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SI COBAS: CONTRO IL SABOTAGGIO, L’OPPORTUNISMO E I TENTATIVI DI ROTTURA. LA NOSTRA ORGANIZZAZIONE NON SI PIEGA AL RICATTO.
In circa sessant’anni di militanza e attività politica, raramente mi è capitato di assistere a comportamenti come quelli che stanno emergendo in una parte dei nostri iscritti, alcuni dei quali ricoprono persino incarichi di coordinamento nell’organizzazione. Non siamo di fronte a un normale dissenso politico, a divergenze di linea o a un confronto anche aspro tra compagni. Il dissenso, quando è leale e si sviluppa nel rispetto delle regole condivise, è legittimo e può contribuire alla crescita di un’organizzazione. Ben altra cosa è utilizzare gli incarichi ricoperti per ostacolare l’attività collettiva, sabotare le decisioni assunte, sottrarsi alle responsabilità comuni e costruire iniziative di opposizione organizzata al di fuori degli organismi nazionali e delle regole condivise. È precisamente su questo terreno che occorre fare chiarezza, senza ambiguità e senza infingimenti. Da tempo il Coordinamento nazionale richiama alcuni compagni alla correttezza politica, alla necessità di rivedere affermazioni lesive della reputazione di altri militanti e al dovere di affrontare, nelle sedi appropriate, fatti e responsabilità che non possono essere liquidati come semplici divergenze personali, tant’è che abbiamo di recente l’uscita dal SI Cobas di iscritti legati a Zadra e Papis e hanno formato il loro sindacatino personale. È stato inoltre posto il problema politico della presenza, nell’organizzazione, di militanti accusati di aver operato nell’interesse delle controparti padronali e dei comportamenti tenuti dopo l’emersione di tali contestazioni, compresa l’espulsione di due militanti e la successiva costituzione di un sindacato contrapposto al SI Cobas. Di fronte a una vicenda di questa gravità, la responsabilità di ogni compagno dovrebbe essere quella di contribuire alla piena chiarificazione dei fatti, alla tutela dell’organizzazione e alla difesa dell’indipendenza del sindacato dagli interessi padronali. Non quella di alimentare solidarietà incondizionate ai fuoriusciti, sottrarsi al confronto politico o trasformare una vicenda che riguarda l’intera organizzazione in una contrapposizione permanente contro i suoi organismi dirigenti. Il Coordinamento nazionale ha pertanto subordinato la prosecuzione del sostegno economico a un chiarimento politico da parte di chi continua a sostenere iniziative considerate incompatibili con gli orientamenti e le decisioni dell’organizzazione. Una decisione che deve essere discussa e valutata nel merito, ma che non può essere strumentalizzata per capovolgere le responsabilità e presentare chi chiede chiarezza come i responsabili della crisi. I FATTI POLITICI E SINDACALI NON POSSONO ESSERE CANCELLATI. C’è una successione di comportamenti che richiede una risposta politica inequivocabile. Sono stati contestati il sabotaggio di iniziative di sciopero, l’assenza deliberata di delegati e iscritti da due riunioni nazionali convocate per discutere come contrastare le politiche padronali, nonché le ripetute assenze dai Coordinamenti nazionali, rispetto ai quali esiste una regola condivisa sulle 3 assenze ingiustificate e sulla permanenza nell’organismo. A questo si aggiunge la promozione di un’assemblea di delegati in contrapposizione al Centro e la partecipazione, in quella sede, del dirigente del sindacato costituitosi in opposizione al SI Cobas. Se confermati e valutati nel loro insieme, questi comportamenti non possono essere ridotti a una normale dialettica interna. Pongono una questione politica e sindacale precisa: si può continuare a ricoprire incarichi di responsabilità nel SI Cobas mentre si promuovono iniziative che ne ostacolano l’attività, si indeboliscono le mobilitazioni e si costruiscono sedi di contrapposizione alla sua direzione collettiva? Per noi, una simile contraddizione non può essere ignorata. Chi assume incarichi di coordinamento ha responsabilità maggiori, non minori. Deve garantire la partecipazione, sostenere le lotte, rispettare gli impegni collettivi e contribuire alla costruzione dell’organizzazione. Non può invocare il proprio ruolo quando si tratta di esercitare potere e sottrarsi ai doveri che quel ruolo comporta quando vengono richieste spiegazioni. La solidarietà tra compagni non può trasformarsi in copertura politica di comportamenti che danneggiano il sindacato. E la critica alla direzione non può diventare il pretesto per svuotare dall’interno le decisioni collettive e costruire una linea alternativa attraverso il sabotaggio dell’attività comune. IL RICORSO ALLA VIA LEGALE SUL TERRENO BORGHESE NON SOSTITUISCE IL CONFRONTO POLITICO. La vicenda assume un ulteriore rilievo con la DIFFIDA LEGALE indirizzata ai responsabili nazionali dell’organizzazione e con le contestazioni relative alla gestione della sede milanese, compresa la questione dell’acquisto di una parte dell’immobile in cui essa è ubicata ( Tra l’altro sul documento dell’acquisto la firma del legale dall’ora è quella di Simone Liusardi). Si tratta di questioni sulle quali abbiamo risposto con precisione, documenti alla mano, ricostruendo responsabilità, atti e circostanze in coordinamenti nazionali. Non accettiamo che accuse e contestazioni vengano utilizzate per costruire campagne di delegittimazione personale o per sostituire alla discussione politica una contrapposizione permanente sul terreno giudiziario borghese. Naturalmente, ciascuno ha diritto di tutelare le proprie posizioni nelle sedi previste dalla legge borghese. Ma questo diritto non cancella la necessità di rispondere politicamente del proprio operato, soprattutto quando si ricoprono incarichi di responsabilità in un’organizzazione sindacale che vive del contributo, dei sacrifici e delle lotte di migliaia di lavoratori ( una volta si diceva nelle sedi dei proletari). È inaccettabile che, mentre si contestano alla direzione nazionale decisioni e responsabilità, si pretenda contemporaneamente di trattare il rapporto con l’organizzazione come un rapporto di lavoro subordinato, assimilando incarichi militanti e responsabilità politiche a un rapporto di semplice impiego . Anche su questo punto occorre chiarezza: ruoli, eventuali rapporti contrattuali, compensi e responsabilità devono essere verificati sulla base degli atti e delle norme applicabili in una organizzazione fatta da volontari non attraverso pretese o accuse reciproche. La sede sindacale, le risorse economiche e gli strumenti dell’organizzazione non sono proprietà privata di nessuno. Sono strumenti collettivi, costruiti attraverso il lavoro e i sacrifici dei militanti e dei lavoratori, e devono essere gestiti con trasparenza, responsabilità e rispetto delle regole. NON PERMETTEREMO CHE SI RIBALTINO LE RESPONSABILITÀ! Colpisce constatare come, di fronte a una richiesta di chiarimento politico e di assunzione di responsabilità, si sia arrivati a un’escalation di contestazioni e iniziative legali contro chi è chiamato a garantire il funzionamento dell’organizzazione. Non siamo disponibili ad accettare che il problema venga capovolto, che chi chiede conto di comportamenti contestati venga dipinto come persecutore e che chi deve rispondere di scelte e condotte politiche si presenti esclusivamente come vittima di un presunto attacco personale. La questione non riguarda simpatie, antipatie o rivalità individuali. Riguarda il futuro del SI Cobas, la sua capacità di organizzare i lavoratori, sostenere gli scioperi, difendere i delegati e contrastare le politiche padronali e chi continua a perseguire le proprie azioni con intendimenti e pregiudizi piccolo borghesi. In un sindacato conflittuale, la prima lealtà deve essere verso i lavoratori e le lavoratrici, verso le lotte e verso l’organizzazione collettiva che quelle lotte rende possibili. Non verso gruppi, cordate o iniziative che pretendono di agire senza rendere conto del proprio operato agli organismi comuni. Per questo non intendiamo accettare né il sabotaggio delle mobilitazioni né la costruzione di strutture di contrapposizione presentate come legittima dialettica interna. Le divergenze si affrontano nelle sedi politiche e sindacali, sulla base di fatti verificabili, delle regole condivise e della responsabilità verso tutti gli iscritti. SERVE UNA CHIARIFICAZIONE POLITICA NETTA. La documentazione relativa a questa vicenda, compreso il documento di diffida e l’elenco dei firmatari, dovrà essere esaminata con attenzione. I nomi in calce, molti dei quali riconducibili, secondo quanto ci risulta, a militanti della TIR, pongono interrogativi politici ai quali occorre dare risposte. Chiediamo a tutti i compagni coinvolti di chiarire se vogliono di fronte al nuovo esecutivo e al coordinamento nazionale poi, le proprie posizioni, di rispondere nel merito delle contestazioni e di assumersi la responsabilità delle scelte compiute. Fino ad una chiarificazione, anche individuale, gli emolumenti per l’esercizio del proprio operato come volontario saranno sospesi. Non è possibile continuare a rivendicare un ruolo dirigente nel SI Cobas e, nello stesso tempo, agire in modo da indebolirne le iniziative, disattenderne le decisioni e alimentare una contrapposizione organizzata con il suo Centro e la struttura principale del Coordinamento Nazionale. Il SI Cobas non appartiene a singoli dirigenti, a gruppi o a correnti. Appartiene ai lavoratori che lo hanno costruito, ai delegati che ogni giorno affrontano le ritorsioni padronali, ai militanti che sostengono le lotte e agli iscritti che finanziano con i propri sacrifici l’attività sindacale. A loro dobbiamo rispondere. A loro dobbiamo garantire trasparenza, coerenza e fermezza. Non faremo passi indietro nella difesa dell’autonomia del SI Cobas, nella lotta contro i padroni e nella tutela dell’organizzazione da ogni comportamento che ne comprometta l’unità d’azione e la capacità di mobilitazione. Ma proprio perché difendiamo un’organizzazione collettiva, ogni decisione dovrà essere sostenuta dai fatti, dalle regole condivise e da una discussione politica chiara. Nessuno può essere sottratto alle proprie responsabilità, in caso contrario l’organizzazione sarà costretta a prendere decisioni più drastiche. La linea è chiara: nessuna copertura politica per il sabotaggio delle lotte, nessuna ambiguità sull’indipendenza del sindacato, nessuna tolleranza verso l’uso strumentale degli incarichi e delle risorse collettive. Il confronto politico deve servire a rafforzare il SI Cobas e le lotte dei lavoratori. Chi sceglie un’altra strada dovrebbe spiegare apertamente ai militanti e agli iscritti quali obiettivi intende perseguire senza infingimenti, chiacchiere tipiche di chi non appartiene alla nostra classe. La difesa del SI Cobas è la difesa della sua capacità di lottare. E su questo terreno non accetteremo né ricatti né ambiguità. Se il proseguimento della strada giudiziaria sul terreno borghese sarà perseguita da queste persone, non potremo che considerare per chi la attua di essere posto FUORI DAL SI COBAS. SI COBAS NAZIONALE. L'articolo SI COBAS: CONTRO IL SABOTAGGIO, L’OPPORTUNISMO E I TENTATIVI DI ROTTURA. LA NOSTRA ORGANIZZAZIONE NON SI PIEGA AL RICATTO. proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
ALBANIA: VIOLENTI SCONTRI A TIRANA TRA STUDENTI E POLIZIA. ASSEDIATI I PALAZZI DEL POTERE
Violenti scontri oggi a Tirana tra la polizia e i manifestanti durante l’ennesima giornata di protesta convocata dagli studenti. I manifestanti chiedono le dimissioni del premier Edi Rama. Gli agenti hanno caricato il corteo con gli idranti e i gas lacrimogeni, disperdendo la folla raggruppata inizialmente davanti al ministero dell’educazione e subito dopo di fronte al Palazzo di governo. Le forze dell’ordine a fatica sono riuscite a prendere il controllo del principale viale di Tirana con la folla dispersa tra le vie del centro della capitale, lasciando dietro cassonetti di immondizia dati alle fiamme. Ai manifestanti oggi si sono aggiunti gruppi ultras della capitale. Da Tirana il collegamento con Roberto Hajdari fotoreporter indipendente Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo
Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa, dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette «riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco.  DALLA CRISI DI BRETTON WOODS ALLA GUERRA COMMERCIALE DI TRUMP L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi. Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi.  Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente, passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi, ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa, sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati.  Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond), pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute.  STABLECOIN: IL COLPO DI CODA DEL DOLLARO  In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro. Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee, erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi, programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque).  Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay. Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione (ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie, rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo all’espansionismo delle stablecoin.  Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare, infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato, a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA L’EURO DIGITALE PUÒ CAMBIARE IL MONDO? Luca Lombardi MONETA DIGITALE PUBBLICA E AUTONOMIA EUROPEA Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo. Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis. Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta.  PERCHÉ IL SUCCESSO DELL’EURO DIGITALE DIPENDE DALL’EMISSIONE DI EUROBOND? Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale.  Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro (perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica, europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti) problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al rafforzamento della difesa.  Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10% del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica, azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente). Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200 miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto), ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti: nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello privato.   Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale, l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione.  PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA EUROPEE Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese (Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione energetica.  È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea, contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione, nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre – vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in materia fiscale.  A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore 10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation (affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa pubblica, alternativa alle destre mondiali.    *Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali, attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro del board della For the People Foundation.  L'articolo Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
PUB12DETUTTO - MOSTRUOSAMENTE FORTE!
 SABATO 31 OTTOBRE 2026 MOSTRUOSAMENTE FORTE AL PUB 12DETUTTO! Dalle 18:00 aperitivo con formaggi di terra terra schifosamente sciolti con la raclette e disgustose salsine! Dalle 21:00 alle 03:00 Neue K e Lichene: sono i dj e le menti creative di TIQ (ex Tanz Im Quadrat) uno dei party più influenti e longevi della scena underground di Berlino, attivo dal 2010. Il loro set è eclettico, i suoni delle gemme oscure del postpunk si mescolano con le produzioni dark electro contemporanee, rendendo la pista un limbo gotico di ipnotiche frequenze analogiche.
Lev Yashin, il Ragno Nero
Nell’anniversario della nascita di Lev Yashin, pubblichiamo un estratto del libro Breve storia sociale dei Mondiali di calcio di Giuseppe Ranieri, uscito per Milieu Edizioni Ci sono calciatori che riescono a diventare il simbolo del proprio club, altri anche della propria Nazionale o addirittura di un intero ciclo generazionale… E poi c’è Lev Yashin che rappresenta tutt’ora un’unicità, essendo un mito per chiunque si approcci al ruolo del portiere, non solo per il movimento calcistico russo ma anche per tutta quell’umanità che per decenni ha coltivato (e sotto sotto magari ci spera ancora) l’idea del riscatto degli ultimi e della vittoria del proletariato mondiale. Tutte queste categorie trovavano nel portierone sovietico un simbolo di umiltà, rivincita e semplicità, lontanissimo dagli standard dei calciatori odierni. Infatti Yashin era solito fumare una sigaretta per allentare la tensione e bere un drink forte per tonificare i muscoli. Nato da una famiglia umile, nessun altro atleta come il “Ragno nero” rappresentò l’ideale dell’uomo nuovo sovietico che accettava di confrontarsi all’interno di quella che era una contesa capitalista come il calcio, ma rivoluzionandone il sentito comune e riuscendo spesso a prevalere.
October 22, 2026
Sport popolare
LA RISPOSTA DEL GOVERNO MELONI ALLA RABBIA SOCIALE: VARATO L’ENNESIMO DL “SICUREZZA” CONTRO LE PROTESTE
Alle rivolte dei giovani delle periferie e alle mobilitazioni degli studenti il governo Meloni risponde con un’ulteriore stretta repressiva. Il Consiglio dei ministri di martedì 20 ottobre ha licenziato l’ennesimo decreto “sicurezza”. La norma estende il fermo preventivo (già introdotto dagli scorsi ddl “sicurezza”) anche ai minorenni, inventa il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, l’aggravante di aver utilizzato i social per organizzare una protesta, il dovere dei genitori di risarcire eventuali danni provocati dai figli minori e 500 militari in più dell’operazione “Strade sicure” nelle vie del centro di Milano. A questi le destre al governo avrebbero voluto dare poteri di polizia giudiziaria, quindi di intervento diretto in ambito civile, ma l’intervento di Mattarella avrebbe contribuito – per ora – a rinviare questo passaggio. Su Radio Onda d’Urto sono intervenuti per un commento: * Giovanni Russo Spena, giurista e costituzionalista, già senatore per Rifondazione Comunista. Ascolta o scarica * Susanna Marietti di Antigone Onlus, associazione che si occupa di carcere e diritti dei detenuti e che cura anche un Osservatorio specifico sulla Giustizia minorile.Ascolta o scarica  Nel frattempo restano in carcere 4 dei 5 maggiorenni fermati a Milano, per i quali i giudici hanno disposto l’arresto. Il quinto è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Per quanto riguarda i minori, 10 sono rinchiusi nel carcere minorile Beccaria. Alcuni di loro verranno trasferiti altrove perché la struttura è già piena, mentre per altri è stato deciso per gli arresti domiciliari e potranno frequentare la scuola.  Due minori sono già stati trasferiti nel carcere minorile di Genova. Lo ha riferito la direzione del Beccaria a Luca Paladini, consigliere regionale lombardo di “Patto Civico” e vice-presidente della commissione carcere del Pirellone che si è recato ieri proprio al Beccaria, dove però non gli hanno fatto incontrare i ragazzi fermati. Ascolta o scarica il suo intervento su Radio Onda d’Urto
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
MONTE MIDIA 1731
 DOMENICA 25 OTTOBRE 2026 Gruppo alpinismo orizzontale CSOA Forte Prenestino  appuntamento ore 7.30 davanti il forte! Monte midia 1731m da Roccacerro per la valle della dogana e la grande croce!
SDA VIDIGULFO: ABBIAMO VINTO!
GRAZIE ALLA LOTTA MESSA IN CAMPO, ALLA SOLIDARIETÀ DEI LAVORATORI DI VARIE PROVINCE, GLI 8 OPERAI DI POSTE LOGISTIC DI VIDIGULFO RITORNERANNO IN QUEL MAGAZZINO. questa mattina ci è arrivata la comunicazione che riportiamo, da parte di Metra, dove si precisa che dopo tre mesi di aspettativa retribuita, gli otto lavoratori saranno reintegrati nel magazzino Poste Logistic di Vidigulfo ( Pv). Tutto ciò è avvenuto per la determinazione degli otto lavoratori e la solidarietà attiva che i compagni delle altre città hanno portato nei picchetti ( gli operai di Modena addirittura al picchetto fatto alle Poste logistic di Landriano sono venuti una cinquantina in pulman). Il SI cobas è questo: TOCCANO UNO, TOCCANO TUTTI. In una situazione che vede un forte attacco dei padroni, con licenziamenti ed attacco al salario, la nostra lotta e la forte resistenza ha permesso questo importante risultato. SI COBAS NAZIONALE ! L'articolo SDA VIDIGULFO: ABBIAMO VINTO! proviene da S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale.
Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni
Se un alieno atterrasse domani sulla terra, non troverebbe abitanti ma extra-terrestri, alienati come lui. Vedrebbe un ambiente sofferente, dominato dalla violenza, dall’abuso e dall’umiliazione. Proviamo a immaginarcelo. Alberto Boatto, già nel 1992, descriveva la terra come “oggetto disponibile … Leggi tutto L'articolo Planet exit. Il nostro mondo visto dagli alieni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una città per tutt3, l’intervento di Giancarlo Storto
Pubblichiamo l’intervento del vice presidente di Carteinregola- ODV all’iniziativa Una città per tutt3 di Alleanza Verdi Sinistra Roma e Provincia del 24 ottobre 2026 La città contemporanea produce disuguaglianze. Non è sempre stato così, almeno non in queste forme e nei caratteri con cui allo stato attuale si manifesta. Quando il riformismo era una politica praticata e condivisa, i piani regolatori ricercavano una sintesi tra gli interessi delle diverse componenti della società attenuando le disparità che la rendita produceva. I piani di zona, le 167, escludevano, attraverso l’esproprio preventivo, che al profitto di impresa si aggiungesse la rendita di posizione, divenuta oggi la componente che fa lievitare i prezzi in modo talmente irragionevole da selezionare la domanda abitativa sulla base dei redditi dei nuclei familiari. I servizi erano poi garantiti in modo diffuso sull’intero territorio comunale. Tutto è cambiato con il neoliberismo, ideologia pervasiva che ha sedotto anche parte della cultura di sinistra e che nel governo delle città, più che in altri settori, ha prodotto guasti evidenti subordinando l’autonomia delle previsioni urbanistiche alle ragioni dell’economica. I proprietari degli immobili diventano interlocutori privilegiati delle amministrazioni comunali e in questi ultimi anni i proprietari non sono più i costruttori ma assumono le sembianze di fondi immobiliari e di casse professionali con enormi disponibilità di risorse finanziarie. Anche a Roma le indicazioni e le aspettative degli investitori privati nelle decisioni che riguardano le più rilevanti trasformazioni urbanistiche hanno un peso evidente e certamente il richiamo alla rigenerazione urbana, presente ormai in modo tanto generalizzato quanto ambiguo, non giustifica ogni tipo di intervento. Gli esempi sono numerosi, denunciati, riportando fatti e documenti, da Carteinregola e da altre associazioni. Sono vicende ormai note, alcune concluse e altre in via di definizione: dagli ex Mercati generali allo Stadio della Roma; dall’ex Cinema Metropolitan (trasformato nella gran parte in attività commerciali) all’ex convento in via di Sant’Ambrogio (un immobile del patrimonio indisponibile del Comune concesso per realizzare una scuola privata); dai ricoveri dei mezzi Atac non più utilizzati all’edificio dismesso dell’Ama; dagli immobili trasformati in alberghi esclusivi ricorrendo a procedure in deroga alle previsioni urbanistiche, ai parcheggi che riesumano convenzioni sottoscritte con i proponenti da un paio di decenni. Altre operazioni immobiliari sono in corso: tra tutte lo Stadio nel quartiere Flaminio (una sciagura destinata a sconvolgere la vita dei residenti, inaccettabile anche per il saccheggio all’opera di Nervi) e il “Dente cariato” (un avvio decisamente preoccupante la richiesta ai privati di avanzare proposte ma, fortunatamente, sembra ora superata). Operazioni che solo marginalmente hanno coinvolto la partecipazione dei residenti e non di rado è mancata anche l’informazione sui contenuti delle iniziative e sugli atti formali assunti dall’Amministrazione. La critica a questo modo di operare da parte dell’amministrazione non è ideologica, sarebbe demenziale non riconoscere ai privati la possibilità di agire come è sempre accaduto nella costruzione delle città. L’aspetto che più rende questi interventi inaccettabili è la sproporzione tra i benefici che ne ricavano i privati (un utile esorbitante) e quelli destinati ai residenti (qualche sistemazione nelle aree adiacenti all’intervento). Per lo Stadio a Pietralata (non entro nel merito della localizzazione) è previsto un finanziamento di 1,048 miliardi (più IVA) e secondo il Piano di Fattibilità Tecnico Economica i ricavi netti previsti partono per il primo anno (2031) da 154 milioni con una continua crescita che raggiunge nel 2116 (allo scadere della convenzione) 760,8 milioni. Quali i benefici per la collettività? Un onere concessorio di 66mila euro/anno e un parco attrezzato di modeste dimensioni (i ponti pedonali e i parcheggi sono funzionali all’impianto sportivo). La valorizzazione nelle trasformazioni edilizie, a cui il comune mostra grande disponibilità, non può considerarsi un fine che viene motivato dal rendere la città più attrattiva. Richiamare capitali in modo che investano in operazioni immobiliari non può considerarsi un obiettivo a prescindere. La valorizzazione non è da escludere, ma solo se determina un miglioramento della qualità urbana dell’ambito interessato e comunque, quando la richiesta dei privati comporta una variante urbanistica o un permesso in deroga, deve comportare, come prescrive il Testo unico dell’edilizia (art. 16, comma 4, lett. d-ter [1]), la corresponsione di un contributo straordinario pari almeno alla metà del maggiore valore generato (da destinare, tra l’altro, anche per servizi ed edilizia residenziale sociale). Ogni trasformazione che produce modifiche significative nell’uso della città, in particolare se oggetto di contrattazione pubblico-privati, deve essere valutata in relazione all’interesse pubblico: un requisito, quello dell’interesse pubblico, per Carteinregola non negoziabile e che deve essere comprovato dall’amministrazione in un confronto con i residenti. In questi giorni è tornato prepotentemente all’attenzione il problema della casa. Le maggiori responsabilità della dilagante crisi abitativa sono da attribuire a Stato e Regione: sono queste le istituzioni a cui è demandata la competenza nel campo delle politiche abitative, con responsabilità che comprendono sia lo stanziamento delle necessarie risorse finanziarie (irrilevante e per alcuni aspetti dannoso il provvedimento del ministro Salvini), sia l’approvazione di norme per regolamentare il mercato abitativo (si può: sembra impossibile ma per due decenni i canoni di locazione sono stati sottratti alla contrattazione tra le parti per essere decisi sulla base di parametri definiti con legge dello Stato e senza incorrere nei rilievi della Corte Costituzionale). A livello comunale azioni per ridurre il disagio di strati sociali sempre in maggiore sofferenza sono possibili. A Roma la variante alle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore è stata un’occasione mancata per ampliare l’offerta di edilizia residenziale sociale: si sarebbe potuto prevedere l’obbligo di destinare al comparto una percentuale significativa di alloggi almeno nei casi in cui i privati intendano realizzare o recuperare immobili di consistenza significativa (criticabile anche che nella bozza di Regolamento sull’edilizia sociale che si è avuto modo di visionare venga attribuito ai costruttori la selezione, sulla base di alcuni requisiti, degli assegnatari degli alloggi). Del tutto non considerata è stata poi una norma nazionale che consente di individuare negli strumenti urbanistici ambiti la cui trasformazione è subordinata alla cessione gratuita di aree o immobili da destinare all’edilizia residenziale sociale (e quindi anche all’edilizia pubblica) “in rapporto al fabbisogno locale e in relazione all’entità e al valore della trasformazione” (comma 258 dell’articolo 1 della legge 244 del 2007 [2]). Il diritto alla casa, la garanzia per tutti di accedere a un bene primario a costi compatibili con i propri redditi, non deve rimanere una frase a effetto da rilanciare all’occorrenza. Deve essere un obiettivo strategico che va perseguito utilizzando ogni mezzo disponibile. Giancarlo Storto 20 ottobre 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@thaya NOTE [1] D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia  (G.U. n. 245 del 20 ottobre 2001) art. 16, comma 4, lett. d-ter Art. 16 (L) – Contributo per il rilascio del permesso di costruire 1. Salvo quanto disposto all’articolo 17, comma 3, il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all’incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione, secondo le modalità indicate nel presente articolo. 2. La quota di contributo relativa agli oneri di urbanizzazione va corrisposta al comune all’atto del rilascio del permesso di costruire e, su richiesta dell’interessato, può essere rateizzata. A scomputo totale o parziale della quota dovuta, il titolare del permesso può obbligarsi a realizzare direttamente le opere di urbanizzazione, nel rispetto dell’articolo 2, comma 5, della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, (ora art. 1, comma 2, lett. e) e art. 36, commi 3 e 4, d.lgs. n. 50 del 2016 – n.d.r.) con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, con conseguente acquisizione delle opere realizzate al patrimonio indisponibile del comune. 2-bis. Nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7, di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 28, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (poi art. 35, comma 1, d.lgs. n. 50 del 2016 ora art. 14 d.lgs. n. 36 del 2023 – n.d.r.) , funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. 3. La quota di contributo relativa al costo di costruzione, determinata all’atto del rilascio, è corrisposta in corso d’opera, con le modalità e le garanzie stabilite dal comune, non oltre sessanta giorni dalla ultimazione della costruzione. (per la rateizzazione si veda anche l’art. 47 della legge n. 457 del 1978) 4. L’incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria è stabilita con deliberazione del consiglio comunale in base alle tabelle parametriche che la regione definisce per classi di comuni in relazione: > a) all’ampiezza ed all’andamento demografico dei comuni; > b) alle caratteristiche geografiche dei comuni; > c) alle destinazioni di zona previste negli strumenti urbanistici vigenti; > d) ai limiti e rapporti minimi inderogabili fissati in applicazione > dall’articolo 41-quinquies, penultimo e ultimo comma, della legge 17 agosto > 1942, n. 1150, e successive modifiche e integrazioni, nonché delle leggi > regionali; > d-bis) alla differenziazione tra gli interventi al fine di incentivare, in > modo particolare nelle aree a maggiore densità del costruito, quelli di > ristrutturazione edilizia di cui all’articolo 3, comma 1, lettera d), anziché > quelli di nuova costruzione; > (lettera aggiunta dall’art. 17, comma 1, lettera g), legge n. 164 del 2014) > d-ter) alla valutazione del maggior valore generato da interventi su aree o > immobili in variante urbanistica o in deroga. Tale maggior valore, calcolato > dall’amministrazione comunale, è suddiviso in misura non inferiore al 50 per > cento tra il comune e la parte privata ed è erogato da quest’ultima al comune > stesso sotto forma di contributo straordinario, che attesta l’interesse > pubblico, in versamento finanziario, vincolato a specifico centro di costo per > la realizzazione di opere pubbliche e servizi da realizzare nel contesto in > cui ricade l’intervento, cessione di aree o immobili da destinare a servizi di > pubblica utilità, edilizia residenziale sociale od opere pubbliche. > (lettera aggiunta dall’art. 17, comma 1, lettera g), legge n. 164 del 2014, > poi così modificata dall’art. 10, comma 1, lettera g), della legge n. 120 del > 2020) [2] comma 258 dell’articolo 1 della legge 244 del 2007 Il comma 258 dell’articoli 1 della legge 244 del 2007 (finanziaria per il 2008) così recita:258. Fino alla definizione della riforma organica del governo del territorio, in aggiunta alle aree necessarie per le superfici minime di spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi di cui al decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, e alle relative leggi regionali, negli strumenti urbanistici sono definiti ambiti la cui trasformazione è subordinata alla cessione gratuita da parte dei proprietari, singoli o in forma consortile, di aree o immobili da destinare a edilizia residenziale sociale, in rapporto al fabbisogno locale e in relazione all’entità e al valore della trasformazione. In tali ambiti è possibile prevedere, inoltre, l’eventuale fornitura di alloggi a canone calmierato, concordato e sociale.
October 20, 2026
carteinregola