Dal Mediterraneo al Baltico: dalla porosità al montaggio critico
Pubblichiamo il testo dell’intervento di Iain Chambers al convegno
internazionale di Transcultural Studies Give and Take: Transdisciplinary Spaces
of “Cohesive Netting” (Riga, 1 luglio 2026).
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Di IAIN CHAMBERS
Controcorrente rispetto al consenso istituzionale, come possiamo riflettere
sulle narrazioni storiche e culturali negate che mettono in discussione il
nostro presente politico: colonialismo, migrazione, regimi di guerra e
genocidio? Ciò ha molto a che fare con il liberarci dalla chiusura di
un’identità unica e omogenea e con l’abbandono della retorica gretta dei governi
europei e del loro fascismo sempre più virulento. Significa insistere sulla
sfida aperta dell’appartenenza a storie intrecciate e a eterogeneità culturali
in cui nulla è netto, inequivocabile o incontestabile. Come sempre, pone la
domanda: chi ha il diritto di narrare e spiegare il mondo? In questa maniera, lo
spazio-tempo va piegato per produrre altri racconti che sostengono altri
orizzonti.
Riflettere con Ajsa Lacis, lettone, autrice del famoso saggio sulla porosità
napoletana con Walter Benjamin, suggerisce connessioni inaspettate e
trasversali, per esempio, dal Baltico al Mediterraneo. Tramite tali buchi nel
tempo il passato si insinua nel presente. Esso propone altre risposte alle
urgenze politiche contemporanee, sia al generale irrigidimento delle identità
sia alle belligeranze più precise degli Stati baltici «in prima linea» che
cercano il conflitto con i loro vicini russi.
Ad esempio, considerare le premesse della formazione coloniale degli Stati
baltici implica riconoscere i poteri stratificati dei colonialismi concorrenti
che emergono dalle espansioni territoriali dei potenti vicini. Se recentemente
la Russia e l’Unione Sovietica sono state entità coloniali, lo sono stati anche
l’Ordine monastico dei Cavalieri Teutonici, la Confederazione polacco-lituana e
l’Impero svedese di Carlo XII. Lo stesso espansionismo russo aveva certamente
radici profonde nella contesa sia contro il potere teutonico che contro quello
mongolo. Anche la Chiesa cattolica, promotrice delle Crociate del Nord del XIII
secolo, che presumibilmente miravano a sradicare il paganesimo locale, a imporre
il cristianesimo e a contrastare la Chiesa ortodossa a est, era chiaramente una
potenza colonizzatrice.
L’insistenza della sedimentazione e della stratificazione storica suggerisce
qualcosa di decisamente più complesso e, al tempo stesso, più aperto. I
vichinghi attraversarono il Baltico diretti a Bisanzio. I Mongoli ci arrivarono
quasi. Nella battaglia del lago Peipus, nella primavera del 1242, l’Ordine dei
Cavalieri Teutonici fu sconfitto da Aleksandr Nevski, immortalato nel film del
1938 di Sergej Eisenstein. Il vincitore fu successivamente convocato nella
capitale mongola di Karakorum, un viaggio di andata e ritorno a cavallo di circa
12.000 chilometri, per essere investito come Gran Principe di Novgorod e Kiev.
Prendendo in prestito il noto concetto cinematografico di Eisenstein, questo
montaggio propone ogni sorta di connessioni storiche che ci portano ben lontano
dalle mappe a noi familiari: da Riga a Roma e Costantinopoli, dal Baltico al
Mediterraneo e poi attraverso l’Asia centrale fino a Karakorum, in un sistema
mondiale del XIII secolo. Le estensioni geografiche ci trascinano anche nelle
sedimentazioni e nei ritmi più profondi del tempo storico, che mettono in
discussione le semplici cronologie e una narrazione uniforme della nazione
moderna.
Fu Federico II, cresciuto a Palermo e che probabilmente parlava arabo, che a
Rimini nel 1226 concesse ai Cavalieri Teutonici la sovranità sulla Prussia e
autorizzò la cristianizzazione di queste terre pagane, inaugurando le brutali
Crociate del Nord. Dalla Sicilia mediterranea con echi dell’Islam ai rituali
sciamanici con i serpenti nel Baltico pagano: tutto ciò evidenzia i processi
creolizzanti dell’appartenenza e la fallacia delle identità omogenee. Sono
sempre all’opera sedimentazioni profondamente intrecciate in legami culturali,
religiosi e storici che non si fermano ai confini moderni.
La decolonizzazione non consiste semplicemente nello spogliare un dominio e una
lingua esistenti e nel contestare un’identità imposta con un’altra alternativa.
Non si tratta semplicemente del ritorno dell’indigeno. Caliban, oggi, si muove e
parla nella lingua del padrone. È la ripetizione a generare la differenza. Chi,
esattamente, è l’indigeno in questo scenario? Richiede piuttosto l’esame critico
dei poteri, delle premesse e delle procedure che consentono a una particolare
narrazione storica e culturale di imporsi. Ed è proprio qui che vacilla il
concetto stesso di identità. Opporre un’identità stabile e conosciuta, anche se
subalterna e in rivolta, a un’altra, egemonica, significa rimanere per sempre
intrappolati in una dialettica viziosa e ripetitiva.
Sarebbe difficile, e nonostante i miti romantici sulla creazione omogenea della
nazione e del suo popolo, sostenere seriamente, in termini storici, culturali e
politici, che ciascuno di noi incarni identità stabili. La cultura e la lingua
sono processi aperti, sempre in divenire e soggetti a trasformazione. Entrambe
si alimentano del movimento delle relazioni storiche, che ci impone di
abbandonare le idee di identità e le loro conseguenze, spesso terribili, legate
alla ricerca di sicurezza nel sangue e nel suolo.
In questo momento stiamo assistendo ai costi omicidi del genocidio e della
pulizia etnica perpetrati nel Mediterraneo orientale da un regime coloniale di
ebrei europei migranti che impongono con una violenza oscena un diritto al
ritorno, che si sta concretizzando attraverso lo sterminio programmato dei
palestinesi.
Nel frantumare la prigione mortale dell’identità, la migrazione – che è forse la
storia chiave della modernità occidentale, dalla colonizzazione del pianeta a
coloro che arrivano oggi dai molteplici sud del mondo – ci insegna una lezione
fondamentale sulla costruzione mobile dell’appartenenza, che richiede una
traduzione continua sia del luogo da cui si proviene sia di quello in cui si
cerca accoglienza.
Adottare una prospettiva più fluida di appartenenza nel movimento attraverso il
mondo significa rivolgersi alle molteplici possibilità sostenute nel divenire
sempre incompleto della storia, della cultura e del linguaggio. Ciò equivarrebbe
ad adottare una comprensione storica radicalmente incisiva della formazione
culturale del presente. Qui le arti propongono uno spazio critico insospettato.
Qui il passato irrompe nel presente e innesca una spirale di ritorno in cui,
nella ripetizione, si sprigiona il nuovo, l’inaspettato e il non autorizzato.
Delacroix viene disorientato e riorientato per consentire ad altre storie,
culture e vite di emergere e narrare altre testimonianze del Mediterraneo e
della modernità.
Alla fine, l’orologio coloniale si ferma, la bussola si guasta. Le storie a cui
fanno riferimento Nord e Sud, Est e Ovest, l’Occidente e il resto del mondo si
dissolvono. Diventano porose, potenzialmente più democratiche.
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