro “madrina”, di origini brasiliane, che ci mostra la sua cella coperta di foto di riviste di moda. Qui si respira sicuramente un’altra aria, dove tutto è più curato e dettagliato, ma sia la prima sezione maschile che questa condividono una cosa: nessuno vuole rinunciare alla propria dignità.

Quando chiediamo alla nostra anfitriona cosa farà, visto che fra non molto potrà uscire di carcere, ci racconta che prima tornerà della città italiana che l’ha accolta all’inizio e poi cercherà di tornare in Brasile. Dietro a ogni sbarra vedo volti segnati dalla fatica e dal caldo, vedo la noia strisciante che fa andare fuori di testa, vedo rassegnazione e determinazione.

Nel frattempo ha smesso di piovere: l’acqua è entrata ovunque, segno evidente delle mancanze strutturali della casa circondariale. Esco da questa esperienza come da sotto un temporale senza ombrello, pensando alle persone che ho incontrato, alla loro dignità di esseri umani e che il fallimento vero è di istituzioni ipocrite che considerano la pena solo come una punizione, e le carceri come un tappeto sotto a cui nascondere la polvere.

Mi domando quante e quanti di coloro che ho visto sono stat3 arrestat3 per reati minori, mentre i kings viaggiano impuniti con i loro miliardi, sfruttando la miseria, l’ignoranza e la manipolazione per creare l3 ultim3, la fragilità, quell3 da scartare. Sorrido, pensando alla detenuta che mi ha scambiato per uno della prima. Penso che stanotte, almeno, dormiranno al fresco in tutti i sensi.

 

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