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Il ‘colpo di spugna’ di Trump per arraffare i terreni della riserva in cui c’è l’uranio
Con il proclama promulgato il 13 luglio scorso, il 47° presidente degli USA ha ‘messo le mani’ su una vasta area di Bear Ears, uno dei parchi in cui la protezione dei patrimoni naturali e archeologici coincide con il riconoscimento dei diritti dei nativi americani alla loro conservazione. Giornalista, scrittrice e direttore editoriale del Gruppo Mauna, Raffaella Milandri ha lanciato un allarme: > Donald Trump ha cancellato la protezione da oltre il 90% di Bears Ears e Grand > Staircase-Escalante: quasi tre milioni di acri, circa 11.850 chilometri > quadrati. > Per capire l’enormità: è un territorio più grande dell’intero Abruzzo > sottratto alla tutela e nuovamente esposto a miniere, trivellazioni e > sfruttamento industriale. > > Bears Ears è terra ancestrale e sacra per Navajo Nation, Hopi Tribe, Ute > Mountain – Ute Tribe, Ute Indian Tribe e Pueblo of Zuni. > > Non è un giacimento. Non è merce. Non è una proprietà da amministrare > ignorando i Popoli che la custodiscono da millenni. > > Le chiamano terre pubbliche quando devono decidere senza i Nativi. Le chiamano > risorse strategiche quando scoprono che sotto ci sono uranio, rame e vanadio. > Poi parlano di «restituire la terra al popolo». A quale popolo, signor Trump? > > E potrebbe non finire qui. Altri quattro monumenti nazionali indicati nei > piani dell’amministrazione restano a rischio: Baaj Nwaavjo I’tah Kukveni – > Ancestral Footprints of the Grand Canyon, Ironwood Forest, Chuckwalla e Organ > Mountains – Desert Peaks. Luoghi naturali, culturali e sacri che potrebbero > essere i prossimi a finire sotto attacco. Non basta indignarsi dopo. Bisogna > mobilitarsi adesso. Condividete questa notizia. Parlatene. Scrivete. Fate > pressione. Rompiamo il silenzio prima che altre terre ancestrali vengano > trasformate in concessioni minerarie. Per “rompere il silenzio”, Raffaella Milandri sollecita a unirsi al coro di proteste inviando una lettera email al Governatore dello Utah, all’Utah Office of Tourism, all’US Department of the Interior e all’US Bureau of Land Management (i recapiti e la proposta del testo del messaggio sono riportati in calce). Il proclama di Trump è intitolato MODIFYING THE BEARS EARS NATIONAL MONUMENT. Il testo comincia facendo riferimento al Proclama 9558 emanato nel 2016 da Obama “che nello Stato dello Utah ha istituito il Parco monumentale nazionale di Bears Ears, a cui ha riservato circa 1,35 milioni di acri di terreno federale e ha disposto che fosse gestito congiuntamente dal Bureau of Land Management (BLM) del Dipartimento degli Interni e dallo United States Forest Service (USFS) del Dipartimento dell’Agricoltura”. Poi ricorda che lo scrivente, Trump, “esercitando la mia autorità ai sensi della sezione 320301 del titolo 54 del Codice degli Stati Uniti (l’Antiquities Act)” nel 2017 era intervenuto a “modificare i confini del Parco monumentale”, cioè a ridurne l’area di circa 1,15 milioni di acri, e nel ottobre 2021 il presidente Biden a sua volta aveva decretato l’inclusione di “tutti i terreni precedentemente esclusi, espandendo il sito fino a comprendere circa 1,36 milioni di acri”. Affermando che “l’area minima compatibile con la corretta cura e gestione dei beni di interesse scientifico o storico ivi identificati” sia inferiore a quella ‘calcolata’ dai suoi predecessori, nel proclama del 13 luglio 2026 “a mia discrezione” Trump stabilisce che l’estensione da lui ‘misurata’ in “circa 121.096 acri” sia sufficiente e annuncia le disposizioni con cui saranno amministrati il sito e i terreni espropriati specificando i provvedimenti riguardo a “ingresso, localizzazione, selezione, vendita” e, contestualmente, “concessione di licenze minerarie e geotermiche” e “ubicazione, ingresso e brevetto ai sensi delle leggi minerarie”. La legittimità dei pretesti da lui addotti citando numerose leggi (*) verrà vagliata dai giudici a cui sarà chiesto di pronunciarsi, come già avvenuto riguardo a tanti altri atti deliberati da Trump perseguendo gli obiettivi che si era prefisso e che realizza con la strategia della ‘politica dei fatti compiuti’. * principalmente: Antiquities Act del 1906, Migratory Bird Treaty Act del 1918, Bald and Golden Eagle Protection Act del 1940, Wilderness Act del 1964 – e Utah Wilderness Act del 1984 -,  National Historic Preservation Act del 1966, Endangered Species Act del 1973, Federal Land Policy and Management Act e National Forest Management Act inoltre Native American Graves Protection and Repatriation Act del 1976, Archaeological Resources Protection Act del 1979, Federal Cave Resources Protection Act del 1988 e Paleontological Resources Preservation Act del 2009 In merito al motivo della propria decisione, Trump esplicita: “La regione di Bears Ears contiene diverse risorse vitali per l’indipendenza energetica ed economica e, di conseguenza, fondamentali per la sicurezza nazionale. Queste risorse, che includono minerali preziosi come argento, rame, molibdeno, piombo, uranio, vanadio e zinco, creano posti di lavoro che alimentano la prosperità e sono essenziali per importanti settori dell’economia degli Stati Uniti, tra cui la difesa, l’industria manifatturiera e i trasporti. È imperativo che gli Stati Uniti non dipendano da fonti estere per queste risorse. La modifica dei confini del Parco monumentale contribuirà a garantire un approvvigionamento interno adeguato, riducendo così la minaccia rappresentata dalla dipendenza della nostra nazione da fonti estere”. > LETTERA DI PROTESTA E SOLLECITO ALLE AUTORITÀ > > recapiti email: info@visitutah.com, travel@utah.gov, BLM_UT_SL_Mail@blm.gov, > business@utah.gov, exsec_exsec@ios.doi.gov, utmtmail@blm.gov > > To the Governor of Utah, the Utah Office of Tourism, the United States > Department of the Interior and the Bureau of Land Management. > > I am writing from Italy as an international traveller deeply concerned about > the reduction of protections for Bears Ears and Grand Staircase – Escalante > National Monuments. > Removing protection from almost three million acres – approximately 11,850 > square kilometres – is not a minor boundary adjustment. It exposes an immense > natural and cultural landscape to mining claims, extraction and industrial > exploitation. > Bears Ears is an ancestral and sacred landscape for the Navajo Nation, Hopi > Tribe, Ute Mountain Ute Tribe, Ute Indian Tribe and Pueblo of Zuni. > These Nations cannot be ignored while their lands are treated merely as > deposits of uranium, copper, vanadium and other exploitable resources. > Utah promotes itself internationally through the beauty of its landscapes, > responsible tourism and respect for local cultures. Those promises lose > credibility when sacred Indigenous lands are opened to mining and industrial > exploitation. > International visitors do not travel thousands of kilometres to witness the > destruction of the landscapes used to attract them. > As long as this decision remains in force, I cannot consider Utah a > responsible cultural and natural tourism destination, nor can I recommend it > to others. > I therefore urge the relevant authorities to: > – reverse the reductions of Bears Ears and Grand Staircase–Escalante; > – suspend new mining claims, leases and extraction permits on the excluded > lands; > – restore a meaningful role for the five Tribal Nations in the protection and > management of Bears Ears; > – guarantee that no other national monument will be sacrificed to mineral > exploitation; > – respect Tribal sovereignty, cultural heritage and the rights of future > generations. > Public land cannot mean land administered without the Indigenous Peoples whose > history, spirituality and ancestors remain rooted within it. > This is not responsible land management. > It is extractive colonialism carried out by presidential signature. > I request a written reply explaining what concrete action your office intends > to take. > Sincerely, > Nome e Cognome > Città, Nazione Maddalena Brunasti
July 17, 2026
Pressenza
India: arrestato l’attivista indigeno che protesta contro il progetto di un hotel di lusso
Decine di agenti di polizia hanno arrestato il noto attivista per i diritti indigeni Pranab Doley e altri due uomini, Amit Nag e Brijit Kutum, mentre altri due, Bhaskar Saikia e Rajiv Pegu, si sono consegnati spontaneamente. Domenica, la polizia ha circondato la casa dove alloggiava Doley e lo ha preso in custodia senza mandato d’arresto. L’arresto, ripreso dalle telecamere, arriva dopo anni di campagne contro le violazioni dei diritti umani legate alla conservazione della natura e contro il progetto di un resort a cinque stelle vicino al famigerato Parco Nazionale di Kaziranga, su terre su cui gli indigeni Adivasi hanno diritti territoriali. “Che democrazia è, se non ci è permesso far sentire la voce del popolo? La polizia venuta ad arrestarmi non ha mostrato alcun mandato di arresto”, ha dichiarato Pranab Doley, membro del popolo indigeno Mising, mentre veniva arrestato. Il Parco Nazionale di Kaziranga è da tempo tristemente noto per la violenza e la brutalità perpetrate dai suoi guardaparco contro i popoli indigeni che un tempo vi abitavano – e che ora ne sono stati espulsi e vivono ai suoi margini. Lì, per molti anni è rimasta in vigore la politica dello “sparare a vista”, che ha portato all’uccisione di decine di persone. Un’inchiesta della BBC ha rivelato che a Kaziranga i guardaparco hanno ucciso 106 persone in 20 anni. Secondo quanto riportato, il progetto dell’hotel Hyatt ha già causato lo sfratto di oltre 45 famiglie adivasi e potrebbe avere ripercussioni sui mezzi di sussistenza di centinaia di altre. Fa parte di un piano più ampio del governo dell’Assam per assegnare vaste aree di terreno adiacenti al parco a società private per la costruzione di resort di lusso. “Neghiamo queste accuse mirate e oltraggiose mosse contro Pranab Doley e altri attivisti e chiediamo il loro immediato rilascio” ha dichiarato in un comunicato il Greater Kaziranga Land and Human Rights Protection Committee (GKLHRPC), di cui Pranab Doley è coordinatore. “Condanniamo fermamente il trattamento illegale riservato a Pranab Doley e ad altri attivisti. Chiediamo l’immediato e incondizionato rilascio dei tre attivisti e che il governo dell’Assam ponga fine alla persecuzione degli attivisti indigeni che difendono i diritti delle comunità adivasi colpite”. “Pranab Doley non ha fatto nulla di male e dovrebbe essere rilasciato immediatamente – ha commentato la direttrice di Survival International, Caroline Pearce – Al contrario, è lui che si batte contro quello che è sbagliato: il furto di terre, gli sfratti e gli abusi inflitti ai popoli indigeni in India nel nome della ‘conservazione’. Gli arresti sono solo un altro esempio di questa repressione. Le autorità devono rilasciare il signor Doley e gli altri arrestati e smettere di anteporre la conservazione e il turismo ai diritti fondamentali dei popoli indigeni”. Survival
July 14, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 3
Dopo il primo impatto con il Paese e aver preso contatto più da vicino con questa realtà, nella terza parte daremo uno sguardo più preciso alla economia legata alla miniera che è la grande ricchezza ma anche il cuore dello sfruttamento della popolazione mauritana. Parliamo di conseguenza di un governo che ha il controllo della popolazione, di schiavitù e di mancanza di assistenza sanitaria. Il complesso della Miniera La miniera di Zouerat Arrivando a Zouerat con l’autobus, si passa -per chilometri- tra centinaia di geometrici cumuli piramidali di ferro neri-rossicci, tutti perfettamente uguali, alti 4-6 metri. Una visione surreale, quasi metafisica, difficile da fotografare da un mezzo in movimento. Il risultato di un lavoro svolto da macchinari ciclopici che scaricano e ricaricano cumuli calcolati con precisione nel peso e nella dimensione (non possono superare un certo peso perché sprofonderebbero nella sabbia). Lungo questo percorso non si vedono esseri umani, ma alla gestione del processo lavorano dai 7 ai 10mila dipendenti della SNIM – Società Nazionale Industrie e Miniere -, sulla base dei progetti di espansione (per il 2026 è previsto un raddoppio della produzione). Si arriva a 20mila se si considerano i lavoratori stagionali e la logistica (manutenzione dei binari e dei macchinari, trasporti, sicurezza). Questi lavoratori arrivano spesso da paesi confinanti come il Senegal o il Mali, ma ci sono anche cinesi che vivono in comunità ermetiche con ritmi di lavoro estenuanti. Tutti ruotano intorno ai turni di estrazione e sono minatori e operatori delle macchine che guidano enormi dumper (camion grandi quanto una casa di 3-4 piani) ed escavatori nelle miniere a cielo aperto. Le squadre di tecnici ferroviari mantengono funzionante la ferrovia e il treno lungo 3 chilometri. Il treno della miniera Le squadre di carico gestiscono i terminali dove i cumuli geometrici vengono caricati sui vagoni con precisione millimetrica. Il treno viene caricato con un sistema ad altissima tecnologia, in poche ore. Turni massacranti di uomini che sono costretti d’estate a sfidare il Sahara a 45 gradi con una polvere finissima che entra ovunque. Sono presenti infine ingegneri e geologi, spesso formati all’estero o nelle scuole d’élite della stessa SNIM, che studiano i giacimenti e le esplosioni per sbriciolare la montagna. Questi ultimi arrivano da Francia-Europa, Turchia, Marocco, Cina. Le Miniere di ferro vengono gestite dalla SNIM dal 1960, dopo che la Francia ha “concesso” l’indipendenza in cambio-sembra-del 40% della proprietà della miniera stessa. La Società quindi è governativa, ma ha una gestione privata; controlla non solo la miniera, ma gestisce un ospedale privato, a cui hanno accesso i minatori e le loro famiglie, una scuola privata, in cui vi è una “formazione di eccellenza”, ed altri servizi in funzione della gestione di questa enorme ricchezza. Il Governo e il Parlamento La Mauritania si definisce una Repubblica Islamica ed è presieduta dal Presidente che viene eletto dai cittadini (Repubblica presidenziale). Questi nomina il Governatore (Primo ministro). Il Presidente al momento è un militare, eletto nel 2019 e poi rieletto nel 2024 “con elezioni popolari”. La Mauritania è divisa in 15 regioni, tra cui quella di Zouerat-Miniera, e il Governatore nomina direttamente i Governatori regionali, mentre i deputati che costituiscono il Parlamento a Camera unica, l’Assemblea Nazionale, vengono eletti direttamente dai cittadini. In pratica il Parlamento ha il compito di votare le leggi ma il Governatore regionale (sotto il controllo diretto del Primo ministro) ha il compito di metterle in atto e il suo potere supera di gran lunga quello dei deputati, anche a livello regionale. Insomma tutto è in mano al Governatore regionale che dipende direttamente da quello nazionale, guidato dal Primo ministro. La schiavitù In Mauritania le dichiarazioni, anche ufficiali, testimoniano la presenza di un sistema di schiavitù per ascendenza e una pesante repressione degli attivisti che denunciano la situazione, soprattutto dell’IRA (Iniziative for the Resurgence of the Abolitionist movement) che lotta per l’abolizione della schiavitù. La Mauritania è il 3° paese al mondo, per numero di schiavi, dopo paesi come Corea del Nord ed Eritrea, dove persiste la schiavitù per status ereditario: se una donna è schiava, i figli sono schiavi, di proprietà totale del padrone e le donne sono costrette a matrimoni forzati per partorire figli al padrone. Ufficialmente la schiavitù è stata abolita nel 1981 ed è punita dal 2007, ma ad oggi si stima che siano circa 150mila le persone ancora in condizioni di schiavitù su una popolazione di 5 milioni. Altre stime, che includono le persone in totale dipendenza economica, arrivano a parlare di 500mila schiavi. Si tratta soprattutto di “mori neri”, il 40% della popolazione, sottomessi dai “mori bianchi” (arabo-berberi, pari al 30% della popolazione. La salute e l’assistenza sanitaria Il pronto soccorso dell’ospedale pubblico Nell’unico colloquio avuto con uno dei medici responsabili dell’ospedale della miniera, qualche accenno alla salute degli abitanti è emerso: tanti problemi respiratori come conseguenza dell’impatto che la miniera a cielo aperto ha sulla cittadina “sottostante”, diffusione di Hiv per mancanza di cultura della” prevenzione sessuale” e presenza di manodopera migrante anche da zone/paesi vicini, che solo saltuariamente torna alle proprie famiglie. Gli ho chiesto un incontro successivo per avere dati più dettagliati sulla situazione sanitaria e in particolare sugli infortuni in miniera, ma in quell’occasione non mi ha detto più nulla: occorreva che avesse l’autorizzazione dalla Direzione… Inoltre è complesso capire come le persone possano curarsi: sul territorio non esistono medici gratuiti e accessibili. Certo, all’ospedale governativo si accede, ma qualsiasi terapia o presidio è a carico del malato: medicazioni, pannoloni, farmaci. Praticamente viene offerta la visita a volte il ricovero, la diagnostica è quasi inesistente, e non c’è nient’altro… In pochi casi vengono offerte alcune cure, ma è necessario prima verificare che il paziente sia davvero molto povero!!! Qualche recente articolo di propaganda governativa, che parlava di inaugurazioni e fondi destinati all’implementazione dell’assistenza sanitaria, riportava come importante obiettivo che circa la metà dei cittadini di Zouerat arriverà ad avere un’assicurazione privata… mentre il programma di forfait ostetrico prevederebbe il pagamento di una di somma di 4000 oubie (circa 100 euro) per coprire le necessità di una gravidanza e del parto: una cifra inarrivabile per la maggior parte della popolazione povera locale. L’ospedale vecchio: difficile immaginarlo La guardiola d’ingresso dell’ospedale vecchio Nell’unica struttura pubblica ospedaliera esistente, dove sono entrata, in teoria dovrebbero lavorare almeno 5 specialisti e una decina di medici generici, oltre che personale infermieristico. Quando siamo entrati, io accompagnata da Rossana, un governativo e un ospite Saharawi non abbiamo incontrato nessuno, ma forse erano i giorni del Ramadan! Abbiamo vistolocali in uno stato di totale rovina, poche attrezzature danneggiate o arrugginite, stanze senza lettini nè sedie ma solo qualche muretto-panca su cui le persone possono sdraiarsi. Non oso immaginare come potrebbero essere i reparti, a cui non abbiamo potuto accedere. Il solo ospedale abbastanza “attrezzato” è quello privato della miniera, ma è riservato. L’ospedale” nuovo”: una vera cattedrale nel deserto Si tratta di un edificio in costruzione, una costruzione fantasma al limitare della città, in mezzo al deserto. Tempi di ultimazione? Buco nero (anche sul cartello). Personale previsto? Non si sa. Costi? Degni di una struttura europea: 6 milioni di euro. In Italia, con la stessa cifra, si riesce ad edificare una RSA di 60-70 posti letto su più piani (…nonostante tutto). Pare che che vi sia stata anche una grande inaugurazione dell’ospedale nuovo da parte delle “autorità”: una struttura che dovrebbe essere il polo di riferimento per tutta la provincia desertica delle miniere. In arrivo tanti soldi…ma non si sa a chi vadano. Questo racconto, insieme ai precedenti, mostrano chiaramente come la povertà in Mauritania e nella maggior parte dell’Africa non sia un caso. L’Africa è ricca di tutto ciò che serve al capitalismo internazionale. La povertà in cui vive la maggior parte della popolazione mauritana si spiega col grande sistema di sfruttamento – fino alla schiavitù – delle immense ricchezze (materie prime minerarie ma anche il pescato della costa) del Paese: un sistema che porta vantaggi a pochi (tra cui sistema politico e governatori) e che obbliga la popolazione a vivere in condizioni minime di sussistenza, di mancanza di diritti, di cure, di possibilità di emancipazione. Nella quarta e ultima parte racconterò alcuni momenti della mia esperienza diretta nella casa di Rossana con i bambini e gli operatori, e del lavoro presso le Centre de Santé.   Fine terza parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
Perché il governo Netanyahu è Israele
LA VIOLENZA DEI COLONI NON È PIÙ UN’ECCEZIONE. È IL SINTOMO DI UN PROGETTO POLITICO CHE L’EUROPA CONTINUA A GUARDARE SENZA TROVARE IL CORAGGIO DI CHIAMARLO CON IL SUO NOME. Sarò breve. Perché i giorni trascorsi dall’inizio dello sterminio dei palestinesi sono 1003. Perché le parole per nominarlo sono finite e anche quelle che ci siamo inventati per definire la distruzione deliberata di un gruppo etnico o religioso in quanto tale non bastano più. E perché un amico mi ha detto che ne uso troppe e che non c’è tempo per leggerle tutte. Dopo questo preambolo, vengo al sodo. Questo fine settimana, come ogni santo maledetto giorno che c’è sulla terra, oltre venti tra palestinesi e attivisti sono rimasti feriti durante attacchi compiuti da bande di teppisti israeliani in Cisgiordania. Non riesco più a chiamarli semplicemente «coloni». Quando la violenza contro civili, contadini e attivisti si ripete con tale regolarità e brutalità, la parola perde la sua neutralità descrittiva e rischia di diventare un eufemismo. Nominiamoli dunque per quello che sono: cavernicoli. E forse nemmeno al tempo di Neanderthal erano così animaleschi nella loro primordiale ferocia e ripugnanza. Le aggressioni verificatesi fra ieri e oggi sono avvenute in diverse località della Cisgiordania. Secondo le testimonianze, «le forze di sicurezza israeliane non sono riuscite a impedire diversi di questi assalti». Non sono riuscite o non hanno voluto? È una domanda che non può più essere elusa, considerato che troppo spesso – anzi, quasi sempre – i militari assistono, intervengono tardivamente o operano in un contesto in cui queste violenze continuano a ripetersi senza essere fermate in modo efficace. «La gente ha paura di recarsi da sola sui propri terreni», ha dichiarato un palestinese il cui villaggio è stato preso di mira. Ed è per questo che continuo a sostenere che il governo Netanyahu è Israele. Non perché in Israele non esistano dissenso, opposizione e persone che si battono per un’altra strada. Esistono, e meritano rispetto. Ma oggi rappresentano una minoranza politica e sociale incapace di incidere sugli indirizzi dello Stato. Quando la violenza dei coloni si ripete ogni giorno, da anni, sotto gli occhi dell’esercito; quando ministri e parlamentari ne condividono apertamente il linguaggio e gli obiettivi e alcuni di loro distribuiscono gratuitamente dei mitra; quando l’annessione strisciante della Cisgiordania procede senza incontrare una reale opposizione interna capace di fermarla, allora non siamo più davanti alle azioni di poche mele marce. Siamo davanti a un sistema politico e a un orientamento collettivo che, nei fatti, hanno reso quella violenza parte integrante del proprio progetto. Francamente, mi vergogno del governo che rappresenta l’Italia e di quelle erinni che siedono a Bruxelles, guidate da Ursula von der Leyen. Anche lei, come Angela Merkel, ha la sua divisa: stesso taglio della camicia e della giacca – delle quali cambiano soltanto i colori –, stessi pantaloni, stesse scarpe, stessa uniforme quasi rituale e persino lo stesso taglio di capelli, con il quale comincio a credere sia nata direttamente. Ma qui finiscono le somiglianze. Perché la statura politica e morale non si indossa. Si misura nella capacità di difendere i principi che si proclamano anche quando è scomodo farlo. E sotto questo profilo, il divario tra le due è abissale. P.S. Io i coloni li considero dei criminali e come tali vorrei che fossero trattati. M. Alessandra Filippi
July 5, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: Carlo Vive anche a Copenhagen
Andando verso il venticinquennale del G8 di Genova, e ormai mancano meno di tre settimane, veniamo a scoprire che solo pochi giorni fa quelle drammatiche giornate sono state rievocate persino a Copenhagen! Era sabato scorso, 27 giugno, e nella sede della Folkehuset (la Casa del Popolo), è stato proiettato il film Black Block di Carlo A. Bachschmidt. Era presente l’autore e organizzava il collettivo “Copenaghen Antifascista” molto attivo sul fronte dell’accanimento repressivo, sempre più pesante anche in nord Europa. Un film che quando uscì nel 2011, a dieci anni di distanza dai tragici fatti del G8, venne presentato al Festival di Venezia e fece molto discutere per la precisione con cui venivano ricostruite quelle due giornate di allucinante violenza, tra il 21 e il 22 luglio del 2001, prima alla scuola Diaz presa d’assalto dalle Forze dell’Ordine, e poi alla Caserma di Bolzaneto, con le torture inflitte agli arrestati. Un film durissimo e corale, che recupera le voci e i traumi degli attivisti Lena e Niels (Amburgo), Chabi (Zaragoza), Mina (Parigi), Dan (Londra), Michael (Nizza) e Muli (Berlino) che il regista Carlo A. Bachschmidt era riuscito a rintracciare, sulla scorta della sua stessa esperienza all’interno dell’organizzazione del Genoa Global Forum, come responsabile del Media Center; e in seguito come consulente del Genoa Legal Forum, per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video e fotografico riguardante i fatti di Genova. Anche a distanza di anni il film ha suscitato un partecipato dibattito con la partecipazione di attivistə di diversi movimenti danesi, per la maggior parte giovanissimi come dicono le foto che riportiamo dal sito del Comitato Piazza Carlo Giuliani. Particolarmente interessante è stato il contributo di Ulydig Retshjælp, il supporto legale danese. E non è mancato un sentito messaggio da remoto di Elena Giuliani a nome del Comitato, che è stato accolto con commozione dai presenti. E tornando a Genova, con oggi prende il via il fitto calendario-eventi che scandirà i giorni che ci separano dal week end tra il 18 e il 20 luglio, con l’annunciata Assemblea No King (sabato 18), la Manifestazione del giorno dopo e la tradizionale commemorazione di Piazza Alimonda, lunedì 20. I forum tematici, i molti libri freschi di stampa, le mostre che apriranno questo week end a Palazzo Ducale, le proposte teatrali: non mancheremo di riferirne. A cominciare dallo spettacolo che andrà in scena stasera 1° luglio al CSOA Pinelli (Via Fossato di Cicala): Storia di una donna libera, Teresa Mattei, per la regia di Marco Bonomi, produzione Teatro dell’Ortica. La storia della più giovane tra le madri costituenti: ribelle fin da bambina, di famiglia cattolica ma fin da giovanissima in totale opposizione al fascismo, militante del PCI spesso in contrasto con la dirigenza, protagonista della resistenza, con incredibile determinazione. “Io stesso non sapevo granché della storia di questa donna” ammette il regista “e l’ho scoperta leggendo il libro Chicchi la Resistente che la storica Anita Ginelli ha recentemente pubblicato con il patrocinio dell’ANPI di Genova. Libro bellissimo, ricco di aneddoti e contenuti anche multimediali, vero e proprio deus ex machina per me, perché è riemergendo da quelle pagine che ho concepito questo spettacolo come una lezione di storia, con due soli attori in scena: un lui ovvero io stesso nel ruolo del docente, impegnato nella trasmissione di una memoria che un po’ si è persa ma resta importante; e una lei, l’attrice Ilaria Piaggesi, nel ruolo della mitica Chicchi, al tempo stessa giovanissima partigiana, e via via fondatrice dell’UDI, responsabile della scelta del fior di mimosa quando venne deciso che l’8 marzo doveva essere la giornata della donna (qualcuno aveva proposto delle timide violette), fino agli anni della vecchiaia, che Teresa Mattei visse senza mai sottrarsi, da combattente…” Una vita di impegno civile, per le donne, per i bambini, per l’affermazione di una pedagogia radicale e sperimentale al tempo stesso. In dissonanza con Togliatti in più di un’occasione, fondamentale testimone al processo militare contro Priebke, portavoce di un’idea di sinistra fedele ai principi, Teresa Mattei non poteva non essere in piazza durante le giornate di Genova di 25 anni fa, benché già ottantenne. “Per non rischiare di sottrarre attenzione a ciò che viene detto, ho optato per uno spazio scenico essenziale, con il buio interrotto solo da due punti luce che focalizzano l’attenzione sui protagonisti” spiega il regista, che sottolinea l’impianto pedagogico e di documentazione del progetto, 70 minuti che trascorrono intensissimi, grazie all’ottima recitazione di entrambi gli attori in scena. Oltre a stasera lo spettacolo si replicherà il 14 luglio alla Villa Bombrini di Genova (Via Ludovico Antonio Muratori 5) e speriamo anche in altre città. E non possiamo non parlare di Pietre, che è andato in scena domenica sera (era il 28 giugno) al Teatro dell’Ortica con la regia e drammaturgia di Chiara Tarabotti. Monologo quanto mai intenso e coinvolgente che ci porta dentro il campo profughi di Jenin, in Palestina, che la regista ha avuto occasione di visitare qualche anno fa grazie a un viaggio organizzato dalla Casa della Pace di Milano. “Pietre per dire non solo della Prima Intifada, ma anche delle pietre che vediamo posizionate sulle tombe dei cimiteri ebraici… e per dire dello Stone Theatre, che la leggendaria Arna Ker, radicalmente pacifista, fondò verso la metà degli anni ’90 all’interno di quello stesso campo profughi” spiega la regista. Ed eccoci a riscoprire questa storia straordinaria, condensata nell’arco di un’unica giornata che è anche l’ultima giornata prima di morire del figlio di Arna, il “100% israeliano e 100% palestinese” (come lui stesso amava definirsi) Juliano Mer Khamis: figlio del dirigente comunista palestinese Saliba Kamis e dell’attivista israeliana Arna Mer, talmente impegnata nel prendersi cura della popolazione infantile di Jenin mediante appunto il teatro, da meritare nel 1993 il Right Livelihood Award, il Premio Nobel cosiddetto “alternativo” per la Pace. Una storia che Juliano Mer Khamis, a sua volta attore, attivista, regista, produttore, ex paracadutista, disertore, avrebbe documentato nel 2004 con il film Arna’s Children, che intreccia riprese del lavoro teatrale svolto dalla madre nel corso degli anni all’interno del campo profughi di Jenin, con le riprese da lui stesso girate quando ormai era già scoppiata la 2nda Intifada, che alla “resistenza delle pietre” sostituiva quella ben più letale del terrorismo, della militanza disposta a tutto, anche a saltare in aria imbottiti di esplosivo, come unica possibile risposta all’occupazione. Lo sviluppo successivo a quel documentario, che ebbe risonanza internazionale, fu nel 2006 la fondazione del Freedom Theatre, insieme al militante Zakaria Zubeidi, tra i leader delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, che per un po’ decise di deporre le armi per abbracciare la resistenza culturale. Il che non l’avrebbe salvato negli anni successivi dalla detenzione nelle carceri israeliane – da cui è stato liberato solo lo scorso ottobre, nell’ambito di quello scambio di prigionieri che avrebbe dovuto inaugurare la “pace di Trump” e invece continua a vedere dietro le sbarre, in condizioni sempre più disumane, decine di migliaia di palestinesi tra cui moltissimi bambini. Tutto questo ci viene restituito, con un monologo costruito con magistrale sapienza narrativa dalla regista e magnificamente interpretato dall’attore Gianmaria Martini, nell’arco di poco più di un’ora che rievoca appunto l’ultima giornata di vita di Juliano Mer Khamis, prima di venir ucciso il 4 aprile 2011. Le scelte politiche, le contraddizioni identitarie, il legame con la madre Arna e (a volte conflittuali) con la comunità del campo profughi, il teatro come pratica di consapevolezza nella militanza e come conquista di impensabili spazi di libertà: tutto questo si intreccia con gli eventi centrali della storia palestinese – la Seconda Intifada, l’assedio di Jenin – e con figure che hanno subito la stessa tragica fine, come Vittorio Arrigoni. Spettacolo duro, coinvolgente, commovente. Totalmente privo di orpelli, effetti speciali, oggetti di scena: la cappa dell’oppressione è palpabile in ogni momento, anche senza bisogno di venir visualizzata, o accentuata da qualche commento musicale. Il teatro come spazio di confronto, ineludibile, fino all’epilogo: l’assassinio, per chissà quale mano… e il silenzio che ne segue. Di Palestina si tornerà a parlare, all’interno del ricco cartellone di iniziative genovesi per il 25ale del G8, con la Mostra Documenting life, death and resistance in Palestine prodotta dal collettivo Prospekt Palestine Project insieme ad Activestills, che insieme ad altre mostre verrà inaugurata questo week end a Palazzo Ducale. (6 – continua) Daniela Bezzi
July 1, 2026
Pressenza
Perù: Rafforzare la comunità e l’organizzazione per resistere e difendere il futuro dei territori
Mentre il Paese si prepara ad affrontare una nuova fase politica, tutto lascia intendere che l’estrattivismo continuerà a occupare un posto di rilievo nell’agenda nazionale. I segnali sono chiari. Negli ultimi anni sono state approvate norme che indeboliscono le istituzioni ambientali, limitano la partecipazione dei cittadini e criminalizzano la protesta contro i danni subiti dalle comunità a causa dei metalli pesanti e dell’inquinamento ambientale. Le ultime norme favoriscono l’espansione delle attività estrattive a scapito dei diritti delle comunità. A ciò si aggiunge uno scenario politico in cui la grande industria mineraria si profila come uno dei principali pilastri del prossimo governo. Il fujimorismo è stato uno dei principali promotori di norme che riducono i requisiti ambientali e che hanno progressivamente indebolito il quadro dei diritti dei cittadini, consolidando un modello di sviluppo che pone l’estrazione delle risorse al di sopra dei diritti umani, della protezione degli ecosistemi e dell’autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, questa storia non inizia oggi. Né finisce con un cambio di governo. Nei territori esiste una memoria che continua a vivere, costruita da comunità contadine, popoli indigeni, ronde contadine, organizzazioni sociali, lavoratori e difensori dei diritti che per decenni hanno sostenuto la difesa dell’acqua, della terra, degli ecosistemi e dei diritti collettivi. Quella memoria costituisce uno dei maggiori punti di forza del movimento sociale di fronte a un contesto sempre più avverso. LE ALTRE VOCI Tra il 24 e il 26 giugno, mentre Lima ospitava il Congresso mondiale delle miniere, si sono riuniti anche coloro che raramente vengono invitati negli spazi in cui si definisce il futuro del settore. Comunità colpite, organizzazioni sociali, popoli indigeni, lavoratori minerari e difensori dei diritti hanno ricordato che non esiste un vero dibattito sull’estrazione mineraria quando le voci dei territori rimangono ai margini delle decisioni. Questa è stata l’essenza del Forum Sociale «Le Altre Voci», uno spazio che ha rivendicato la necessità di porre al centro la democrazia, i diritti e la tutela dei territori. Le preoccupazioni espresse in quell’incontro non sono nuove. I conflitti socio-ambientali persistono, la pressione sulle risorse idriche continua e i meccanismi di tutela ambientale e lavorativa si indeboliscono, mentre l’estrazione mineraria informale e illegale continua ad espandersi al riparo di una debole presenza statale. Allo stesso tempo, le attività estrattive avanzano verso le sorgenti dei bacini idrografici, i territori indigeni, i ghiacciai, le valli agricole e gli ecosistemi strategici, senza che il Paese abbia definito una pianificazione territoriale che consenta di stabilire collettivamente quali attività siano compatibili con la vita e quali no. QUALI RIVENDICAZIONI SARANNO ASCOLTATE IN UNO SCENARIO DI POLARIZZAZIONE POLITICA? In questo contesto sorge una domanda fondamentale. Ci sarà spazio affinché le rivendicazioni delle comunità siano ascoltate in uno scenario segnato dalla polarizzazione politica e dalla crescente influenza degli interessi estrattivi? Esisterà la volontà di discutere una nuova governance mineraria quando da diversi settori del potere si insiste nel ridurre il dibattito alla crescita economica e agli investimenti? Queste domande non esprimono rassegnazione. Esprimono la necessità di mantenere una vigilanza costante e di rafforzare l’organizzazione sociale come condizione indispensabile per la difesa dei diritti. L’esperienza dimostra che i principali progressi in materia ambientale, territoriale e di diritti umani non sono scaturiti da concessioni spontanee del potere politico o economico, ma sono il risultato della mobilitazione, del coordinamento tra le organizzazioni e della tenacia delle comunità. LA GIUSTIZIA AMBIENTALE CONTINUERÀ A ESSERE UN COMPITO COLLETTIVO CHE POTRÀ ESSERE REALIZZATO SOLO ATTRAVERSO L’ORGANIZZAZIONE E LA SOLIDARIETÀ Per questo motivo, il momento attuale richiede di rafforzare le capacità delle organizzazioni sociali, rinnovare gli spazi di incontro e costruire alleanze più ampie tra comunità, popoli indigeni, lavoratori, collettivi giovanili, organizzazioni ambientaliste, mondo accademico e settori impegnati nella difesa della democrazia e dei beni comuni. In tempi di frammentazione, la coordinazione diventa una strategia politica indispensabile. Nessuna organizzazione potrà affrontare da sola l’avanzata di un modello estrattivo sostenuto da riforme legislative, interessi imprenditoriali e decisioni governative sempre più allineate. Sarà inoltre necessario mantenere viva la memoria delle lotte che hanno segnato la storia recente del Paese. Ricordare coloro che hanno difeso i propri territori non significa rimanere ancorati al passato. Significa riconoscere che le rivendicazioni in materia di giustizia ambientale, partecipazione effettiva, tutela dell’acqua, rispetto dei diritti del lavoro e garanzia dei diritti collettivi continuano ad essere attuali. La memoria rafforza l’identità dei movimenti sociali e impedisce che le stesse violazioni si ripetano sotto nuove forme. LA DEMOCRAZIA SI COSTRUISCE ANCHE A PARTIRE DAI TERRITORI Noi della Rete Muqui sosteniamo che il futuro del Paese non possa essere costruito mettendo a tacere chi abita i territori in cui vengono estratti i minerali. Non ci sarà fiducia finché le decisioni verranno prese senza un’effettiva partecipazione. Non ci sarà trasformazione se questa non fa che aggravare le disuguaglianze esistenti. Né basterà l’innovazione tecnologica se non si affrontano le cause strutturali dei conflitti, dell’inquinamento, della precarietà lavorativa e dell’esclusione delle comunità dalle decisioni che incidono sul loro presente e sul loro futuro. Le proposte avanzate dalle organizzazioni durante il Forum Sociale costituiscono una tabella di marcia per avanzare verso una governance mineraria democratica. L’effettiva partecipazione delle comunità, la protezione degli ecosistemi e delle risorse idriche, la garanzia dei diritti umani, una distribuzione più equa dei benefici, una risposta integrale al fenomeno dell’estrazione mineraria illegale e il rafforzamento dei diritti del lavoro non sono richieste astratte: rispondono a problemi concreti e a necessità urgenti del Paese. I prossimi anni saranno probabilmente segnati da una nuova offensiva estrattiva. Proprio per questo sarà ancora più importante rafforzare l’organizzazione, ampliare le alleanze, sostenere l’incidenza politica e mantenere aperte le possibilità di costruire alternative all’attuale modello di sviluppo. La resistenza non consiste solo nell’opporsi. Implica anche organizzarsi, immaginare e costruire un Paese in cui la democrazia si eserciti a partire dai territori, in cui il benessere collettivo prevalga sull’interesse particolare e in cui le altre voci smettano di essere considerate marginali per diventare protagoniste delle decisioni che definiranno il futuro del Perù. Lilian Oscco, segretaria esecutiva della Rete Muqui L’articolo originale è disponibile all’indirizzo: https://muqui.org/editorial-fortalecer-la-comunidad-y-la-organizacion-para-resistir-y-para-defender-el-futuro-de-los-territorios/   Redacción Perú
July 1, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 2
Continua il racconto del viaggio, che vede me e Rossana a Zouerat, nella zona mineraria a nord della Mauritania. Il primo sguardo alle case intorno dà subito l’idea di un’immensa povertà: case basse più o meno tenute insieme da muri di blocchi di cemento o di argilla, quasi tutte di un solo piano, a volte con tetti di lamiera e chiuse con porte di fortuna. Le vie sono ben squadrate geometricamente, ma non hanno nome né tantomeno numeri e le poche case aperte sulla strada sono quelle più belle o quelle destinate a piccoli negozi. Molte sono come contenute in muri di cinta, dentro le quali probabilmente convivono più famiglie, capre e quant’altro.  Lungo i muri e le strade solo pattumiera, sacchetti di plastica e rifiuti vari che decine e decine di capre brucano al posto dell’erba. Non c’è sistema di raccolta in strada. I rifiuti prodotti nelle case vengono ritirati da uomini che con asini portano via i sacchetti, dietro pagamento diretto di una somma equivalente a circa 1 euro. Chi non può pagare… I rifiuti raccolti, mi dicono, finiscono ovviamente in una immensa discarica a cielo aperto. I punti di riferimento per non perdersi sono le costruzioni “diverse”: un “albergo” un po’ più alto, un negozio con qualche vetrina, una pompa di benzina, delle strutture basse e ben fatte dedicate alla preghiera. Ce n’è una ad ogni angolo di strada che delimita una zona, con il proprio minareto da dove 5 volte al giorno si chiamano i fedeli attraverso gli altoparlanti. Ad ogni chiamata, decine di uomini di tutte le età escono come per magia dalle case e si dirigono verso le moschee. Non ho mai visto accorrere donne. Il mercato e i negozi Nel mercato “coperto” – un misto di garage e capannoni col tetto di lamiera – i carretti tirati da asini rappresentano il principale mezzo di trasporto delle merci. Non ci sono orti o coltivazioni: viene venduta pochissima frutta e verdura, per lo più importata e di pessima qualità. Occorre quindi acquistare qua e là il meno peggio. Sulle bancarelle di tessuti sono esposte soprattutto centinaia di melfe, teli unici coloratissimi e senza cuciture che, legati con alcuni nodi, coprono l’intero corpo compreso il capo. Ma, non essendovi turismo, la vendita è assai ridotta e non si comprende come possa dare da vivere. Poco altro. Tanti bambini scalzi che, se possono, comprano qualche piccola golosità o lattine di “bibite spazzatura”. Nei negozi piccolissimi locali solitamente senza finestre, viene stipato scatolame vario, acqua in boccioni da 20 litri, pochissima frutta, pesata su vecchie bilance. Si può trovare un po’ di tutto, ma a prezzi tutt’altro che adeguati allo stipendio (quando c’è) di chi lavora, intorno ai 200 euro al mese. Una baguette di 3 etti costa 35 centesimi quindi un kg di pane costa circa 1 euro, un litro di latte 1 euro e mezzo, così come un chilo di banane. La carne si aggira sui 7-10 euro al kg, ma viene consumata prevalentemente nelle grandi feste o in occasioni particolari. Quotidianamente le famiglie consumano soprattutto cous cous di cereali poveri, come il miglio o il più economico riso spezzato, con poche verdure (carote e cipolle) e fagioli. SLIDE SHOW: MERCATO, NEGOZI E VENDITORI AMBULANTI I trasporti Ovunque si vedono taxi verdi, scassati fuori e dentro, che attraversano le strade asfaltate e non, caricando tutte le persone che incontrano finché c’è spazio, a prezzo fisso e popolare. Ne fanno uso tutti, donne con bambini e uomini. In tutta la città non esiste altro mezzo di trasporto pubblico, tantomeno una ferrovia, fatta eccezione per il “treno della miniera” che taglia la Mauritania da nord fino al porto e che occasionalmente porta anche privati cittadini. Per spostarsi da Zouerat solo bus privati con frequenza giornaliera. Poi vi sono decine di auto private, anche belle, o furgoni Toyota che appartengono ai più benestanti. Un giovane, con una battuta, mi dice che le macchine belle sono di dipendenti del governo o della miniera, oppure di chi traffica droga. Leggo infatti che la Mauritania è considerata un hub logistico per il transito della cocaina proveniente dal Sud America, grazie alle sue coste (quando arriva via mare), alla vasta estensione desertica (dove viene spesso stoccata) e ai grandi confini difficilmente controllabili, per transitare poi verso Nord attraverso il Sahara occidentale e il Marocco, o verso est (Mali e Niger) e raggiungere l’Europa. Esiste un legame stretto tra narcotraffico e gruppi terroristici, come Al Quaeda, che offrono protezione al passaggio della droga in cambio di finanziamenti per le armi. Bambine e bambini: il sistema educativo L’età media in Mauritania è di circa 18 anni (in Italia 48 anni), il che significa che metà della popolazione ha meno di 18 anni, con un tasso di fecondità di 4,5 figli per donna ed una mortalità infantile di 70 per mille (in Italia è inferiore al 3 per mille). In Mauritania a fronte di 5 milioni di abitanti nascono circa 178 mila bambini all’anno, cosa che presupporrebbe un investimento enorme nel sistema educativo, oltre che sanitario. A Milano, su 1 milione e mezzo circa di abitanti, ci sono circa 9000 nati all’anno. Nella sola regione di Zouerat, di circa 60 mila abitanti, si stimano 2000 nascite all’anno. Più di cinque volte tanti. Girando per le strade, appare evidente che di bambini/e ce ne sono molti: gironzolano a gruppetti di età varie, ti avvicinano per avere qualche soldo, usando le poche parole in inglese che sanno. Del sistema educativo non sono riuscita a capire molto. Se chiedi, ti dicono che c’è una scuola pubblica primaria che inizia a 6 anni e dura 6 anni, il college, che dura altri 3 anni- e poi… Non si capisce. Alcune statistiche dicono che al primo anno della scuola primaria è iscritto il 110% (!!!!!) dei bambini/e di Zouerat. Una percentuale improbabile, ma che afferma una verità: spesso i bambini arrivano a scuola quando hanno 7-8 anni, poi la abbandonano, e dopo un certo tempo tornano in prima. Quindi al primo anno ci sono più bambini/e di quelli che hanno effettivamente 6 anni. Solo il 65-70% della popolazione infantile arriva a completare la scuola primaria. Per quanto riguarda le donne, la situazione del percorso di formazione scolastica è ancora più grave. Il tasso di abbandono dopo la prima elementare è via via più alto, soprattutto nei villaggi sperduti del deserto: per la distanza delle scuole, per la mancanza di bagni dedicati alle donne, ma soprattutto perché le bambine sono tenute a casa per la cura dei fratelli. Il numero delle bambine che terminano il ciclo della scuola primaria è ancora più basso dei bambini. Poche frequentano la scuola dopo i 10-12 anni e pochissime raggiungono la scuola superiore. Infine una curiosità: girando per le strade non di rado ci si imbatte in strutture basse, uffici blindati con nomi impegnativi scritti in due lingue, arabo e francese, come per esempio “Direction Regional de l’Education e du System d’Enseignement” o altre definizioni di questo tenore. Mi dicono che a volte ci entra qualcuno, forse un funzionario, ma nessuno sa a cosa servano. Sono riuscita ad entrare in uno di questi edifici: bello internamente, con un custode che mi ha mostrato “la sala riunioni”. Nulla di più. Qualcuno, più anziano, a volte parla qualche parola di francese, ma sembra che nelle scuole pubbliche venga insegnato sempre meno… per una questione di identità, dicono. Nella terza parte parleremo delle miniere, della schiavitù e del Governo del paese.   Fine 2^ parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
June 19, 2026
Pressenza
Kenya, indigeni denunciano i tentativi di rilanciare un controverso progetto di crediti di carbonio
Il progetto, usato da Meta e Netflix, è accusato di coercizione nei confronti di popoli indigeni. Accusando la controversa organizzazione Northern Rangeland Trust (NRT) di “inganni e pratiche disoneste”, i popoli indigeni nel nord del Kenya hanno denunciato il tentativo della ONG di rilanciare il suo famigerato progetto Northern Kenya Grassland Carbon Project (NKGCP), già sospeso due volte. La NRT sta facendo pressione sulle comunità indigene nell’area del progetto affinché firmino accordi che vengono presentati come una soluzione alle sue criticità, ma che in realtà potrebbero ridurre ulteriormente il controllo delle comunità sul pascolo del bestiame e sulla gestione delle proprie terre. I Masai e i Rendille che vivono nelle aree di conservazione di Leparua e Melako riferiscono che la NRT li sta forzando a firmare gli accordi. Il progetto NKGCP ha venduto crediti di carbonio a Meta, Netflix e altre multinazionali, ma limita drasticamente le pratiche tradizionali di pascolo dei Masai, dei Borana, dei Samburu e di altri popoli pastorali, le cui terre vengono utilizzate per generare crediti. Rose Orguba, difensora dei diritti umani e membro del comitato di gestione comunitaria della Melako Conservancy, ha detto a Survival: “Molti hanno riferito di aver subito pressione, fretta o minacce in questo processo, che invece dovrebbe essere trasparente, inclusivo e basato sul Consenso Libero, Previo e Informato… Le persone che sono state trasportate con gli autobus sul luogo [della riunione] sono state indotte ad accettare senza aver letto il documento. Il 90% della comunità è analfabeta. Per questo è stata utilizzata la propaganda, per dire che avrebbero dovuto firmare quel giorno o i fondi derivanti dai crediti di carbonio sarebbero andati persi per sempre.” La NRT ha venduto oltre 6 milioni di crediti di carbonio, per un valore totale tra i 42 e i 90 milioni di dollari secondo il Wall Street Journal, eppure molte delle persone che vivono nell’area del progetto non sono mai state adeguatamente informate sul progetto stesso e sul suo impatto sulle loro terre. Senza il loro Consenso Libero, Previo e Informato, il progetto di crediti di carbonio non ha alcuna base legale. Negli ultimi anni, il progetto è stato colpito da diverse crisi: l’ente di certificazione Verra ha sospeso due volte la sua verifica; un tribunale di Isiolo ha stabilito che una delle aree di conservazione che fanno parte del progetto era stata creata illegalmente e nuove leggi approvate dal Parlamento keniota impongono nuovi obblighi a coloro che gestiscono la crescente industria dei crediti di carbonio. Indagini dei media internazionali e diverse ricerche della società civile hanno documentato che i guardaparco della NRT sono coinvolti in violenze, uccisioni, sparizioni forzate e minacce – accuse confermate in un caso giudiziario intentato da alcuni membri della comunità contro la NRT nel 2025. “Noi della comunità dell’area di conservazione Leparua non comprendiamo questo progetto sui crediti di carbonio della NRT,” ha detto Jackson Lokadelio dell’area di conservazione Leparua. “Non possiamo accettare che ci venga richiesto di firmare un documento senza sapere cosa contiene […] Perché se firmiamo il documento senza comprenderne il contenuto, sarà come se avessimo accettato di cedere la nostra terra. Chiedo anche a tutti di non lasciarsi ingannare dal denaro.” “La coraggiosa resistenza a questi nuovi accordi mostra che i popoli indigeni non approveranno automaticamente un progetto che trae profitti dalle loro terre senza rispettare le loro vite e i loro diritti” ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. “Il progetto di crediti di carbonio della NRT è già stato screditato da sentenze del tribunale e da sospensioni all’interno del mercato dei crediti di carbonio. È giunto il momento che l’ente certificatore Verra cancelli il progetto una volta per tutte, mettendo fine a questa farsa vergognosa.” Note: Bozze dell’accordo, che Survival ha potuto vedere, introducono obblighi più stringenti per i pastori indigeni, ampliano il numero delle parti coinvolte nelle decisioni e destinano una parte significativa dei futuri introiti derivanti dalla vendita dei crediti di carbonio alle autorità locali. Questo potrebbe creare nuovi conflitti sull’utilizzo della terra e dei guadagni, indebolendo ulteriormente la capacità dei popoli indigeni di gestire le proprie terre. La NRT non ha rivelato quante aree di conservazione hanno accettato i nuovi termini dell’accordo. Questi nuovi accordi sono stati introdotti per cercare di garantire che il progetto di crediti di carbonio sia coerente con il Climate Change (Amendment) Act del 2023, il Climate Change (Carbon Market Regulations) Act del 2024 e il Community Land Act del 2016. Il Northern Kenya Grassland Carbon Project è gestito dalla Northern Rangeland Trust (NRT). Con oltre 2 milioni di ettari, afferma di essere il più grande progetto al mondo di cattura del carbonio al suolo. Il Northern Kenya Grassland Carbon Project si estende per vaste porzioni di terra indigena usata dai popoli pastori Samburu, Borana, Masai e Rendille. Il progetto costringe i pastori indigeni a cambiare le loro tradizionali pratiche di pascolo e genera crediti di carbonio sostenendo che la terra immagazzinerà più carbonio – un’affermazione screditata dagli esperti e analizzata dal rapporto di Survival International “Blood carbon”. Survival
June 18, 2026
Pressenza
Acqua e guerre. Seconda parte
La prima parte dell’articolo è visibile a questo link. Nel rapporto dell’Istituto dell’ONU per l’acqua, l’ambiente e la salute reso pubblico nel gennaio 2026 si afferma che il mondo è entrato in una fase di bancarotta idrica globale: cioè stiamo vivendo al di là dei “mezzi idrici” che il pianeta ci può offrire. Tra le aree più vulnerabili Medio Oriente, Nordafrica, alcune zone dell’Asia meridionale e anche il sudovest degli Usa. Metà dei grandi laghi ha avuto perdite negli ultimi 30 anni, il 70% delle principali falde acquifere è in declino, negli ultimi 50 anni più di 410 milioni di ettari di zone umide sono scomparse, il 75% della popolazione mondiale vive in zone dove l’acqua scarseggia, 4 miliardi soffrono di grave scarsità per almeno un mese all’anno e 2 miliardi non hanno accesso ad acqua potabile sicura. Secondo l’aggiornamento Aquastat (il sistema informativo globale della FAO su acqua e agricoltura) Water Data Snapshot 2025 pubblicato dalla FAO, a livello globale l’acqua rinnovabile pro capite è scesa di un ulteriore 7% nell’ultimo decennio, con impatti particolarmente marcati in regioni già vulnerabili come il Nordafrica, che resta tra le aree con la più bassa disponibilità di acqua dolce per abitante al mondo, mentre i prelievi idrici sono aumentati del 16% negli ultimi 10 anni. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che l’acqua sia sempre più al centro di conflitti tra Paesi, tra gruppi sociali e tra classi. Alla fine del 2025 l’Iran è stato colpito dalla peggiore siccità degli ultimi decenni. I livelli dell’acqua nei serbatoi della diga che rifornisce Mashhad, città nord orientale con 4 milioni di abitanti, sono crollati sotto il 3% e il governo ha annunciato tagli a rotazione. Poi è arrivato l’attacco Usa-Israele. Ma anche in Iraq la situazione è drammatica. La Mesopotamia, la terra tra i due fiumi, la culla della civiltà, è prosciugata dalle dighe costruite a Nord dalla Turchia e a Est da quelle iraniane. Le millenarie paludi irachene di Chibayish e Hawiza hanno iniziato a ritirarsi, i bufali a morire, gli uccelli migratori a scomparire, la gente delle paludi, i Ma’dan, a ingrossare le fila dei baraccati di Bassora. L’acqua scompare non solo per l’aumento della popolazione, ma anche per le guerre e le persecuzioni degli anni Novanta, quando Saddam Hussein ha abbattuto milioni di palme e prosciugato le paludi per stanare gli sciiti. Oggi il 70% delle risorse idriche irachene proviene dall’estero. Dai rubinetti esce una fanghiglia scura e la cittadinanza è costretta a comprare le bottiglie anche per cucinare e lavarsi. In Africa, un altro conflitto decennale contrappone Sudan, Egitto ed Etiopia. Quest’ultima ha costruito la Grand Ethiopian Reinassance Dam, deportando con la violenza e uccidendo migliaia di Oromo, per avere l’acqua per coltivare la canna da zucchero e dare energia all’industria tessile (tutto o quasi per l’esportazione), sequestrando gran parte della portata del Nilo e ignorando le esigenze dei due grandi vicini. Saltiamo in un altro continente e andiamo in Asia. Nei quartieri delle upper class indiane, il mercato delle minerali vale 5 miliardi di dollari all’anno e nel 2026 si prevede una crescita del 24%. Le multinazionali straniere (Pepsi e Coca) e locali (Tata), che per anni hanno approfittato della totale deregolamentazione e dei prezzi ridicoli offerti dal governo, stanno investendo risorse crescenti. Dall’altro lato, alla maggior parte del miliardo e mezzo di indiani “comuni” non è garantita l’acqua potabile; quindi chi può ricorre a filtri o acqua in bottiglia, gli altri bevono l’acqua del rubinetto, che provoca infezioni anche mortali. Tra inizio dicembre 2025 e inizio gennaio 2026 almeno 3.500 persone si sono ammalate e 19 sono morte. Ravinder Kumar, del quartiere Sharma di Dehli, racconta al giornalista Marco Santopadre dell’Extraterrestre (India, l’oro blu contaminato, 12 febbraio): “L’acqua arriva ogni tre giorni e quella pulita dura solo un’ora. A volte è nera. Riusciamo a lavarci ogni 4 o 5 giorni”. L’India rappresenta il 18% della popolazione mondiale, ma dispone solo del 4% delle risorse idriche globali. È tra i 25 Paesi del mondo che affrontano uno stress idrico estremo, con il consumo d’acqua che cresce al doppio del ritmo della popolazione. Il 70% dell’acqua disponibile è contaminata e 21 grandi città rischiano l’esaurimento delle falde entro il 2030. Sotto accusa soprattutto la coltivazione intensiva del riso. Il Paese esporta ogni anno 20 milioni di tonnellate e così prosciuga le falde. Altro cambio di continente, Sudamerica. L’Istituto peruviano di idrologia, meteorologia e studi ambientale afferma che il flusso del Rio delle Amazzoni tra agosto e ottobre 2024 si è ridotto dell’82% rispetto all’aprile dello stesso anno, il che ha provocato siccità e carestia, oltre a mettere a rischio diverse specie autoctone e a ostacolare gli spostamenti che in gran parte avvengono via fiume. Le cause? Secondo la Defensoria del Pueblo della Colombia soprattutto il caos climatico, conseguenza diretta della deforestazione, legata a agricoltura intensiva, sfruttamento petrolifero, attività minerarie e costruzione di strade e dighe. A Città del Messico, in Nordamerica, i mondiali di calcio hanno fatto esplodere il conflitto tra i quartieri popolari e i ricchi tifosi. La legge vieta di costruire nuovi pozzi se ce ne sono altri a meno di 500 metri. Eppure l’impresa Televisa, proprietaria dello stadio Azteca, ha scavato un pozzo – vicino ad altri due preesistenti – da cui estrae allegramente (e privatamente) 450 milioni di litri d’acqua all’anno per irrigare il campo di calcio, mentre dai rubinetti molto spesso l’acqua esce a filo o non esce proprio. Come racconta Orsetta Bellani su Altreconomia di maggio 2026 in Gli impatti dei mondiali di calcio sugli abitanti di Città del Messico, il quartiere di Santa Ursula Coapa chiede alla presidente Claudia Sheinbaum che la concessione a Televisa venga revocata e che il suo pozzo entri a far parte della rete pubblica di acqua potabile. Intanto, a fine maggio due “difensori del territorio” della zona di Puebla sono stati arrestati per la loro lotta contro la rapina e l’inquinamento idrico da parte delle multinazionali. Tra le altre Heineken, Bonafont, Nestlé Water, Dr. Pepper ed Embotelladora Agua de México, Volkswagen e Gruppo Danone. Da Città del Capo a San Paolo, sono almeno una decina le megalopoli da anni immerse in crisi idriche sempre più gravi e relativo aumento di conflitti e disuguaglianze, a volte addirittura sancite dalle istituzioni municipali. Ma c’è anche qualche vittoria A 15 anni dagli storici referendum italiani contro la privatizzazione e il profitto dei servizi idrici, il quadro globale sembra piuttosto desolante, ma in tutto il mondo molti cittadini – popoli nativi in prima fila – si impegnano per l’acqua come diritto universale e bene comune. E qualche volta ce la fanno. Il 22 gennaio scorso nello Stato brasiliano del Pará circa 600 manifestanti di 14 popoli indigeni amazzonici si sono accampati per bloccare l’accesso al terminal di Santarém gestito dalla multinazionale Cargill. Le comunità contestano un progetto di dragaggio per mantenere navigabile il fiume Tapajós durante i periodi di secca per trasportare le chiatte cariche di soia e mais dirette ai porti del nord del Brasile. I fiumi Tapajós Madeira e Tocatins diventerebbero una via commerciale al servizio dell’agroindustria, progetto legato a un decreto governativo che individua diversi fiumi amazzonici come corridoi prioritari per il trasporto di merci e l’espansione di porti privati. Di fronte alla pressione crescente, il governo sospende la gara per l’affidamento dei lavori. Una prima vittoria, ma solo parziale. I leader indigeni chiedono l’annullamento definitivo del decreto. Sempre i popoli indigeni stanno iniziando a conquistare il riconoscimento giuridico per i fiumi, da sempre sacri nelle loro culture. Nel gennaio 2022 il Monjas è il primo fiume di Quito (Ecuador) a vincere una sentenza che lo riconosce come soggetto di diritto. Grazie ad essa, sono state adottate nuove misure di politica pubblica, come un’ordinanza verde-blu nel luglio 2023, per garantire la protezione del fiume e dei cittadini. Un precedente importante, utilizzato dall’associazione Acciòn Ecologica per difendere l’ambiente e in particolare i corsi d’acqua grazie al meccanismo della silla vacía, che permette a organizzazioni sociali, collettivi o cittadini di partecipare a processi legali dove si discutono nuove politiche municipali. Per esempio, il Machángara da discarica è diventato soggetto di diritto in una sentenza del 2024. Ancora: la comunità di Mindo, a due ore dalla capitale, è riuscita a impedire la costruzione di una centrale idroelettrica sul Río Saloya. Sono decine le comunità che in Ecuador lottano per difendere gli oltre duemila fiumi e torrenti del paese. Anche in Colombia, dalla sentenza del 2016 che dichiarava il Rio Atrato soggetto di diritti, ne sono state emesse diverse altre che riconoscevano status giuridico a fiumi, parchi, foreste ed ecosistemi vari. Purtroppo questo non è bastato a sottrarlo a un inquinamento sempre più grave, legato soprattutto all’estrazione dell’oro. Mercurio e piombo soprattutto, che finiscono nelle acque ma anche, ovviamente, nel sangue dei cittadini. Alessandra Cangemi, Comitato Milanese Acquapubblica   Redazione Italia
June 18, 2026
Pressenza
Mauritania, diario di viaggio – Parte 1
Mi presento: sono Franca Laviola, medico da pochi mesi in pensione; ho sempre vissuto a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano, dove fin dagli anni ’70 con altri abbiamo fatto un capillare lavoro politico anche per il diritto alla salute, ma non solo. Ho saputo del progetto di Rossana Berini (spostatasi, dopo molte vicissitudini, dai campi profughi Saharawi alla Mauritania) e ho deciso di conoscere la difficile realtà dove opera da circa due anni. Mi sono quindi recata in Mauritania per due settimane, viaggiando con lei all’andata. Non posso negare che sia stata un’esperienza molto forte, a tratti sconvolgente. Ho creduto quindi fosse bene cercare di raccogliere le idee per condividerle con chi vorrà leggerle. Sarà un lungo racconto, diviso in 4 puntate: qui la prima. Dov’è la Mauritania? Esiste? La Mauritania esiste ed è grande 3 volte l’Italia, ma con meno di 5 milioni di abitanti. È uno di quei Paesi dell’Africa i cui confini sono stati tagliati a tavolino in base agli interessi dei Paesi colonialisti che si sono spartititi la zona negli anni ‘60. Non se ne sente mai parlare perché non è meta turistica ed è un luogo abbandonato da Dio prima che dagli uomini. La zona Nord è in gran parte occupata dal deserto del Sahara, dove si estende la zona mineraria che fa della Mauritania uno dei più grandi produttori mondiali di ferro (ematite ad alta gradazione, magnetite) destinato alle acciaierie cinesi ed europee attraverso aziende partner tra cui in passato anche ArcelorMittal, che ha gestito in passato l’ILVA di Taranto. La zona mineraria ha come centro di riferimento Zouerat – che è stata anche la mia meta -, una cittadina di circa 40 mila abitanti che si estende ai confini della zona mineraria. Il treno della miniera Qui vengono estratte oltre 12 milioni di tonnellate di materiale all’anno, con un sistema di estrazione ad alta tecnologia e un trasporto ferroviario su un incredibile treno lungo circa 3 km, uno dei più lunghi al mondo, il cosiddetto “treno della miniera”, che viene caricato in poche ore e attraversa il deserto per 750 km fino al porto di Nouadhibou: unica ferrovia e unico treno esistenti in tutto il Paese. Poi c’è il “balcone” sull’Atlantico: un pezzo di costa lungo circa 700 km con controllo su una vastissima area marittima oceanica ritenuta tra le più pescose del pianeta, dal momento che risente degli effetti della corrente delle Canarie e di altri fenomeni marittimi locali che rendono particolarmente ricca la catena alimentare. Le licenze di pesca vengono vendute dal governo mauritano alla Cina e all’Unione europea, in particolare alla Spagna. Veduta della zona mineraria Sia i minerali che il pescato partono dalla città di Nouadhibou, sulla costa nord, al confine con lo stato del Sahara occidentale: un immenso porto, con oltre 100mila abitanti. Insomma, minerali e pesce, un vero paradiso terrestre. Ma, come sappiamo, nel paradiso terrestre ad un certo punto arriva il peccato originale… e la cacciata dal paradiso. Ma veniamo al nostro viaggio: usciti dall’aeroporto della capitale Nouakchott, città di oltre un milione di abitanti situata sulla costa atlantica del deserto del Sahara, dopo circa un’ora di taxi si arriva ad una delle fermate degli autobus di lungo tragitto. Il pullman che ci porta a Zouerat – la zona mineraria a nord nel deserto – compie un viaggio di circa 12 ore e parte solo una volta al giorno, al mattino presto. Con Rossana affrontiamo il viaggio in autobus dopo essere partite 24 ore prima da Fiumicino, aver fatto tappa ad Algeri ed essere arrivate a Nouakchott, dove abbiamo trascorso una notte senza dormire in una specie di casa. Viaggio non facile. Da Nouakchott si viaggia per quasi 750 km nel deserto, su una strada asfaltata ma sconnessa e piena di buche. Di tanto in tanto piccolissimi agglomerati di casupole e capre, con qualche fortuito passaggio di mandrie di cammelli. Il bus fa un paio di soste in due piccoli paesi. I viaggiatori, uomini, scendono a pregare, le donne a fare pipì in qualche casupola o vicino all’autobus, acquattandosi. Non esistono “punti di ristoro” o altro. Per farla breve, sia all’andata che al ritorno non sono mai scesa dal bus: immobilizzata per 12 ore circa. Stessa cosa per i bambini i quali, tenuti a sedere per tutto il tragitto, ogni tanto camminano scalzi nella sporcizia dell’autobus per poi tornare in grembo alle madri che danno loro da bere qualcosa. Tutti, donne e uomini, hanno un cellulare. Per tutto il viaggio vengono trasmesse dal televisore del bus preghiere mussulmane alternate a vecchissime pellicole sulle gesta di Maometto. Il televisore dell’autobus non trasmette altro, l’unica è addormentarsi per qualche decina di minuti, cullati dalla litania delle preghiere. L’arrivo a Zouerat è preceduto da posti di blocco nel deserto: casupole in cemento presidiate da uomini in divisa che salgono, dicono qualche parola in francese, ci ritirano i passaporti e scendono. Rossana mi tranquillizza dicendomi che è la prassi, perché controllano tutti quelli che entrano in città. Ma le uniche davvero controllate siamo noi. Questo si ripete per almeno tre volte a distanza di poche decine di km. Al ritorno, da sola, l’ansia che scendano col mio passaporto, facciano scendere anche me nel deserto e il bus riparta, mi assale ad ogni stop. Fermata bus Arriviamo a Zouerat; Rossana, ormai residente in città da 2 anni, ha organizzato tutto quello che poteva, ma l’arrivo dei bus è caotico: si scende in mezzo al fango (aveva appena piovuto dopo mesi), cercando di non cadere e di trascinare alla meglio dei bagagli pesantissimi e poco gestibili… Alla fine arriva una donna, conoscente di Rossana, con un furgone che ci carica e riesce a farsi strada tra taxi scassati e asini che si affollano ovunque. In Mauritania sono numerose le donne alla guida di automobili private che, a prima vista, possono dare l’idea di una certa emancipazione, mentre la realtà è molto più dura. Casa di Rossana Esistono poche strade asfaltate: quella principale che attraversa la città e pochi altri tratti che si diramano su strade di sabbia e terra battuta. Appena fuori da uno di questi arriviamo alla casa di Rossana, bella, accogliente e…invasa dalla sabbia. Subito però va via la corrente, quindi non c’è l’acqua, che è attinta da un pozzo esterno attraverso una pompa elettrica … non funziona lo scaldabagno, il telefono è senza wifi. Rossana ha dotato la casa di luci di emergenza, perché la corrente può saltare per molte ore. Ma siamo a casa, e finalmente ci possiamo concedere un po’ di riposo.   Fine prima parte   Testo e foto di Franca Laviola Redazione Italia
June 11, 2026
Pressenza