
Genova per noi. 25 anni dopo
Comune-info - Monday, July 6, 2026
Disegno di Mauro Biani realizzato nel 2014Venticinque anni sono tanti. Troppi. Una generazione è passata e ha lasciato il segno. Più generazioni si sono ritrovate, in un percorso condiviso nella protesta, e ne portano ancora i segni, sul corpo e nella mente. Marchiati dalle botte di uno Stato che si fece devianza. Ed è proprio agli Stati e ai governi dei paesi ricchi – i padroni del mondo – che una massa multiforme di persone, unita nella rivendicazione (il cosiddetto popolo di Seattle e Porto Alegre, i “No Global”, il “movimento dei movimenti”) di “un altro mondo è possibile” cercava, e ancora prova, vie di fuga dalle devastazioni del capitalismo. Un universo variegato e colorato – cattolici, anarchici, comunisti, ambientalisti, pacifisti, femministi, rappresentanti delle comunità indigene ecc. – che pratica(va) alternative. La democrazia diretta, le assemblee e il bilancio partecipativo, come forme capaci dal basso di dare voce alle comunità, oltre l’astratta rappresentanza e la delega, suggerendo ai decisori politico-economici, ai vertici chiusi nelle stanze del potere, modi autentici di rapportarsi agli altri, alle loro specificità, avendo riguardo alla intaccabilità degli ecosistemi. Pensando al futuro delle prossime generazioni, perché le risorse non sono infinite.
Tutti gli appelli a preservare la biodiversità sono caduti nel vuoto dello sviluppo capitalistico, che fa terra bruciata ovunque posa le sue mani. Un movimento impegnato ad evitare le politiche energivore ed estrattive, cause dei mutamenti climatici e dei correlativi fenomeni estremi, che colpiscono, soprattutto, le zone più povere, ipersfruttate e dominate dall’Occidente colonialista. E che sono anche la concausa dell’intensificarsi delle migrazioni. Oramai diventate fenomeno epocale con il quale bisogna saper convivere.
Un movimento ha messo al centro anche la lotta per non mercificare saperi e conoscenze, contro il monopolio dei brevetti in agricoltura e nel campo farmaceutico, al fine di condividere le scoperte scientifiche, le tecnologie, le informazioni e metterle a disposizione del progresso dell’umanità (oltre la brama proprietaria). E ancora: il no alle guerre e alle moderne forme di patriarcato. Al lavoro schiavistico, precario, che calpesta la dignità delle persone. E perciò a reclamare uguaglianza di trattamento, distribuzione delle risorse e delle ricchezze. Partendo dai testi classici (Marcuse, Debord, Foucault, l’ecosocialismo…), e con nuovi autori come punti di riferimento (Vandana Shiva, No Logo di Naomi Klein, Cambiare il mondo senza prendere il potere di John Holloway, Impero di Toni Negri & Michael Hardt e tanti altri), insieme alle istanze delle organizzazioni rispettose dei diritti delle comunità – lo zapatismo, in primis, ma anche la Via Campesina e i Sem terra – nel nome di un mondo diverso e più giusto. Richieste che oggi acquisiscono i caratteri della necessità e urgenza. Anzi, se quel messaggio non fosse stato “sottovalutato”, calpestato dalla violenza del capitale che si fa Stato, sarebbe ancora esperibile. Invece, subiamo maggiormente gli effetti della slealtà delle corporations.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E, gli esecutori del capitale globale, ci sentono e vedono benissimo. A Genova, nelle giornate di luglio 2001, l’altermondialismo fu denigrato (da coloro che ancora adesso deridono ad esempio la decrescita), surclassato dalla violenza della polizia, e poi, pochi mesi dopo, dimenticato e sorpassato da un evento, che ridefinì le politiche mondiali in tema di sicurezza: l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre.
Ricordare il G8 di Genova vuol dire tenere accesa la luce sugli eccessi degli apparati. Le molotov piazzate lì come prova dell’estremismo, della presenza di sobillatori: in realtà diversi processi accertarono che furono portate dagli stessi agenti. Migliaia di manifestanti pacifici volgarmente accomunati alle azioni di chi era interessato solo a mettere tutto a ferro e fuoco (i black block). Infiltrazioni sistemiche e prassi propagandistiche tese a delegittimare le proteste (accade dagli anni ’60 e ora nei cortei pro Palestina). Pestaggi gratuiti contro dimostranti inermi (anche donne e persone in età avanzata). La mattanza della scuola Diaz; il lager e le torture della caserma di Bolzaneto; Carlo Giuliani, ragazzo diventato icona-mito suo malgrado. In quel luglio rovente venne certificata la sospensione del diritto sotto gli occhi dei potenti del mondo. Giorni nei quali le peggiori dittature sudamericane sembravano essersi trasferite in Italia. Considerati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo una delle vicende più oscure e brutali della storia italiana.
Ricordare, però, significa portare avanti il messaggio dei movimenti alternativi. Centinaia di soggetti (Attac, le Tute Bianche, Mani Tese, i missionari religiosi, le organizzazioni umanitarie, i partiti della sinistra radicale, Carta, Indymedia, l’associazionismo ambientalista…), la cui eredità è stata, con il tempo, frammentata e, in parte, dispersa, ma è viva e attuale (Occupy Wall Street, Indignados, Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Black Live Matters, Non Una di Meno…). Cosa chiedevano? Colpire le transazioni finanziarie (la Tobin Tax); tassare i grandi patrimoni; democratizzare le istituzioni (gli Stati, WTO, FMI, UE). Fuoriuscire dal liberismo e dalla trappola del debito. Restituire la sovranità alimentare ai contadini e vietare OGM, pesticidi, il junk food. Garantire forme di reddito a tutti. Boicottare le multinazionali dello sfruttamento che, in ogni settore (alimentare, farmaceutico, dell’abbigliamento, militare, dell’informazione, tecnologiche) devastano i territori, e depredano le risorse creando sudditanze. E che generano povertà, malattie, pandemie, violenze, guerre.
Oggi, come allora, la realtà non è cambiata. Anzi, è decisamente peggiorata. Crisi su crisi si susseguono interrottamente da un ventennio, conflitti mondiali, il genocidio del popolo palestinese. Nulla avviene per caso. C’è sempre quell’1% ricco, che dalle destabilizzazioni, dagli shock indotti, trova giovamento.
Che cosa possiamo fare, allora? Pensare e lottare per un mondo giusto, a misura d’uomo, qui e ora dentro e fuori le istituzioni. Aggregarsi e praticare relazioni vere, preservando i beni comuni. Fare di ogni diversità motivo di arricchimento sociale. Fuggire dalla mercificazione dell’esistente. Perché, un altro mondo è possibile a partire da noi.
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