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#stopthegenocideingaza🇵🇸 Ci stanno rubando il MEDITERRANEO! - Cosa sta realmente accadendo nel #Mediterraneo? Perché l'Italia tace mentre #Israele consolida il suo dominio? In questo nuovo video di Rumore Popolare, analizziamo a fondo l'ultima missione della Flottiglia #Sumud e il ruolo del nostro Paese nello scacchiere geopolitico. https://www.youtube.com/watch?v=UrktclSU6P4
July 3, 2026
Antonio Mazzeo
Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico
Pubblichiamo il testo dell’intervento di Iain Chambers al convegno internazionale di Transcultural Studies Give and Take: Transdisciplinary Spaces of “Cohesive Netting” (Riga, 1 luglio 2026). -------------------------------------------------------------------------------- Di IAIN CHAMBERS Controcorrente rispetto al consenso istituzionale, come possiamo riflettere sulle narrazioni storiche e culturali negate che mettono in discussione il nostro presente politico: colonialismo, migrazione, regimi di guerra e genocidio? Ciò ha molto a che fare con il liberarci dalla chiusura di un’identità unica e omogenea e con l’abbandono della retorica gretta dei governi europei e del loro fascismo sempre più virulento. Significa insistere sulla sfida aperta dell’appartenenza a storie intrecciate e a eterogeneità culturali in cui nulla è netto, inequivocabile o incontestabile. Come sempre, pone la domanda: chi ha il diritto di narrare e spiegare il mondo? In questa maniera, lo spazio-tempo va piegato per produrre altri racconti che sostengono altri orizzonti. Riflettere con Ajsa Lacis, lettone, autrice del famoso saggio sulla porosità napoletana con Walter Benjamin, suggerisce connessioni inaspettate e trasversali, per esempio, dal Baltico al Mediterraneo. Tramite tali buchi nel tempo il passato si insinua nel presente. Esso propone altre risposte alle urgenze politiche contemporanee, sia al generale irrigidimento delle identità sia alle belligeranze più precise degli Stati baltici «in prima linea» che cercano il conflitto con i loro vicini russi. Ad esempio, considerare le premesse della formazione coloniale degli Stati baltici implica riconoscere i poteri stratificati dei colonialismi concorrenti che emergono dalle espansioni territoriali dei potenti vicini. Se recentemente la Russia e l’Unione Sovietica sono state entità coloniali, lo sono stati anche l’Ordine monastico dei Cavalieri Teutonici, la Confederazione polacco-lituana e l’Impero svedese di Carlo XII. Lo stesso espansionismo russo aveva certamente radici profonde nella contesa sia contro il potere teutonico che contro quello mongolo. Anche la Chiesa cattolica, promotrice delle Crociate del Nord del XIII secolo, che presumibilmente miravano a sradicare il paganesimo locale, a imporre il cristianesimo e a contrastare la Chiesa ortodossa a est, era chiaramente una potenza colonizzatrice. L’insistenza della sedimentazione e della stratificazione storica suggerisce qualcosa di decisamente più complesso e, al tempo stesso, più aperto. I vichinghi attraversarono il Baltico diretti a Bisanzio. I Mongoli ci arrivarono quasi. Nella battaglia del lago Peipus, nella primavera del 1242, l’Ordine dei Cavalieri Teutonici fu sconfitto da Aleksandr Nevski, immortalato nel film del 1938 di Sergej Eisenstein. Il vincitore fu successivamente convocato nella capitale mongola di Karakorum, un viaggio di andata e ritorno a cavallo di circa 12.000 chilometri, per essere investito come Gran Principe di Novgorod e Kiev. Prendendo in prestito il noto concetto cinematografico di Eisenstein, questo montaggio propone ogni sorta di connessioni storiche che ci portano ben lontano dalle mappe a noi familiari: da Riga a Roma e Costantinopoli, dal Baltico al Mediterraneo e poi attraverso l’Asia centrale fino a Karakorum, in un sistema mondiale del XIII secolo. Le estensioni geografiche ci trascinano anche nelle sedimentazioni e nei ritmi più profondi del tempo storico, che mettono in discussione le semplici cronologie e una narrazione uniforme della nazione moderna. Fu Federico II, cresciuto a Palermo e che probabilmente parlava arabo, che a Rimini nel 1226 concesse ai Cavalieri Teutonici la sovranità sulla Prussia e autorizzò la cristianizzazione di queste terre pagane, inaugurando le brutali Crociate del Nord. Dalla Sicilia mediterranea con echi dell’Islam ai rituali sciamanici con i serpenti nel Baltico pagano: tutto ciò evidenzia i processi creolizzanti dell’appartenenza e la fallacia delle identità omogenee. Sono sempre all’opera sedimentazioni profondamente intrecciate in legami culturali, religiosi e storici che non si fermano ai confini moderni. La decolonizzazione non consiste semplicemente nello spogliare un dominio e una lingua esistenti e nel contestare un’identità imposta con un’altra alternativa. Non si tratta semplicemente del ritorno dell’indigeno. Caliban, oggi, si muove e parla nella lingua del padrone. È la ripetizione a generare la differenza. Chi, esattamente, è l’indigeno in questo scenario? Richiede piuttosto l’esame critico dei poteri, delle premesse e delle procedure che consentono a una particolare narrazione storica e culturale di imporsi. Ed è proprio qui che vacilla il concetto stesso di identità. Opporre un’identità stabile e conosciuta, anche se subalterna e in rivolta, a un’altra, egemonica, significa rimanere per sempre intrappolati in una dialettica viziosa e ripetitiva. Sarebbe difficile, e nonostante i miti romantici sulla creazione omogenea della nazione e del suo popolo, sostenere seriamente, in termini storici, culturali e politici, che ciascuno di noi incarni identità stabili. La cultura e la lingua sono processi aperti, sempre in divenire e soggetti a trasformazione. Entrambe si alimentano del movimento delle relazioni storiche, che ci impone di abbandonare le idee di identità e le loro conseguenze, spesso terribili, legate alla ricerca di sicurezza nel sangue e nel suolo. In questo momento stiamo assistendo ai costi omicidi del genocidio e della pulizia etnica perpetrati nel Mediterraneo orientale da un regime coloniale di ebrei europei migranti che impongono con una violenza oscena un diritto al ritorno, che si sta concretizzando attraverso lo sterminio programmato dei palestinesi. Nel frantumare la prigione mortale dell’identità, la migrazione – che è forse la storia chiave della modernità occidentale, dalla colonizzazione del pianeta a coloro che arrivano oggi dai molteplici sud del mondo – ci insegna una lezione fondamentale sulla costruzione mobile dell’appartenenza, che richiede una traduzione continua sia del luogo da cui si proviene sia di quello in cui si cerca accoglienza. Adottare una prospettiva più fluida di appartenenza nel movimento attraverso il mondo significa rivolgersi alle molteplici possibilità sostenute nel divenire sempre incompleto della storia, della cultura e del linguaggio. Ciò equivarrebbe ad adottare una comprensione storica radicalmente incisiva della formazione culturale del presente. Qui le arti propongono uno spazio critico insospettato. Qui il passato irrompe nel presente e innesca una spirale di ritorno in cui, nella ripetizione, si sprigiona il nuovo, l’inaspettato e il non autorizzato. Delacroix viene disorientato e riorientato per consentire ad altre storie, culture e vite di emergere e narrare altre testimonianze del Mediterraneo e della modernità. Alla fine, l’orologio coloniale si ferma, la bussola si guasta. Le storie a cui fanno riferimento Nord e Sud, Est e Ovest, l’Occidente e il resto del mondo si dissolvono. Diventano porose, potenzialmente più democratiche. L'articolo Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico proviene da EuroNomade.
June 23, 2026
EuroNomade
La Ue gioca con il fuoco nel Mediterraneo e l’Ucraina danneggia i propri alleati
Non sarà senza conseguenze l’ultima decisione con cui l’Unione Europea intende aumentare la pressione economica contro la Russia. L’Unione ha infatti autorizzato le proprie navi da guerra impegnate nel Mediterraneo nell’ambito dell’operazione IRINI a fermare e ispezionare petroliere straniere sospettate di trasportare greggio russo appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”. L’annuncio […] L'articolo La Ue gioca con il fuoco nel Mediterraneo e l’Ucraina danneggia i propri alleati su Contropiano.
June 12, 2026
Contropiano
INTILAQ+: Mediterranean Queer and Transfemminist Vessel
Presentiamo l'iniziativa del collettivo queer, transfemministra e decoloniale INTILAQ+ che, agendo sotto l'appello No Pride in Genocide, navigherà da giugno a ottobre costruendo azioni politiche e culturali in mare con equipaggi queer e transfemministri, rifiutando ogni strumentalizzazione per giustificare l'occupazione e il genocidio in Palestina e opponendosi al razzismo e alla xenofobia che avanzano nel mondo occidentale. La liberazione delle soggettività queer non può essere trasformata in uno strumento dell'impero.
June 6, 2026
Radio Onda Rossa
Per una primavera mediterranea
-------------------------------------------------------------------------------- Una scala per l’inferno. Istubalz, 2022 -------------------------------------------------------------------------------- Dovremmo avere imparato da tempo a ragionare con due cervelli: il cervello dell’inevitabile e quello dell’imprevedibile. Da questa doppia prospettiva oggi si potrebbe ragionare sulla primavera del 2027, quando i paesi dell’Europa mediterranea, Italia, Spagna, Francia e Grecia andranno alle elezioni. Non possiamo essere sicuri di nulla, se pensiamo alle prossime evoluzioni della precipitazione in corso, neppure del fatto che nella primavera del ’27 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora, a quel punto. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito. Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui: in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci la possibile affermazione di una tenebrosa idiozia, a meno di un’imprevista invenzione politica di cui la sinistra esistente è con ogni evidenza incapace. Visto come il gioco si sta svolgendo, visti i contendenti che si confrontano nel gioco, direi che la più cupa delle prospettive appare inevitabile: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. Ma se è vero che questo appare inevitabile, occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile. Come si fa? Lo psicoanalista Paul Watzklawicz e l’antropologo Gregory Bateson parlano di terapia paradossale per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura: una modalità terapeutica che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco, e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawicz parła in proposito di “ristrutturazione del campo”: la ristrutturazione consiste nel cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, nella delineazione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un “nuovo gioco”. Proviamo a trasferire questa metodologia del paradosso alla prospettiva specifica della primavera elettorale in cui una destra razzista e guerrafondaia si prepara a prendersi tutto il continente e a liquidare definitivamente ogni speranza di una vita tollerabile. Per il bene della democrazia e della società tutta intera la sinistra esistente dovrebbe avere il coraggio di dichiarare la sua estinzione per dar vita a una forma inedita di fronte elettorale d’emergenza che denunci senza più giri di parole la guerra il razzismo la schiavitù. Della vita e della morte La sinistra, particolarmente in Italia, ha contribuito alla catastrofe in corso: ha favorito la privatizzazione dei servizi sociali, ha consegnato i migranti ai campi di concentramento libici, ha autorizzato la clandestinità del lavoro migrante, ha appoggiato politiche di guerra. Perché si dovrebbe votare per gente come Marco Minniti, un aguzzino democratico che fa le stesse politiche di Matteo Salvini? La sinistra ha perso ogni credibilità e non è riformabile; ma ora si apre una questione radicale che richiede forme politiche diverse da quelle che la sinistra può concepire. Il problema infatti non è congiunturale, ma strutturale: la sinistra poteva vincere quando esistevano le condizioni per l’unità dei lavoratori. La globalizzazione liberista ha distrutto per sempre questa possibilità: la liberalizzazione del mercato del lavoro ha introdotto una competizione continua tra lavoratori, e l’immigrazione ha provocato una frammentazione del lavoro che toglie ogni forza contrattuale. Le migrazioni sono un fenomeno inarrestabile, eticamente giusto perché i poveri del sud sono poveri per effetto della colonizzazione europea, ed economicamente necessario per compensare l’invecchiamento e la contrazione della popolazione del nord. Ciononostante occorre riconoscere che l’immissione di lavoro migrante ha provocato una decomposizione del fronte del lavoro che non si può ricomporre in nome di un’astratta solidarietà. Il lavoro migrante ha provocato un abbassamento del salario, e la stratificazione etnica, linguistica, culturale della forza lavoro ha provocato una frammentazione e anche una diffidenza interna al mondo del lavoro. Nessuno sforzo politico può contrastare questo sgretolamento profondo. Dunque la sinistra non può vincere, e d’altra parte non ha alcun progetto alternativo al capitalismo. La questione sociale non è affatto scomparsa, ma non è più il luogo in cui sia possibile mobilitare energie solidali. Emerge però un’altra questione, quella della vita o della morte. Su questo crinale si tratta di disegnare nuove linee discriminanti, di elaborare programmi ben più radicali di quelli della sinistra esistente. Mitologie felici contro le mitologie sadiche La destra sta vincendo tutto perché propone una mitologia fondata sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione. I miti non si smontano con la ragione critica, ma solo con miti alternativi, diversi: miti rilassanti contro quelli aggressivi, miti sensuali contro quelli rancorosi. Miti paradossali contro la banalità del male. Quel che occorre è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di trentasei ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti. La Spagna lo ha fatto, e l’economia spagnola è l’unica in Europa che possa vantare una crescita economica del tre per cento. Eppure secondo i sondaggi anche in Spagna la destra ha buone probabilità di vincere le elezioni della primavera del ’27. Come spiegare una simile debolezza della sinistra? Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi. Quando il neoliberismo ha lasciato (prevedibilmente) il posto all’aggressività razzista e all’autoritarismo la sinistra ha tentato di resistere all’onda nera adottando un tono moderato, ragionevole, ben educato, dopo avere appoggiato per trent’anni le devastanti politiche neoliberali. Rifuggendo dai toni estremi (rifiutando il catastrofismo come se fosse una mancanza di stile) la sinistra ha evitato di mettersi sullo stesso piano della destra, e in questo ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici della destra corrispondono al sentimento profondo della maggioranza, e guidano verso scelte che aggravano la situazione e avvicinano l’apocalisse, col risultato di poter accentuare ulteriormente i toni e di rilanciare misure sempre più devastanti. Le profezie catastrofiste si autorealizzano e autorizzano politiche sempre più squilibranti. La sinistra ha invece il sapore di una minestrina da ospedale: il suo messaggio insipido, raziocinante non può far presa sull’inconscio collettivo sovreccitato. L’inconscio non riconosce i mezzi toni. La sinistra non osa dire la verità sul collasso climatico, si limita a suggerire misure che poi vengono sempre rinviate perché ci sono cose più urgenti. Più urgente di ogni altra cosa è la guerra. E la sinistra si guarda bene dal denunciare l’incombente pericolo di una precipitazione apocalittica della guerra in Europa, per non spaventare le folle. Ma le folle sono spaventate perché ci pensa la destra a esasperare i toni, e perché in ogni caso chiunque non sia stupido capisce che il pericolo di una catastrofe militare ambientale e sociale si sta accentuando ogni giorno di più. Pedro Sanchez è l’unico leader europeo che sia riuscito fino a questo momento a contenere il dilagare dell’aggressività fascistoide. Ha saputo farlo con decisioni coraggiose sull’economia, sull’immigrazione, e soprattutto contro la guerra e il sionismo. Sia pure nell’isolamento ha saputo mantenere la posizione perché, la Spagna è il paese culturalmente più aperto, più ricco e anche meno depresso d’Europa. Ma ora c’è il rischio che a causa del suo isolamento perfino la sinistra spagnola perda il governo. Deve emergere una cultura apocalittica di sinistra. È l’ultima speranza, l’ultima possibilità di sfuggire all’apocalisse. Occorre il coraggio di presentare agli elettori una descrizione realistica di quello che aspetta gli europei nei prossimi anni, schiacciati come sono tra l’aggressività nazionalista russa e l’aggressività imperialista statunitense che, dopo avere usato l’Ucraina per i suoi scopi durante la presidenza Biden, abbandona l’Ucraina e l’Europa, senza disinnescare la miccia che può fare esplodere una polveriera nucleare su scala continentale. Occorre avere il coraggio di descrivere le conseguenze sociali che sta provocando la guerra scriteriata voluta dalla coalizione Epstein sionista-americana: miseria crescente, smantellamento di interi settori dell’industria europea, collasso economico di Germania e Italia. Un programma inverosimile, come la realtà Soprattutto occorre il coraggio di lanciare un programma inverosimile. Poiché la realtà contemporanea è inverosimile, solo l’inverosimiglianza potrà catturare l’inconscio che oscilla tra panico e depressione. È un programma folle? Certo che lo è. Ma sono dieci anni che assistiamo alla vittoria di programmi folli, al trionfo di squilibrati che conquistano gli elettori mostrando una motosega e dichiarando che la useranno contro di loro. Sono dieci anni che assistiamo all’ascesa di forze belliciste che esasperano la paura e l’odio. Solo chi avrà il coraggio di opporre alla paura e all’odio un discorso di radicalismo pacifista, solo chi opporrà la cospirazione del bene al delirio sadico, solo chi prometterà una riconquista dei livelli di vita e di salario che gli operai ottennero cinquant’anni fa e che il tradimento della sinistra ha liquidato, solo chi avrà il coraggio di alzare la voce in nome della ragionevolezza e della vita avrà qualche possibilità di fermare la corsa verso il baratro. Rivendichiamo le mitologie del Mediterraneo contro le cupe mitologie nordiche cui il Nazismo si è ispirato nel passato e si ispira oggi di nuovo. Rivendichiamo il piacere di vivere, la sensualità. Rivendichiamo l’eredità delle culture sincretiche del passato antico e medievale. La Firenze del rinascimento non sarebbe esistita senza il contributo del greco Gemisto Pletone, e l’Università di Bologna non sarebbe nata senza il contributo dei migranti arabi e germanici che si riunirono all’ombra delle due torri da poco costruite (che oggi rischiano di crollare). Cordoba e Granada non avrebbero potuto diventare il centro di una civiltà pacifica e ricca senza la commistione di elementi giudaici cristiani e islamici. Sono banalità? Certo, lo sono. Alle banalità cattive dei razzisti opponiamo le banalità buone di chi preferisce la pace alla guerra e la vita alla morte. Dixi et salvavi animam meam. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una primavera mediterranea proviene da Comune-info.
May 26, 2026
Comune-info