
I lavori del III Forum Internazionale Antifascista a Mosca
Pressenza - Thursday, May 28, 2026Si sono conclusi ieri, 27 maggio, a Mosca, i lavori del III Forum Internazionale Antifascista, una piattaforma di convergenza, coordinamento e scambio tra organizzazioni politiche e sociali di orientamento comunista, progressista e antimperialista, promosso, sin dalla sua prima edizione, su iniziativa del Partito Comunista della Federazione Russa, e quest’anno dedicato al tema della “Lotta contro il fascismo, il terrorismo internazionale, l’arbitrio e le aggressioni, per la pace e la sicurezza”. I lavori, che si sono svolti nella capitale russa tra il 24 e il 27 maggio scorsi, in una tre-giorni particolarmente densa sotto il profilo dell’elaborazione politica, hanno registrato una partecipazione notevolissima, facendo convergere a Mosca e impegnando nei lavori ben 180 delegazioni, in rappresentanza di altrettante organizzazioni politiche e sociali, provenienti da 100 Paesi del mondo, da tutti i continenti, con una rappresentanza degna di nota anche dall’Europa e dal Nord America, e, chiaramente, con un’ampia rappresentazione dei vari Sud del mondo, dell’emergente «mondo multipolare», con delegazioni consistenti dall’America Latina, dall’Africa e dall’Asia. Si tratta del primo elemento da sottolineare, quello cioè di uno sforzo politico e organizzativo che ha portato centinaia di persone e decine e decine di organizzazioni a discutere, in Russia, sui temi della lotta contro l’imperialismo, contro il fascismo nelle sue moderne forme ed espressioni, contro il terrorismo internazionale, e, con altrettanto vigore, per la pace e la sicurezza, cioè a dire sullo scenario complessivo del mondo quale è oggi e delle relazioni internazionali quali si configurano nell’attualità e come si vanno manifestando nell’attuale congiuntura storica e politica.
Sin dall’apertura dei lavori, sono stati espressi i temi essenziali che hanno consentito poi, nello svolgimento del forum, di declinare il tema dell’edizione di quest’anno nelle sue diverse sfaccettature e implicazioni. Come si configurano oggi “il fascismo, il terrorismo internazionale, l’arbitrio e le aggressioni” e cosa significa oggi lottare contro la degenerazione del panorama delle relazioni internazionali, contro la fine dei più elementari fondamenti del diritto, della giustizia e della convivenza, in una parola, per la pace, la sicurezza internazionale, la libertà dei popoli? Negli ultimi cento anni, viene sottolineato, sono decine i Paesi direttamente aggrediti dall’imperialismo e innumerevoli le guerre che vedono gli Stati Uniti protagonisti, letteralmente, a tutte le latitudini del pianeta; sono state organizzate oltre cinquanta cosiddette “rivoluzioni colorate”, tentativi di manipolazione e strumentalizzazione dei problemi interni o del malcontento di specifici settori della popolazione al fine di generare disordine, caos e violenza, con l’obiettivo di rovesciare governi legittimamente eletti e insediare, spesso con la violenza, governi “amici” delle potenze occidentali. Solo l’attuale amministrazione statunitense, appena nel giro di un anno, è stata capace di scatenare ben sette guerre, tutte con effetti destabilizzatori del quadro di diritto e del contesto internazionale di pace e di sicurezza.
La retorica e la propaganda, tuttavia, se da un lato mascherano e sfumano i contorni del reale, non possono, dall’altro lato, cancellare la dinamica della storia e la realtà dei fatti: Trump si era presentato in Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a settembre, rivendicando, con una delle sue autocelebrazioni enfatiche, di avere posto fine a sette guerre, Israele-Iran, Repubblica Democratica del Congo-Ruanda, Cambogia-Thailandia, India-Pakistan, Serbia-Kosovo, Egitto-Etiopia e Armenia-Azerbaigian; oggi, appena pochi mesi dopo quella proclamazione retorica, sarebbe fin troppo facile andare a verificare, caso per caso, quanto alta, in ciascuno di questi scenari, resti la tensione e, in alcuni casi, quanto la parola sia stata ripresa viceversa dalla violenza, dalla guerra e dalle armi. È vero piuttosto il contrario: l’attuale amministrazione repubblicana ha scatenato ben sette guerre, dagli esiti catastrofici e distruttivi, Siria, Iraq, Somalia, Yemen, Nigeria, Venezuela e oggi ancora Iran, senza contare la prosecuzione dello sforzo militare sul fianco orientale dell’Europa, le minacce di destabilizzazione in Asia orientale, la crescente minaccia economica e militare contro Cuba.
Siamo cioè di fronte a un’ennesima amministrazione di guerra, in cui sempre più la guerra si mostra per ciò che è, vale a dire la leva attraverso la quale l’imperialismo cerca di risolvere la propria crisi e le proprie contraddizioni (basti leggere i numeri della crisi economica e sociale degli Stati Uniti e la crisi parallela che ha investito la gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea) e intende, al tempo stesso, affermare, nella sua proiezione esterna, il proprio ruolo egemonico, sempre più sfidato e contraddetto, in realtà, dalla presenza di altri attori statuali (anche in questo caso, basterebbe vedere gli esiti del vertice bilaterale, recentemente celebrato a Pechino, proprio tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese) e dalle resistenze e dalle lotte dei popoli, in primo luogo la resistenza del popolo palestinese, nella sua lotta per la libertà e la giustizia. Sono appunto, le guerre degli Stati Uniti e dei loro alleati (pensiamo ai Paesi membri dell’Unione europea in relazione alla crisi in Ucraina, e a Israele nel contesto dell’Asia occidentale, nell’aggressione al Libano e alla Siria, nel genocidio del popolo palestinese, e nella più recente aggressione ai danni dell’Iran) a sfigurare il volto del mondo e a rappresentare una costante minaccia (pensiamo al profilarsi stesso della minaccia nucleare) alla libertà dei popoli, alla sicurezza internazionale, al destino stesso dell’umanità e del pianeta.
È questa appunto la sommaria descrizione dello scenario di Terza guerra mondiale, combattuta, non solo sul piano militare, nei più diversi scacchieri del pianeta, cui fanno riferimento le osservazioni di diversi analisti e che torna a più riprese anche nelle riflessioni del forum di Mosca. È il quadro, cioè, di una Terza guerra mondiale che si dispiega secondo le modalità e le cadenze tipiche della guerra nella modalità contemporanea del suo esercizio, la guerra di «quinta generazione», che organizza, combina e proietta non solo il dispiegamento militare e la forza armata, ma anche la guerra economica (sanzioni arbitrarie e illegittime, misure coercitive unilaterali, blocchi e veri e propri assedi economici, come quello scatenato contro Cuba), la guerra mediatica (definizione dell’agenda setting, accurata selezione delle notizie e delle fonti di informazione, progressiva erosione del confine tra informazione, propaganda e manipolazione), guerra psicologica (ad esempio con la disumanizzazione del nemico, la costruzione dell’immagine del nemico di turno, la mobilitazione delle coscienze e la preparazione delle opinioni pubbliche alla guerra, panorama cui stiamo assistendo, ad esempio, nell’Unione europea), perfino la guerra condotta attraverso la manipolazione della diplomazia (come si è visto nella preparazione delle aggressioni al Venezuela bolivariano e all’Iran).
È proprio questo lo sfondo sul quale si staglia l’impianto del tema del forum a Mosca: contro il fascismo, nelle sue moderne forme ed espressioni, quale strumento dei poteri dominanti per contrastare la libertà e l’iniziativa delle forze popolari e dei movimenti sociali, per arginare la propria crisi e condurre la propria agenda egemonica; e contro il terrorismo, che scatena la violenza dei soggetti dominanti contro i popoli del mondo, e di cui si vedono tracce ed evidenze nei più diversi contesti. Richiama, tutto ciò, il compito dell’unità, sul quale pure il forum si è speso: ora, il protagonismo delle lotte e delle resistenze dei popoli per i diritti e la giustizia; ora, l’unità d’azione delle forze di progresso, contro l’imperialismo e le sue guerre, per la pace con diritti e con giustizia, per una nuova architettura di sicurezza, per l’amicizia e la convivenza tra i popoli.