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Jesi, il sogno di Amazon è subito un incubo. Licenziati dopo nove giorni
Non è bastato come antidoto per mitigare le modalità e gli effetti del capitalismo feroce statunitense il fatto che il Sindaco e la Giunta comunale di Jesi avessero intitolato a Gemma Perchi, storica filandaia e sindacalista jesina, la strada di accesso al nuovo polo logistico di Amazon. C’è un misto di delusione, sorpresa e amarezza tra i numerosi neoassunti Amazon di Jesi che, preso servizio il 6 luglio scorso all’inaugurazione dell’attività lavorativa del colosso della logistica (dopo un corso formativo full time di qualche giorno di Adecco e conseguente reclutamento), hanno visto morire all’alba quel sogno di un lavoro a tempo indeterminato, così come sempre annunciato dalla multinazionale di Jeff Bezos e garantito bipartisan da tutta la politica regionale. “Mille posti di lavoro a tempo indeterminato in tre anni”, questo il mantra degli ultimi cinque anni a Jesi e nelle Marche. “Io e un altro ragazzo siamo andati a lavorare per il turno della mattina e abbiamo visto che Marta (nome di fantasia ndr) non poteva oltrepassare i tornelli; non è stata per nulla una bella cosa.”  E’ solo una delle numerose testimonianze raccolte tra queste persone che, incredule, sono venute a conoscenza, in via del tutto esperienziale, senza alcun preavviso e nessuna motivazione, che erano state dimesse a seguito del mancato rinnovo contrattuale al termine del periodo di prova previsto dal CCNL. “L’ho scoperto oggi per caso – racconta un’altra persona – non ho ricevuto nessuna comunicazione scritta, sono entrata, non mi funzionava il badge e la security mi ha detto che dovevo parlare con Adecco. Poi mi è arrivata la comunicazione che non ho superato il periodo di prova. Non mi sono fermata mai, ho stoccato fino all’ultimo secondo.” Vanno troppo lente, raccontano queste persone di diverse età, secondo i tempi e gli algoritmi di Amazon e quindi di conseguenza, di loro si fa subito a meno. “Ho ricevuto una chiamata da Adecco – ricostruisce Vincenzo (nome di fantasia, ndr) che mi ha comunicato che non avevo superato il periodo di prova di 9 giorni. E’ una comunicazione ufficiale data da Amazon ad Adecco, senza darmi nessun motivo in merito. Eppure lunedì pomeriggio ho ricevuto i complimenti del nostro team manager. Mi sento veramente preso per il culo, ho fatto mansioni che non potevo svolgere, senza attrezzature tipo scarpe antinfortunistiche. Resto allibito! Non posso neanche presentarmi da Amazon domani per ritirare i miei effetti personali lasciati nell’armadietto, incredibile. Ci siamo comportati bene, abbiamo lavorato sodo senza fermarci un secondo. Ci può stare che non ho superato la prova, ma una motivazione la devo avere; è una questione di rispetto, di educazione”. “Chi entra a Jesi oggi – aveva dichiarato il 6 luglio Lorenzo Barbo, AD di Amazon Italia Logistica – trova un ambiente di lavoro progettato intorno alle persone. Sono percorsi di crescita concreti, accessibili anche a chi entra senza esperienza pregressa.  La sicurezza è parte integrante di tutto ciò che Amazon fa ogni giorno, in ogni Paese e in ogni attività”. A parte le scarpe antinfortunistiche e la narrazione mainstream che c’è tuttora sul polo logistico di Jesi, le persone sulla loro pelle vivono, dopo neanche quindici giorni, una storia diversa. Sono voci di marchigiani, immigrati che vivono da anni nel territorio, donne e uomini arrivate anche da fuori regione con una speranza. E l’hanno vista tramontare dopo appena nove giorni. Certo, nel pieno rispetto delle norme contrattuali. “Amazon è un business stagionale – spiega l’ufficio stampa interpellato a seguito dei licenziamenti ‘lampo’ di Jesi – all’apertura di un nuovo sito e nei periodi di picco adeguiamo il numero di dipendenti alla domanda dei clienti attraverso contratti a tempo determinato, con la stessa retribuzione base dei colleghi a tempo indeterminato.  Come previsto dal CCNL, questi contratti includono un periodo di prova, proporzionale alla loro durata, durante il quale i lavoratori vengono valutati su criteri oggettivi e trasparenti, quali rispetto delle regole di sicurezza, puntualità, affidabilità e comprensione delle policy aziendali. Al termine di tale periodo, alcune collaborazioni non sono state confermate.” Poi, avendo già capito che in Italia da anni il lavoro è trattato in un certo modo, per primo da parte di chi istituzionalmente dovrebbe promuoverlo come valore assoluto,  la palla viene lanciata talmente fuori dallo stabilimento jesino che arriva nella sede di Adecco. “La gestione della prova – conclude il comunicato di Amazon –  e le relative comunicazioni sono in capo all’agenzia per il lavoro, che opera secondo le modalità e le tempistiche previste dalla legge. È nostro interesse confermare tutti i lavoratori, a condizione del rispetto degli standard richiesti dal ruolo e dall’ambiente in cui operiamo”. Ma “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è ben altra cosa dal modello che le Marche hanno voluto a tutti i costi. Un ‘pacco’ spedito da oltreoceano, che fa anche delle vite e del valore dei  lavoratori un accessorio di consumo.     Leonardo Animali
July 16, 2026
Pressenza
“SIAMO PERSONE NON MACCHINE”. SCIOPERO DEI CORRIERI AMAZON IN TUTTA LA LOMBARDIA, PRESIDI DAVANTI ALLE STAZIONI DI CONSEGNA
E’ sciopero di 24 ore nei magazzini Amazon in tutta la Lombardia. A indirlo, insieme a lavoratrici e lavoratori delle aziende appaltatrici di Amazon Italia Transport, la Filt Cgil. Non casuale la data: oggi, venerdì 26 giugno, è l’ultimo giorno del Prime Day indetto dal marchio con sconti e offerte varie. “Altro che prime day, venerdì sarà Strike Day” dicono lavoratori e Fitl Cgil, che denunciano la fatica di operare con il clima torrido di questi giorni, sia nei magazzini che per chi consegna i pacchi; una situazione che si innesta su una pressione già altissima verso i driver, tra saturazione delle rotte di consegna e mancato rispetto degli accordi di secondo livello. Da qui lo sciopero di 24 ore, con presidi davanti alle varie stazioni di consegna come Castegnato, Brescia. Sullo sciopero regionale Radio Onda d’Urto ha intervistato William Leoni, funzionario della Filt Cgil Lombardia e Giovanni Musicchio, lavoratore e Rsa Amazon presso Castegnato (BS). Ascolta o scarica.
June 26, 2026
Radio Onda d`Urto
LOMBARDIA: DOMANI “STRIKE DAY” PER I CORRIERI AMAZON, CONTRO CARICHI DI LAVORO INSOSTENIBILI E CONTESTAZIONI DISCIPLINARI INGIUSTE
“Saturazione delle rotte, colli e pacchi in eccesso” rispetto agli orari di lavoro previsti. Possono arrivare anche a 300 i colli che ogni driver deve consegnare ogni giorno per conto di aziende terziste che distribuiscono i pacchi Amazon. Alle ragioni dello sciopero proclamato per la giornata di venerdì 26 giugno, che coinvolge otto centri di smistamento della multinazionale statunitense, si aggiungono una serie di contestazioni disciplinari “ingiuste” e addebiti “scorretti” dei costi per i danni agli automezzi. La condizione lavorativa dei fattorini si aggrava in questi giorni di caldo estremo, che coincidono con un maggior carico di lavoro dovuto alle promozioni Amazon Prime. “Altro che Prime day, venerdì sarà Strike Day” dicono lavoratori e Fitl Cgil, che denunciano la fatica di operare con il clima torrido di questi giorni, sia nei magazzini che per chi consegna i pacchi; una situazione che si innesta su una pressione già altissima verso i driver. E ancora: mancato pagamento delle differenze retributive, mancati pagamenti di Tfr e contributi da parte delle aziende uscenti dagli appalti. Da qui lo sciopero di 24 ore, con presidi davanti alle varie stazioni di consegna come Castegnato, in provincia di Brescia, dove domattina è stato indetto un presidio che inizierà alle ore 6.45 in via Pianera. Ci racconta le ragioni dello sciopero, che potrebbe coinvolgere fino a 3.500 addetti alle consegne, Giovanni De Lucia, funzionario Filt Cgil Lombardia. Ascolta o scarica  
June 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Sullo schiavismo nel cantiere del nuovo Consolato USA e…
… e sulla svendita di Milano e dei suoi lavoratori. di «La casa rossa» L’ultima indagine della Procura di Milano riguardante lo sfruttamento dei lavoratori nel cantiere del nuovo Consolato statunitense si inserisce in una più ampia criticità riguardante la gestione del territorio milanese, sempre più affidata ai privati e ai grandi fondi di investimento, prevalentemente statunitensi. In questa dinamica,
«Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile»
E’ uscito il libro di Mario Sommella (*) Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane. Questo libro nasce anche da
Zohran Mamdani: a New York 200.000 nuove case a prezzi accessibili e 9 milioni di dollari di multe arretrate ad Amazon
Zohran Mamdani continua a mantenere le promesse che hanno portato alla sua elezione come primo sindaco socialista di New York: dopo la tassa sulle seconde case dei super ricchi ha annunciato un ambizioso piano per risolvere l’annosa crisi abitativa della città: “Stiamo costruendo 200.000 nuove case accessibili per i newyorkesi” ha dichiarato durante una conferenza stampa. “Stiamo utilizzando ogni strumento a nostra disposizione per risolvere la crisi abitativa. Block by Block è il piano abitativo più audace che la nostra città abbia visto in questo secolo. È ciò che i newyorkesi chiedono da decenni. Stiamo perseguendo i proprietari di immobili disonesti. Stiamo creando decine di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. Stiamo aprendo nuove strade verso la proprietà della casa. Stiamo investendo 5,6 miliardi di dollari in edilizia residenziale pubblica — il più grande investimento di capitale della città nella storia recente.” https://x.com/NYCMayor Ha quindi intimato ad Amazon, proprietà di Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, di pagare al Comune di New York 9 milioni di dollari di multe arretrate, causate dai suoi furgoni da consegna che tenevano il motore acceso oltre il limite consentito dalla legge (tre minuti, non di più) mentre sostavano nelle strade dei quartieri della città. “Amazon vale 2.000 miliardi di dollari, ma non si è degnata di pagare i nove milioni di dollari di multe non saldate che ha accumulato, mentre i suoi camion inquinavano illegalmente la nostra aria e costringevano i newyorkesi a respirare i loro scarichi.  Abbiamo raccolto ogni dollaro che devono ai cittadini di questa città — e continueremo a farlo. A New York, le corporation sono tenute allo stesso standard di chiunque altro.  Nessuna azienda — non importa quanto grande o potente — è al di sopra della legge” ha dichiarato Mamdani nel suo profilo X.     Redazione Italia
May 29, 2026
Pressenza
Electrolux dimezza la produzione. Una nuova bomba occupazionale per le Marche
Qualche giorno fa sull’Italia già debilitata a livello economico ed industriale è arrivata la bomba ‘Electrolux’. Il colosso svedese l’11 maggio scorso ha annunciato 1.700 esuberi su un totale di 4.000 addetti. In particolare sono le Marche a pagare il prezzo più di alto di questa scelta: è prevista la chiusura e la dismissione dello stabilimento di Cerreto D’Esi, piccolo centro in provincia di Ancona, a ridosso dell’appennino umbro-marchigiano. Centosettanta lavoratori si ritroveranno di punto in bianco in mezzo alla strada. Un altro colpo che viene inferto a un territorio, quello del fabrianese, famoso nel secolo scorso come il “distretto del bianco” e per la produzione dii elettrodomestici, che dal 2008  ha già subito duri colpi e per il quale la luce fuori dal tunnel ancora oggi non si vede. Abbiamo incontrato su questo aspetto e sulla situazione marchigiana in genere il segretario regionale della CGIL Giuseppe Santarelli. La vicenda Electrolux è un fulmine a ciel sereno, o è solo, per usare un riferimento letterario, la ‘cronaca di una morte annunciata’? La vicenda Electrolux non è né un fulmine a ciel sereno, né una cronaca di una morte annunciata. Gli svedesi di Electrolux hanno acquisito la Best nel 2017 con l’intento di portare dentro al proprio gruppo la produzione di cappe per cucine. Si passava da un’azienda che era diventata nel 2016 di proprietà di un fondo finanziario inglese, a un marchio che rappresentava e rappresenta ancora un player importantissimo nel settore. Il problema è quello che è avvenuto proprio dal 2017 in avanti. È cambiata la produzione, si è passati da prodotti di alta gamma gradualmente a prodotti di fascia bassa. Le strategie delle multinazionali si decidono con logiche puramente finanziarie e di profitto, logiche che in Italia nessuno ha voluto e vuole contrastare, oggi ma anche nel passato. Abbiamo assistito negli ultimi 15 anni a uno shopping di numerose aziende marchigiane: oggi secondo l’Istat sono oltre 1.000 le unità locali che fanno riferimento direttamente o indirettamente a multinazionali. Non esistono vincoli normativi obbligatori, condizionalità, piani di investimenti a medio e lungo termine. Si arriva, si prende quello che c’è da prendere, compresi contributi pubblici e cassa integrazione. poi quando si trova qualcosa di più conveniente in altre aree del mondo si lascia il deserto. Questo modello di capitalismo si può e si deve contrastare, altrimenti siamo alla farsa. Le dichiarazioni del presidente della Regione Acquaroli e del ministro Urso, se non corredate da atti chiari a tutela del lavoro e del territorio, servono solo a salvare la faccia. Noi vogliamo sentire parole chiare e impegni precisi, altrimenti quello che è successo con Beko, Giano e Electrolux capiterà ancora con altre aziende sparse per il territorio marchigiano. Qual è oggi il vero volto dell’imprenditoria marchigiana? È quello de “l’ultimo dei Mohicani” come si è autodefinito Francesco Casoli di Elica group, o quello delle multinazionali che stanno colonizzando la regione? Sono tanti i volti degli imprenditori marchigiani, non esiste un solo modello d’impresa. Ci sono oggi oltre 15.000 aziende manifatturiere attive, da piccolissime a grandi; aziende che hanno saputo innovare processi e prodotti e che hanno investito e altre che hanno tirato a campare perseguendo un modello competitivo basato su bassi salari e poca innovazione dei processi organizzativi. Siamo la Regione con il tasso di manifatturiero più alto, ma con gli stipendi in questi settori più bassi. In 15 anni nell’industria marchigiana il valore aggiunto delle imprese è quasi raddoppiato, mentre i salari sono cresciuti del 23%. Molto meno che in Emilia Romagna, in Veneto, in Toscana o Lombardia. Poi si lamentano che non trovano operai: li vogliono formati, giovani e pure che costino poco.  Faccio un esempio su tutti: la Tod’s si rifiuta da almeno 25 anni di firmare contratti aziendali integrativi, è una delle pochissime griffe internazionali a pagare solo i minimi contrattuali nazionali. L’imprenditoria familistica marchigiana è un glorioso nostalgico ricordo, un possibile ritorno al futuro, o la vera “artefice del disastro” degli ultimi vent’anni? È indubbiamente la vera artefice del declino che ha determinato, pensando che tutto sarebbe potuto andare come sempre, mentre il mondo stava cambiando. Generalizzare in questi casi è sempre complicato, ma i numeri ci dicono questo: se perdi 5.300 industrie e 37.000 addetti in 15 anni, qualcosa non ha funzionato. Hanno evidentemente privatizzato gli utili e socializzato le perdite, che poi in fondo è l’obiettivo del capitalismo, ma nelle Marche è accaduto po’ di più. Sarà il ‘modello’ Amazon’, prossimo all’apertura a Jesi, la panacea di tutti i mali, come decanta bipartisan l’intera classe dirigente politica ed economica regionale? Oppure è solo un modo per evitare di guardarci allo specchio? Io ribadisco sempre lo stesso concetto: il modello Amazon si basa sulla sistematica compressione del costo del lavoro, negli hub e lungo tutta la catena della logistica e fino alla nostra porta di casa. Con la modica cifra di € 49,99 ci garantiamo la spedizione di centinaia di pacchi gratuitamente ogni anno; chi pensate che paghi quelle spedizioni? Le paga il lavoratore lungo tutta la catena Amazon, dalla produzione di beni e servizi fino alla consegna a casa. Ma come per tutte le altre multinazionali, non possiamo permettere che Amazon arrivi, condizioni fortemente lo sviluppo, l’ambiente e la vita del territorio, senza dare nessuna garanzia. In questi anni come CGIL abbiamo fatto in Italia centinaia di vertenze, arrivando anche a importanti accordi, ma Amazon resta comunque un’azienda basata su un modello di sviluppo che per natura tende a ridurre i costi e a comprimere i diritti. L’obiettivo della Cgil non sarà mai quello di chiudere gli stabilimenti, ma quello di lavorare e lottare per renderli più rispettosi dei diritti e delle tutele. Ammetto che contro questi colossi è un lavoro improbo, ma non possiamo fare altro che provarci. Nelle Marche i movimenti pro Pal hanno portato alla luce diverse aziende coinvolte più o meno direttamente nell‘’economia del genocidio’. Il Rearm Europe, la corsa al riarmo, potrebbe diventare per gli imprenditori marchigiani ‘la zona Cesarini’, ovvero quella riconversione industriale capace di rimettere in corsa l’economia manifatturiera regionale? Credo che la guerra sia la più grande sciagura dell’umanità e se produci carri armati, armi e tecnologie belliche, prima o poi quelle armi o le userai contro qualcuno, o qualcun altro le userà contro di te. L’Europa ha imboccato questa folle strada che la vedrà investire oltre 800 miliardi in armamenti entro il 2030. Una follia che pagheremo a caro prezzo e che ci impedirà di investire risorse nel rilancio dell’industria europea dal punto di vista tecnologico e della transizione ambientale. La legge vieta l’esportazione verso Paesi in stato di conflitto armato, in Paesi i cui governi violano i diritti umani e verso Stati la cui politica contrasta con l’art. 11 della Costituzione. Va applicata la legge, punendo e sequestrando le fabbriche che non rispettano la legge. Una cosa però non si può fare: prendersela con i lavoratori che in queste fabbriche ci lavorano, cioè scambiare il boia con l’impiccato. Anche la democrazia sindacale e la coscienza non si possono esportare da altri luoghi davanti ai cancelli. Deve crescere all’interno e dal basso, avviando percorsi formativi e culturali e chiedendo a queste aziende informazioni sulle produzioni e le destinazioni delle merci.   Leonardo Animali
May 22, 2026
Pressenza
Mesi di lavoro per ripristinare i data center Amazon colpiti dall’Iran
Tra i tanti asset di compagnie private statunitensi colpiti dalle salve missilistiche iraniane nelle prime fasi dell’aggressione israelo-statunitense, ci sono anche stati due data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti. Secondo il portale ufficiale che segnala lo stato del servizio dei vari server di Amazon aws, le due installazioni […] L'articolo Mesi di lavoro per ripristinare i data center Amazon colpiti dall’Iran su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano
Negli USA arrestato Chris Smalls, il leader sindacale di Amazon
Solidarietà con Chris Smalls, giù le mani da chi protesta contro la complicità delle big tech! USB esprime tutta la solidarietà al sindacalista Amazon e noto attivista contro le guerre Chris Smalls, arrestato ieri per le proteste messe in atto in occasione del Met Gala 2026 a New York. Chris Smalls si […] L'articolo Negli USA arrestato Chris Smalls, il leader sindacale di Amazon su Contropiano.
May 5, 2026
Contropiano
Riflessioni su una fuga (impossibile) dal capitalismo
di jolek78 Era un venerdì sera qualsiasi. Il pacco era arrivato dal corriere quella mattina, ma io l’avevo aperto solo dopo cena, con quella cerimonia silenziosa che faccio ogni volta che arriva dell’hardware nuovo – come se aprire una scatola velocemente fosse una forma di mancanza di rispetto nei confronti dell’oggetto. Dentro c’era un HUNSN 4K. Piccolo, quasi ridicolmente piccolo. Un