
Jesi, il sogno di Amazon è subito un incubo. Licenziati dopo nove giorni
Pressenza - Thursday, July 16, 2026Non è bastato come antidoto per mitigare le modalità e gli effetti del capitalismo feroce statunitense il fatto che il Sindaco e la Giunta comunale di Jesi avessero intitolato a Gemma Perchi, storica filandaia e sindacalista jesina, la strada di accesso al nuovo polo logistico di Amazon.
C’è un misto di delusione, sorpresa e amarezza tra i numerosi neoassunti Amazon di Jesi che, preso servizio il 6 luglio scorso all’inaugurazione dell’attività lavorativa del colosso della logistica (dopo un corso formativo full time di qualche giorno di Adecco e conseguente reclutamento), hanno visto morire all’alba quel sogno di un lavoro a tempo indeterminato, così come sempre annunciato dalla multinazionale di Jeff Bezos e garantito bipartisan da tutta la politica regionale. “Mille posti di lavoro a tempo indeterminato in tre anni”, questo il mantra degli ultimi cinque anni a Jesi e nelle Marche.
“Io e un altro ragazzo siamo andati a lavorare per il turno della mattina e abbiamo visto che Marta (nome di fantasia ndr) non poteva oltrepassare i tornelli; non è stata per nulla una bella cosa.”
E’ solo una delle numerose testimonianze raccolte tra queste persone che, incredule, sono venute a conoscenza, in via del tutto esperienziale, senza alcun preavviso e nessuna motivazione, che erano state dimesse a seguito del mancato rinnovo contrattuale al termine del periodo di prova previsto dal CCNL.
“L’ho scoperto oggi per caso – racconta un’altra persona – non ho ricevuto nessuna comunicazione scritta, sono entrata, non mi funzionava il badge e la security mi ha detto che dovevo parlare con Adecco. Poi mi è arrivata la comunicazione che non ho superato il periodo di prova. Non mi sono fermata mai, ho stoccato fino all’ultimo secondo.”
Vanno troppo lente, raccontano queste persone di diverse età, secondo i tempi e gli algoritmi di Amazon e quindi di conseguenza, di loro si fa subito a meno.
“Ho ricevuto una chiamata da Adecco – ricostruisce Vincenzo (nome di fantasia, ndr) che mi ha comunicato che non avevo superato il periodo di prova di 9 giorni. E’ una comunicazione ufficiale data da Amazon ad Adecco, senza darmi nessun motivo in merito. Eppure lunedì pomeriggio ho ricevuto i complimenti del nostro team manager. Mi sento veramente preso per il culo, ho fatto mansioni che non potevo svolgere, senza attrezzature tipo scarpe antinfortunistiche. Resto allibito! Non posso neanche presentarmi da Amazon domani per ritirare i miei effetti personali lasciati nell’armadietto, incredibile. Ci siamo comportati bene, abbiamo lavorato sodo senza fermarci un secondo. Ci può stare che non ho superato la prova, ma una motivazione la devo avere; è una questione di rispetto, di educazione”.
“Chi entra a Jesi oggi – aveva dichiarato il 6 luglio Lorenzo Barbo, AD di Amazon Italia Logistica – trova un ambiente di lavoro progettato intorno alle persone. Sono percorsi di crescita concreti, accessibili anche a chi entra senza esperienza pregressa. La sicurezza è parte integrante di tutto ciò che Amazon fa ogni giorno, in ogni Paese e in ogni attività”.
A parte le scarpe antinfortunistiche e la narrazione mainstream che c’è tuttora sul polo logistico di Jesi, le persone sulla loro pelle vivono, dopo neanche quindici giorni, una storia diversa. Sono voci di marchigiani, immigrati che vivono da anni nel territorio, donne e uomini arrivate anche da fuori regione con una speranza. E l’hanno vista tramontare dopo appena nove giorni. Certo, nel pieno rispetto delle norme contrattuali.
“Amazon è un business stagionale – spiega l’ufficio stampa interpellato a seguito dei licenziamenti ‘lampo’ di Jesi – all’apertura di un nuovo sito e nei periodi di picco adeguiamo il numero di dipendenti alla domanda dei clienti attraverso contratti a tempo determinato, con la stessa retribuzione base dei colleghi a tempo indeterminato. Come previsto dal CCNL, questi contratti includono un periodo di prova, proporzionale alla loro durata, durante il quale i lavoratori vengono valutati su criteri oggettivi e trasparenti, quali rispetto delle regole di sicurezza, puntualità, affidabilità e comprensione delle policy aziendali. Al termine di tale periodo, alcune collaborazioni non sono state confermate.”
Poi, avendo già capito che in Italia da anni il lavoro è trattato in un certo modo, per primo da parte di chi istituzionalmente dovrebbe promuoverlo come valore assoluto, la palla viene lanciata talmente fuori dallo stabilimento jesino che arriva nella sede di Adecco.
“La gestione della prova – conclude il comunicato di Amazon – e le relative comunicazioni sono in capo all’agenzia per il lavoro, che opera secondo le modalità e le tempistiche previste dalla legge. È nostro interesse confermare tutti i lavoratori, a condizione del rispetto degli standard richiesti dal ruolo e dall’ambiente in cui operiamo”.
Ma “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è ben altra cosa dal modello che le Marche hanno voluto a tutti i costi. Un ‘pacco’ spedito da oltreoceano, che fa anche delle vite e del valore dei lavoratori un accessorio di consumo.