Dalla Memoria al Riconoscimento: Roma si confronta con l’eredità del genocidio di Anfal

Pressenza - Thursday, June 18, 2026

In un’epoca in cui le convenienze geopolitiche oscurano spesso la verità storica, la lotta contro l’oblio collettivo rimane una delle forme più importanti di difesa dei diritti umani. Un passo significativo in questa direzione è stato compiuto recentemente nel cuore del panorama politico e culturale europeo. Nella storica Sala Di Liegro di Palazzo Valentini, una delle sedi istituzionali più prestigiose di Roma, si è tenuta un’assemblea pubblica non soltanto per commemorare le atrocità del passato, ma anche per chiedere un riconoscimento istituzionale formale del genocidio del popolo curdo e dei crimini sistematici commessi durante la campagna di Anfal.

Il simposio internazionale ha riunito rappresentanti politici, attivisti della società civile, difensori dei diritti umani, studiosi e membri della comunità curda. Per i partecipanti, l’incontro è andato ben oltre i confini di un tradizionale evento politico: è stato un potente richiamo alla resilienza di un popolo la cui sofferenza è stata troppo spesso ignorata dalla comunità internazionale.

Ad accompagnare il dibattito vi era una toccante mostra documentaria. Attraverso fotografie d’archivio, documenti storici e testimonianze dirette dei sopravvissuti, l’esposizione ha raccontato le conseguenze umane del genocidio e della persecuzione sistematica. Ha inoltre collegato il trauma storico della campagna di Anfal e dell’attacco chimico contro Halabja con il più recente genocidio perpetrato dall’ISIS contro il popolo yazida. Presentando insieme queste tragedie, la mostra ha evidenziato una lezione tanto difficile quanto essenziale: quando un genocidio non viene pienamente riconosciuto, ricordato e affrontato, le condizioni che rendono possibili nuove atrocità rimangono pericolosamente presenti.

La scelta di Roma come sede di questa iniziativa possiede un forte valore simbolico e politico. L’obiettivo principale della campagna è ottenere il riconoscimento formale del genocidio di Anfal da parte delle istituzioni democratiche italiane, a partire dal Comune di Roma. Al di là del valore simbolico, questo percorso rappresenta un importante esercizio di responsabilità storica e di giustizia di transizione. Esso riflette la convinzione che una pace duratura non possa essere costruita sul silenzio, sulla negazione o sulla cancellazione della memoria storica.

La campagna di Anfal, condotta dal regime baathista di Saddam Hussein tra il 1987 e il 1988, provocò la morte di circa 180.000 civili curdi, la distruzione di oltre 4.000 villaggi e lo sfollamento forzato di intere comunità. Organizzazioni per i diritti umani, studiosi di diritto internazionale e ricercatori specializzati negli studi sui genocidi hanno ampiamente riconosciuto questi eventi come un atto di genocidio. Eppure, nonostante la vastità delle prove storiche disponibili, il riconoscimento politico internazionale rimane ancora incompleto. A più di trent’anni di distanza, i sopravvissuti e i loro discendenti continuano a confrontarsi con il doloroso divario tra memoria e riconoscimento ufficiale.

I progressi raggiunti a Roma sono stati possibili grazie all’impegno di diverse figure chiave della vita politica e civile italiana. Un particolare riconoscimento è stato rivolto a Claudia Papatà, membro del Consiglio Comunale di Roma, la cui iniziativa, dedizione e determinazione hanno svolto un ruolo fondamentale nell’avanzamento di questo processo di riconoscimento.

I partecipanti hanno inoltre espresso gratitudine nei confronti della Senatrice Susanna Camusso, che ha costantemente utilizzato il proprio ruolo istituzionale per portare all’attenzione delle istituzioni democratiche italiane la tragedia vissuta dal popolo curdo. Il suo sostegno è stato particolarmente evidente durante la commemorazione del 14 aprile, Giornata della Memoria delle vittime di Anfal, quando ha pubblicamente onorato la memoria delle vittime e ribadito l’importanza della responsabilità storica.

L’evento ha inoltre messo in evidenza il contributo significativo di Tamara Ferretti e della Commissione Nazionale Donne dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). La loro partecipazione ha sottolineato il legame profondo tra le lotte storiche e quelle contemporanee contro l’oppressione. L’ANPI, organizzazione nata dalla Resistenza italiana contro il fascismo e il nazismo, rappresenta da sempre i valori della democrazia, della solidarietà e della dignità umana. Il suo impegno al fianco della società civile curda riflette una comune volontà di contrastare le persecuzioni, difendere i diritti umani e preservare la memoria storica.

Le riflessioni emerse all’interno di Palazzo Valentini hanno infine superato i confini geografici del Kurdistan. I relatori hanno sottolineato come il riconoscimento di un genocidio non sia mai un semplice gesto simbolico. Si tratta di una responsabilità morale e politica. Riconoscere un genocidio significa contrastare l’impunità, proteggere la verità storica e rafforzare la coscienza collettiva dell’umanità.

In un mondo sempre più segnato da narrazioni concorrenti e interessi geopolitici, dove la sofferenza delle comunità marginalizzate viene spesso ignorata o minimizzata, iniziative come quella di Roma rappresentano un richiamo fondamentale: la giustizia non nasce nei tribunali, ma dal coraggio di ricordare.

La memoria di Anfal continua a vivere non soltanto nel popolo curdo, ma anche nelle persone e nelle istituzioni che, in tutto il mondo, credono che i crimini contro l’umanità non debbano mai essere dimenticati, negati o cancellati dalla storia.

Mentre il percorso verso un riconoscimento istituzionale formale prosegue, l’assemblea di Roma rappresenta una testimonianza potente di una verità duratura: la memoria, quando è ancorata alla verità, può trasformare il trauma storico in responsabilità collettiva e il ricordo in un’azione concreta.

L’autore desidera esprimere la propria gratitudine a Gulala salih, relatore al simposio di Roma, per i preziosi contributi e le importanti riflessioni che hanno arricchito la stesura di questo articolo.

Shayan Moradi