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Come girare la frittata sul cambiamento climatico
Una formula chimica e poi una serie di numeri, diagrammi complessi, mappe, senza che venga citata la fonte o peggio utilizzando la fonte per dire l’esatto contrario di ciò che lo studio o l’analisi contiene. Aggiungi qualcuno che si definisce meteorologo, qualche docente universitario senza una pubblicazione sul clima, una petizione on line, un dibattito surreale e un giornalista “illuminato” che piace a chi si ritiene “critico e alternativo”, ed ecco che viene servita la ricetta dello scetticismo o la sua variante negazionista che confonde i dati e oscura la realtà dei fatti. Congetture errate e interpretazioni personali proposte come corrette, vengono fornite al cittadino ignaro o ingenuo, e a chi è già predisposto a credere che va bene così, che la CO2 non c’entra con il riscaldamento globale, che non c’è nessun cambiamento in corso o che se c’è non dipende dalle attività umane. Uno dei metodi più utilizzati per indurre chi ascolta o chi legge in un errore di valutazione, è quello comparativo (si fa per dire). Ad esempio si prendono le medie delle minime o delle massime di alcune località europee e si paragonano con quelle di altre località del mondo. Un caso è quello utilizzato per dimostrare che oggi in Italia non ci sono le “notti tropicali” e che anzi le nostre temperature notturne sono tipicamente mediterranee. Ma si fa di più, si prendono le medie delle minime di alcune località italiane di 30 o di 60 anni fa o dei trentenni che formano il riferimento climatico, e si fa notare che le temperature vecchie e quelle nuove sono simili. Tutto torna dunque, non ci sono cambiamenti di rilievo: la sentenza dice che non abbiamo né abbiamo avuto notti tropicali. Peccato che questo metodo di comparazione non abbia niente di scientifico e che non abbia alcun significato oggettivo: 1) perché il confronto avviene su medie disomogenee dove le località prese in esame vivono stagioni climatiche completamente opposte. Paragonare località con clima mediterraneo (influenzato da stabilità estiva) con località di regioni soggette a clima tropicale, rappresenta una falsa simmetria climatica che pone a confronto sistemi climatici e meteorologici con dinamiche, umidità e circolazione atmosferica completamente diversi, 2) perché è sufficiente spostare l’attenzione su gran parte delle località italiane per vedere come in passato le medie delle minime estive erano al di sotto dei 20 gradi, ovvero sotto il limite che definisce le notti tropicali. E’ questo il sistema del cherry-picking, ovvero quello che seleziona solo alcune stazioni di riferimento ignorando la distribuzione geografica complessiva per nascondere il riscaldamento globale in atto, 3) perché non vi è nessuna analisi dei trend. La climatologia studia infatti le variazioni locali e globali confrontando le stesse stazioni meteo nel corso dei decenni, ed è in questo modo che si registra un chiaro aumento delle temperature minime estive in gran parte d’Europa e del Mediterraneo. Ma così funziona questo sistema di comunicazione che ha come obiettivo quello di ridimensionare (o annullare) la consapevolezza sugli scenari attuali e su quelli che mettono a rischio il funzionamento degli ecosistemi planetari e la sicurezza delle nuove generazioni. Tanto incessante lavoro serve infatti a seminare il dubbio, a nutrire diffidenza, a screditare i risultati ufficiali acquisiti nel corso di decenni, ad allontanare le decisioni politiche che possono fare la differenza tra un futuro ancora vivibile o uno potenzialmente distruttivo. Gli scettici lanciano l’accusa di catastrofismo e di terrorismo psicologico, i negazionisti quella di mistificazione e di complotto, ma in concreto le differenze producono gli stessi risultati. Resta il fatto che le loro narrazioni non reggono né logicamente, né alla prova dei riscontri matematici, chimici e fisici, emersi e confermati da decenni. Chi gioca questa partita tutta centrata sulle inquietudini, sulle paure e sulla rabbia degli individui, sul senso di precarietà, sulle aspettative disattese, lo fa senza assumersi alcuna autentica responsabilità morale, storica o giuridica, poiché sa bene di non rischiare nulla in prima persona. Gli impatti sempre più severi del cambiamento in corso e di quello che verrà, invece mettono seriamente a rischio la salute e lo stato sociale, le categorie meno abbienti e i più fragili, i primi ma non i soli, a pagare le conseguenze dell’inazione e di chi si adopera per far apparire le cose diverse da come sono. Max Strata
August 23, 2026
Pressenza
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Il punto di svolta: che cosa accade al sistema meteo-climatico euro mediterraneo
Le onde atmosferiche planetarie che portano il nome del meteorologo svedese Carl Rossby, trasportano aria calda verso i poli e aria fredda verso l’equatore, riducendo le differenze termiche globali e redistribuendo l’energia termica accumulata con l’irraggiamento solare. Senza di esse il “clima globale” sarebbe più statico ed estremo, con poli perennemente gelidi e tropici roventi. Le onde di Rossby influenzando dunque l’alternanza tra caldo e freddo, fra periodi piovosi e fasi più secche e sono fondamentali per l’equilibrio climatico del pianeta. Queste onde caratterizzano la corrente a getto polare (Jet Stream), quel potente flusso d’aria collocato tra i 7 e i 16 km di altitudine, che circonda il pianeta tra i 30° e i 60° di latitudine e che come un gigantesco fiume aereo forma ampie curve che si spostano dal Nord America verso l’Europa e l’Asia. Inizialmente le onde si muovono senza oscillazioni significative ma quando incontrano discontinuità sulla superficie terrestre come alternanze tra oceani e continenti, oppure semplici fluttuazioni atmosferiche, si innescano le prime oscillazioni che poi si propagano intorno al pianeta formando un treno di onde. Man mano che l’ampiezza delle onde cresce avviene il distacco di masse d’aria fredda verso sud, intensificando cicloni e anticicloni. Tuttavia si tratta di un processo temporaneo, auto limitante, poiché quando si riducono le differenze termiche, le onde si indeboliscono e si estinguono riportando il getto a uno stato più lineare. Negli ultimi decenni, a causa dell’aumento della temperatura globale causato dalle attività umane, queste naturali oscillazioni- in termini di latitudine e inclinazione- si sono progressivamente ridotte favorendo condizioni meteorologiche estreme come gravi siccità, sviluppo di Medicane (uragani mediterranei), piogge alluvionali, ondate di freddo e al contrario ondate di calore africano con l’ormai noto blocco ad Ω. Poichè a garantire l’equilibrio delle dinamiche atmosferiche sull’Europa è proprio la variabilità del Jet Stream, la riduzione delle oscillazioni delle onde di Roosby è dunque in grado di provocare impatti severi sui climi del continente. A modificare questa variabilità e quindi l’equilibrio climatico, interviene anche il riscaldamento dei mari (in particolare quello del Mediterraneo), poichè l’acqua più calda altera lo scambio di calore verticale e orizzontale, smorzando la differenza di temperatura che alimenta la forza del flusso d’aria in quota. La riduzione del gradiente termico produce inoltre un feedback climatico perché durante le ondate di calore le superfici marine e terrestri interagiscono in un ciclo di rinforzo reciproco. Assodato che il riscaldamento globale interviene su queste dinamiche, gli studi più recenti suggeriscono che il sistema climatico Euro- Mediterraneo potrebbe essere più sensibile a queste variazioni di quanto finora indicato dai modelli matematici utilizzati per le previsioni. ” Il segnale di cambiamento nelle osservazioni è infatti circa quattro volte più intenso rispetto a quello simulato e mostra come i modelli sottostimano la risposta dell’atmosfera ai gas serra”*, tanto da indurre a ritenere che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio punto di svolta, ovvero una situazione in cui la modificazione del Jet Stream e delle onde di Roosby non rappresenta un fatto temporaneo ma una nuova condizione destinata a durare nel tempo almeno fino a quando non sarà diminuita la concentrazione dei gas serra in atmosfera. Una condizione che favorisce mutazioni su ampia scala con danni agli ecosistemi, alle persone, alle infrastrutture, alla logistica, alle produzioni agricole e industriali, e che in termini economici, nei prossimi 20 anni, sarà in grado di provocare ingenti perdite del PIL e una forte riduzione del reddito medio. E tutto ciò al netto dell’attività di El Niño e de La Niña e delle alterazioni dell’ AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), il grande sistema di correnti dell’Oceano Atlantico che regola il clima della Terra. * Nature Communications Earth & Environment 2026 Max Strata
August 2, 2026
Pressenza
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Ci stanno rubando il MEDITERRANEO! - Cosa sta realmente accadendo nel #Mediterraneo? Perché l'Italia tace mentre #Israele consolida il suo dominio? In questo nuovo video di Rumore Popolare, analizziamo a fondo l'ultima missione della Flottiglia #Sumud e il ruolo del nostro Paese nello scacchiere geopolitico. https://www.youtube.com/watch?v=UrktclSU6P4
July 3, 2026
Antonio Mazzeo
Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico
Pubblichiamo il testo dell’intervento di Iain Chambers al convegno internazionale di Transcultural Studies Give and Take: Transdisciplinary Spaces of “Cohesive Netting” (Riga, 1 luglio 2026). -------------------------------------------------------------------------------- Di IAIN CHAMBERS Controcorrente rispetto al consenso istituzionale, come possiamo riflettere sulle narrazioni storiche e culturali negate che mettono in discussione il nostro presente politico: colonialismo, migrazione, regimi di guerra e genocidio? Ciò ha molto a che fare con il liberarci dalla chiusura di un’identità unica e omogenea e con l’abbandono della retorica gretta dei governi europei e del loro fascismo sempre più virulento. Significa insistere sulla sfida aperta dell’appartenenza a storie intrecciate e a eterogeneità culturali in cui nulla è netto, inequivocabile o incontestabile. Come sempre, pone la domanda: chi ha il diritto di narrare e spiegare il mondo? In questa maniera, lo spazio-tempo va piegato per produrre altri racconti che sostengono altri orizzonti. Riflettere con Ajsa Lacis, lettone, autrice del famoso saggio sulla porosità napoletana con Walter Benjamin, suggerisce connessioni inaspettate e trasversali, per esempio, dal Baltico al Mediterraneo. Tramite tali buchi nel tempo il passato si insinua nel presente. Esso propone altre risposte alle urgenze politiche contemporanee, sia al generale irrigidimento delle identità sia alle belligeranze più precise degli Stati baltici «in prima linea» che cercano il conflitto con i loro vicini russi. Ad esempio, considerare le premesse della formazione coloniale degli Stati baltici implica riconoscere i poteri stratificati dei colonialismi concorrenti che emergono dalle espansioni territoriali dei potenti vicini. Se recentemente la Russia e l’Unione Sovietica sono state entità coloniali, lo sono stati anche l’Ordine monastico dei Cavalieri Teutonici, la Confederazione polacco-lituana e l’Impero svedese di Carlo XII. Lo stesso espansionismo russo aveva certamente radici profonde nella contesa sia contro il potere teutonico che contro quello mongolo. Anche la Chiesa cattolica, promotrice delle Crociate del Nord del XIII secolo, che presumibilmente miravano a sradicare il paganesimo locale, a imporre il cristianesimo e a contrastare la Chiesa ortodossa a est, era chiaramente una potenza colonizzatrice. L’insistenza della sedimentazione e della stratificazione storica suggerisce qualcosa di decisamente più complesso e, al tempo stesso, più aperto. I vichinghi attraversarono il Baltico diretti a Bisanzio. I Mongoli ci arrivarono quasi. Nella battaglia del lago Peipus, nella primavera del 1242, l’Ordine dei Cavalieri Teutonici fu sconfitto da Aleksandr Nevski, immortalato nel film del 1938 di Sergej Eisenstein. Il vincitore fu successivamente convocato nella capitale mongola di Karakorum, un viaggio di andata e ritorno a cavallo di circa 12.000 chilometri, per essere investito come Gran Principe di Novgorod e Kiev. Prendendo in prestito il noto concetto cinematografico di Eisenstein, questo montaggio propone ogni sorta di connessioni storiche che ci portano ben lontano dalle mappe a noi familiari: da Riga a Roma e Costantinopoli, dal Baltico al Mediterraneo e poi attraverso l’Asia centrale fino a Karakorum, in un sistema mondiale del XIII secolo. Le estensioni geografiche ci trascinano anche nelle sedimentazioni e nei ritmi più profondi del tempo storico, che mettono in discussione le semplici cronologie e una narrazione uniforme della nazione moderna. Fu Federico II, cresciuto a Palermo e che probabilmente parlava arabo, che a Rimini nel 1226 concesse ai Cavalieri Teutonici la sovranità sulla Prussia e autorizzò la cristianizzazione di queste terre pagane, inaugurando le brutali Crociate del Nord. Dalla Sicilia mediterranea con echi dell’Islam ai rituali sciamanici con i serpenti nel Baltico pagano: tutto ciò evidenzia i processi creolizzanti dell’appartenenza e la fallacia delle identità omogenee. Sono sempre all’opera sedimentazioni profondamente intrecciate in legami culturali, religiosi e storici che non si fermano ai confini moderni. La decolonizzazione non consiste semplicemente nello spogliare un dominio e una lingua esistenti e nel contestare un’identità imposta con un’altra alternativa. Non si tratta semplicemente del ritorno dell’indigeno. Caliban, oggi, si muove e parla nella lingua del padrone. È la ripetizione a generare la differenza. Chi, esattamente, è l’indigeno in questo scenario? Richiede piuttosto l’esame critico dei poteri, delle premesse e delle procedure che consentono a una particolare narrazione storica e culturale di imporsi. Ed è proprio qui che vacilla il concetto stesso di identità. Opporre un’identità stabile e conosciuta, anche se subalterna e in rivolta, a un’altra, egemonica, significa rimanere per sempre intrappolati in una dialettica viziosa e ripetitiva. Sarebbe difficile, e nonostante i miti romantici sulla creazione omogenea della nazione e del suo popolo, sostenere seriamente, in termini storici, culturali e politici, che ciascuno di noi incarni identità stabili. La cultura e la lingua sono processi aperti, sempre in divenire e soggetti a trasformazione. Entrambe si alimentano del movimento delle relazioni storiche, che ci impone di abbandonare le idee di identità e le loro conseguenze, spesso terribili, legate alla ricerca di sicurezza nel sangue e nel suolo. In questo momento stiamo assistendo ai costi omicidi del genocidio e della pulizia etnica perpetrati nel Mediterraneo orientale da un regime coloniale di ebrei europei migranti che impongono con una violenza oscena un diritto al ritorno, che si sta concretizzando attraverso lo sterminio programmato dei palestinesi. Nel frantumare la prigione mortale dell’identità, la migrazione – che è forse la storia chiave della modernità occidentale, dalla colonizzazione del pianeta a coloro che arrivano oggi dai molteplici sud del mondo – ci insegna una lezione fondamentale sulla costruzione mobile dell’appartenenza, che richiede una traduzione continua sia del luogo da cui si proviene sia di quello in cui si cerca accoglienza. Adottare una prospettiva più fluida di appartenenza nel movimento attraverso il mondo significa rivolgersi alle molteplici possibilità sostenute nel divenire sempre incompleto della storia, della cultura e del linguaggio. Ciò equivarrebbe ad adottare una comprensione storica radicalmente incisiva della formazione culturale del presente. Qui le arti propongono uno spazio critico insospettato. Qui il passato irrompe nel presente e innesca una spirale di ritorno in cui, nella ripetizione, si sprigiona il nuovo, l’inaspettato e il non autorizzato. Delacroix viene disorientato e riorientato per consentire ad altre storie, culture e vite di emergere e narrare altre testimonianze del Mediterraneo e della modernità. Alla fine, l’orologio coloniale si ferma, la bussola si guasta. Le storie a cui fanno riferimento Nord e Sud, Est e Ovest, l’Occidente e il resto del mondo si dissolvono. Diventano porose, potenzialmente più democratiche. L'articolo Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico proviene da EuroNomade.
June 23, 2026
EuroNomade