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Sudafrica, la Wild Coast non è una terra di conquista
Con una sentenza storica, la Corte Costituzionale sudafricana ha annullato il diritto di Shell a esplorare la Wild Coast alla ricerca di petrolio e gas. A metà agosto 2026, la Corte Costituzionale del Sudafrica ha emesso una sentenza storica in materia di cambiamento climatico e giustizia ambientale. Nell’ottobre del 2021, Shell ha annunciato l’avvio di indagini sismiche, utilizzando potenti onde sonore, al largo della Wild Coast sudafricana per determinare l’eventuale presenza di riserve di petrolio e gas commercialmente sfruttabili. La Wild Coast è una costa aspra, caratterizzata da strade sterrate e villaggi tradizionali, ma anche da un ambiente naturale particolarmente ricco e prezioso dell’Eastern Cape del Sudafrica. Simile al caso dei Sámi, le politiche ambientali del governo norvegese possono avere conseguenze negative sulle comunità indigene: le vibrazioni delle pale eoliche disturbano le renne, fondamentali per la loro cultura ed economia. Allo stesso modo, le indagini sismiche per l’esplorazione petrolifera producono rumori che possono danneggiare gli ecosistemi marini, suscitando preoccupazione tra le comunità locali. Le popolazioni indigene Khoi e San del Sudafrica hanno un profondo legame spirituale, culturale e cosmologico con i fiumi, gli oceani e i paesaggi costieri, dai quali furono allontanate dalla colonizzazione e dall’apartheid, attraverso rimozioni di massa verso le aree interne. Numerose sono le rivendicazioni dei territori ancestrali, “la cui tutela è inseparabile dalla tutela dei diritti alla dignità, alla cultura e al sostentamento” (paragrafo 4). Tra queste la comunità che si è fortemente opposte al progetto di Amazon per la costruzione del suo quartier generale africano a Cape Town nella regione adiacente, alla Wild Coast, Western Cape nel 2024. Il loro caso si è però tristemente concluso in modo diverso da quest´ultimo. Termina così una controversia iniziata nel 2021. Sei comunità, ONG e organizzazioni ambientaliste si erano rivolte a due corti, sostenendo di non essere state consultate sui piani di Shell. Il caso è infine arrivato alla Corte Costituzionale, l’organo giudiziario di ultima istanza in Sudafrica, che ha definito che il diritto di esplorazione doveva essere annullato a causa di gravi vizi nella concessione governativa. Tra questi, l’inadeguata consultazione delle comunità e la mancata considerazione di importanti preoccupazioni ambientali e climatiche. Secondo Angela Van der Berg, direttrice del Global Environmental Law Centre della Western Cape University, si tratta di una pietra miliare nella giustizia climatica. La controversia, infatti, non riguardava soltanto i possibili danni all’ecosistema marino, ma solleva una questione giuridica fondamentale, ossia se l’impatto climatico delle nuove attività di esplorazione petrolifera e di gas fosse stato adeguatamente valutato. La sentenza, basandosi su tre cardini (le persone, l´ambiente e lo sviluppo socio economico) diviene un importante precedente per i futuri casi in materia di clima in Sudafrica, rinforzando inoltre, il carattere universale del diritto internazionale in materia di clima: “Il cambiamento climatico, per sua natura, trascende i confini” (paragrafo 21). Enfatizza che il cambiamento climatico, incentrato sulla responsabilità legale, sui diritti umani e sulla giustizia, è passato da assunto diplomatico a responsabilità giuridica (paragrafo 24) e afferma il diritto a “una reale consulta” di coloro che ne subiscono maggiormente le conseguenze (paragrafo 36) riconoscendo l´obbligatorietà costituzionale di protezione delle pratiche culturali, garanzia della diversità all’interno del Paese e legandola alla dignità umana (paragrafo 25). In un’intervista, Delme Cupido, direttore del Southern African Hub presso Natural Justice e uno degli avvocati coinvolti nel caso, spiega che il ricorso alla Corte era stato necessario perché la Corte Suprema d’Appello aveva lasciato aperta la possibilità per Shell di riprendere il procedimento e svolgerlo nuovamente in conformità con gli obblighi relativi alla partecipazione pubblica. L´aspetto particolarmente rilevante è che Corte ha stabilito che “il diritto alla partecipazione pubblica non è solo una questione meccanica ma una questione di procedura. Fa parte integrante dell’affermazione e del riconoscimento della dignità di quelle comunità. La sentenza afferma chiaramente che non è possibile ora, in una fase successiva, tornare indietro e rimediare, perché il danno, per così dire, alla dignità di quelle comunità è già stato arrecato […] stabilendo un precedente molto chiaro in termini di definizione degli obblighi dei decisori e dei gestori dei combustibili fossili, proprio a causa della preoccupazione per il modo in cui queste consultazioni vengono spesso trattate in maniera superficiale”. Foto tratta dal Flikr di William Murphy Il Ministero delle Risorse Minerarie ed Energetiche viene ritenuto responsabile di negligenza come conseguenza della mancata osservanza del NEMA, Legge nazionale sulla gestione ambientale, che sancisce il pubblico interesse e limita l´esplorazione delle risorse ambientali in caso di discriminazione delle persone colpite (paragrafo 42). Il diritto all’ambiente si coniuga con la visione costituzionale dell´”integrazione tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico” (paragrafo18) silenziando una delle giustificazioni più comune agli attacchi ambientali: gli effetti positivi in termini di creazione di impiego. Questo richiamo assume un significato ancora più importante se si considera il ruolo che l’espropriazione ha avuto durante il regime dell’apartheid. Il Group Areas Act destinò infatti le aree inquinate adiacenti alla raffineria Shell alle comunità coloured, indiane e nere per creare un bacino di manodopera a basso costo per le fabbriche vicine. Continua Cupido, “si tratta quindi anche di giustizia intergenerazionale, riconoscendo che i guadagni economici a breve termine non possono prevalere sul diritto ano sviluppo sostenibile, che è un nostro dovere verso le generazioni future”. Evidenzia come il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo e che, spesso, chi causa i danni ambientali non è chi ne subisce le conseguenze, perpetuando così le violazioni della giustizia climatica e il razzismo ecologico. L’operato della Shell, come qualsiasi impresa estrattiva nel continente africano, ne sono una prova evidente. Shell depaupera il Sudafrica dal 1902. Open Secrets, ricorda che quando la Lega Araba impose al Sudafrica un embargo petrolifero nel 1973, Shell continuò a fare affari con il regime dell´apartheid. Tra gli anni ’80 e il 1992, partecipò a operazioni clandestine per aggirare le sanzioni internazionali fino a che, nel 1987, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aderì all´embargo e furono avviate campagne internazionali contro Shell da parte di diversi movimenti anti-apartheid. Sin dal 1964 Shell e BP erano proprietarie insieme della South African Petroleum Refineries (Sapref) responsabile nel 1998 del rilascio di cinque tonnellate di fluoruro di idrogeno nell’atmosfera, e nel 2001 della fuoriuscita di 1.000 litri di benzina nella baia di Durban. Nel 2022 la raffineria subí um danno che causò la fuoriuscita di petrolio sulla spiaggia e Sapref dichiarò che sarebbero serviti cinque anni e ingenti risorse economiche per la bonifica. Il problema non è stato ancora risolto e sulla costa di Durban si continuano a registrare indici di leucemia, linfomi, e tumori nettamente superiore alla media nazionale. Nel 2024, Shell si é ritirata dal settore della raffinazione in Sudafrica e ha venduto per 1 rand al Central Energy Fund, un ente statale, sollevando forti polemiche su chi dovrà sostenere i costi della bonifica ambientale. [LB1]National Environmental Management Act Comune-info
August 31, 2026
Pressenza
India: l’ONU chiede la sospensione del controverso mega-progetto per l’isola di Gran Nicobar
Il Comitato delle Nazioni Unite per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) ha esortato il governo indiano a sospendere il controverso progetto per l’isola di Gran Nicobar, infliggendo un duro colpo alla reputazione dell’iniziativa. L’organo ONU ha chiesto all’India di “sospendere la realizzazione dei progetti nelle Isole Gran Nicobar e Andamane fino a quando non sarà stato completato uno studio completo e indipendente sull’impatto ambientale, economico, sociale, culturale e spirituale.” Se realizzato, il progetto – che ha un valore di 10 miliardi di dollari e prevede un mega-porto, una nuova città, un aeroporto internazionale, una centrale elettrica, un parco industriale e l’insediamento di fino a 650.000 coloni – sarà devastante per gli Shompen incontattati che vivono sull’isola di Gran Nicobar. Il Comitato ONU ha inoltre sottolineato la “mancata adozione di misure atte a rispondere alle preoccupazioni” sollevate sugli “impatti negativi dei progetti di sviluppo nelle isole Gran Nicobar e Andamane, che minacciano la sopravvivenza di diversi popoli indigeni e tribali vulnerabili, in particolare coloro che vivono in isolamento volontario.” Nella sua risposta al CERD, il governo indiano ha ammesso che, poiché gli Shompen sono incontattati, è stato impossibile consultarli sul progetto e tanto meno ottenere il loro Consenso Libero, Previo e Informato come richiesto dal diritto internazionale. Il progetto era già stato fortemente criticato da numerosi esperti, tra cui 39 studiosi internazionali di genocidio che nel 2024 hanno denunciato che, se il progetto dovesse procedere, gli Shompen rischieranno il genocidio. Il CERD ha inoltre espresso preoccupazione per la pratica, in atto da tempo in India, di sfrattare i popoli indigeni dalle loro terre per trasformarle in Riserve della tigre. Il Comitato ha esortato l’India a sospendere gli sfratti forzati e ad adottare invece “un approccio alla conservazione basato sui diritti umani, che riconosca i popoli indigeni e tribali come custodi della biodiversità.” “Le Nazioni Unite si sono ora unite al coro di voci che si sono sollevate contro il progetto per l’isola di Gran Nicobar” ha commentato la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Tutti gli esperti indipendenti che lo hanno esaminato hanno denunciato che per gli Shompen sarà disastroso. Nessuna argomentazione sui potenziali benefici economici può giustificare un genocidio. Il governo indiano e le aziende interessate, come il Gruppo Adani, devono ascoltare e abbandonare questo progetto devastante.” Popoli indigeni incontattati nel mondo “Popoli indigeni incontattati: frontiere di resistenza”, il nuovo rapporto di Survival International, rivela che nel mondo vivono almeno 196 popoli e gruppi incontattati in 10 Paesi diversi. Sono autosufficienti, resilienti e vivono in modo indipendente nelle loro foreste – e, quando i loro diritti sono rispettati, prosperano. Oltre il 96% dei popoli incontattati è minacciato da industrie estrattive. Survival
August 27, 2026
Pressenza
Continua la politica di repressione del Popolo Mapuche nell’Argentina del Governo Milei
Continua la politica di repressione del Popolo Mapuche nell’Argentina del Governo Milei. I diritti costituzionali da tempo riconosciuti sulla terra che ancestralmente le comunità indigene abitano, sono continuamente minacciati e misconosciuti, tanto da arrivare allo sfratto per dare spazio a privati, spesso stranieri. Donne, uomini, anziani e bambini vengono fatti allontanare con la forza e mandati allo sbando, senza una meta. Ultimamente è successo alle comunità Kinxikew e Melo, come viene denunciato dall’Equipe diocesana di Pastorale Aborigena della diocesi di Neuquén, che la nostra associazione accompagna nella difesa dei diritti del Popolo Mapuche. Di seguito pubblichiamo il Comunicato della diocesi (reso pubblico il 17 Agosto), insieme ad un video che documenta lo sfratto, commentato dalla Lonko (capo) della comunità che ha subito il grave sopruso. Rete Radié Resch, Associazione di solidarietà internazionale EDIPA E PASTORALE SOCIALE RIPUDIANO LO SFRATTO DELLE COMUNITA MAPUCHE KINXIKEW E MELO Le Equipe diocesane di Pastorale Aborigena (EDIPA) e Pastorale Sociale della Diocesi di Neuquén esprimono la loro profonda indignazione ed il suo ripudio più energico del recente sfratto delle comunità Mapuche Kinxikew e Melo. Queste comunità non sono occupanti dell’ultima ora né estranee in queste terre: stanno nel proprio territorio, territorio che fu rilevato come prevede la Legge Nazionale 26.160. Il rilevamento territoriale realizzato è stato approvato dallo Stato nazionale e dallo Stato provinciale. Per questo quello che è successo merita il nostro più fermo rifiuto. Tuttavia il passato 17 Agosto, durante la celebrazione dei 40 anni di EDIPA, la Pastorale Aborigena, insieme al nostro vescovo Mons. Fernando Croxatto, tornava a chiedere che questo conflitto venga risolto con il dialogo, il rispetto e la ricerca della più giusta soluzione. Invece è stata preferita la strada dello sfratto. Questo fatto apre vecchie ferite, pone a rischio la convivenza tra i diversi popoli che abitano la nostra provincia ed alimenta la sfiducia verso lo Stato che, da un lato, riconosce diritti ed approva rilevamenti e, dall’altro, permette azioni che di fatto li disconoscono. Ancora una volta si procrastina un popolo originario che ha aspettato per decenni che le parole della Costituzione Nazionale e Provinciale, come anche le convenzioni internazionali che riconoscono i loro diritti, diventino concreta realtà. Come Chiesa impegnata con i popoli originari, non possiamo restare indifferenti. Ripudiamo queste procedure e reclamiamo che si sospendano le azioni che aumentano il conflitto. Chiediamo che si riprenda urgentemente il cammino del dialogo e che lo Stato garantisca soluzioni coerenti con i diritti riconosciuti ai popoli indigeni. La pace sociale non si costruisce con gli sfratti né con l’uso della forza. La convivenza si costruisce con giustizia, rispetto, dialogo e verità. EDIPA- Equipe Diocesana di Pastorale Aborigena (Diocesi di Neuquén) F.To P. Martin Gottle 1. Fernando Acre(SDB) 2. Jorge Cloro https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/repressione-Mapuche-Video-2026-08-25-at-17.26.48.mp4     Redazione Italia
August 27, 2026
Pressenza
Intervista con Abundia Alvarado: “Diffondere le reti dell’abbondanza”
Sta per iniziare (28 e 29 agosto al Parco Falcone di Catania) il tour di Abundia Alvarado, attivista ambientale, donna trans, oltre che nativa delle comunità Nahuatl e Apache. Originaria del Messico, vive da tempo nel Sud degli Stati Uniti ad Atlanta, dove ha partecipato a lotte ambientaliste, per la causa lgbtq+, per la restituzione della terra alle comunità native, per i diritti dei lavoratori e degli animali e nel movimento Stop Cop City, che tra il 2021 e il 2024 ha tentato di impedire la costruzione di un enorme Centro di Addestramento antisommossa, che ha comportato la devastazione di una magnifica foresta.     Abundia sarà in Italia fino al 13 settembre, dalla Sicilia fino alla Val Susa, nell’ambito di un tour europeo che sta svolgendo insieme al regista Lev Omelchenko e altri attivisti, per promuovere il progetto The Autonomous Kitchen Councils (Consigli Autonomi di Cucina) nato durante quei tre anni di mobilitazioni (tutte le date sono alla fine dell’intervista). Qui a seguire alcuni stralci della lunga chiacchierata che abbiamo avuto con lei. Raccontaci innanzitutto di te e del tuo percorso come attivista Sono nata a Monterrey, città industriale nel Nord del Messico. La mia era una famiglia numerosa (ho sei fratelli e sei sorelle) e quando nacqui mia madre guidava un gruppo di donne nell’occupazione del quartiere doveva vivevamo, Canteras. La polizia la arrestò, minacciando di separarci poco dopo il parto, finché non la rilasciarono. Ma intanto io venivo allattata collettivamente da un gruppo di donne che non tolleravano intrusioni dai poliziotti: ogni volta che salivano la collina, venivano accolti da una pioggia di pietre e le loro camionette venivano spinte giù da un dirupo. Erano gli anni ‘60, questa difesa con le unghie e con i denti coinvolgeva gente di etnie diverse e richiedeva molto lavoro di mediazione. Già prima che arrivassero gli allacci per l’acqua, la corrente e il gas, le persone si erano unite per scavare i primi gradini nella montagna, sorsero le prime case di cartone e uno spazio per il trattamento del mais: tutti al lavoro nelle cucine che, diversamente da quelle dei bianchi, erano spazi comunitari. Io passavo un sacco di tempo con le donne a cucinare e portavo i capelli lunghi, il che rinforzava in me e negli altri la percezione che fossi più femmina che maschio: in cucina non mi sentivo disforica. Il nome che porto e che ho scelto quando ho cominciato la transizione di genere è quello di mia nonna Abundia. Non l’ho mai conosciuta, di lei non mi rimane neanche una foto. So che era una guaritrice Apache Chiricahua. Oltre a gestire una cantina, cosa non facile per una donna sola, aiutava le donne ad abortire quando in Messico era ancora illegale. Da bambina amavo esplorare la montagna presso Canteras, prima che diventasse un quartiere di lusso. Cercavo un posto solo per me, dove costruire altari per le divinità femminili della montagna. Fiori, piante, cascate, piccoli laghi dove facevo il bagno, persino i serpenti velenosi mi affascinavano (non a caso alcune divinità atzeche come Coatlicue hanno attributi serpentini). Anche con le formiche rosse avevo un rapporto di rispettosa coesistenza: a volte per impressionare i turisti sedevo su un formicaio e mi lasciavo coprire dagli insetti, del tutto incolume. Finché non diventai grande, non mi accorsi della mia povertà, grazie alle mamme nel vicinato che di nascosto mi nutrivano (mantenni un rapporto con loro anche dopo lo svezzamento) e grazie ai frutti di cui era ricca la montagna: è da lì che nasce l’idea della Rete dell’Abbondanza che mi vede attualmente impegnata, a partire dal nostro rapporto comunitario con la terra, in contrapposizione al regime di scarsità imposto dalla società capitalista. Mio padre era stato un sindacalista importante negli anni ‘50 durante lo sciopero contro la Hilados de México, che produceva fibre sintetiche. Fu uno degli scioperi più grandi nella storia del Messico e terminò con l’accoglimento di tutte le richieste de3 lavorator3. Ma dopo si demoralizzò, cominciò a bere. Quando compii diciotto anni mi avviò agli studi seminariali, per liberarsi del figlio queer che non voleva in casa. Come me, più di metà dei seminaristi era queer: per un ragazzo indigeno di umili origini studiare da prete era un modo per migliorare il proprio status sociale, oltre al fatto di uscire dal quartiere e magari viaggiare all’estero. In quattro anni mi laureai infatti in filosofia e negli anni successivi ebbi l’opportunità di venire spesso in Europa. Nel 1994, tornata in Messico, partecipai ai negoziati con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. In tantissimi, soprattutto indigen3, si erano trasferiti nel Sud del Messico per unirsi al movimento, accettando di condividere i propri beni e mezzi di produzione, come presa di coscienza della propria identità: per la prima volta si discuteva di cosa significasse essere indigen3 e non solo messican3. Lavorando nell’ambito dell’associazionismo (con student3 internazionali o operai3 sottopagat3) e spostandomi spesso tra Messico e Stati Uniti, riuscii ad ottenere la cittadinanza statunitense. Molt3 amic3 che vivono negli Stati Uniti continuano ad attraversare il confine di nascosto per far visita alle loro famiglie. Nel 2015 ho fondato FaunAcción, un gruppo antispecista che si è molto impegnato in Messico per sostenere progetti educativi su diversi ambiti dell’animalismo, anche all’interno delle Università, perché gli/le student3 capissero chi approfitta della sperimentazione sugli animali. Dopo la pandemia abbiamo ripreso con El Molcajete, un furgoncino di volontar3 che, mediante la distribuzione di cibo vegano nelle aree più povere di Città del Messico informano sulla giustizia alimentare e sulla cucina messicana pre-ispanica, in ottica anticolonialista. Nel 2021 ho contribuito a fondare Mariposas Rebeldes, un collettivo di persone queer e trans indigene e latino americane che a partire dalla creazione di orti comunitari organizzano iniziative sull’identità di genere e di razza nella città di Atlanta. Il nome significa Farfalle Ribelli, come le farfalle monarca che migrano tra il Messico e il Canada. Come icona abbiamo scelto la dea atzeca Itzpapalotl, che può assumere sembianze di donna, ma anche di farfalla guerriera. Nell’estate del 2021, durante la pandemia, abbiamo organizzato il Dendalion Fest secondo l’esempio zapatista di scambio gratuito di cibo e risorse, ma anche di ricette, rituali, arti, conoscenze. Sia ad Atlanta che altrove siamo riusciti a coinvolgere molta gente della comunità latina, che normalmente non avrebbe partecipato. Anche piantare nopales (fichi d’india) in un parco pubblico, una pianta considerata inadatta a crescere in un clima umido, ha per me il significato di Land Back: non solo come restituzione delle terre strappate alle popolazioni indigene, ma come più profondo rapporto con la terra. Raccontaci del movimento “Stop Cop City” e del contributo che hai dato Atlanta è una citta che sta crescendo molto, forte degli investimenti di industrie multinazionali, ma vanta anche una forte tradizione di attivismo che risale al movimento per i diritti civili di Martin Luther King. È anche la città più ricca di foreste degli Stati Uniti. Nel 2021 una di queste foreste, in un’area a sud della città, è stata destinata alla costruzione della più grande base di addestramento della polizia negli Stati Uniti, che il movimento chiamò “Cop City”. Oltre alla devastazione ambientale, senza alcuna consultazione popolare, in continuità con la storia razzista e coloniale della città (la foresta era stata infatti una piantagione e una fattoria-prigione), questa mossa è stata vista come un oltraggio dal movimento Black Lives Matter, che nel 2020 si era affermato a livello nazionale con un’ondata di rivolte contro le violenze della polizia. Black Lives Matter chiedeva che quei fondi per l’addestramento delle forze di polizia a tecniche militari antisommossa (tra l’altro in collaborazione con i servizi d’ordine israeliani nell’ambito del programma GILEE) venissero piuttosto investiti in servizi sociali. L’immediata risposta a quel progetto fu Stop Cop City, un vasto movimento ambientalista con una forte presenza Muscogee (la tribù che originariamente abitava nel territorio di Atlanta e che era stata dislocata nel lontano Oklahoma due secoli fa) e delle comunità trans e queer. Non a caso la foresta venne rinominata Weelaunee (“Acque Limacciose” in lingua Muscogee) e per tre anni è stata occupata dagli attivisti, con l’obiettivo di ritardare l’inizio dei lavori in tutti i modi possibili, compreso il sabotaggio dei macchinari. In tutti gli Stati Uniti si è cercato di fare pressione sulle grandi corporazioni coinvolte nel progetto perché rescindessero il contratto con Cop City, mentre a livello locale il movimento godeva del crescente sostegno della popolazione, dalle scuole alle associazioni di quartiere: nel 2023 sono state raccolte 116.000 firme perché fosse la città a pronunciarsi mediante referendum circa il proseguimento del progetto, ma l’iniziativa è stata ignorata in quanto fuori tempo massimo! L’occupazione è terminata nel 2023 con lo sgombero degli accampamenti da parte della polizia e negli scontri ha perso la vita Manuel Esteban Paez Terán, not3 come Tortugita, attivista venezuelan3 al3 quale ero molto legata. Nel corso di un anno più di settanta attivist3 sono stat3 arrestat3, con accuse di terrorismo e cospirazione a delinquere. Dal 2025 Cop City può dirsi completata e la polizia che era stata addestrata lì dentro è stata subito impiegata per reprimere le rivolte contro l’ICE della popolazione messicana in California. Nell’inaugurazione di Cop City e nella distruzione della foresta di Atlanta riconosco un piano di annientamento sociale e ambientale che avanza da secoli: la foresta era un tempo la casa del popolo Muscogee, divenne poi latifondo, con gli abitanti originari deportati dall’altra parte degli Stati Uniti. Diventò poi piantagione, con lavoratori neri impiegati come schiavi e, dopo l’abolizione della schiavitù, come condannati ai lavori forzati. Dopo decenni di abbandono, durante i quali era ridiventata parco pubblico, la foresta è ora di nuovo inglobata nel progetto coloniale americano. Stop Cop City protests in Atlanta on 22/01/2023 | By Tatsoi – Own work, CC BY-SA 4.0, Link Abitando ad Atlanta a pochi chilometri dalla foresta Weelaunee, ho partecipato al movimento Stop Cop City sin dall’inizio; il mio contributo è stato ribadire la centralità delle comunità nere e Muscogee. Per la prima volta da quando vivo negli Stati Uniti mi sono sentita parte di una comunità, soprattutto durante le cerimonie per risacralizzare la foresta. Ritengo importante portare questo elemento di spiritualità nelle lotte di stampo occidentale, troppo legate a un razionalismo che compartimentalizza il mondo. Dobbiamo restituire importanza ai miti e alle cosmogonie: a Weelaunee ci sono state cerimonie indigene, cristiane, ebraiche e persino inventate. È in questo contesto di lotta anti-coloniale che sono arrivata a elaborare insieme ad altr3 il concetto di abbondanza, in quanto rete vivificante di rapporti con le persone, con l’ambiente e con gli animali. Non possiamo costruire il socialismo senza riconsiderare il nostro rapporto con la natura. Se non viene infranta, parcellizzata e privatizzata, questa rete procura ricchezza a sufficienza per il mantenimento e la prosperità di tutt3. Si tratta di un processo costante di guarigione, su cui costruire comunità libere e autonome. Seppur danneggiata, questa rete esiste già: è stata tessuta continuamente e collettivamente per miliardi di anni da piante, funghi, animali, dagli elementi come da3 nostr3 antenat3. Si tratta di re-imparare come connetterci. Parlaci del progetto AKC (Autonomous Kitchen Council – Consigli Autonomi di Cucina) che stai presentando in tutta Europa: anche loro nascono dal contesto della lotta per la foresta di Atlanta Negli ultimi due anni mi sono concentrata su questo progetto di “liberazione” della cucina dalle tradizioni patriarcali e coloniali: gli Autonomous Kitchen Councils definiscono una rete internazionale di associazioni di quartiere, gruppi di vicinato o spontanei, che cucinando insieme sperimentano nuove forme di socialità. Durante il tour presenteremo anche la traduzione italiana di una “zine” (rivista, abbreviazione di magazine) che racconta questo progetto e terremo qualche laboratorio di cucina precolombiana. Dalla mobilitazione di Atlanta ho capito che bisogna coniare nuove forme di aggregazione che portino gioia e vita nelle nostre comunità, che migliorino il nostro modo di stare insieme per meglio affrontare i momenti di crisi. Mentre si intensificano le minacce derivanti dall’estrattivismo, dal fascismo, dal colonialismo e dal cambiamento climatico a livello globale, le nostre lotte sono sempre più intrecciate e diventa quindi fondamentale elaborare modelli organizzativi che mettano al centro comunità storicamente emarginate, in ruoli anche di leadership: donne trans e cis, persone senza documenti, migranti, ner3, indigen3, in condizioni di povertà, queer, con disabilità. Credo che il progetto AKC (Autonomous Kitchen Council) possa assolvere a problemi di burnout, eccesso di potere o individualismo che vediamo in tanti gruppi, promuovendo una cultura di cura e connessione profonda, offrendo nuovi modi di relazionarci con la terra e con tutti gli esseri viventi, con gli spazi che abitiamo, con il cibo, i medicinali e le altre risorse. Questa etica di cura e condivisione è nata dalla teoria dell’abbondanza e dalla comunità che si è formata all’interno di Weelaunee, la foresta di Atlanta. Le date del tour italiano di Abundia Alvarado e degli altri attivisti di Stop Cop City: * Catania, 28 e 29 agosto al Parco Falcone, * Palermo, 31 agosto a Eglise, con Scuola Restanza e Futuro, * Verona, 2 settembre a Sobilla con Non Una di Meno, * Milano, 4 settembre in occasione del festival anti-razzista di Cantiere Abba Vive, * Val Susa, 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana e a La Credenza di Bussoleno, * Pisa, 8 settembre con L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano, * Napoli, 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II, * Roma, l’11 e 12 settembre al CSOA exSNIA in collaborazione con Collettivo Blocco Decoloniale e Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di viaggio potete donare su Produzioni dal Basso Centro Sereno Regis
August 27, 2026
Pressenza
Abundia Alvarado e i Consigli Autonomi di Cucina
Dalla fine di agosto a metà settembre l’attivista trans apache Abundia Alvarado sarà in Italia per condividere progetti e riflessioni elaborate negli ultimi anni all’interno dei movimenti per la giustizia sociale ed ambientale nel Sud degli Stati Uniti. Insieme a lei viaggeranno anche altri attivisti che hanno partecipato tra il 2021 e il 2024 alla difesa della foresta di Atlanta. In queste settimane segnate dal riscaldamento globale e dall’accanirsi della repressione sulle fasce più vulnerabili della popolazione, questo loro tour, che prevede laboratori e momenti di riflessioni, dalla Sicilia fino alla Val di Susa, offrirà l’occasione per ragionare su come sia possibile contrastare in modo comunitario questa crisi. Forte della sua esperienza con le lotte delle comunità migranti, indigene, lgbtq* e in difesa del mondo più-che-umano, Abundia Alvarado si trova attualmente in Europa per promuovere un nuovo modello di convivenza, all’altezza delle emergenze che tutt3 avvertiamo. Con un approccio trasversale, propone a gruppi sociali diversi di convergere e lavorare insieme, a partire dalla preparazione e condivisione del cibo. I suoi Consigli Autonomi di Cucina (Autonomous Kitchen Councils: https://akccollective.noblogs.org/) possono avere la forma di un’associazione di quartiere, di un gruppo di vicini o coinquilini, che cucinano e organizzano momenti di festa adottando principi orizzontali e egualitari, svincolandosi dalla logica patriarcale e coloniale sia nella ripartizione del lavoro (le donne tradizionalmente ai fornelli), che nella scelta degli ingredienti, spesso provenienti da vecchie e nuove forme di sfruttamento, regolarmente nascoste. Oltre ai laboratori di cucina, è prevista la diffusione in traduzione italiana di un testo prodotto da questa rete AKC, che si sta via via sviluppando a livello internazionale, tra le Americhe e l’Europa. Con Abundia e gli altri attivisti ci saranno anche i registi che hanno realizzato un documentario sul movimento che ad Atlanta (sud degli Stati Uniti), ha cercato di impedire la costruzione di una delle più grandi basi di addestramento della polizia nel mondo. Soprannominata “Cop City”, la base ha comportato l’abbattimento di una foresta che sorgeva come immenso parco pubblico ai margini della città, ed è stata realizzata per decreto dell’amministrazione Biden. Dopo le proteste anti-razziste del movimento Black Lives Matter, invece di sottrarre fondi alle Forze dell’Ordine per meglio investire nei servizi sociali, il governo americano decise infatti di costruire queste enormi basi in tutto il Paese, per addestrare la polizia ad una repressione più dura dei manifestanti. Il documentario segue le fasi di questa straordinaria protesta, dagli iniziali tentativi di fermare l’avanzamento dei cantieri (puniti con il ricorso a leggi anti-terrorismo), all’inutile raccolta di centinaia di migliaia di firme, per chiedere che la popolazione di Atlanta fosse consultata tramite referendum, fino all’uccisione dell’attivista Tortuguita, mentre era impegnatə nella difesa della foresta. Il film evidenzia tra l’altro la continuità nel progetto di annientamento sociale dietro la distruzione della foresta: originariamente casa del popolo Muscogee, la foresta fu poi trasformata in latifondo dopo che gli abitanti originari vennero deportati nel 1800 dall’altra parte degli Stati Uniti, e venne in seguito “ripopolata” dai lavoratori neri, inizialmente impiegati come schiavi e (dopo l’abolizione della schiavitù) come carcerati condannati ai lavori forzati. Il tour italiano di Abundia e Lev si svolgerà nelle seguenti tappe e data: – a Catania il 28 e il 29 agosto (da definire) al Parco Falcone; – a Palermo, il 31 agosto c/o Eglise e Scuola della Restanza; – a Verona, il 2 settembre presso l’associazione culturale Sobilla con Non Una di Meno; – a Milano, il 4 settembre ospiti del festival “Abba Vive” di Cantiere; – in Val di Susa, il 5 e il 6 settembre, rispettivamente a VisRabbia di Avigliana (per un laboratorio di cucina) e all’associazione La Credenza di Bussoleno; – a Pisa, l’8 settembre ospiti di L3 Reiett3 e Spazio Sociale Apuano (da definire); – a Napoli, il 10 settembre presso la Mensa Occupata dell’Università Federico II; – e infine a Roma, tra l’11 e 12 settembre, nello spazio sociale di Snia, nel parco adiacente al Lago Bullicante, in collaborazione con Vivèro – luogo di quartiere. Per contribuire alle spese di questo tour, è in corso una raccolta fondi su Produzioni dal Basso : https://www.produzionidalbasso.com/project/sostieni-il-tour-italiano-di-abundia-per-diffondere-abbondanza-e-solidarieta-tramite-la-cucina/. Per ulteriori informazioni o richiesta di intervista con Abundia, gli altri attivisti e i registi del film: olga.abbiani@gmail.com, Redazione Italia
August 25, 2026
Pressenza
Massimo Pieri: rivoluzionario, ebreo, bundista
Oggi Noi Ebrei Socialisti (NES) e Gherush92 – Comitato per i Diritti Umani ricordano il “grande Intellettuale e Maestro, che ha costruito una visione del mondo illuminante, rivoluzionaria e strategica, radicata nella tradizione ebraica, che condividiamo e portiamo avanti con tenacia”: Il 18 agosto 2021 moriva Massimo Pieri. Sono trascorsi cinque anni e di lui mancano l’umanità e la simpatia, l’intelligenza, le riflessioni, le discussioni, il costante stimolo ad agire. E manca la sua sensibilità verso la diversità. Siamo in un periodo di crisi, e “nei periodi di crisi bisogna attrezzarsi culturalmente”, ripeteva Massimo, che sapeva indicare oltre la crisi un altro mondo. Intanto i problemi emergenti, sociali e ambientali, si sono accresciuti e intensificati, il dibattito politico e culturale si è impoverito, la società si è individualizzata, l’antisemitismo è riesploso virulento. Noi eredi del suo pensiero ci riteniamo fortunati ad averlo scelto come Maestro. Gli insegnamenti di Massimo, insuperati, per noi sono vivi. Li custodiamo per metterli in pratica ogni giorno. Di lui diciamo: “Il Giusto fiorirà come la palma, crescerà come il cedro del Libano (Tehilim 92,13)”. Qui segue il testo che gli dedicammo quando ci ha lasciati. > È mancato Massimo Pieri, un grande intellettuale, un Maestro esigente, un > amico generoso. > > Fisico, matematico, è stato un leader del ’68, protagonista del miglior > dibattito politico e culturale dell’epoca. > > Innovatore eclettico, saldamente radicato nella tradizione ebraica, ha sempre > concepito l’interdisciplinarietà come una scienza a servizio della verità, > della giustizia e della risoluzione dei problemi. Con un approccio complessivo > e articolato ha spaziato e connesso campi e livelli culturali diversi, > confrontandosi con i temi fondamentali del Novecento fino ad oggi. > > Presidente e fondatore della COBASE, Associazione Tecnico Scientifica che gode > dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle > Nazioni Unite (ECOSOC), in ambito internazionale ha partecipato, anche come > delegato dell’Italia, ai lavori di diverse Convenzioni dell’ONU su Ambiente e > Sviluppo, fra le altre la Convenzione sulla Diversità Biologica, la > Convenzione contro la Desertificazione, la Convenzione Quadro sui Cambiamenti > Climatici, ed è un Major Group, nella sezione scienza e ricerca, con la > Commissione per lo Sviluppo Sostenibile. > > Esperto di Energia, Bioeconomia, Ambiente, Sostenibilità ha ideato e > realizzato diversi Progetti strategici, fino ai più recenti “Città Elettrica e > Parchi Agroecologici” o “Bioeconomia e Sviluppo” contro i cambiamenti > climatici e la povertà. > > Dalla Fisica Termodinamica ha intuito e compreso l’importanza della diversità > per la vita, cosicché la valorizzazione della diversità culturale e ambientale > sono i temi fondanti del suo pensiero e della sua umanità. Critico di tutti i > processi di omologazione culturale e scientifica, ha promosso la > valorizzazione della conoscenza tradizionale come tecnica dell’esistenza in > grado di gestire e risolvere i problemi ambientali emergenti – come più tardi > riconosciuto anche dalle Nazioni Unite nell’ambito della Convenzione sulla > Diversità Biologica. > > Autore di numerosi articoli e pubblicazioni tecnico-scientifiche, come > “Energia”, “Biodiversità”, “Desertificazione”, con la COBASE partecipa al > Gruppo di Lavoro sulle Popolazioni Indigene e ai lavori del Forum Permanente > dei Popoli indigeni delle Nazioni Unite dove stringe rapporti di > collaborazione con Popoli Indigeni provenienti da ogni parte del mondo. > Organizza conferenze e seminari internazionali come “La Risorsa Diversità” o > “Il Cibo nel Cerchio della Vita”, che vedono la partecipazione di capi > indigeni e detentori di conoscenza tradizionale insieme a scienziati e > accademici, con la volontà di creare le basi per un confronto scientifico, su > basi paritarie, fra conoscenza indigena e scienza formalizzata. > > Il bellissimo documento di sintesi “Risoluzione di Roma. Linee Guida per la > Protezione della Diversità Culturale”, per la valorizzazione della diversità > culturale ed ambientale, è foriero di sviluppi. Diviene uno strumento guida > nei consessi internazionali, presentato e discusso in numerose Università e in > occasione di eventi speciali organizzati alle Nazioni Unite e all’Unione > Europea. > > Con il Progetto “Diversità e Pace” estende questa impostazione di ricerca > all’analisi dei conflitti fra popoli. Intuisce che l’adozione di strumenti > “moderni”, limitatamente politico-economici, da parte degli Stati e degli > organismi intergovernativi per la soluzione dei conflitti etnici e culturali, > può condurre ad un generale processo di riduzione della complessità dei > fattori e delle matrici culturali che concorrono a determinare gli stati di > conflittualità. Comprende altresì che l’analisi culturale di un conflitto, una > conoscenza organica della questione, può contribuire alla definizione di un > negoziato culturale. Si sforza quindi di inquadrare i problemi che stanno alla > base di una contesa in un quadro più ampio che valorizzi e renda esplicite le > ragioni culturali e giuridiche delle parti, al fine di contribuire al > raggiungimento di forme di pace orientate al benessere. > > In questo contesto la difesa dell’Ebraismo come risorsa sostenibile, come > insieme di norme e regole per la vita che creano gioia e godimento, insieme > alla lotta contro l’antisemitismo, sono il suo impegno costante per il > riconoscimento dell’identità del popolo ebraico. > > Con il Progetto “Sostenibilità dell’Ebraismo” individua un programma operativo > che valorizza le regole tradizionali nella risoluzione delle principali > tematiche inserite nell’agenda delle Nazioni Unite e fra gli Obiettivi di > Sviluppo del Millennio. > > Qui si colloca anche il suo programma “Ebraismo ed Islam. Regole per una nuova > età dell’Oro” che promuove il confronto aperto, culturale, giuridico e > scientifico, non religioso, sui temi della “modernità” e che può fornire > spazio a contributi per il riconoscimento reciproco delle due comunità, > ebraica ed islamica, per la lotta contro l’antisemitismo e l’islamofobia e per > la soluzione dei problemi del mondo contemporaneo. Il riferimento all’“Età > dell’Oro” va considerato come una linea guida per un nuovo impulso alla > cooperazione. > > Autore con Anna Borioni del libro “Maledetta Isabella, Maledetto Colombo. Gli > ebrei gli indiani, evangelizzazione come sterminio”, pubblicato nel 1992, > anticipa la più avanzata critica odierna e narra, sulla base di documenti > storici, la vera storia della “scoperta dell’America”, lo sterminio dei Popoli > Indigeni e la simultanea cacciata (il gherush) degli Ebrei e dei Mori dalla > cattolicissima Spagna. > > La partecipazione, sotto l’egida dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, > ai lavori della controversa e antisemita Conferenza Mondiale contro il > Razzismo di Durban del 2001 segna un momento cruciale per la messa a punto del > Progetto “Per una Convenzione Internazionale contro l’Antisemitismo”. Seguendo > un approccio scientifico rigoroso riconosce nell’antisemitismo una vera e > propria cultura, unitaria, ben radicata e documentata, che interessa gran > parte della letteratura, dell’arte, della giurisprudenza, della scienza e del > sapere in Europa. > > Condividere una strategia di lotta ed allearsi con le vittime storiche del > razzismo, questi fra i suoi molti insegnamenti. > > Per confinare il pericolo crescente di revisionismo e negazionismo della > Memoria e della Shoah, con la sua “Liberazione di Auschwitz” desidera rendere > onore e gloria ai Liberatori. > > Attraverso i diari e i bollettini di guerra dei soldati e ufficiali diretti > testimoni, racconta la battaglia durissima dell’Armata Rossa, costata un > grande numero di morti e feriti sia sovietici che tedeschi; ricostruisce una > storia di guerra di liberazione contro i nazisti che in gran parte mise fine > alla Seconda guerra mondiale, una storia profondamente commovente di > sacrificio e redenzione, piena di emozioni e di umanità. > > Mai dimenticare l’Armata Rossa che salvò l’Europa e l’Oriente dal nazifascismo > e che costituì, di fatto, l’ultima speranza della gente rinchiusa nei ghetti e > nei campi di sterminio. > > Convinto sostenitore della lotta per l’autodeterminazione di popoli e nazioni, > con il libro “Doikeyt, noi stiamo qui ora! Gli Ebrei del Bund nella > Rivoluzione russa” ripercorre la storia del Movimento operaio rivoluzionario > ebraico che combatte per l’affermazione dei propri diritti, come operai e come > nazione ebraica. Qui anticipa temi di grande attualità come la legittima > ispirazione al federalismo culturale. > > Con il programma “Vivere da Socialista” auspica che la Sinistra rinasca dalle > sue antiche più feconde fondamenta ma ne denuncia apertamente l’anima > antisemita che la corrode, aprendo una riflessione che stimoli l’autocritica. > > Strenuo difensore dei diritti degli animali, si batte per una nuova legge, > anche in ambito ebraico, che vieti il consumo di animali da allevamenti > intensivi. La sua sensibilità per la sofferenza degli animali e le profonde > riflessioni sul vero ruolo di questi nella vita anticipano il dibattito in > atto sull’antropocentrismo e sono l’ispirazione e la guida per la stesura del > libro “Il Maiale è il nostro Maestro. Animali ed Ebrei un rapporto lacerato” > del quale accetterà di scrivere l’introduzione critica. > > Sempre più persuaso che la modernità con il progresso non sia in grado di > risolvere i problemi iatrogeni che essa stessa provoca agli esseri viventi e > al creato tutto, con “Bioeconomia, un nuovo mondo” auspica un ripensamento > profondo delle regole e delle relazioni. > > E il suo periodico “Red triumph over the expert” è un ammonimento per tutti: > più importante della perizia di un esperto sono la solidarietà, la > partecipazione, la lotta. > > Questo, e molto altro ancora, sono la tua vita, Massimo, rivoluzionario dalle > radici salde e fertili. > > La tua scomparsa lascia un vuoto enorme. > > In nome della verità non hai mai voluto cedere a compromessi né ritrattare la > tua identità di lotta e ti sei spesso misurato in contesti culturali gretti, > conservatori e reazionari, maldicenti, chiusi al confronto e al dibattito, > pagando l’alto prezzo di un doloroso isolamento. > > Speriamo che in futuro un Ravvedimento collettivo renderà onore a te e alla > tua opera. > > Massimo, il tuo pensiero precorre i tempi e il tuo lavoro lungimirante, colmo > di immaginativa, sarà sviluppato. Per noi di Gherush92, che a te ci siamo > ispirati, sei stato una fonte inesauribile di idee, discussioni, sfide, > proposte. > > Il tempo sembra darci ragione su molte questioni aperte. > > Ti saremo grati e riconoscenti per sempre. > > Valentina Sereni con Gherush92 > Gherush92 – Comitato per i Diritti Umani > > NES – Noi Ebrei Socialisti Redazione Italia
August 18, 2026
Pressenza
Il contributo delle culture originarie alla costruzione della pace
Il contributo delle culture originarie alla costruzione della pace è fondamentale, per quanto, evidentemente, non riconosciuto nel suo valore, nella sua sostanza e nella sua originalità a causa del retaggio duraturo e delle culture profonde legate alle politiche coloniali, imperialistiche e neocoloniali. Il carattere fondamentale di tale contributo non è legato all’esigenza di riconoscerlo “a posteriori” come una sorta di attestato di riparazione, di restituzione e di riconciliazione, che pure rappresentano fattori decisivi ai fini del riconoscimento del carattere costituivo e originario di tali popoli e di tali culture e come fattore chiave di responsabilità, rispetto e convivenza (verità, giustizia e riconciliazione). La natura fondamentale di tale contributo, viceversa, è legata propriamente al contenuto, al contributo in sé, che tali popoli e culture offrono, al fatto cioè che specifici contenuti di tali culture forniscono elementi e chiavi di lettura decisivi nel senso della composizione delle controversie e della soluzione dei conflitti. Sono cioè, a saperle vedere e riconoscere, componenti essenziali, come altre cui, per cultura e tradizione, siamo più abituati, di una teoria-pratica generale di costruzione della pace (peacebuilding) e sono (dovrebbero essere) parte integrante della ricerca sulla pace e sui conflitti. La XII Conferenza internazionale dei musei per la pace, nel contesto delle attività svolte presso il Museo canadese per i diritti umani, Winnipeg, Manitoba, a partire da uno dei suoi temi-guida (la decolonizzazione delle istituzioni museali e della ricerca sul tema della pace, dei conflitti e dei diritti umani), ha aperto uno spazio fondamentale anche in questo senso: interloquire direttamente con personalità e contenuti delle culture originarie e aprire un dialogo collettivo sugli apporti fondamentali che da queste culture provengono nel senso della costruzione della pace, della tutela dei diritti e della lotta per l’autodeterminazione. I tre elementi chiave di tali universi culturali sono allora così riassumibili: interconnessione, olismo, circolarità. Il concetto di “interconnessione” o anche di “sé in relazione” traduce un approccio esistenziale e relazionale di condivisione, coesistenza e rispetto, basato sui valori che custodiscono un atteggiamento di positività, rispetto, fiducia e che mantengono la promessa di condurre un dialogo profondo, pacifico e rispettoso con sé stessi, gli altri, la terra, l’ambiente, la natura. La concezione dell’interconnessione implica che vivente e non-vivente sono in relazione e si instaurano tra i viventi un dialogo e un’interazione profondi legati alla comune convivenza in un ecosistema naturale e alla comune appartenenza al pianeta Terra – madre Terra o ‘Nunarjuaq’ (la totalità terrestre, che esprime un legame vitale e olistico). Si tratta di una relazione di rispetto, condivisione e cura, che allude tanto ai processi di costruzione della fiducia all’interno e tra le comunità umane, quanto a una condotta di rispetto e salvaguardia degli ecosistemi. I valori principali della costruzione di relazione sono qui il consenso, la reciprocità, il rispetto e l’espressione profonda e reciproca di cura. Si tratta, come si vede, di fattori decisivi, comuni alle prassi più avanzate di superamento del conflitto e di costruzione della pace. La “terra” è dunque l’elemento determinante. La terra nella sua totalità, ambiente e natura, è la fonte primaria di apprendimento, un apprendimento basato nello spazio terrestre ed eminentemente attivo, svolto attraverso il costruire, conoscere le piante, gli animali e i rispettivi ecosistemi, la presenza dell’essere umano all’interno di questi stessi ecosistemi, la connessione vitale con la totalità ecologica. Lezioni profonde emergono qui proprio dal significato e dal riconoscimento degli elementi fondamentali: aria, acqua, terra e fuoco sono sacri, l’acqua, in particolare, è sacra perché dall’acqua dipende l’intero ciclo vitale, come vedremo, in questo processo in cui tutto si tiene, la circolarità della vita. È un apprendimento attivo che si conferma quando ci si connette e si ascolta profondamente e che riconosce gli elementi fondamentali come beni comuni decisivi dell’umanità intorno ai quali si definiscono diritti della collettività. Anche questo è un costrutto culturale profondo, nel senso del bene comune, pubblico, e della sua salvaguardia come diritto fondamentale. Esprime cioè, anche in questo caso, un elemento tipico del peacebuilding, di costruzione della pace positiva, basata nella collettività umana, animata dalle relazioni umane, caratterizzata dalla vigenza dei diritti. Lo sviluppo di tale processo è eminentemente “circolare”. Presso molti popoli originari, il cerchio è simbolo della vita, ma anche della interrelazione che esiste nel mondo del vivente, e tra vivente e non vivente. Molti popoli o gruppi indigeni utilizzano cerchi di condivisione, di dialogo o di guarigione come mezzo per sostenere la famiglia e la comunità. Nel cerchio tutti sono pari, a tutti viene data voce, a tutti viene data l’opportunità di parlare ed essere ascoltati. Il cerchio bilancia il potere all’interno dello spazio e della gerarchia dei partecipanti, e il concetto stesso di “gerarchia” viene di fatto annullato, poiché tutti sono uguali nelle loro capacità di insegnare e di apprendere al tempo stesso. Il cerchio è anche lo strumento della condivisione della parola, del racconto, del mito, della narrazione, del dialogo, della comunicazione e dell’ascolto. La cultura dei popoli originari, non solo dei popoli del Nord, è profondamente radicata nella narrazione. La conoscenza viene tramandata, di generazione in generazione, attraverso le tradizioni orali, condividendo credenze, storie, valori, pratiche, costumi, leggende, miti, rituali, e, in definitiva, una pratica di vita e un contenuto di senso, insieme con gli insegnamenti degli antenati, a loro volta preservati attraverso le parole degli anziani, punti di riferimento delle comunità. Il patrimonio di culture intangibili espresso in queste narrazioni è parte integrante di una identità comunitaria come popoli, nazioni, comunità, famiglie e individui. La gran parte di queste storie e narrazioni è incentrata sulla terra perché tali identità comunitarie sono intrinsecamente legate ad essa e alle lingue parlate. Come è stato richiamato anche nel contesto della conferenza di Winnipeg, infatti, la cultura non è monolitica, non può essere autoritaria o gerarchica, non ammette primati o supremazie culturali, e non è mai statica, lasciando spazio alla crescita e all’evoluzione. E soprattutto la cultura è patrimonio condiviso, fattore identitario, narrazione e pratica che consentono la trasmissione intergenerazionale; queste storie catturano l’autenticità e l’integrità degli insegnamenti, dei rituali e delle cerimonie, e veicolano il riconoscimento che la vita umana è radicata nelle storie che viviamo. È una pratica rituale di guarigione, e la guarigione, per le Prime Nazioni del Canada, che, insieme con gli Inuit e i Métis, rappresentano i popoli originari del Paese, si concentra proprio sulla pratica cerimoniale, radicata negli insegnamenti, nei racconti e nelle storie. Essendo una pratica di guarigione, è anche uno strumento di composizione dei conflitti all’interno delle comunità, e anche in tal senso dunque un fattore di peacebuilding. L’apporto delle culture originarie al peacebuilding, come si vede, è dunque vasto, significativo e rilevante. Dà sostanza a quanto stabilito nella Convenzione Unesco sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali (2005), circa “l’importanza del sapere tradizionale, quale fonte di ricchezza immateriale e materiale e, segnatamente, dei sistemi di conoscenza dei popoli indigeni, il loro contributo positivo a favore di uno sviluppo sostenibile nonché la necessità di garantire loro protezione e promozione in modo adeguato”. Immagine: Abraham Anghik Ruben, Passage of Spirits 2006, foto di Ian Abbott CC BY-NC-SA 2.0. Gianmarco Pisa
August 17, 2026
Pressenza
Centinaia di membri della diaspora albanese attesi a Tirana per il 76° giorno della Rivoluzione dei Fenicotteri
Dopo 76 giorni di proteste pacifiche contro il governo e i progetti di sviluppo legati a Jared Kushner e Ivanka Trump, il movimento “Rivoluzione dei Fenicotteri” attende l’arrivo di centinaia di membri della diaspora il 14, 15 e 16 agosto, che si uniranno alle manifestazioni serali a Tirana, sul Boulevard dei Martiri della Nazione. I coordinatori della diaspora provenienti da decine di città internazionali hanno organizzato l’arrivo di centinaia di persone dalla Germania, dal Regno Unito, dalla Francia, dall’Austria e da altri Paesi. “Sosteniamo lo sviluppo del Paese, ma lo sviluppo deve essere realizzato nel modo giusto, nell’interesse dei cittadini e non in quello di una ristretta cerchia di persone. Soprattutto, ci opponiamo a leggi e progetti creati ad hoc che distruggono il nostro patrimonio culturale e naturale. Le aree protette devono rimanere intatte. Chiediamo l’abrogazione della Legge n. 21/2024 e non accetteremo alcun progetto che causi distruzione in nome dello sviluppo. Chiediamo a Jared Kushner e Ivanka Trump di ritirarsi dai progetti di Zvërnec e Sazan. Inoltre, chiediamo la rimozione di questa classe politica, di cui non ci fidiamo più, e la democratizzazione del Paese.” Paola Kolaj, Membro della Diaspora e Coordinatrice, Parigi, Francia La “Rivoluzione dei Fenicotteri”, come è stata soprannominata dagli attivisti locali, è stata inizialmente innescata dai progetti di resort di lusso proposti da Jared Kushner, genero di Donald Trump, e Ivanka Trump, in riserve naturali protette in Albania. A Zvërnec, nel paesaggio protetto di Vjosa-Narta, è stata eretta una recinzione di filo spinato, limitando l’accesso locale a uno dei tratti di costa naturale più preziosi e a uno degli ultimi ecosistemi costieri incontaminati del Mediterraneo. Nel 2024, il governo, guidato dal Primo Ministro Edi Rama del Partito Socialista di centrosinistra, ha approvato la Legge 21/2024, che consente al Consiglio Territoriale Nazionale di rilasciare permessi per resort turistici di lusso in qualsiasi parte del Paese, anche in aree protette. Tre giorni dopo l’approvazione della legge, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, ha reso pubblici i suoi piani per la realizzazione di complessi di lusso nella zona di Zvërnec e sull’isola di Sazan, un’area marina protetta al largo della costa albanese. “Dalla modifica della legge sulle aree protette, ora nota come legge n. 21/2024, le aree protette in Albania sono state oggetto di progetti turistici su larga scala, come hotel a cinque stelle e resort di lusso. Il progetto di sviluppo turistico a Zvërnec desta particolare preoccupazione. Situato in un’area di eccezionale valore ecologico e paesaggistico all’interno del Paesaggio Protetto di Vjosa-Narta, il famigerato progetto Kushner-Rama-Al-Khayyat illustra come la realizzazione di una singola struttura turistica su larga scala possa innescare una trasformazione ben più ampia di un’area protetta e mettere a rischio di annientamento habitat importanti per numerose specie.” Denisa Kasa, Project Manager at Protection and Preservation of Natural Environment in Albania Sebbene innescato dai progetti di Kushner e Trump, il movimento pacifico, giunto ormai al terzo mese di proteste serali, si è ampliato notevolmente: l’obiettivo politico immediato è ora la dimissione dell’intero governo. In seguito, i manifestanti chiedono un governo tecnico della durata di un anno che prepari il Paese a nuove elezioni, insieme all’abrogazione della Legge 21/2024 e di altre leggi cruciali relative agli investimenti esteri e al codice elettorale. Quest’estate, la considerevole diaspora albanese ha organizzato proteste in diverse città d’Europa e d’America; il 20 giugno, centinaia di persone sono arrivate in aereo o in auto a Tirana per dare il loro sostegno, dando vita alla più grande manifestazione dall’inizio del movimento. Gli organizzatori stimano che abbiano partecipato oltre 100.000 manifestanti. In un Paese piccolo come l’Albania, con 2,33 milioni di abitanti, 100.000 manifestanti equivalgono a 12,7 milioni di persone negli Stati Uniti e le proteste serali sono continuate da allora. La Rivoluzione dei Fenicotteri ha unito persone di ogni schieramento politico, con giovani, attivisti ambientalisti, pensionati, giovani famiglie e influencer che si sono uniti per creare slancio e fare pressione sul primo ministro affinché si dimetta. Le manifestazioni pacifiche sul Viale dei Martiri sono adatte alle famiglie, con un’area dedicata al disegno per bambini allestita da artisti locali e volontari, e un “podio popolare” aperto ai cittadini comuni che desiderano parlare ed esprimere il loro dissenso nei confronti del governo. Dopo i cortei, i manifestanti sfilano per le strade di Tirana, con molti residenti che li salutano dai balconi, tassisti che suonano il clacson e turisti che osservano dai caffè (a volte unendosi alla protesta). Il movimento è di base e decentralizzato, senza leader definiti, ma solo “coordinatori” delle proteste. È una rivolta contro lo status quo e l’establishment politico che ha governato il Paese negli ultimi 36 anni, una protesta contro la corruzione e contro l’oligarchia. Si prevede che le proteste continueranno ogni sera fino all’autunno, fino alle dimissioni del governo. Per contatti e informazioni: Paola Kolaj – Attivista, Coordinatrice dalla Diaspora, Parigi, kolajpaola@gmail.com +33 7 80 06 0284 Denisa Kasa – Project Manager, PPNEA d.kasa@ppnea.org +355 69 403 7715 Mei Seva – Fotografa, attivista, membro della diaspora studio@meiseva.com +1 917 301 9217 Pressenza Albania
August 15, 2026
Pressenza
Perù: le comunità indigene seguono un corso di formazione su “Governance comunitaria e difensori dei diritti”
Costruire una buona governance. La comunità indigena dei Kirikiari, situata nella parte alta del fiume Ene, nella foresta centrale del Paese, ha ospitato il terzo modulo del corso di formazione “Governance comunitaria e difensori”, un’iniziativa volta a rafforzare le capacità di giovani, donne, leader e autorità comunitarie nella difesa dei propri diritti e territori. In un contesto caratterizzato da crescenti pressioni sui territori indigeni, tra cui l’avanzata delle economie illecite, la formazione mira a rafforzare la leadership comunitaria, l’organizzazione e la governance, affinché le comunità possano affrontare queste sfide attraverso l’esercizio dei propri diritti collettivi. Durante questa giornata, i partecipanti hanno approfondito le proprie conoscenze nella redazione di documenti comunitari, quali i verbali delle assemblee, tra gli altri. Hanno inoltre partecipato a un corso pratico sull’uso dei droni per il monitoraggio e la sorveglianza del territorio. È stato inoltre approfondito il tema “Incidenza verso lo Stato”, affrontando le principali sfide per la difesa dei diritti collettivi, la definizione di programmi di incidenza e l’identificazione di alleati strategici per rafforzare l’azione comunitaria. Questo percorso formativo fa parte della Sfida n. 10 della Strategia CARE al 2030, volta a rafforzare la governance nelle 45 comunità dell’Ene e a promuovere una gestione comunitaria basata sul kametsa asaike, il «buon vivere» asháninka. Va sottolineato che il corso si sviluppa all’interno del  Proyecto Defensores, con  l’appoggio della UE e di DAR Perú. Central Asháninka Río Ene   Redacción Perú
August 9, 2026
Pressenza
In Canada le fiamme devastano i territori delle Prime Nazioni indigene
È con profonda tristezza e un immenso senso di perdita che la leader Pauline Drake annuncia la devastazione della sua amata comunità di Whitewater Lake a seguito degli incendi che stanno distruggendo le foreste nord-occidentali dell’Ontario. La notizia è stata confermata sabato 18 luglio 2026, quando sono state rese pubbliche alcune fotografie aeree.  Gran parte della comunità è stata distrutta, insieme ad abitazioni, effetti personali e infrastrutture essenziali per la collettività. Sono stati colpiti dalle fiamme anche i terreni che ospitano le sepolture degli antenati e dei familiari recentemente scomparsi, accentuando il dolore dei membri della comunità. > Nessuna parola può esprimere appieno la portata di questa perdita. > Ciononostante, Drake ha dichiarato in un comunicato stampa che la comunità di > Whitewater Lake resta saldamente ancorata alla propria identità e alla propria > forza. Con la resilienza che la contraddistingue, la comunità Anishinaabe > attingerà alla saggezza, al coraggio e alla forza d’animo dei propri antenati > per attraversare questo momento difficile verso la ricostruzione. La comunità Anishinaabe di Whitewater Lake è insediata a circa 72 chilometri a nord di Armstrong, in Ontario, sulle rive del lago Whitewater. Tra la comunità e il territorio si è instaurato un legame di lunga data che intreccia tradizione, cultura, storia e società, sostenuto dalla presenza di importanti siti culturali e dalla ricchissima tradizione orale di questo popolo, tramandata di generazione in generazione. Firmataria del Trattato n.9, la comunità Anishinaabe è membro attivo del Consiglio delle Prime Nazioni di Windigo, della Nishnawbe Aski Nation, dell’Assemblea delle Prime Nazioni e dell’organizzazione Chiefs of Ontario. Secondo Heintzman, portavoce della comunità di Whitewater Lake, la Prima Nazione Anishinaabe stava monitorando l’incendio già da lunedì 13 luglio, con l’aiuto di alcuni operatori locali. “Non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dalla provincia dell’Ontario che ci informasse dell’avanzamento delle fiamme verso la nostra comunità”, ha dichiarato Heintzman, precisando che la maggior parte dei residenti è attualmente rifugiata a Thunder Bay. Alcune foto e alcuni video scioccanti mostrano la fuga in barca delle popolazioni locali, mentre alle loro spalle divampano le fiamme e s’innalzano colonne di fumo. Durante il fine settimana anche un’altra comunità, situata a più di 200 chilometri a nord della Prima Nazione di Collins, ha dovuto evacuare la zona. ALTRE PRIME NAZIONI[1] VITTIME DEGLI INCENDI BOSCHIVI Gary Quisess, il leader della Prima Nazione di Neskantaga, ha dichiarato che sabato sono stati noleggiati tre velivoli per evacuare 95 residenti della propria comunità verso Thunder Bay. Un altro volo di evacuazione è previsto per lunedì e le persone evacuate verranno poi trasferite a Toronto, dato che le strutture ricettive di Thunder Bay sono ormai al completo. Quisess si augura di riuscire ad evacuare gli abitanti prima che la situazione si aggravi ulteriormente: il fumo ha già invaso le abitazioni e le forniture di cibo e acqua a questa comunità sono state interrotte proprio a causa degli incendi. “Niente è più garantito”, ha dichiarato in un’intervista. “Né la sicurezza delle persone, né la sicurezza alimentare”. Secondo quanto riferito da Quisess, la Prima Nazione di Neskantaga ha dichiarato lo stato d’emergenza giovedì, sebbene domenica pomeriggio non fosse stato emesso alcun ordine di evacuazione della comunità da parte della Provincia poiché il rischio nella regione era ritenuto “moderato”. Di fatto, il leader di Neskantaga ha precisato che ad accorgersi dell’avanzamento di nuovi incendi boschivi sono stati alcuni residenti della zona. Quisess ha definito frustrante dover informare in prima persona gli organi provinciali sulla situazione degli incendi boschivi nella regione, invece di ricevere da loro le informazioni necessarie, e molte altre Prime Nazioni evacuate ritengono che la Provincia le abbia lasciate all’oscuro della situazione. La Provincia ha prontamente difeso la propria gestione degli incendi: il primo ministro Doug Ford ha dichiarato che sono state mobilitate tutte le risorse disponibili per domare gli incendi e soccorrere le persone evacuate. Domenica la ministra della Protezione Civile, Jill Dunlop, in una nota di servizio ha dichiarato che i sindaci, i leader delle Prime Nazioni, i capi della polizia e altri responsabili possono richiedere la diffusione di avvisi di allerta ai residenti tramite televisione, radio e dispositivi mobili. Fonte: comunicato stampa della comunità di Whitewater Lake, CityNews Toronto -------------------------------------------------------------------------------- [1] NdT: Le Prime Nazioni, in inglese First Nations, in francese Premières Nations, sono i popoli indigeni o autoctoni che attualmente risiedono in alcune aree del Canada (fonte: Prime nazioni – Wikipedia) -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Laura Frescina. Revisione di Thomas Schmid. Anne Farrell
July 31, 2026
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