
Acqua e guerre. Seconda parte
Pressenza - Thursday, June 18, 2026La prima parte dell’articolo è visibile a questo link.
Nel rapporto dell’Istituto dell’ONU per l’acqua, l’ambiente e la salute reso pubblico nel gennaio 2026 si afferma che il mondo è entrato in una fase di bancarotta idrica globale: cioè stiamo vivendo al di là dei “mezzi idrici” che il pianeta ci può offrire. Tra le aree più vulnerabili Medio Oriente, Nordafrica, alcune zone dell’Asia meridionale e anche il sudovest degli Usa. Metà dei grandi laghi ha avuto perdite negli ultimi 30 anni, il 70% delle principali falde acquifere è in declino, negli ultimi 50 anni più di 410 milioni di ettari di zone umide sono scomparse, il 75% della popolazione mondiale vive in zone dove l’acqua scarseggia, 4 miliardi soffrono di grave scarsità per almeno un mese all’anno e 2 miliardi non hanno accesso ad acqua potabile sicura.
Secondo l’aggiornamento Aquastat (il sistema informativo globale della FAO su acqua e agricoltura) Water Data Snapshot 2025 pubblicato dalla FAO, a livello globale l’acqua rinnovabile pro capite è scesa di un ulteriore 7% nell’ultimo decennio, con impatti particolarmente marcati in regioni già vulnerabili come il Nordafrica, che resta tra le aree con la più bassa disponibilità di acqua dolce per abitante al mondo, mentre i prelievi idrici sono aumentati del 16% negli ultimi 10 anni.
Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che l’acqua sia sempre più al centro di conflitti tra Paesi, tra gruppi sociali e tra classi.
Alla fine del 2025 l’Iran è stato colpito dalla peggiore siccità degli ultimi decenni. I livelli dell’acqua nei serbatoi della diga che rifornisce Mashhad, città nord orientale con 4 milioni di abitanti, sono crollati sotto il 3% e il governo ha annunciato tagli a rotazione. Poi è arrivato l’attacco Usa-Israele.
Ma anche in Iraq la situazione è drammatica. La Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la culla della civiltà, è prosciugata dalle dighe costruite a Nord dalla Turchia e a Est da quelle iraniane. Le millenarie paludi irachene di Chibayish e Hawiza hanno iniziato a ritirarsi, i bufali a morire, gli uccelli migratori a scomparire, la gente delle paludi, i Ma’dan, a ingrossare le fila dei baraccati di Bassora. L’acqua scompare non solo per l’aumento della popolazione, ma anche per le guerre e le persecuzioni degli anni Novanta, quando Saddam Hussein ha abbattuto milioni di palme e prosciugato le paludi per stanare gli sciiti. Oggi il 70% delle risorse idriche irachene proviene dall’estero. Dai rubinetti esce una fanghiglia scura e la cittadinanza è costretta a comprare le bottiglie anche per cucinare e lavarsi.
In Africa, un altro conflitto decennale contrappone Sudan, Egitto ed Etiopia. Quest’ultima ha costruito la Grand Ethiopian Reinassance Dam, deportando con la violenza e uccidendo migliaia di Oromo, per avere l’acqua per coltivare la canna da zucchero e dare energia all’industria tessile (tutto o quasi per l’esportazione), sequestrando gran parte della portata del Nilo e ignorando le esigenze dei due grandi vicini.
Saltiamo in un altro continente e andiamo in Asia. Nei quartieri delle upper class indiane, il mercato delle minerali vale 5 miliardi di dollari all’anno e nel 2026 si prevede una crescita del 24%. Le multinazionali straniere (Pepsi e Coca) e locali (Tata), che per anni hanno approfittato della totale deregolamentazione e dei prezzi ridicoli offerti dal governo, stanno investendo risorse crescenti. Dall’altro lato, alla maggior parte del miliardo e mezzo di indiani “comuni” non è garantita l’acqua potabile; quindi chi può ricorre a filtri o acqua in bottiglia, gli altri bevono l’acqua del rubinetto, che provoca infezioni anche mortali. Tra inizio dicembre 2025 e inizio gennaio 2026 almeno 3.500 persone si sono ammalate e 19 sono morte. Ravinder Kumar, del quartiere Sharma di Dehli, racconta al giornalista Marco Santopadre dell’Extraterrestre (India, l’oro blu contaminato, 12 febbraio): “L’acqua arriva ogni tre giorni e quella pulita dura solo un’ora. A volte è nera. Riusciamo a lavarci ogni 4 o 5 giorni”. L’India rappresenta il 18% della popolazione mondiale, ma dispone solo del 4% delle risorse idriche globali. È tra i 25 Paesi del mondo che affrontano uno stress idrico estremo, con il consumo d’acqua che cresce al doppio del ritmo della popolazione. Il 70% dell’acqua disponibile è contaminata e 21 grandi città rischiano l’esaurimento delle falde entro il 2030. Sotto accusa soprattutto la coltivazione intensiva del riso. Il Paese esporta ogni anno 20 milioni di tonnellate e così prosciuga le falde.
Altro cambio di continente, Sudamerica. L’Istituto peruviano di idrologia, meteorologia e studi ambientale afferma che il flusso del Rio delle Amazzoni tra agosto e ottobre 2024 si è ridotto dell’82% rispetto all’aprile dello stesso anno, il che ha provocato siccità e carestia, oltre a mettere a rischio diverse specie autoctone e a ostacolare gli spostamenti che in gran parte avvengono via fiume. Le cause? Secondo la Defensoria del Pueblo della Colombia soprattutto il caos climatico, conseguenza diretta della deforestazione, legata a agricoltura intensiva, sfruttamento petrolifero, attività minerarie e costruzione di strade e dighe.
A Città del Messico, in Nordamerica, i mondiali di calcio hanno fatto esplodere il conflitto tra i quartieri popolari e i ricchi tifosi. La legge vieta di costruire nuovi pozzi se ce ne sono altri a meno di 500 metri. Eppure l’impresa Televisa, proprietaria dello stadio Azteca, ha scavato un pozzo – vicino ad altri due preesistenti – da cui estrae allegramente (e privatamente) 450 milioni di litri d’acqua all’anno per irrigare il campo di calcio, mentre dai rubinetti molto spesso l’acqua esce a filo o non esce proprio. Come racconta Orsetta Bellani su Altreconomia di maggio 2026 in Gli impatti dei mondiali di calcio sugli abitanti di Città del Messico, il quartiere di Santa Ursula Coapa chiede alla presidente Claudia Sheinbaum che la concessione a Televisa venga revocata e che il suo pozzo entri a far parte della rete pubblica di acqua potabile. Intanto, a fine maggio due “difensori del territorio” della zona di Puebla sono stati arrestati per la loro lotta contro la rapina e l’inquinamento idrico da parte delle multinazionali. Tra le altre Heineken, Bonafont, Nestlé Water, Dr. Pepper ed Embotelladora Agua de México, Volkswagen e Gruppo Danone.
Da Città del Capo a San Paolo, sono almeno una decina le megalopoli da anni immerse in crisi idriche sempre più gravi e relativo aumento di conflitti e disuguaglianze, a volte addirittura sancite dalle istituzioni municipali.
Ma c’è anche qualche vittoria
A 15 anni dagli storici referendum italiani contro la privatizzazione e il profitto dei servizi idrici, il quadro globale sembra piuttosto desolante, ma in tutto il mondo molti cittadini – popoli nativi in prima fila – si impegnano per l’acqua come diritto universale e bene comune. E qualche volta ce la fanno.
Il 22 gennaio scorso nello Stato brasiliano del Pará circa 600 manifestanti di 14 popoli indigeni amazzonici si sono accampati per bloccare l’accesso al terminal di Santarém gestito dalla multinazionale Cargill. Le comunità contestano un progetto di dragaggio per mantenere navigabile il fiume Tapajós durante i periodi di secca per trasportare le chiatte cariche di soia e mais dirette ai porti del nord del Brasile. I fiumi Tapajós Madeira e Tocatins diventerebbero una via commerciale al servizio dell’agroindustria, progetto legato a un decreto governativo che individua diversi fiumi amazzonici come corridoi prioritari per il trasporto di merci e l’espansione di porti privati. Di fronte alla pressione crescente, il governo sospende la gara per l’affidamento dei lavori. Una prima vittoria, ma solo parziale. I leader indigeni chiedono l’annullamento definitivo del decreto.
Sempre i popoli indigeni stanno iniziando a conquistare il riconoscimento giuridico per i fiumi, da sempre sacri nelle loro culture. Nel gennaio 2022 il Monjas è il primo fiume di Quito (Ecuador) a vincere una sentenza che lo riconosce come soggetto di diritto. Grazie ad essa, sono state adottate nuove misure di politica pubblica, come un’ordinanza verde-blu nel luglio 2023, per garantire la protezione del fiume e dei cittadini. Un precedente importante, utilizzato dall’associazione Acciòn Ecologica per difendere l’ambiente e in particolare i corsi d’acqua grazie al meccanismo della silla vacía, che permette a organizzazioni sociali, collettivi o cittadini di partecipare a processi legali dove si discutono nuove politiche municipali. Per esempio, il Machángara da discarica è diventato soggetto di diritto in una sentenza del 2024. Ancora: la comunità di Mindo, a due ore dalla capitale, è riuscita a impedire la costruzione di una centrale idroelettrica sul Río Saloya. Sono decine le comunità che in Ecuador lottano per difendere gli oltre duemila fiumi e torrenti del paese. Anche in Colombia, dalla sentenza del 2016 che dichiarava il Rio Atrato soggetto di diritti, ne sono state emesse diverse altre che riconoscevano status giuridico a fiumi, parchi, foreste ed ecosistemi vari. Purtroppo questo non è bastato a sottrarlo a un inquinamento sempre più grave, legato soprattutto all’estrazione dell’oro. Mercurio e piombo soprattutto, che finiscono nelle acque ma anche, ovviamente, nel sangue dei cittadini.
Alessandra Cangemi, Comitato Milanese Acquapubblica