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La prima tappa di “Amazonia: relatos de abundancia” di Sergio Racanati
Il 15 maggio si è tenuta la prima presentazione pubblica, svolta nell’ambito di Arte al Centro presso la Fondazione Pistoletto / Cittadellarte, con la proiezione del moodboard del film alla presenza di Sergio Racanati, Manuela Gandini, Francesca Pasini e Paolo Naldini.  Il progetto Amazonia: relatos de abundancia apre un dialogo tra il Mediterraneo e le cosmopolitiche indigene, immaginate come strumenti fondamentali per ripensare i futuri ecopolitici contemporanei. Prodotto da Centro Itard, ha preso avvio nell’autunno 2025 attraverso una residenza diffusa nelle regioni della Guajira e della Magdalena, territori che custodiscono memorie e saperi ancestrali e che riflettono ancora oggi le conseguenze culturali dei sistemi coloniali, il progetto si sviluppa attraverso interviste, incontri e collaborazioni con esponenti del mondo culturale, politico e dell’attivismo, oltre che con artistə indigenə dell’Amazzonia colombiana. Al termine della ricerca sul campo sarà realizzato un film d’artista destinato a entrare nella collezione permanente del MAN – Museo d’Arte di Nuoro, diretto da Chiara Gatti. La prima fase del progetto AMAZONIA: relatos de abundancia, avvenuta tramite residenza d’artista diffusa, rappresenta una forma innovativa voluta fortemente da Sergio Racanati, che si distacca dal tradizionale concetto di residenza come spazio statico e centralizzato per abbracciare un modello fluido e disperso, si è svolta nelle macro-aree geografiche di Santa Marta, Minca, Palomino, Riohace, Uribia e Barranquilla. L’artista dichiara: “Mi sono completamente immerso nel contesto ed ho riflettuto sul mio essere-in-relazione con l’altr*, che sia il pubblico, lo spazio/tempo di paesaggi naturali ed antropizzati o le comunità locali, riflettendo sulla nozione fenomenologica di spazio-tempo vissuto, dove ogni elemento diviene soggetto attivo per il film essay: l’opera non è più immaginata e concepita come un oggetto immutabile ma come soggetto fluido, mutante, poroso che si rigenera attraverso l’interazione con lo spazio/tempo e con le particolari configurazioni storiche, politiche, sociali e culturali. La residenza artistica diffusa si configura come un dispositivo relazionale che mi ha consentito di sperimentare una pluralità di contesti e di interagire con ambienti, comunità e realtà culturali diversificate. Nel mio caso il termine “diffusa” non si limita ad evocare la dispersione geografica dei luoghi, ma denota una modalità di creazione-produzione artistica che si articola attraverso un processo di in-transito, in cui l’artista non è più un soggetto isolato, ma parte di una rete di relazioni, permeabile e trasformabile di urgenze, sogni e bisogni sia personali che comunitari.” A tal proposito la curatrice Manuela Gandini afferma: “Le immagini di Racanati sono spietate, nessun set, nessuna scena. Sei in un luogo ai margini del mondo dove l’immensa e rigogliosa vegetazione è divorata dalla fame e dal consumismo importato di merendine, plastica e benzina di contrabbando.” Per l’evento “Arte al Centro”, primo momento di presentazione pubblica del processo artistico, presso la Fondazione Pistoletto/Cittadellarte, l’artista ha presentato una sorta di moodboard di quello che sarà il film nel suo atto conclusivo: uno speciale editing di note audio-visive raccolte durante la residenza. Si tratta di un dialogo continuo tra il materiale visivo/etno-antropologico e la riflessione concettuale-politica frutto di anni e di sedimentazione di attivismo ibridato alla consapevolezza e prospettiva eco-trans-femminista di matrice afro-discendente. E’ immaginato come momento per implementare le riflessioni politiche, ambientali e socio-economiche continuando a indagare le dinamiche discorsive e la creazione di comunità. Qui di seguito alcune note del Diario di bordo di Sergio Racanati sui luoghi attraversati durante la residenza, atto creativo che l’artista usa abitualmente nella sua pratica artistica: * Santa Marta, cuore pulsante della Colombia, è un luogo dove il mare bacia la terra e le montagne accarezzano il cielo. E’ il profumo della salsedine che s’infiltra tra le strade polverose della città, mentre il sole accarezza le case colorate che si affacciano sul mare, raccontando storie di secoli passati, di naviganti e di conquiste; * Minca, piccolo angolo di paradiso incastonato tra le montagne della Sierra Nevada, è un luogo dove il mondo sembra rallentare il suo ritmo e l’anima si ritrova a respirare una quiete che sfida il tempo; * Palomino è una piccola gemma nascosta tra il mare dei Caraibi e la maestosità delle montagne della Sierra Nevada, nel cuore della Colombia ubicato nel dipartimento di La Guajira: un territorio che raccoglie contrasti tanto potenti quanto affascinanti. Il mare che lambisce la sua costa parla una lingua ancestrale, che solo gli indigeni, che ancora abitano queste terre, riescono a comprendere davvero. Qui si intersecano le radici afro-colombiane, indigene e quelle dei nuovi abitanti, principalmente giovani che si sono trasferiti in cerca di un’esistenza più semplice, lontana dalle metropoli. Le comunità Arhuaco, Kogi e Wiwa, che vivono nella Sierra Nevada, custodiscono un sapere ancestrale che continua a influenzare l’intera vita della regione; * Riohacha, capitale del dipartimento della Guajira, si trova all’estremo nord della Colombia, affacciata sul mare dei Caraibi e incastonata tra le terre desertiche della Guajira e il confine con il Venezuela. Non è solo un crocevia geografico, ma anche un luogo in cui si intrecciano le contraddizioni sociali, culturali ed economiche del paese. Fondata nel 1533 dai colonizzatori spagnoli, Riohacha ha radici che affondano nel periodo coloniale, quando la città era un punto strategico per il commercio di perle e successivamente di carbone; * Uribia, considerata la capitale indigena della Colombia, si trova in una zona desertica dove la scarsità d’acqua rende difficile la sopravvivenza per la popolazione locale e gli animali. Situata nella regione settentrionale della Guajira, al confine con il Venezuela, Uribia non è solo un centro urbano, ma un simbolo di resistenza culturale, sociale ed economica di un popolo che ha saputo mantenere la propria identità nonostante secoli di marginalizzazione e sfruttamento.Uno degli aspetti più rilevanti del contesto politico di Uribia è la continua lotta per la terra e il riconoscimento dei diritti territoriali. * Da diversi anni sono legato alla pianta del cacao e poiché le piante hanno fortissimi poteri sono stato chiamato a far visita ad una delle più importanti e storiche coltivazioni di cacao nella Sierra Nevada nei pressi di Palomino, per la precisione Buritaca. La Ruta del Cacao a Buritaca è un viaggio che non solo attraversa i paesaggi incantevoli della Colombia, ma affonda le radici in un sapere ancestrale che si intreccia con il respiro della terra e il battito del cuore della sua gente. Nel profondo della giungla tropicale, Finca Mira Mar si erge come un rifugio sacro, una terra che custodisce saperi e conoscenza ancestrali. Qui ogni passo è un ritorno alle origini, un ricordo di una connessione che non si è mai persa, un invito a fermarsi, ad ascoltare il battito della terra, a vedere la bellezza che si nasconde nei piccoli gesti quotidiani.  Titolo: Amazonia: Relatos de Abundancia Artista: Sergio Racanati Partner principale: Centro Itard Lombardia srl Durata del progetto: 2025–2027 Luoghi chiave: Amazzonia Colombiana (Putumayo), Italia, Nuoro, Bogotà, Barcellona, New York, Santiago del Cile Formato finale: Film d’artista / Film essay (acquisito dal MAN di Nuoro) Progetto supportato da: Italian Council (14a edizione, 2025), Direzione Generale Creatività Contemporanea, Ministero della Cultura Promosso da: Centro Itard Lombardia srl | E. info@itard.eu – M. +39 3484453613 Partner di progetto: Regione Puglia, Emily Harvey Foundation (New York) Museo di destinazione: MAN – Museo di Arte Contemporanea di Nuoro Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Honduras, il ritorno della repressione: violenza, militarizzazione e guerra ai movimenti sociali
Virata la boa dei simbolici 100 giorni, il governo di Nasry Asfura, supportato da una solida maggioranza parlamentare bipartitista, sta confermando le peggiori previsioni. Oltre a procedere a gran velocità con l’occupazione e il controllo ferreo delle istituzioni e aprire nuovamente le porte alla svendita di territori e al saccheggio dei beni comuni, i primi tre mesi di governo sono serviti anche per ancorare gli interessi di gruppi economici nazionali a controllo famigliare e per sferrare nuovi attacchi alle opposizioni politiche e sociali. Si tratta di una riedizione 2.0 del governo dell’indultato Juan Orlando Hernández, in attesa di un suo ritorno in Honduras per assumere il ruolo strategico affidatogli da Trump. In un contesto in cui si indebolisce l’istituzionalità, si allargano le maglie per la corruzione e per l’infiltrazione del crimine organizzato, si intensifica la campagna mediatica di denigrazione e criminalizzazione delle opposizioni e si promuove la militarizzazione della società e dei territori, uno dei risultati non può che essere l’aumento della repressione e della violenza omicida. Secondo l’Osservatorio della Violenza dell’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras (OV-UNAH), durante i quattro anni di governo progressista di Xiomara Castro il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti si è quasi dimezzato, passando da 41,7 omicidi nel 2021 a 23,2 nel 2025. Durante i primi mesi del 2026, si rileva invece una preoccupante inversione di tendenza con 598 morti violente nel primo trimestre, includendo 6 massacri, che equivale a un aumento del 6% rispetto all’anno precedente. Tra le vittime almeno 137 minorenni e 70 femminicidi. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) considera come soglia dell’epidemia un tasso di omicidi superiore a 10 vittime ogni 100 mila abitanti. I mesi di aprile e maggio non sono certo andati meglio. Cavalcando queste cifre, un’ampia maggioranza parlamentare ha approvato un nuovo “pacchetto sicurezza” che prevede una serie di riforme del codice penale che, oltre a inasprire le pene contro l’estorsione e ridefinire il delitto di “associazione con finalità di terrorismo”, incorporando tra le nuove figure le bande giovanili (maras) e le strutture collegate al crimine organizzato e il narcotraffico, lascia aperte le porte a interpretazioni estensive che potrebbero essere usate contro settori sociali e manifestanti che esercitano il diritto alla protesta pacifica. Per vari giuristi si corre il rischio che queste nuove tipificazioni, invece di concentrarsi esclusivamente su atti che attentano contro l’ordine costituzionale, possano poi essere usate contro il movimento sociale e popolare honduregno. Tra le varie riforme in cantiere, infatti, c’è anche quella che innalza la pena per il reato di usurpazione, principale arma usata nel lawfare contro le organizzazioni contadine e le popolazioni nere (garifuna) e indigene dell’Honduras che difendono i propri diritti su terre ancestrali e di riforma agraria. Per la costituzionalista e difensora dei diritti umani Reina Rivera Joya, l’applicazione simultanea dei delitti di terrorismo e usurpazione porterebbe a pene che oscillano tra i 25 e i 35 anni di carcere. La ‘lotta contra il crimine organizzato, il narcotraffico e il terrorismo’ è inoltre uno strumento spesso usato da governi ultraconservatori allineati con Washington per giustificare misure eccezionali repressive, stati d’emergenza, l’inasprimento delle pene e la militarizzazione dei territori. Non è un caso che il Congresso honduregno, dopo le riforme del codice penale, abbia approvato un decreto in cui si autorizzano le Forze Armate ad affiancare la Polizia in compiti di pubblica sicurezza. È stata inoltre creata l’Agenzia Nazionale contro il Crimine che inonderà di reparti operativi speciali le zone ritenute maggiormente conflittuali e si è data luce verde alla costruzione di nuove carceri di massima sicurezza. Insomma, un vero e proprio circolo vizioso in cui la politica adotta un modello che crea esclusione, miseria e violenza e si usano l’emergenza, la militarizzazione e la repressione per controllarne gli effetti, provocando così una nuova escalation della violenza stessa, alimentata dall’impunità, le cui vittime sono quasi sempre quegli stessi settori della popolazione che vedono i loro diritti sistematicamente calpestati e che esigono cambiamenti strutturali. È in questo contesto che lo scorso 21 maggio sono stati massacrati, con tiro di grazia, venti contadini di una comunità del Bajo Aguán, entroterra caraibico nel nordest dell’Honduras, una delle zone più conflittuali in cui si mescolano esigenza di terra e giustizia, espansione agroindustriale, politica collusa con il crimine organizzato e assenza dello Stato. Beneficiata da una riforma agraria negli anni 60 e 70, la Valle dell’Aguán subì una controriforma all’inizio degli anni 90 con l’avvento e la consolidazione globale del modello neoliberista, che nelle campagne honduregne trovò la sua materializzazione nella nefasta legge di ‘modernizzazione agricola’. Essa portò a una veloce ricomposizione del latifondo e alla conseguente proletarizzazione delle famiglie contadine, fomentando, con fondi della Banca Mondiale, l’espansione dell’agrobusiness e delle monocoltivazioni, specialmente quella della palma africana. Dopo il colpo di Stato del 2009, nell’Aguán iniziò un’importante offensiva dei gruppi di contadini organizzati per recuperare le terre che erano state sottratte loro. La risposta di uno Stato garante degli interessi di produttori palmeros e narcotrafficanti fu la militarizzazione della zona e un’ondata di violenza che insanguinò le rive del fiume Aguán. Più di cento, tra dirigenti e membri di cooperative agrarie, sono stati assassinati impunemente negli ultimi 15 anni, mentre buona parte delle organizzazioni contadine subirono l’impatto delle infiltrazioni, delle divisioni indotte, delle campagne di killeraggio mediatico, della repressione giudiziaria e fisica. Le venti persone assassinate nel settore della comunità di Rigores (Colón) mentre andavano a lavorare in una piantagione di palma africana (Paso Aguán), tra cui due adolescenti di 14 e 16 anni e tre sorelle di 28, 30 e 33 anni, avevano già denunciato, pochi giorni prima, l’irruzione di agenti della polizia che avevano assaltato case e piccoli punti di vendita, distruggendo e bruciando mobilio, elettrodomestici e prodotti alimentari. La stessa zona è stata teatro delle scorribande di gruppi criminali che si dedicano, in totale impunità, a sfollare centinaia di famiglie che hanno recuperato terre e territori, mentre nella valle e sulla costa si moltiplicano i megaprogetti turistici ed energetici e le attività estrattive. La Piattaforma Agraria dell’Aguán denuncia che il massacro di Rigores avviene proprio dopo l’annuncio di una nuova militarizzazione della zona e di riforme punitive che criminalizzano ulteriormente la lotta per l’accesso alla terra. Nella stessa direzione va il richiamo di altre organizzazioni sociali. “Il conflitto nasce dalla decisione politica di sottrarre le terre ai contadini e ridarle a latifondisti e agroindustriali. Chi osa protestare viene criminalizzato, arrestato, cacciato via, assassinato”, spiega il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh). “I gruppi criminali” continua l’organizzazione indigena Lenca “agiscono nel silenzio delle istituzioni, le banche procedono a finanziare progetti di spoliazione, gli accordi raggiunti con le autorità non sono mai rispettati e lo Stato continua a proteggere i ricchi. Per questo diciamo che il crimine organizzato, l’agroindustria e lo Stato sono coinvolti e perseguono gli stessi obiettivi”. Per risolvere questa situazione, conclude il Copinh, non serve la militarizzazione dei territori, bensì “giustizia agraria, indagini indipendenti, carcere per gli autori materiali e i mandanti”. Il tutto in perfetta sintonia con quanto espresso dall’ex presidente Juan Orlando Hernández negli audio pubblicati da Canal RED e Hondurasgate, quando, rivolgendosi al fedelissimo presidente del Congresso, Tomás Zambrano, intimava l’uso della violenza per mettere in riga chi si oppone e protesta. “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza”. Per il direttore di Radio Progreso, padre Ismael “Melo” Moreno, il dibattito non deve concentrarsi sulla veridicità o meno degli audio, ma se “i loro contenuti sono coerenti con fatti e personaggi coinvolti nella vita politica. La violenza scoppiata e annunciata negli audio non ha nulla di falso ed è un fiume di sangue quello che scorre”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
May 26, 2026
Pressenza
Una grande marcia a La Paz in risposta alla conferenza stampa del governo
La dirigenza della Central Obrera Boliviana e la Confederacion Obrera de Bolivia hanno indetto una grande marcia verso la piazza Murillo, sede del governo boliviano, dopo la conferenza stampa del presidente Rodrigo Paz. Dopo i giorni passati in aeroporto, sono riuscito a raggiungere a piedi la stazione teleferica che congiunge Los alto de La Paz con la parte bassa della città, attraversando strade piene di sassi, barricate e persone con il poncho rosso, donne e uomini indigeni che presidiavano incroci, piazze e arterie principali. Negozi locali e piccoli ristoranti improvvisati erano completamente chiusi. Ho seguito la conferenza stampa del presidente, che almeno apparentemente ha sfoggiato un tono interlocutorio, calmo e mai minaccioso. Si è detto disponibile al dialogo e ha annunciato un nuovo gabinetto più disponibile, più in grado di rispondere ai problemi dei vari settori sociali. Inoltre nella conferenza stampa ha sottolineato che l’opzione dello stato d’assedio sarà soltanto l’ultima, che il governo attualmente si rifiuta di adottare, nonostante i consigli dell’alleato americano che non vede l’ora sicuramente di soffocare con la repressione le rivolte e di mettere le mani sulla ricchezza della Bolivia, dopo il Venezuela e forse Cuba. Viste le decisioni prese dalle organizzazioni sindacali che stanno occupando la città, la conferenza stampa non ha risposto alle questioni più urgenti –  dalla benzina di scarsa qualità che ha causato enormi problemi ai piccoli trasportatori, alla svendita del patrimonio naturale dell’industria del gas e dell’industria mineraria. È evidente che qui in Bolivia va in scena un conflitto legato a un governo neoliberista, di destra e conservatore, come anche in Argentina, ma quello che sta accadendo qui a mio avviso è anche un conflitto etnico e culturale. La Bolivia è il Paese meno occidentale dell’America Latina per la sua forte presenza indigena – due terzi della popolazione sono indigeni Aymara, Quechua e altre etnie minori. Santa Cruz, invece, la parte tropicale della Bolivia, è abitata prevalentemente da non indigeni e infatti là non c’è nessuna mobilitazione. Il presidente Rodrigo Paz è anche espressione di questa parte più legata alla produzione agricola e al commercio; la parte indigena di Cochabamba, Potosì e La Paz non si sente rappresentata da questo presidente, che comunque in questi giorni ha ritirato alcune delle leggi più indigeribili e liberiste, come la legge sulla parcellizzazione della proprietà agricola, che aveva messo in allarme le cooperative agricole indigene. Ieri è stata espulsa l’ambasciatrice colombiana: il presidente colombiano Pedro era intervenuto dicendo che il governo avrebbe dovuto ascoltare le richieste dei manifestanti e questo ha irritato il governo. Il presidente brasiliano Lula invece non ha fatto commenti. In queste ore si stanno concentrando le varie sigle della protesta, dai minatori, agli agricoltori, agli indigeni,  ai maestri rurali e ai campesinos per rispondere con una grande marcia alle comunicazioni fatte ieri davanti alla stampa nazionale e internazionale del presidente Paz. Tutto il centro della capitale boliviana e anche altre zone strategiche sono presidiate da ingenti forze di polizia.   Manfredo Pavoni Gay
May 21, 2026
Pressenza
NAKBA, settantottesimo anniversario della catastrofe palestinese
Domani 15 maggio ricorrerà il 78° anniversario della Nakba, la Catastrofe del popolo palestinese. Ma questa data non rappresenta soltanto una commemorazione: è il richiamo a una tragedia ancora attuale, che continua a consumarsi sotto gli occhi del mondo, perpetuata dall’entità sionista con il sostegno politico, logistico e militare del blocco imperialista a guida statunitense. Eppure, sempre più chiaramente, emerge il tracollo del progetto sionista così come di quello imperialista. Solo la resistenza, in tutte le sue forme, è riuscita a ostacolare questi piani di dominio e sottomissione dei territori, nonostante il prezzo altissimo pagato in termini di vite umane e distruzione di infrastrutture e ambiente. In ogni parte del mondo, i popoli continuano a resistere, con la parola e con la lotta, esprimendo con forza il proprio sostegno al popolo palestinese e alla sua resistenza. Palermo non fa eccezione. In uno scenario segnato da guerre diffuse su più continenti, la Sicilia occupa, contro la volontà dei suoi abitanti, un ruolo centrale nelle operazioni militari di logistica, addestramento e attacco contro i popoli individuati come bersagli del progetto imperialista. > IL 15 MAGGIO, ALLE ORE 18 IN PIAZZA SANT’ANTONINO, PALERMO SCENDERÀ IN PIAZZA > AL FIANCO DELLA RESISTENZA DEL POPOLO PALESTINESE Saremo in strada per ribadire con forza la volontà di non essere complici della Nakba palestinese né delle tragedie che colpiscono gli altri popoli bombardati e oppressi nel mondo. Guerre e devastazioni vengono alimentate per difendere gli interessi dei potenti, produrre povertà e disuguaglianze strutturali al fine di mettere gli uni contro gli altri i popoli colpiti dalla violenza, dallo sfruttamento e dalle politiche neoliberali e repressive. Ogni popolo che resiste ricorda al mondo che nessun oppresso è davvero sconfitto finché continua a lottare per la propria liberazione, finché continua la lotta e la solidarietà internazionale! > PALESTINA LIBERA, ORA E SEMPRE! COMUNICATO STAMPA DELL’ASSEMBLEA CITTADINA PER LA PALESTINA Redazione Palermo
May 14, 2026
Pressenza
Repubblica Dominicana, migliaia in marcia fermano la miniera della multinazionale canadese
Il governo della Repubblica Dominicana ha sospeso i lavori per la miniera d’oro affidati alla multinazionale canadese GoldQuest. Il presidente Luis Abinader ha dato seguito alla volontà popolare manifestatasi per le strade di San Juan. Qui, domenica scorsa, diverse migliaia di persone hanno sfilato per circa venti chilometri, verso la diga di Sabaneta, tra le principali fonti d’acqua del Paese. I manifestanti, dispersi poi dalla polizia a suon di idranti e lacrimogeni, denunciavano il rischio contaminazione dato dalla realizzazione del progetto minerario, al momento fermo alla fase esplorativa. La protesta nella Repubblica Dominicana contro il progetto Romero si inserisce in un filone più ampio, che dalla Bolivia all’Argentina vede protagonisti i popoli latinoamericani contro l’estrattivismo delle multinazionali. «Ai dominicani non interessa l’oro — dice uno dei manifestanti giunto alla diga di Sabaneta — ma l’acqua, l’ambiente, le risorse naturali». In migliaia hanno marciato domenica verso una delle principali fonti d’acqua del Paese, minacciata dal progetto minerario della GoldQuest. Dal 2005 sono state affidate alla multinazionale canadese delle concessioni esplorative, dunque di valutazione, nell’area circostante. Nelle ultime settimane GoldQuest aveva rilanciato la volontà di procedere con il progetto Romero, adducendo per la provincia di San Juan dei presunti impatti positivi sull’economia. A insorgere sono stati proprio i produttori locali, perlopiù contadini, che hanno invece denunciato i pericoli dell’inquinamento dati dalle attività estrattive. A seguito della manifestazione, il presidente Luis Abinader ha deciso di sospendere qualsiasi attività legata alla GoldQuest, a partire dai permessi necessari per procedere con l’inizio dei lavori e dunque dello sfruttamento minerario. La vittoria ottenuta dai cittadini dominicani si inserisce in un filone più ampio, che attraversa e unisce l’intera America Latina. In Bolivia, dove le comunità indigene hanno visto da vicino le conseguenze ambientali dell’estrazione dell’oro — a partire dall’uso del mercurio che inquina suolo e falde acquifere — si è messa in moto una campagna per sottrarre braccia e risorse al settore, puntando sull’agricoltura sostenibile. Due anni fa, a Panama, le proteste popolari costrinsero il governo a rivedere i suoi piani sulle concessioni minerarie. Vorrebbero ottenere lo stesso risultato anche gli argentini, che hanno lanciato una campagna per l’abrogazione dell’ultima riforma Milei, incentrata sull’autorizzazione delle attività minerarie e di estrazione degli idrocarburi anche nelle aree a ridosso dei ghiacciai. La riforma aumenterà i siti estrattivi, in uno Stato già alle prese con le conseguenze ambientali delle miniere di litio, contro le quali si concentra la lotta di diversi popoli indigeni, come i Kolla, che quotidianamente sfidano la repressione per provare a salvare quel che resta dei territori ancestrali.   L'Indipendente
May 8, 2026
Pressenza
La conferenza internazionale di Santa Marta segna l’inizio di un nuovo processo politico per uscire dai fossili
Tra il 24 e il 29 aprile, la città colombiana di Santa Marta, incastonata tra la Sierra Nevada de Santa Marta e il Mar dei Caraibi, ha ospitato la prima Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili. Un appuntamento inedito, che ha riunito 53 governi e oltre 2.600 soggetti accreditati provenienti da tutto il mondo: rappresentanti di popoli indigeni, comunità afrodiscendenti, movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati, mondo accademico, parlamentari e settore privato. Un elemento significativo è stata l’assenza delle grandi multinazionali del fossile, spesso protagoniste nei negoziati climatici globali. La composizione geografica delle delegazioni ha mostrato un’ampia rappresentanza globale: circa il 30% dei governi presenti proveniva dall’Europa, il 20% dall’America Latina e dai Caraibi, il 16% dall’Africa e il 12% dall’Asia, oltre a rappresentanze da Australia e piccoli Stati insulari. Parallelamente al programma ufficiale, dal 24 al 26 aprile si è svolto il Vertice dei Popoli per un futuro libero dai combustibili fossili, un percorso auto-organizzato che ha coinvolto oltre 900 realtà sociali e comunità colpite dalle crisi ambientali ed ecologiche. Questo spazio ha avuto un ruolo cruciale nel consolidare rivendicazioni condivise e costruire una piattaforma comune in vista del confronto con i governi. I lavori della conferenza sono stati preceduti da tre mesi di preparazione a distanza, durante i quali dodici settori tematici hanno elaborato documenti contenenti analisi degli ostacoli alla transizione energetica, proposte tecniche e politiche concrete, oltre a una tabella di marcia per l’uscita dall’economia fossile. Le prime giornate a Santa Marta sono state dedicate al panel scientifico, al dialogo accademico, all’incontro dei sindacati, all’assemblea dei popoli indigeni e agli appuntamenti settoriali del Vertice dei Popoli. Il momento centrale si è svolto il terzo giorno, quando oltre 1.500 rappresentanti della società civile si sono riuniti nell’assemblea plenaria presso l’Università del Magdalena. In questa occasione è stata lanciata la Dichiarazione dei Popoli per un futuro libero dai combustibili fossili, un documento politico che senza ambiguità declina i 15 principi della transizione rapida, giusta ed equa. La giornata successiva ha segnato l’avvio del dialogo diretto tra istituzioni e società civile. In sessioni parallele, il governo colombiano e quello olandese hanno incontrato delegazioni dei popoli indigeni, dei movimenti, dei sindacati, dei governi subnazionali e del settore privato. Nel pomeriggio, le strade di Santa Marta sono state attraversate da una grande marcia: non solo una manifestazione, ma l’espressione visibile di un processo collettivo costruito nei giorni precedenti, in cui esperienze locali e globali si sono intrecciate attorno a una visione comune. Gli ultimi due giorni sono stati dedicati al segmento di alto livello, in cui governi e rappresentanti di tutti i settori coinvolti nel percorso si sono confrontati sui tre pilastri che hanno guidato i lavori preparatori: superare la dipendenza economica dai combustibili fossili, trasformare domanda e offerta energetica e rafforzare la cooperazione internazionale e la diplomazia climatica. Al centro del dibattito, la necessità di ripensare profondamente i meccanismi della cooperazione globale per affrontare il collasso climatico, le povertà e le guerre. Tra i risultati principali della conferenza la creazione di un panel scientifico e la redazione di un report unitario, che raccoglie contributi dei governi e dell’Assemblea dei Popoli, evitando una semplice dichiarazione di intenti e puntando invece a integrare analisi, proposte e scadenze operative. Ma soprattutto, l’incontro ha segnato l’avvio di un nuovo processo politico: un tentativo di superare decenni di stallo nei negoziati internazionali e costruire, in un contesto globale complesso, una volontà condivisa di cambiamento. Appuntamento al 2027 per la seconda conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili che si svolgerà nelle isole Tuvalu, nell’Oceano Pacifico, tra le Hawaii e l’Australia e sarà co-organizzata con l’Irlanda. Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-la-marcia-dei-popoli-chiude-tre-giorni-di-lotta-impegni-per-la-vita-non-per-la-morte/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-internazionale-di-santa-marta-tagliare-le-armi-per-salvare-la-vita/     Redazione Italia
April 30, 2026
Pressenza
Conferenza di Santa Marta, la marcia dei popoli chiude tre giorni di lotta: “Impegni per la vita, non per la morte”
Le strade di Santa Marta oggi si sono riempite di voci, colori e rivendicazioni. La marcia dei popoli per un futuro libero dai combustibili fossili ha attraversato la città colombiana, chiudendo tre giorni intensi di incontri, assemblee e confronti sulla riconversione ecologica e su come garantire giustizia ambientale, sociale ed economica. Non una semplice manifestazione, ma il punto di arrivo – e allo stesso tempo di ripartenza – di un processo costruito dal basso, “dai popoli e per i popoli”. A guidare il corteo lo striscione che ha fatto da sfondo all’assemblea plenaria del 26 aprile: “Uscita dai fossili rapida, giusta ed equa”. La musica scandisce il passo, non solo come accompagnamento ma come pratica politica. Al centro delle richieste c’è la dichiarazione dei popoli per un futuro libero dai fossili, approvata al termine dell’assemblea. Tante le voci che si alternano, intrecciando esperienze locali provenienti da tutto il mondo. “Non saremmo potuti arrivare qui senza un lavoro territoriale”, raccontano Gamozo e Chucurí del movimento Ríos Vivos Colombia, che riunisce persone colpite dalle dighe e dalle crisi ambientali in America Latina. “Abbiamo costruito dialoghi, raccolto voci di bambini, giovani, donne, comunità. Questa marcia rappresenta tutto questo.” Il messaggio è netto: stop alla proliferazione dei combustibili fossili, “né qui, né altrove, né ora, né mai”. Al centro c’è anche la richiesta di autonomia dei territori, vista come condizione necessaria per superare la dipendenza da petrolio, gas e carbone. Un’autonomia che passa dall’educazione ambientale popolare e da una profonda trasformazione della matrice minerario-energetica, capace di ripensare non solo la produzione, ma l’intero modello di vita e consumo. Sharif Jamil, di Buriganga Riverkeeper e responsabile di Waterkeepers Bangladesh, racconta di villaggi che ogni giorno rischiano di scomparire, comunità che si addormentano senza sapere se avranno ancora una terra al risveglio. “Non riguarda solo il Bangladesh: succede anche in Pakistan, in Nepal, nelle Filippine. È la stessa lotta”. Conclude denunciando il fallimento delle promesse internazionali: “Ci incontriamo da anni alle COP, ma gli impegni non vengono rispettati e l’industria fossile continua ad espandersi e incassare sempre di più. Qui a Santa Marta stiamo costruendo una frontiera politica nuova!” Dalla prospettiva sindacale, Iván González, della Confederazione dei lavoratori delle Americhe, mette in fila tre punti: la crisi globale alimentata da guerre e sfruttamento, l’“architettura dell’impunità” che protegge multinazionali e potenze e l’impossibilità di una transizione che sacrifichi lavoratori, lavoratrici e comunità. “Senza diritti non c’è transizione giusta. La riconversione sarà femminista e popolare, oppure non sarà”. “Il percorso che ci ha portato fin qui nasce da anni di lotte contro un sistema basato su espropriazione, violenza e saccheggio”, spiega Juliana di Barranquilla +20. “Serve un cambio di paradigma che metta al centro la cura, a partire dalle economie femministe e dalle comunità e che costruisca una giustizia davvero riparativa. Non basta una transizione tecnologica: serve una trasformazione profonda, capace di superare le false soluzioni e rafforzare le alternative già esistenti”. “Abbasso la rimilitarizzazione dei Caraibi”, rilancia Federico Moscoso, dell’organizzazione El Puente di Porto Rico. “Abbasso gli interventi militari ed economici che promuovono la morte; abbasso l’estrattivismo; abbasso i sistemi di oppressione. Viva l’unità dei popoli che difendono la vita e la Madre Terra.” José Daniel, conosciuto come Caporalito, ha 9 anni ed è un bambino di Mocoa, Putumayo, nell’Amazzonia colombiana, leader, musicista e parte del vivaio “Radici Ancestrali” dell’Associazione di Donne Indigene Custodi della Medicina Tradizionale. “Porto un piccolo messaggio di cura,” dice. “Prima di arrivare qui, abbiamo parlato della cura del nostro territorio, definendo bisogni, impegni ed esigenze che qui oggi rappresentiamo tutti insieme. Abbiamo bisogno di acqua pulita per vivere, di un territorio sano, di un vento purificato affinché possiamo respirare e dobbiamo difenderli.” Dalle strade di Santa Marta, i movimenti rilanciano una richiesta chiara: un trattato globale per la non proliferazione dei combustibili fossili, regole vincolanti per le imprese e una riconversione costruita dal basso. Basta fossili, basta sfruttamento, basta rinvii. La realtà che vogliamo si costruisce dal basso, hanno cantato in corteo a gran voce. E oggi, in questa città affacciata sul Mar dei Caraibi, quella realtà ha preso voce e spazio. I popoli hanno già scelto da che parte stare. Ora tocca alla politica decidere. Francesca Palmi, GEA – Giustizia Ecologica e Ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/a-santa-marta-le-donne-indicano-la-trasformazione-oltre-il-fossile/       Redazione Italia
April 28, 2026
Pressenza
A Santa Marta le donne indicano la trasformazione oltre il fossile
Alla Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili, in corso a Santa Marta, la transizione giusta ha preso la forma concreta delle voci delle donne. Donne indigene, afrodiscendenti, contadine, giovani attiviste, rappresentanti dei territori e dei movimenti per la giustizia ecologica e ambientale hanno riportato al centro del dibattito una questione politica essenziale: uscire dal carbone, dal petrolio e dal gas non può significare semplicemente cambiare tecnologia, sostituendo un modello estrattivo con un altro. Deve voler dire trasformare i rapporti di potere, restituire voce alle comunità e riconoscere che i territori non sono zone di sacrificio, ma luoghi di vita, memoria e futuro. Il punto di partenza del confronto è stato proprio l’allargamento del concetto di “transizione giusta”. Nato nel movimento sindacale per garantire diritti e lavoro nella riconversione energetica, oggi questo paradigma viene rivendicato dalle comunità più esposte sui territori come qualcosa di più profondo: non solo tutela occupazionale, ma giustizia climatica, di genere, diritti territoriali, autodeterminazione, cura, riparazione e democrazia energetica. Le comunità, è stato detto, non devono essere consultate a posteriori, quando i progetti sono già decisi, ma devono avere potere reale sulle scelte che riguardano energia, suolo, acqua e futuro dei territori in cui vivono. Yuvelis Morales Blanco, dell’Alianza Colombia Libre de Fracking, ha riportato il dibattito al Magdalena Medio, a Puerto Wilches, dove le comunità hanno resistito all’avanzata del fracking e hanno legato la giustizia energetica alla giustizia di genere e territoriale. La domanda posta dal territorio è semplice e radicale: perché ogni volta che arriva un progetto estrattivo i diritti sembrano diventare negoziabili? L’acqua, l’aria, la libertà delle donne, la possibilità di vivere in pace non possono essere il prezzo del cosiddetto sviluppo. In un Paese che produce petrolio, estrae carbone e gas, Santa Marta diventa così il luogo in cui affermare che un futuro post-fossile non è un’utopia astratta, ma una costruzione già in corso nelle comunità. Dal continente africano, Sabla Samuel, del Fossil Fuel Treaty, ha mostrato come questa stessa contraddizione attraversi altri territori del Sud globale. In Africa, ha ricordato, grandi compagnie straniere continuano a estrarre ricchezza ed energia mentre centinaia di milioni di persone non hanno accesso all’elettricità o a modalità sicure di cottura degli alimenti. Il modello fossile promette sviluppo, ma lascia debito, inquinamento, povertà energetica e servizi pubblici indeboliti. In questo ciclo, sono soprattutto le donne a sostenere il peso del collasso: quando lo Stato arretra, quando la sanità e l’istruzione si svuotano, il lavoro di cura gratuito e invisibile diventa l’ammortizzatore sociale di economie costruite sull’estrazione. La stessa critica attraversa la discussione sui minerali necessari alla transizione energetica. Le relatrici hanno messo in guardia dal rischio di usare la crisi climatica come nuova giustificazione per espandere miniere, infrastrutture e frontiere estrattive. La transizione non può diventare il volto verde della stessa economia coloniale, affermano. Per questo è necessario distinguere tra i minerali realmente necessari per garantire accesso universale all’energia rinnovabile e quelli destinati ad alimentare data center, militarizzazione, sovra-consumo e crescita illimitata. Riciclare, riparare, ridurre i consumi dei Paesi ricchi, costruire sistemi energetici decentrati e comunitari: qui si misura la differenza tra una riconversione giusta e un nuovo ciclo di saccheggio. La voce delle giovani generazioni ha portato nel dibattito un’altra parola: immaginazione. Xiye Bastida, del popolo Otomi-Toltec e cofondatrice della Re-Earth Initiative, ha parlato di “memorie del futuro”, cioè della capacità di immaginare e custodire visioni di un mondo diverso. Un futuro post-fossile è un fiume che torna ad avere pesci, una terra bonificata dalle miniere, una comunità che riprende il baratto, una vicina che offre la frutta del proprio albero. Non è nostalgia, ma politica: recuperare la possibilità di desiderare un mondo diverso in una generazione cresciuta spesso tra fiumi contaminati, miniere e promesse di collasso. Da questa prospettiva, il fracking è stato indicato come una falsa soluzione. Non è energia di transizione, ma ulteriore dipendenza dal gas fossile, con impatti pesanti su acqua, salute, sismicità e clima. Il messaggio emerso a Santa Marta è netto: carbone, petrolio e gas devono essere affrontati insieme, senza scorciatoie che rimandino l’uscita dal fossile o ne cambino soltanto il linguaggio. Le voci indigene hanno dato al confronto una profondità spirituale e politica. Casey Camp Hornick, della Ponca Nation, negli Stati Uniti, ha ricordato che i popoli indigeni non si presentano a questi tavoli come semplici parti interessate, ma come titolari di diritti. La Ponca Nation ha sostenuto il Trattato sui combustibili fossili come nazione sovrana e chiede di essere parte dei luoghi in cui si decidono politiche e accordi. Non è una richiesta simbolica, ma una condizione democratica: chi ha difeso la terra per generazioni deve poter decidere sul futuro della terra. Lo stesso principio è risuonato nel panel dedicato all’Amazzonia e ai territori indigeni. “Il sangue della Madre Terra deve rimanere sotto il suolo” non è uno slogan, ma una forma di conoscenza, ripetuta da decenni dai popoli che hanno visto arrivare imprese petrolifere, militari, promesse di ricchezza e devastazione. La difesa dell’Amazzonia è stata presentata non solo come tutela di un ecosistema, ma come difesa del cuore vivente del mondo. Dove i governi continuano a proporre nuove concessioni senza consenso, le comunità rispondono rivendicando territori liberi da estrazione e il diritto di decidere. Dora, Olivia, Abigail, Luane e Hani hanno portato testimonianze diverse ma convergenti. Dai territori U’wa alla nazione Chapra, da Sarayaku all’Amazzonia brasiliana e al Putumayo colombiano, il linguaggio cambia, ma la sostanza resta la stessa: non può esserci giustizia climatica senza partecipazione reale dei popoli indigeni, delle donne, dei giovani, delle comunità contadine. Le donne indigene non vogliono essere presenza decorativa nei processi internazionali. Rivendicano il ruolo di chi custodisce vita, memoria, conoscenza e soluzioni. Lo hanno detto con forza: i territori non sono risorse naturali, sono beni di vita. Chiamarli “risorse” significa già collocarli dentro una logica di consumo e sfruttamento. In queste parole, la transizione energetica smette di essere un’agenda tecnica e diventa una trasformazione del pensiero. Non basta cambiare fonte energetica se resta intatto il modo di guardare alla Terra come a un deposito da svuotare. Non basta installare rinnovabili se le comunità vengono escluse, se il consenso viene aggirato, se il potere resta nelle mani delle stesse imprese e degli stessi governi che hanno costruito l’economia fossile. La trasformazione richiesta a Santa Marta riguarda il rapporto tra esseri umani e natura, tra Stato e territori, tra economia e cura, tra memoria ancestrale e scienza. La conclusione politica è arrivata dalle parole di Susana Muhamad, che ha collocato questa discussione dentro un tempo segnato da paura, autoritarismo e privatizzazione del bene comune. Il capitalismo fossile, ha osservato, non produce solo emissioni: produce alienazione, solitudine, perdita di senso, soprattutto tra i giovani. Contro questa deriva non basta denunciare. Bisogna ricostruire speranza, comunità e potere popolare. Serve un potere diverso, capace di empatia, compassione, riconoscimento dell’altro e connessione con la vita. Per questo Santa Marta non è soltanto una conferenza sull’uscita dai combustibili fossili. È uno spazio in cui si prova a nominare il mondo che viene dopo: post-fossile, ma anche post-coloniale, post-estrattivo, post-capitalista. Un mondo che, come hanno ricordato le donne dei territori, non deve essere inventato da zero: esiste già nelle pratiche comunitarie, nei saperi indigeni, nelle resistenze contadine, nelle reti femministe, nei movimenti giovanili, nei popoli che continuano a difendere fiumi, foreste e montagne. La sfida politica, ora, è dare forza a queste esperienze, trasformarle in decisioni vincolanti e impedire che la transizione venga sequestrata da chi ha prodotto la crisi. Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e ambientale Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2026/04/dal-24-al-29-aprile-si-terra-in-colombia-la-prima-conferenza-internazionale-per-labbandono-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/carovana-ecologista-emilia-romagna/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/la-conferenza-di-santa-marta-e-il-legame-tra-combustibili-fossili-armi-e-guerre/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/e-iniziata-a-santa-marta-in-colombia-la-conferenza-internazionale-per-leliminazione-dei-combustibili-fossili/ https://www.pressenza.com/it/2026/04/conferenza-di-santa-marta-il-trattato-sui-combustibili-fossili-come-nuova-frontiera-politica-globale/     Redazione Italia
April 27, 2026
Pressenza
Ayoreo e popoli indigeni incontattati, un incontro a Milano
In occasione della straordinaria visita di due indigeni Ayoreo Totobiegosode del Paraguay, per la prima volta in Italia, abbiamo organizzato un incontro aperto al pubblico giovedì 23 aprile alle 18.30 presso il salone della Casa dei Diritti, in via De Amicis 10, a Milano. Parleremo della campagna di Survival International a sostegno dei popoli indigeni incontattati del mondo, con particolare focus sul caso degli Ayoreo. Durante l’incontro interverranno: – Porai Picanerai importante e riconosciuto leader ayoreo – Darajidi Rosalino Picanerai insegnante e attivista ayoreo – Teresa Mayo ricercatrice di Survival per l’America Latina – Francesca Casella direttrice della sede italiana di Survival Porai e Darajidi sono in Italia per dare visibilità alla lotta del loro popolo: nel tempo, il governo paraguaiano ha consegnato la maggior parte del territorio ancestrale degli Ayoreo ad aziende agroindustriali che oggi occupano, deforestano e sfruttano una terra che è oggetto di rivendicazione formale degli Ayoreo sin dal 1993. Particolarmente a rischio è il destino dei gruppi Ayoreo incontattati, che per sopravvivere dipendono dalle loro terre e dalla loro protezione. Durante l’incontro scopriremo come e perché il nostro Paese sta finendo per contribuire alla distruzione delle loro foreste. Sarà l’occasione anche per presentare il recentissimo report pubblicato da Survival: Popoli indigeni incontattati, frontiere di resistenza. Si tratta dell’indagine globale più completa e rigorosa che sia mai stata realizzata su questi popoli, con storie personali, dati e testimonianze frutto della competenza unica di Survival International e dei suoi rapporti decennali con i popoli e i movimenti indigeni, inclusi gli Ayoreo. La serata prevede anche la partecipazione di due leader indigene Waorani dall’Ecuador: Mingö Guiquita, figura di grande rilievo nelle lotte sociali intraprese dal suo popolo, e Nemo Guiquita, leader waorani di spicco dell’Amazzonia ecuadoriana, riconosciuta per il suo impegno costante nella difesa dei diritti dei popoli indigeni e dell’ambiente. Ci racconteranno la situazione di alcuni dei popoli incontattati che vivono in Ecuador. Ad accompagnarle è Sara Pangione, divulgatrice e mediatrice interculturale, che da anni vive e lavora con loro. Lo staff di Survival International Italia Si ringrazia il lascito Silvana Negro per avere sostenuto la visita degli Ayoreo. Redazione Milano
April 19, 2026
Pressenza
La Senatrice Susanna Camusso ha ricordato il genocidio del popolo curdo
Il 14 aprile è la giornata ufficiale della commemorazione di Anfal, il genocidio del popolo curdo perpetrato dal regime di Saddam Hussein contro la popolazione del Bashur, nel Kurdistan occupato dall’Iraq. Non è solo dolore, né soltanto una pagina tragica della storia di un popolo: è anche il segno di una disumanità che continua ancora oggi, nell’indifferenza della comunità internazionale che troppo spesso ignora questa tragedia. In occasione della commemorazione, la senatrice Susanna Camusso ha ricordato Anfal nell’aula del Senato. Un gesto importante, che si inserisce nella campagna di UDIK – Unione Donne Italiane e Curde – per il riconoscimento ufficiale del genocidio di Anfal. La stessa proposta era stata presentata lo scorso anno dalla senatrice Camusso al Senato, affinché venisse discussa. All’interno di questa campagna, diversi comuni hanno già riconosciuto il genocidio, tra cui Firenze, Torino, Mirano e Castelnuovo ne’ Monti, San Giuliano Terme e Massarosa. Lo stesso appello è stato lanciato anche al Parlamento Europeo. Restiamo in attesa, con fiducia, che i nostri rappresentanti scelgano almeno di dare voce a questa memoria e a questa richiesta di giustizia nelle sedi istituzionali. Perché ricordare non basta: serve riconoscere, e serve agire. Grazie Onorevole Camusso per la sua concreta solidarietà al popolo kurdo. https://www.instagram.com/reel/DXI_CLjiNAn/?igsh=cmE3MHJiMThzNXpw Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
April 15, 2026
Pressenza