Tag - amazon

Amazon ha costruito un data center da 2 miliardi senza voto pubblico
Ad Amazon è bastata una norma urbanistica di decenni fa per costruire a Gilroy, in California, un data center da 2 miliardi di dollari senza un voto in consiglio comunale né un'audizione pubblica. I residenti se ne sono accorti a cantiere già avviato. Il complesso, situato tra un Walmart Supercenter e i Gilroy Premium Outlets a circa 50 chilometri da San Jose, comprende due edifici da oltre 20 mila metri quadrati ciascuno, grosso modo quanto tre campi da calcio. AWS aveva acquistato il terreno nel 2020, avviando poi una lunga interlocuzione con l'amministrazione locale culminata nell'approvazione del 2023 e nell'inizio dei lavori veri e propri a fine 2025, con apertura operativa prevista entro la fine del 2026. Tra le preoccupazioni sollevate dai residenti spiccano i consumi idrici per il raffreddamento dei server, in una regione già alle prese con periodi di siccità, e il fabbisogno energetico della struttura. Amazon ha promesso di alimentare il sito con energia rinnovabile al 100%, in trattativa con Silicon Valley Clean Energy, oltre a sistemi di accumulo a batteria e generatori di emergenza in loco; è previsto anche il passaggio futuro all'uso di acqua riciclata. Articolo qui
Jesi: il lavoro di Amazon dopo il primo mese
Da un mese è operativo il polo logistico Amazon di Jesi. La multinazionale statunitense per questo anniversario ha annunciato la nuova policy aziendale: le “ferie solidali”. I dipendenti Amazon, ma solo quelli a tempo indeterminato, potranno donare ferie e permessi retribuiti a colleghi (sempre a tempo indeterminato) che attraversano momenti di difficoltà. Il programma sarà attivo da ottobre su base continuativa, consentendo di presentare richieste e donazioni durante tutto l’anno. La partecipazione sarà completamente volontaria e a titolo gratuito, sia per chi dona sia per chi riceve, mentre l’intero processo sarà gestito nel rispetto della riservatezza delle persone coinvolte. Finora però di solidale da parte del padrone a stelle e strisce nell’hub di Jesi c’è stato ben poco. Dalla notizia della mancata conferma del contratto dopo il periodo di prova per molti neoassunti, diverse persone hanno cercato la nostra redazione per raccontarci quello che succede a Jesi in queste settimane. Fatta eccezione per le persone già dipendenti Amazon che sono state trasferite da altri stabilimenti italiani, i contratti a tempo determinato dei neoassunti sono fatti da Adecco, al cui Recruiting Day il 28 maggio ha presenziato, dandogli l’imprinting istituzionale, il sindaco di Jesi Lorenzo Fiordelmondo (PD).  Giorgio (nome di fantasia, ndr) dopo il periodo di prova è stato lasciato a casa: “La maggior parte delle persone che sono entrate a lavorare il 6 luglio hanno firmato il contratto due o tre settimane prima all’Adecco di Jesi. La cosa strana è che già prima di iniziare a lavorare ci sono state delle incongruenze; il sistema dell’Adecco non funzionava, quindi queste persone hanno dovuto firmare un contratto di lavoro con il cellulare, attraverso il codice OTP; un contratto che non hanno potuto vedere, di cui non sapevano nulla e che non hanno potuto scaricare il giorno stesso e i giorni successivi alla firma; quindi hanno firmato alla cieca.”  Incontrare questa persona ancora giovane, abbastanza amareggiata, è anche l’occasione per capire come si lavora in Amazon.  “Sei in piedi tutto il giorno – spiega Giorgio – non hai pause, l’unica è quella per mangiare di 30 minuti; però date le notevoli dimensioni del magazzino, si impiegano circa 7 minuti per andare nella sala ristoro e 7 minuti per ritornare; quindi 30 minuti meno 14. Questa è la pausa, 16 minuti per mangiare, riempire la bottiglietta d’acqua, fare pipì. Mettiamo il caso di una donna che va in bagno, perché magari ha le mestruazioni e quindi richiede un po’ più tempo rispetto a una pipì; quel tempo in più viene contabilizzato come ‘non produttività’. Ovviamente il lavoro è quello, si sapeva, però è giusto anche che la gente sappia che tipo di condizioni lavorative ci sono, perché anche se la paga è un po’ più alta rispetto ad altre realtà rispetto al contratto nazionale, è abbastanza da schiavi, da fabbrica cinese. Poi all’interno ci sono anche questi team leader, che perlopiù sono persone che vengono da altri magazzini all’interno del territorio italiano. A queste persone è stato offerto un contratto a tempo indeterminato, gli sono stati offerti 3 mila euro per spostarsi e anche questa gente è in prova per 30 giorni. Adesso hanno paura, perché come hanno lasciato a casa chi entra col determinato, possono lasciare a casa anche loro. Pagano un affitto,  magari si sono trasferiti con tutta la famiglia, con la prole, e poi li lasciano a casa senza che legalmente si possa fare nulla. Si crea un problema enorme ai lavoratori e ai proprietari che hanno affittato le case. Questo è il tipo di lavoro che stiamo dando al territorio e questa sarebbe la notizia da festeggiare?” Anche chiedere un giorno di ferie, un cambio turno, può compromettere la richiesta, il periodo di prova, addirittura il rinnovo.  “Uno che è stato chiamato all’inizio – prosegue Giorgio. Aveva scritto  una email un mese prima di iniziare a lavorare per chiedere che il 25 luglio non venisse messo in turno per un impegno importante. Quando sono arrivati poi i turni, gli è capitato il 25 luglio. Lui ha scritto un’altra email, senza risposta, per chiedere un giorno di ferie, un cambio turno alla mattina o un giorno di riposo. Quando ha fatto presente la situazione ad Adecco, gli hanno risposto in malo modo che non si poteva fare assolutamente. Gli hanno addirittura detto che ‘se lei non viene è un’assenza ingiustificata, quindi tenga questo presente’. Allo scadere dei 30 giorni, quindi il 6 agosto, ne vedremo delle belle, perché vedremo anche se la gente con l’indeterminato, che è stata pagata 3 mila euro, sarà confermata oppure mandata a casa.”  “Un po’ ce l’aspettavamo il fatto delle non proroghe dopo la prova – ammette Andrea Catalani della UIL Marche. Diciamo che forse ci ha sorpreso nei numeri. E’ tipico di Amazon. Rispetto alle singole situazioni, non vediamo motivi di azione diretta, perché dai casi esaminati, e aspettiamo adesso di verificare anche i prossimi, dovrebbero essere tutti rispettati i termini tecnici del contratto. Ma stiamo rimandando a un secondo passaggio con tutti questi utenti, per vedere poi il momento in cui vanno a ottenere la busta paga, quindi il riconoscimento economico. Perché è sulla busta paga che potrebbero emergere dei dati che hanno le caratteristiche per indurre a fare vertenza”.  Il dirigente sindacale, infatti, spiega che su un migliaio di persone assunte da Adecco dal 6 luglio, ad oggi già circa il 10-12%  non è stato confermato alla fine del periodo di prova. “I neo assunti – conferma Catalani – sono tutti somministrati, selezionati e contrattualizzati da Adecco per periodi che vanno dai 4 ai 7 mesi. Da informazioni certe che abbiamo, pare non siano arrivati tutti quei curricula che si aspettavano all’inizio, e quindi hanno anche una certa difficoltà nel processo di selezione. Dai dati in nostro possesso, a seguito dei corsi formativi che stiamo facendo come sindacato, l’85% circa dei neoassunti arriva dalle Marche, le donne sono al di sotto della soglia del 50% e l’età varia dai neodiplomati a persone oltre i 55 anni. Rapportarsi con Amazon è molto difficile per il sindacato; stiamo preparando proprio in questi giorni con le altre sigle confederali una richiesta formale  per l’apertura di un tavolo di confronto”.  “Ci sono ancora persone che devono essere chiamate – racconta Federica (nome di fantasia, ndr) anche lei non confermata – non a full time come noi, ma in part time. E questi hanno dei dubbi se accettare il lavoro. C’è un signore che ha 60 anni che mi ha detto: ‘Io mi dovrei fare 40 chilometri andata, 40 chilometri al ritorno, e chissà, poi  dopo i 9 giorni di contratto mi mandano a casa, perché non c’è un picco di lavoro’.  Perché sappiamo che Amazon ha dei picchi di lavoro, e poi c’è il lavoro nei periodi bassi. Se stavamo a novembre, secondo me loro non facevano una cosa del genere, perché a novembre c’è un picco con il Black Friday, perché comunque i picchi di lavoro sono periodi di Black Friday, Prime Day che è a fine giugno, oppure periodi di dicembre, prima di Natale.  Io ho iniziato l’8 di luglio. Adecco chiedeva anche persone inesperte.  Allora io mi domando: ma se la persona è inesperta e dopo 5 giorni di lavoro mandi una lettera che non hai superato i 9 giorni di prova, in 5 giorni con tutta la buona volontà e con tutta la forza che ci ha messo per lavorare e per imparare, come fai a diventare esperta per superare la prova?”  Come ha testimoniato Giorgio nel nostro reportage, ‘questo è il tipo di lavoro che stiamo dando al territorio’. L’impressione, osservandole, è che di questo le classi dirigenti marchigiane non si rendano proprio conto.    Leonardo Animali
August 5, 2026
Pressenza
I CARGO AMAZON LASCIANO MALPENSA PER L’AEROPORTO DI MONTICHIARI? INTERVISTA A DARIO BALOTTA (EUROPA VERDE BRESCIA).
Dall’8 settembre 2026 raddoppiano i voli cargo in arrivo all’aeroporto di Montichiari, a sudest di Brescia. Si parla per ora di una quarantina di voli in più a settimana, ma in prospettiva i media locali riferiscono che Amazon avrebbe intenzione di spostare l’intera attività cargo da Malpensa a Montichiari. I Comuni vicini, come Castenedolo, esprimono forte preoccupazione per inquinamento, acustico e ambientale, oltre che per le ricadute sul traffico via gomma, già pesantemente congestionato nella zona attorno a Montichiari, tra le zone d’Italia a maggior concentrazioni di cave e discariche e quindi con una situazione di vivibilità decisamente critica. Sulla vicenda interviene Dario Balotta, storico ambientalista bresciano e oggi co-portavoce di Europa Verde. Per Balotta “l’arrivo di Amazon a Montichiari viene descritto da molti come una straordinaria occasione di sviluppo per il territorio. Prima di celebrare un presunto salto di qualità dello scalo bresciano, sarebbe però opportuno ricordare che si tratta innanzitutto di un trasferimento di attività da Malpensa, deciso per ragioni di efficienza logistica e di contenimento dei costi, e che lascia aperte importanti questioni occupazionali e ambientali. Dietro i titoli entusiastici cisono 200 lavoratori di Malpensa che attendono risposte sul proprio futuro occupazionale”. Sempre Balotta aggiunge che “Amazon prevede 38 voli settimanali, mentre nel 2025 Montichiari ha movimentato poco più di 31 mila tonnellate di merci contro le oltre 760 mila di Malpensa…parlare oggi di un nuovo hub del Sud Europa appare quindi prematuro e poco aderente alla realtà…non risultano poi previste misure compensative ambientali né un confronto pubblico sugli effetti del previsto incremento del traffico merci. Prima dei trionfalismi, servono trasparenza, tutela dei lavoratori e una chiara strategia di sviluppo sostenibile per l’aeroporto di Montichiari, Amazon porta certamente un’importante attività logistica nel Bresciano, ma la politica dovrebbe attenersi ai fatti: siamo di fronte a uno spostamento di traffico da uno scalo all’altro, non alla nascita di una nuova Silicon Valley del cargo”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Dario Balotta, coportavoce di Europa Verde Brescia. Ascolta o scarica
August 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Jesi, il sogno di Amazon è subito un incubo. Licenziati dopo nove giorni
Non è bastato come antidoto per mitigare le modalità e gli effetti del capitalismo feroce statunitense il fatto che il Sindaco e la Giunta comunale di Jesi avessero intitolato a Gemma Perchi, storica filandaia e sindacalista jesina, la strada di accesso al nuovo polo logistico di Amazon. C’è un misto di delusione, sorpresa e amarezza tra i numerosi neoassunti Amazon di Jesi che, preso servizio il 6 luglio scorso all’inaugurazione dell’attività lavorativa del colosso della logistica (dopo un corso formativo full time di qualche giorno di Adecco e conseguente reclutamento), hanno visto morire all’alba quel sogno di un lavoro a tempo indeterminato, così come sempre annunciato dalla multinazionale di Jeff Bezos e garantito bipartisan da tutta la politica regionale. “Mille posti di lavoro a tempo indeterminato in tre anni”, questo il mantra degli ultimi cinque anni a Jesi e nelle Marche. “Io e un altro ragazzo siamo andati a lavorare per il turno della mattina e abbiamo visto che Marta (nome di fantasia ndr) non poteva oltrepassare i tornelli; non è stata per nulla una bella cosa.”  E’ solo una delle numerose testimonianze raccolte tra queste persone che, incredule, sono venute a conoscenza, in via del tutto esperienziale, senza alcun preavviso e nessuna motivazione, che erano state dimesse a seguito del mancato rinnovo contrattuale al termine del periodo di prova previsto dal CCNL. “L’ho scoperto oggi per caso – racconta un’altra persona – non ho ricevuto nessuna comunicazione scritta, sono entrata, non mi funzionava il badge e la security mi ha detto che dovevo parlare con Adecco. Poi mi è arrivata la comunicazione che non ho superato il periodo di prova. Non mi sono fermata mai, ho stoccato fino all’ultimo secondo.” Vanno troppo lente, raccontano queste persone di diverse età, secondo i tempi e gli algoritmi di Amazon e quindi di conseguenza, di loro si fa subito a meno. “Ho ricevuto una chiamata da Adecco – ricostruisce Vincenzo (nome di fantasia, ndr) che mi ha comunicato che non avevo superato il periodo di prova di 9 giorni. E’ una comunicazione ufficiale data da Amazon ad Adecco, senza darmi nessun motivo in merito. Eppure lunedì pomeriggio ho ricevuto i complimenti del nostro team manager. Mi sento veramente preso per il culo, ho fatto mansioni che non potevo svolgere, senza attrezzature tipo scarpe antinfortunistiche. Resto allibito! Non posso neanche presentarmi da Amazon domani per ritirare i miei effetti personali lasciati nell’armadietto, incredibile. Ci siamo comportati bene, abbiamo lavorato sodo senza fermarci un secondo. Ci può stare che non ho superato la prova, ma una motivazione la devo avere; è una questione di rispetto, di educazione”. “Chi entra a Jesi oggi – aveva dichiarato il 6 luglio Lorenzo Barbo, AD di Amazon Italia Logistica – trova un ambiente di lavoro progettato intorno alle persone. Sono percorsi di crescita concreti, accessibili anche a chi entra senza esperienza pregressa.  La sicurezza è parte integrante di tutto ciò che Amazon fa ogni giorno, in ogni Paese e in ogni attività”. A parte le scarpe antinfortunistiche e la narrazione mainstream che c’è tuttora sul polo logistico di Jesi, le persone sulla loro pelle vivono, dopo neanche quindici giorni, una storia diversa. Sono voci di marchigiani, immigrati che vivono da anni nel territorio, donne e uomini arrivate anche da fuori regione con una speranza. E l’hanno vista tramontare dopo appena nove giorni. Certo, nel pieno rispetto delle norme contrattuali. “Amazon è un business stagionale – spiega l’ufficio stampa interpellato a seguito dei licenziamenti ‘lampo’ di Jesi – all’apertura di un nuovo sito e nei periodi di picco adeguiamo il numero di dipendenti alla domanda dei clienti attraverso contratti a tempo determinato, con la stessa retribuzione base dei colleghi a tempo indeterminato.  Come previsto dal CCNL, questi contratti includono un periodo di prova, proporzionale alla loro durata, durante il quale i lavoratori vengono valutati su criteri oggettivi e trasparenti, quali rispetto delle regole di sicurezza, puntualità, affidabilità e comprensione delle policy aziendali. Al termine di tale periodo, alcune collaborazioni non sono state confermate.” Poi, avendo già capito che in Italia da anni il lavoro è trattato in un certo modo, per primo da parte di chi istituzionalmente dovrebbe promuoverlo come valore assoluto,  la palla viene lanciata talmente fuori dallo stabilimento jesino che arriva nella sede di Adecco. “La gestione della prova – conclude il comunicato di Amazon –  e le relative comunicazioni sono in capo all’agenzia per il lavoro, che opera secondo le modalità e le tempistiche previste dalla legge. È nostro interesse confermare tutti i lavoratori, a condizione del rispetto degli standard richiesti dal ruolo e dall’ambiente in cui operiamo”. Ma “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è ben altra cosa dal modello che le Marche hanno voluto a tutti i costi. Un ‘pacco’ spedito da oltreoceano, che fa anche delle vite e del valore dei  lavoratori un accessorio di consumo.     Leonardo Animali
July 16, 2026
Pressenza
“SIAMO PERSONE NON MACCHINE”. SCIOPERO DEI CORRIERI AMAZON IN TUTTA LA LOMBARDIA, PRESIDI DAVANTI ALLE STAZIONI DI CONSEGNA
E’ sciopero di 24 ore nei magazzini Amazon in tutta la Lombardia. A indirlo, insieme a lavoratrici e lavoratori delle aziende appaltatrici di Amazon Italia Transport, la Filt Cgil. Non casuale la data: oggi, venerdì 26 giugno, è l’ultimo giorno del Prime Day indetto dal marchio con sconti e offerte varie. “Altro che prime day, venerdì sarà Strike Day” dicono lavoratori e Fitl Cgil, che denunciano la fatica di operare con il clima torrido di questi giorni, sia nei magazzini che per chi consegna i pacchi; una situazione che si innesta su una pressione già altissima verso i driver, tra saturazione delle rotte di consegna e mancato rispetto degli accordi di secondo livello. Da qui lo sciopero di 24 ore, con presidi davanti alle varie stazioni di consegna come Castegnato, Brescia. Sullo sciopero regionale Radio Onda d’Urto ha intervistato William Leoni, funzionario della Filt Cgil Lombardia e Giovanni Musicchio, lavoratore e Rsa Amazon presso Castegnato (BS). Ascolta o scarica.
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
LOMBARDIA: DOMANI “STRIKE DAY” PER I CORRIERI AMAZON, CONTRO CARICHI DI LAVORO INSOSTENIBILI E CONTESTAZIONI DISCIPLINARI INGIUSTE
“Saturazione delle rotte, colli e pacchi in eccesso” rispetto agli orari di lavoro previsti. Possono arrivare anche a 300 i colli che ogni driver deve consegnare ogni giorno per conto di aziende terziste che distribuiscono i pacchi Amazon. Alle ragioni dello sciopero proclamato per la giornata di venerdì 26 giugno, che coinvolge otto centri di smistamento della multinazionale statunitense, si aggiungono una serie di contestazioni disciplinari “ingiuste” e addebiti “scorretti” dei costi per i danni agli automezzi. La condizione lavorativa dei fattorini si aggrava in questi giorni di caldo estremo, che coincidono con un maggior carico di lavoro dovuto alle promozioni Amazon Prime. “Altro che Prime day, venerdì sarà Strike Day” dicono lavoratori e Fitl Cgil, che denunciano la fatica di operare con il clima torrido di questi giorni, sia nei magazzini che per chi consegna i pacchi; una situazione che si innesta su una pressione già altissima verso i driver. E ancora: mancato pagamento delle differenze retributive, mancati pagamenti di Tfr e contributi da parte delle aziende uscenti dagli appalti. Da qui lo sciopero di 24 ore, con presidi davanti alle varie stazioni di consegna come Castegnato, in provincia di Brescia, dove domattina è stato indetto un presidio che inizierà alle ore 6.45 in via Pianera. Ci racconta le ragioni dello sciopero, che potrebbe coinvolgere fino a 3.500 addetti alle consegne, Giovanni De Lucia, funzionario Filt Cgil Lombardia. Ascolta o scarica  
June 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Sullo schiavismo nel cantiere del nuovo Consolato USA e…
… e sulla svendita di Milano e dei suoi lavoratori. di «La casa rossa» L’ultima indagine della Procura di Milano riguardante lo sfruttamento dei lavoratori nel cantiere del nuovo Consolato statunitense si inserisce in una più ampia criticità riguardante la gestione del territorio milanese, sempre più affidata ai privati e ai grandi fondi di investimento, prevalentemente statunitensi. In questa dinamica,
«Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile»
E’ uscito il libro di Mario Sommella (*) Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane. Questo libro nasce anche da
Zohran Mamdani: a New York 200.000 nuove case a prezzi accessibili e 9 milioni di dollari di multe arretrate ad Amazon
Zohran Mamdani continua a mantenere le promesse che hanno portato alla sua elezione come primo sindaco socialista di New York: dopo la tassa sulle seconde case dei super ricchi ha annunciato un ambizioso piano per risolvere l’annosa crisi abitativa della città: “Stiamo costruendo 200.000 nuove case accessibili per i newyorkesi” ha dichiarato durante una conferenza stampa. “Stiamo utilizzando ogni strumento a nostra disposizione per risolvere la crisi abitativa. Block by Block è il piano abitativo più audace che la nostra città abbia visto in questo secolo. È ciò che i newyorkesi chiedono da decenni. Stiamo perseguendo i proprietari di immobili disonesti. Stiamo creando decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Stiamo aprendo nuove strade verso la proprietà della casa. Stiamo investendo 5,6 miliardi di dollari in edilizia residenziale pubblica — il più grande investimento di capitale della città nella storia recente.” https://x.com/NYCMayor Ha quindi intimato ad Amazon, proprietà di Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, di pagare al Comune di New York 9 milioni di dollari di multe arretrate, causate dai suoi furgoni da consegna che tenevano il motore acceso oltre il limite consentito dalla legge (tre minuti, non di più) mentre sostavano nelle strade dei quartieri della città. “Amazon vale 2.000 miliardi di dollari, ma non si è degnata di pagare i nove milioni di dollari di multe non saldate che ha accumulato, mentre i suoi camion inquinavano illegalmente la nostra aria e costringevano i newyorkesi a respirare i loro scarichi.  Abbiamo raccolto ogni dollaro che devono ai cittadini di questa città — e continueremo a farlo. A New York, le corporation sono tenute allo stesso standard di chiunque altro.  Nessuna azienda — non importa quanto grande o potente — è al di sopra della legge” ha dichiarato Mamdani nel suo profilo X.     Redazione Italia
May 29, 2026
Pressenza
Electrolux dimezza la produzione. Una nuova bomba occupazionale per le Marche
Qualche giorno fa sull’Italia già debilitata a livello economico ed industriale è arrivata la bomba ‘Electrolux’. Il colosso svedese l’11 maggio scorso ha annunciato 1.700 esuberi su un totale di 4.000 addetti. In particolare sono le Marche a pagare il prezzo più di alto di questa scelta: è prevista la chiusura e la dismissione dello stabilimento di Cerreto D’Esi, piccolo centro in provincia di Ancona, a ridosso dell’appennino umbro-marchigiano. Centosettanta lavoratori si ritroveranno di punto in bianco in mezzo alla strada. Un altro colpo che viene inferto a un territorio, quello del fabrianese, famoso nel secolo scorso come il “distretto del bianco” e per la produzione dii elettrodomestici, che dal 2008  ha già subito duri colpi e per il quale la luce fuori dal tunnel ancora oggi non si vede. Abbiamo incontrato su questo aspetto e sulla situazione marchigiana in genere il segretario regionale della CGIL Giuseppe Santarelli. La vicenda Electrolux è un fulmine a ciel sereno, o è solo, per usare un riferimento letterario, la ‘cronaca di una morte annunciata’? La vicenda Electrolux non è né un fulmine a ciel sereno, né una cronaca di una morte annunciata. Gli svedesi di Electrolux hanno acquisito la Best nel 2017 con l’intento di portare dentro al proprio gruppo la produzione di cappe per cucine. Si passava da un’azienda che era diventata nel 2016 di proprietà di un fondo finanziario inglese, a un marchio che rappresentava e rappresenta ancora un player importantissimo nel settore. Il problema è quello che è avvenuto proprio dal 2017 in avanti. È cambiata la produzione, si è passati da prodotti di alta gamma gradualmente a prodotti di fascia bassa. Le strategie delle multinazionali si decidono con logiche puramente finanziarie e di profitto, logiche che in Italia nessuno ha voluto e vuole contrastare, oggi ma anche nel passato. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni a uno shopping di numerose aziende marchigiane: oggi secondo l’Istat sono oltre 1.000 le unità locali che fanno riferimento direttamente o indirettamente a multinazionali. Non esistono vincoli normativi obbligatori, condizionalità, piani di investimenti a medio e lungo termine. Si arriva, si prende quello che c’è da prendere, compresi contributi pubblici e cassa integrazione. poi quando si trova qualcosa di più conveniente in altre aree del mondo si lascia il deserto. Questo modello di capitalismo si può e si deve contrastare, altrimenti siamo alla farsa. Le dichiarazioni del presidente della Regione Acquaroli e del ministro Urso, se non corredate da atti chiari a tutela del lavoro e del territorio, servono solo a salvare la faccia. Noi vogliamo sentire parole chiare e impegni precisi, altrimenti quello che è successo con Beko, Giano e Electrolux capiterà ancora con altre aziende sparse per il territorio marchigiano. Qual è oggi il vero volto dell’imprenditoria marchigiana? È quello de “l’ultimo dei Mohicani” come si è autodefinito Francesco Casoli di Elica group, o quello delle multinazionali che stanno colonizzando la regione? Sono tanti i volti degli imprenditori marchigiani, non esiste un solo modello d’impresa. Ci sono oggi oltre 15.000 aziende manifatturiere attive, da piccolissime a grandi; aziende che hanno saputo innovare processi e prodotti e che hanno investito e altre che hanno tirato a campare perseguendo un modello competitivo basato su bassi salari e poca innovazione dei processi organizzativi. Siamo la Regione con il tasso di manifatturiero più alto, ma con gli stipendi in questi settori più bassi. In 15 anni nell’industria marchigiana il valore aggiunto delle imprese è quasi raddoppiato, mentre i salari sono cresciuti del 23%. Molto meno che in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana o Lombardia. Poi si lamentano che non trovano operai: li vogliono formati, giovani e pure che costino poco.  Faccio un esempio su tutti: la Tod’s si rifiuta da almeno 25 anni di firmare contratti aziendali integrativi, è una delle pochissime griffe internazionali a pagare solo i minimi contrattuali nazionali. L’imprenditoria familistica marchigiana è un glorioso nostalgico ricordo, un possibile ritorno al futuro, o la vera “artefice del disastro” degli ultimi vent’anni? È indubbiamente la vera artefice del declino che ha determinato, pensando che tutto sarebbe potuto andare come sempre, mentre il mondo stava cambiando. Generalizzare in questi casi è sempre complicato, ma i numeri ci dicono questo: se perdi 5.300 industrie e 37.000 addetti in 15 anni, qualcosa non ha funzionato. Hanno evidentemente privatizzato gli utili e socializzato le perdite, che poi in fondo è l’obiettivo del capitalismo, ma nelle Marche è accaduto po’ di più. Sarà il ‘modello’ Amazon’, prossimo all’apertura a Jesi, la panacea di tutti i mali, come decanta bipartisan l’intera classe dirigente politica ed economica regionale? Oppure è solo un modo per evitare di guardarci allo specchio? Io ribadisco sempre lo stesso concetto: il modello Amazon si basa sulla sistematica compressione del costo del lavoro, negli hub e lungo tutta la catena della logistica e fino alla nostra porta di casa. Con la modica cifra di € 49,99 ci garantiamo la spedizione di centinaia di pacchi gratuitamente ogni anno; chi pensate che paghi quelle spedizioni? Le paga il lavoratore lungo tutta la catena Amazon, dalla produzione di beni e servizi fino alla consegna a casa. Ma come per tutte le altre multinazionali, non possiamo permettere che Amazon arrivi, condizioni fortemente lo sviluppo, l’ambiente e la vita del territorio, senza dare nessuna garanzia. In questi anni come CGIL abbiamo fatto in Italia centinaia di vertenze, arrivando anche a importanti accordi, ma Amazon resta comunque un’azienda basata su un modello di sviluppo che per natura tende a ridurre i costi e a comprimere i diritti. L’obiettivo della Cgil non sarà mai quello di chiudere gli stabilimenti, ma quello di lavorare e lottare per renderli più rispettosi dei diritti e delle tutele. Ammetto che contro questi colossi è un lavoro improbo, ma non possiamo fare altro che provarci. Nelle Marche i movimenti pro Pal hanno portato alla luce diverse aziende coinvolte più o meno direttamente nell‘’economia del genocidio’. Il Rearm Europe, la corsa al riarmo, potrebbe diventare per gli imprenditori marchigiani ‘la zona Cesarini’, ovvero quella riconversione industriale capace di rimettere in corsa l’economia manifatturiera regionale? Credo che la guerra sia la più grande sciagura dell’umanità e se produci carri armati, armi e tecnologie belliche, prima o poi quelle armi o le userai contro qualcuno, o qualcun altro le userà contro di te. L’Europa ha imboccato questa folle strada che la vedrà investire oltre 800 miliardi in armamenti entro il 2030. Una follia che pagheremo a caro prezzo e che ci impedirà di investire risorse nel rilancio dell’industria europea dal punto di vista tecnologico e della transizione ambientale. La legge vieta l’esportazione verso Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi i cui governi violano i diritti umani e verso Stati la cui politica contrasta con l’art. 11 della Costituzione. Va applicata la legge, punendo e sequestrando le fabbriche che non rispettano la legge. Una cosa però non si può fare: prendersela con i lavoratori che in queste fabbriche ci lavorano, cioè scambiare il boia con l’impiccato. Anche la democrazia sindacale e la coscienza non si possono esportare da altri luoghi davanti ai cancelli. Deve crescere all’interno e dal basso, avviando percorsi formativi e culturali e chiedendo a queste aziende informazioni sulle produzioni e le destinazioni delle merci.   Leonardo Animali
May 22, 2026
Pressenza