
Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico
EuroNomade - Tuesday, June 23, 2026Pubblichiamo il testo dell’intervento di Iain Chambers al convegno internazionale di Transcultural Studies Give and Take: Transdisciplinary Spaces of “Cohesive Netting” (Riga, 1 luglio 2026).
Di IAN CHAMBERS
Controcorrente rispetto al consenso istituzionale, come possiamo riflettere sulle narrazioni storiche e culturali negate che mettono in discussione il nostro presente politico: colonialismo, migrazione, regimi di guerra e genocidio? Ciò ha molto a che fare con il liberarci dalla chiusura di un’identità unica e omogenea e con l’abbandono della retorica gretta dei governi europei e del loro fascismo sempre più virulento. Significa insistere sulla sfida aperta dell’appartenenza a storie intrecciate e a eterogeneità culturali in cui nulla è netto, inequivocabile o incontestabile. Come sempre, pone la domanda: chi ha il diritto di narrare e spiegare il mondo? In questa maniera, lo spazio-tempo va piegato per produrre altri racconti che sostengono altri orizzonti.

Riflettere con Ajsa Lacis, lettone, autrice del famoso saggio sulla porosità napoletana con Walter Benjamin, suggerisce connessioni inaspettate e trasversali, per esempio, dal Baltico al Mediterraneo. Tramite tali buchi nel tempo il passato si insinua nel presente. Esso propone altre risposte alle urgenze politiche contemporanee, sia al generale irrigidimento delle identità sia alle belligeranze più precise degli Stati baltici «in prima linea» che cercano il conflitto con i loro vicini russi.
Ad esempio, considerare le premesse della formazione coloniale degli Stati baltici implica riconoscere i poteri stratificati dei colonialismi concorrenti che emergono dalle espansioni territoriali dei potenti vicini. Se recentemente la Russia e l’Unione Sovietica sono state entità coloniali, lo sono stati anche l’Ordine monastico dei Cavalieri Teutonici, la Confederazione polacco-lituana e l’Impero svedese di Carlo XII. Lo stesso espansionismo russo aveva certamente radici profonde nella contesa sia contro il potere teutonico che contro quello mongolo. Anche la Chiesa cattolica, promotrice delle Crociate del Nord del XIII secolo, che presumibilmente miravano a sradicare il paganesimo locale, a imporre il cristianesimo e a contrastare la Chiesa ortodossa a est, era chiaramente una potenza colonizzatrice.


L’insistenza della sedimentazione e della stratificazione storica suggerisce qualcosa di decisamente più complesso e, al tempo stesso, più aperto. I vichinghi attraversarono il Baltico diretti a Bisanzio. I Mongoli ci arrivarono quasi. Nella battaglia del lago Peipus, nella primavera del 1242, l’Ordine dei Cavalieri Teutonici fu sconfitto da Aleksandr Nevski, immortalato nel film del 1938 di Sergej Eisenstein. Il vincitore fu successivamente convocato nella capitale mongola di Karakorum, un viaggio di andata e ritorno a cavallo di circa 12.000 chilometri, per essere investito come Gran Principe di Novgorod e Kiev.
Prendendo in prestito il noto concetto cinematografico di Eisenstein, questo montaggio propone ogni sorta di connessioni storiche che ci portano ben lontano dalle mappe a noi familiari: da Riga a Roma e Costantinopoli, dal Baltico al Mediterraneo e poi attraverso l’Asia centrale fino a Karakorum, in un sistema mondiale del XIII secolo. Le estensioni geografiche ci trascinano anche nelle sedimentazioni e nei ritmi più profondi del tempo storico, che mettono in discussione le semplici cronologie e una narrazione uniforme della nazione moderna.
Fu Federico II, cresciuto a Palermo e che probabilmente parlava arabo, che a Rimini nel 1226 concesse ai Cavalieri Teutonici la sovranità sulla Prussia e autorizzò la cristianizzazione di queste terre pagane, inaugurando le brutali Crociate del Nord. Dalla Sicilia mediterranea con echi dell’Islam ai rituali sciamanici con i serpenti nel Baltico pagano: tutto ciò evidenzia i processi creolizzanti dell’appartenenza e la fallacia delle identità omogenee. Sono sempre all’opera sedimentazioni profondamente intrecciate in legami culturali, religiosi e storici che non si fermano ai confini moderni.

La decolonizzazione non consiste semplicemente nello spogliare un dominio e una lingua esistenti e nel contestare un’identità imposta con un’altra alternativa. Non si tratta semplicemente del ritorno dell’indigeno. Caliban, oggi, si muove e parla nella lingua del padrone. È la ripetizione a generare la differenza. Chi, esattamente, è l’indigeno in questo scenario? Richiede piuttosto l’esame critico dei poteri, delle premesse e delle procedure che consentono a una particolare narrazione storica e culturale di imporsi. Ed è proprio qui che vacilla il concetto stesso di identità. Opporre un’identità stabile e conosciuta, anche se subalterna e in rivolta, a un’altra, egemonica, significa rimanere per sempre intrappolati in una dialettica viziosa e ripetitiva.
Sarebbe difficile, e nonostante i miti romantici sulla creazione omogenea della nazione e del suo popolo, sostenere seriamente, in termini storici, culturali e politici, che ciascuno di noi incarni identità stabili. La cultura e la lingua sono processi aperti, sempre in divenire e soggetti a trasformazione. Entrambe si alimentano del movimento delle relazioni storiche, che ci impone di abbandonare le idee di identità e le loro conseguenze, spesso terribili, legate alla ricerca di sicurezza nel sangue e nel suolo.
In questo momento stiamo assistendo ai costi omicidi del genocidio e della pulizia etnica perpetrati nel Mediterraneo orientale da un regime coloniale di ebrei europei migranti che si propongono come semiti e impongono un diritto al ritorno inventato, che si sta concretizzando attraverso lo sterminio programmato dei palestinesi.
Nel frantumare la prigione mortale dell’identità, la migrazione – che è forse la storia chiave della modernità occidentale, dalla colonizzazione del pianeta a coloro che arrivano oggi dai molteplici sud del mondo – ci insegna una lezione fondamentale sulla costruzione mobile dell’appartenenza, che richiede una traduzione continua sia del luogo da cui si proviene sia di quello in cui si cerca accoglienza.

Adottare una prospettiva più fluida di appartenenza nel movimento attraverso il mondo significa rivolgersi alle molteplici possibilità sostenute nel divenire sempre incompleto della storia, della cultura e del linguaggio. Ciò equivarrebbe ad adottare una comprensione storica radicalmente incisiva della formazione culturale del presente. Qui le arti propongono uno spazio critico insospettato. Qui il passato irrompe nel presente e innesca una spirale di ritorno in cui, nella ripetizione, si sprigiona il nuovo, l’inaspettato e il non autorizzato. Delacroix viene disorientato e riorientato per consentire ad altre storie, culture e vite di emergere e narrare altre testimonianze del Mediterraneo e della modernità.
Alla fine, l’orologio coloniale si ferma, la bussola si guasta. Le storie a cui fanno riferimento Nord e Sud, Est e Ovest, l’Occidente e il resto del mondo si dissolvono. Diventano porose, potenzialmente più democratiche.
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