
Deportazioni o propaganda?
Jacobin Italia - Wednesday, July 8, 2026
Tu spara al nemico, spara ai barconi, spara addosso agli altri
Mentre vivi una vita di merda con tanto d’inchino per ringraziarli
Poi mettiti in fila, fatti una riga, convinciti che puoi salvarti
Mentre la vita di merda che vivi se la spartiscono ai piani alti
(Il Blues di Gundabad, Danno)
Le diverse piazze che hanno attraversato le strade della capitale il 13 giugno 2026, quella convocata da varie sigle di estrema destra e quelle dei movimenti Fuck Remigration, lasciano dei dati politici interessanti da analizzare, a partire dalla preoccupante fuoriuscita della parola «Remigrazione» dagli ambienti nazionalisti e razzisti per diffondersi nell’immaginario collettivo.
Se fino a pochi anni fa, nonostante ci trovassimo in una fase di flussi migratori più importanti, si trattava di un tema relegato ai neonazisti duri e puri, in un presente di crisi e guerra, di propaganda martellante sul tema della sicurezza, è diventato il discorso centrale nella proposta politica della destra extraparlamentare e istituzionale.
Lanciata in Europa dalla campagna di Afd (Alternative fur Deutschland), partito neonazista con percentuali in costante crescita in Germania, che ha distribuito lettere di rimpatrio nelle abitazioni di persone di «sangue tedesco impuro», è stata ripresa anche dal presidente americano Donald Trump, prima a parole, poi con la pratica ignobile delle deportazioni a opera dell’Ice.
In questo quadro è necessario interrogarsi sugli strumenti da mettere in campo per contrastare l’avanzata di questo tipo di discorso razzista, e capire in che modo i movimenti neofascisti italiani ed europei possano dialogare su questo tema fra loro e con i partiti istituzionalmente riconosciuti.
Partiamo, quindi, dalla proposta di legge. Le prime parole sono esplicative: «Le migrazioni massive, da qualsiasi punto di vista, sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli». È superfluo addentrarsi nella storia per spiegare come qualsiasi civiltà si sia sviluppata a partire dai fenomeni migratori, qualsiasi cultura sia in principio un miscuglio di popolazioni diversissime: la stessa popolazione italiana è un costrutto retorico, in quanto l’unità nazionale e culturale è un artificio che non trova radici concrete nella realtà.
Oltre a utilizzare questo traballante principio «identitario», i fascisti di Casapound e Rete dei patrioti, promotori della proposta di legge, hanno anche il coraggio di rappresentarsi come sostenitori di una reale lotta al caporalato e allo sfruttamento delle persone migranti sui posti di lavoro. Sostanzialmente come l’unica ipotesi politica che indica una direzione «concreta» per reperire fondi da destinare alle case popolari e alle politiche per la natalità. Tutto ciò avverrebbe attraverso il cuore della proposta di legge: la pulizia etnica della società tramite la deportazione forzata delle soggettività migranti e razzializzate; togliendo quindi fondi all’accoglienza e lottando contro le Ong «criminali», facendo la guerra a «chi non è integrato» per migliorare le condizioni di vita, in termini di aumento della spesa sociale, degli italiani bianchi nativi del bel paese.
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È un discorso che, in forme diverse, scava la pancia del paese da decenni, funzionale a nascondere un sistema di redistribuzione delle ricchezze assente, una classe politica che sceglie di investire nei lager in Albania o nelle politiche di riarmo, mentre con ogni caccia bombardiere di nuova generazione potremmo costruire un ospedale da centinaia di posti letto. È una proposta che si fa portavoce di un’idea di sicurezza malata, volta alla fredda rimozione degli elementi che fuoriescono dall’equazione dell’ordine vigente. Come se essa si potesse perseguire inasprendo il sistema carcerario o di rimpatrio e non migliorando le condizioni di vita di tutti e tutte. Il quadro è ancora più grave se lo inseriamo all’interno del contesto storico in cui viviamo: con la guerra in Iran abbiamo visto impennarsi i costi medi della vita, esacerbando una situazione già drastica, segnata tanto dagli strascichi del conflitto in Ucraina quanto dalla pandemia, che ha colto in contropiede Stati mai del tutto usciti dalla grande crisi del 2008 e dalle politiche di austerity.
Una crisi economica e sociale che rafforza un sistema valoriale che si rinchiude nella strenua difesa dell’individuo: un processo che, affiancato al fallimento delle sinistre neoliberali, ha portato al potere partiti e movimenti di estrema destra in Europa e nel mondo.
La campagna «Remigrazione e Riconquista», che il 30 giugno 2026 ha depositato le firme raccolte per la proposta di legge in Parlamento, riesce a ritagliarsi uno spazio politico preoccupante proprio in questo contesto.
Un altro aspetto centrale è l’utilizzo di forme e mezzi di comunicazione pervasivi e spregiudicati. Ad esempio le canzoni virali su Tik Tok generate tramite AI che propongono contenuti razzisti con al centro la parola d’ordine della remigrazione, o la diffusione ormai asfissiante di influencer che passano le giornate in cerca di «degrado» prodotto da persone non bianche. Fabbricazione ad arte di fake news o di narrazioni polarizzate di fatti di cronaca, spesso finanziate in forme più o meno dirette.
In questo contesto si creano «zone fasciste» interne come i Cpr, riforme che introducono nuove fattispecie di reati come i Decreti Sicurezza e il Decreto Caivano, che hanno preparato il terreno alla proposta di Remigrazione e Riconquista. A questa narrazione di uno Stato dal pugno di ferro che lavora incessantemente sulla sicurezza degli individui, marginalizzando ed espellendo le soggettività scomode, corrisponde la minaccia sempre più imminente dell’apertura di un fronte esterno, alimentando una vera e propria società di guerra, che si nutre di costanti finanziamenti alle industrie belliche e dei saperi prodotti a questo scopo all’interno delle università.
Su questa base poggiano le fondamenta delle società liberali occidentali, nascondendo dietro la facciata della democrazia un contenuto apertamente razzista, tanto per le politiche europee quanto per quelle italiane. Si tratta infatti di politiche di segregazione che hanno accomunato i governi di centrosinistra (ad esempio con i decreti del Ministro dell’Interno Marco Minniti) e di centrodestra. Così l’estrema destra extraparlamentare e istituzionale si rivelano entrambi strumenti di un capitalismo in crisi che gioca una partita a somma zero per salvare sé stesso, per parlare alla «pancia del paese» promettendo false speranze di rinascita di fronte alla guerra civile globale.
In questo quadro, le formazioni neofasciste extraparlamentari sgomitano per cercare spazio mentre i loro discorsi sono già al governo. Basta notare come fra un Luca Marsella di Casa Pound che parla di remigrazione e un Matteo Salvini che parla di «emergenza maranza» non c’è alcuna differenza nei contenuti: entrambi fanno leva sul senso di paura collettivo per legittimarsi politicamente.
Parlare di neofascismo oggi non vuol dire riesumare una dialettica antiquata, per cui il tema del dibattito è Duce o Non duce (Valerio Lundini permettendo), ma comprendere quanto la partita si giochi sulle capacità di mettere in campo proposte concrete e non più solo retoriche.

Dalla «nostra parte», la piazza del 13 giugno lascia dei segnali positivi, in linea con i percorsi di mobilitazioni che hanno segnato quest’ultimo anno: dal Blocchiamo tutto al No Kings. C’è stata, infatti, una partecipazione importante delle piazze intorno a parole d’ordine chiare, che provano a farsi carico dell’esigenza collettiva di incidere concretamente sull’esistente.
La composizione dei cortei è ciò che sancisce la differenza netta tra la manifestazione Fuck Remigration e quella dei Patrioti, al di là dei numeri. Da un lato, infatti, una piazza che ha saputo sia riunire sotto le stesse parole d’ordine realtà politiche e di movimento con importanti differenze, sia coinvolgere una parte delle migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni sulla Palestina dell’ultimo anno; dall’altro, il corteo Pro Remigrazione, senz’altro troppo grande, aveva una composizione prettamente militante, caratterizzata da una «calata» neofascista da tutta Italia e da diverse città d’Europa per salvare la faccia dei suoi dirigenti. Il dato interessante è questo: una proposta di legge che ha raccolto più di 150.000 firme ha portato in piazza 2.000 militanti, all’appello mancano le altre 148.000 persone. Questo è un dato da prendere in considerazione, sintomo del fatto che c’è ancora un margine importante su cui poter lavorare.
La manifestazione del 13 giugno Fuck Remigration è un punto di partenza, perché le 30.000 persone che hanno scelto di scendere in piazza, sotto il caldo di giugno, non erano solamente militanti delle organizzazioni, ma espressione di una spontaneità, migrante e giovanile, che negli ultimi anni trova come unico luogo politico di riferimento la piazza.
È una «ripopolazione» la cui analisi non può prescindere anche dalla comprensione di una nuova rilevanza delle soggettività giovani e studentesche che, nonostante la difficoltà nell’essere parte attiva dei percorsi di costruzione, dimostrano ancora la voglia di mettere in campo i propri corpi per scegliere da che parte stare. È stato evidente tanto nelle mobilitazioni transfemministe degli ultimi anni, quanto nelle acampade e occupazioni in scuole e università a sostegno della resistenza palestinese: non è solo una presa di posizione passiva, ma un’espressione di una rottura che si sta creando rispetto all’ intero arco parlamentare incapace di rispondere alle esigenze di chi in questo paese è giovane o marginalizzato, che sia per una pelle più scura o perchè vive in quartieri relegati ai confini delle città. Si tratta di una composizione difficile da incasellare in tradizioni politiche precise, sempre che sia un esercizio utile.
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Un altro dato interessante è quello qualitativo: queste migliaia di persone scelgono di scendere in piazza cercando nel corteo uno spazio di attivazione pratica, come visto con i blocchi e gli scioperi per la Palestina di settembre e ottobre. Ripartire da questo vuol dire riconoscere la necessità collettiva di provare a uscire da ritualità, più che altro simboliche, di costruzione delle mobilitazioni, canoniche e canonizzate in forme più ideologiche che materiali.
Riconoscere questo vuol dire fare dei passi in avanti per riuscire a non rendere l’enorme partecipazione un episodio di spontaneità quasi fulminea, per poi ricomparire con altrettanta sorpresa. Non si tratta di canonizzarla sotto nomi od organizzazioni specifiche, ma semplicemente di riscoprire la semplicità di scendere in piazza con un obiettivo concreto e realizzabile.
È chiaro che un vero lavoro di critica e autocritica può avvenire solo in assemblee e coordinamenti dei movimenti, questo articolo prova solo a mettere sul piatto ragionamenti che speriamo saranno utili alla discussione. È centrale assumere questa complessità, che richiede al contempo la capacità di costruire una proposta politica comprensibile anche per chi non si riconosce nel «vocabolario della sinistra», per chi vive con la paura di uscire di casa in un quartiere di periferia o di ricevere uno sfratto, per chi passa le notti in fila per un permesso di soggiorno e rischia di essere rimpatriato. Assumere una vocazione maggioritaria nei territori significa misurarsi con tante contraddizioni, mettendo in discussione anche la sicurezza dei nostri posizionamenti politici.
Non ci possiamo accontentare di contarci fra simili. Di autorappresentarci come singole organizzazioni o come «movimento». Le piazze devono ragionare su come costruire consenso in fette ampie di popolazione mentre si sperimentano pratiche efficaci, come in parte è successo nello scorso autunno. Partendo da una quotidianità contraddittoria dove, dalle scuole ai posti di lavoro, fra chi mette un like al post di Vannacci sulla società bianca e cristiana e una persona che potrebbe essere remigrata esistono relazioni, anche profonde.
La piazza del 13 giugno non segna nessuna vittoria, né nostra né loro, ma una tappa necessaria per iniziare a costruire proposte politiche efficaci in questo contesto storico.
*Gli autori hanno contribuito a realizzare il percorso romano della manifestazione Fuck Remigration del 13 giugno 2026.
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