I lavori del III Forum Internazionale Antifascista a Mosca
Si sono conclusi ieri, 27 maggio, a Mosca, i lavori del III Forum Internazionale
Antifascista, una piattaforma di convergenza, coordinamento e scambio tra
organizzazioni politiche e sociali di orientamento comunista, progressista e
antimperialista, promosso, sin dalla sua prima edizione, su iniziativa del
Partito Comunista della Federazione Russa, e quest’anno dedicato al tema della
“Lotta contro il fascismo, il terrorismo internazionale, l’arbitrio e le
aggressioni, per la pace e la sicurezza”. I lavori, che si sono svolti nella
capitale russa tra il 24 e il 27 maggio scorsi, in una tre-giorni
particolarmente densa sotto il profilo dell’elaborazione politica, hanno
registrato una partecipazione notevolissima, facendo convergere a Mosca e
impegnando nei lavori ben 180 delegazioni, in rappresentanza di altrettante
organizzazioni politiche e sociali, provenienti da 100 Paesi del mondo, da tutti
i continenti, con una rappresentanza degna di nota anche dall’Europa e dal Nord
America, e, chiaramente, con un’ampia rappresentazione dei vari Sud del mondo,
dell’emergente «mondo multipolare», con delegazioni consistenti dall’America
Latina, dall’Africa e dall’Asia. Si tratta del primo elemento da sottolineare,
quello cioè di uno sforzo politico e organizzativo che ha portato centinaia di
persone e decine e decine di organizzazioni a discutere, in Russia, sui temi
della lotta contro l’imperialismo, contro il fascismo nelle sue moderne forme ed
espressioni, contro il terrorismo internazionale, e, con altrettanto vigore, per
la pace e la sicurezza, cioè a dire sullo scenario complessivo del mondo quale è
oggi e delle relazioni internazionali quali si configurano nell’attualità e come
si vanno manifestando nell’attuale congiuntura storica e politica.
Sin dall’apertura dei lavori, sono stati espressi i temi essenziali che hanno
consentito poi, nello svolgimento del forum, di declinare il tema dell’edizione
di quest’anno nelle sue diverse sfaccettature e implicazioni. Come si
configurano oggi “il fascismo, il terrorismo internazionale, l’arbitrio e le
aggressioni” e cosa significa oggi lottare contro la degenerazione del panorama
delle relazioni internazionali, contro la fine dei più elementari fondamenti del
diritto, della giustizia e della convivenza, in una parola, per la pace, la
sicurezza internazionale, la libertà dei popoli? Negli ultimi cento anni, viene
sottolineato, sono decine i Paesi direttamente aggrediti dall’imperialismo e
innumerevoli le guerre che vedono gli Stati Uniti protagonisti, letteralmente, a
tutte le latitudini del pianeta; sono state organizzate oltre cinquanta
cosiddette “rivoluzioni colorate”, tentativi di manipolazione e
strumentalizzazione dei problemi interni o del malcontento di specifici settori
della popolazione al fine di generare disordine, caos e violenza, con
l’obiettivo di rovesciare governi legittimamente eletti e insediare, spesso con
la violenza, governi “amici” delle potenze occidentali. Solo l’attuale
amministrazione statunitense, appena nel giro di un anno, è stata capace di
scatenare ben sette guerre, tutte con effetti destabilizzatori del quadro di
diritto e del contesto internazionale di pace e di sicurezza.
La retorica e la propaganda, tuttavia, se da un lato mascherano e sfumano i
contorni del reale, non possono, dall’altro lato, cancellare la dinamica della
storia e la realtà dei fatti: Trump si era presentato in Assemblea Generale
delle Nazioni Unite, a settembre, rivendicando, con una delle sue
autocelebrazioni enfatiche, di avere posto fine a sette guerre, Israele-Iran,
Repubblica Democratica del Congo-Ruanda, Cambogia-Thailandia, India-Pakistan,
Serbia-Kosovo, Egitto-Etiopia e Armenia-Azerbaigian; oggi, appena pochi mesi
dopo quella proclamazione retorica, sarebbe fin troppo facile andare a
verificare, caso per caso, quanto alta, in ciascuno di questi scenari, resti la
tensione e, in alcuni casi, quanto la parola sia stata ripresa viceversa dalla
violenza, dalla guerra e dalle armi. È vero piuttosto il contrario: l’attuale
amministrazione repubblicana ha scatenato ben sette guerre, dagli esiti
catastrofici e distruttivi, Siria, Iraq, Somalia, Yemen, Nigeria, Venezuela e
oggi ancora Iran, senza contare la prosecuzione dello sforzo militare sul fianco
orientale dell’Europa, le minacce di destabilizzazione in Asia orientale, la
crescente minaccia economica e militare contro Cuba.
Siamo cioè di fronte a un’ennesima amministrazione di guerra, in cui sempre più
la guerra si mostra per ciò che è, vale a dire la leva attraverso la quale
l’imperialismo cerca di risolvere la propria crisi e le proprie contraddizioni
(basti leggere i numeri della crisi economica e sociale degli Stati Uniti e la
crisi parallela che ha investito la gran parte dei Paesi membri dell’Unione
europea) e intende, al tempo stesso, affermare, nella sua proiezione esterna, il
proprio ruolo egemonico, sempre più sfidato e contraddetto, in realtà, dalla
presenza di altri attori statuali (anche in questo caso, basterebbe vedere gli
esiti del vertice bilaterale, recentemente celebrato a Pechino, proprio tra
Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese) e dalle resistenze e dalle lotte dei
popoli, in primo luogo la resistenza del popolo palestinese, nella sua lotta per
la libertà e la giustizia. Sono appunto, le guerre degli Stati Uniti e dei loro
alleati (pensiamo ai Paesi membri dell’Unione europea in relazione alla crisi in
Ucraina, e a Israele nel contesto dell’Asia occidentale, nell’aggressione al
Libano e alla Siria, nel genocidio del popolo palestinese, e nella più recente
aggressione ai danni dell’Iran) a sfigurare il volto del mondo e a rappresentare
una costante minaccia (pensiamo al profilarsi stesso della minaccia nucleare)
alla libertà dei popoli, alla sicurezza internazionale, al destino stesso
dell’umanità e del pianeta.
È questa appunto la sommaria descrizione dello scenario di Terza guerra
mondiale, combattuta, non solo sul piano militare, nei più diversi scacchieri
del pianeta, cui fanno riferimento le osservazioni di diversi analisti e che
torna a più riprese anche nelle riflessioni del forum di Mosca. È il quadro,
cioè, di una Terza guerra mondiale che si dispiega secondo le modalità e le
cadenze tipiche della guerra nella modalità contemporanea del suo esercizio, la
guerra di «quinta generazione», che organizza, combina e proietta non solo il
dispiegamento militare e la forza armata, ma anche la guerra economica (sanzioni
arbitrarie e illegittime, misure coercitive unilaterali, blocchi e veri e propri
assedi economici, come quello scatenato contro Cuba), la guerra mediatica
(definizione dell’agenda setting, accurata selezione delle notizie e delle fonti
di informazione, progressiva erosione del confine tra informazione, propaganda e
manipolazione), guerra psicologica (ad esempio con la disumanizzazione del
nemico, la costruzione dell’immagine del nemico di turno, la mobilitazione delle
coscienze e la preparazione delle opinioni pubbliche alla guerra, panorama cui
stiamo assistendo, ad esempio, nell’Unione europea), perfino la guerra condotta
attraverso la manipolazione della diplomazia (come si è visto nella preparazione
delle aggressioni al Venezuela bolivariano e all’Iran).
È proprio questo lo sfondo sul quale si staglia l’impianto del tema del forum a
Mosca: contro il fascismo, nelle sue moderne forme ed espressioni, quale
strumento dei poteri dominanti per contrastare la libertà e l’iniziativa delle
forze popolari e dei movimenti sociali, per arginare la propria crisi e condurre
la propria agenda egemonica; e contro il terrorismo, che scatena la violenza dei
soggetti dominanti contro i popoli del mondo, e di cui si vedono tracce ed
evidenze nei più diversi contesti. Richiama, tutto ciò, il compito dell’unità,
sul quale pure il forum si è speso: ora, il protagonismo delle lotte e delle
resistenze dei popoli per i diritti e la giustizia; ora, l’unità d’azione delle
forze di progresso, contro l’imperialismo e le sue guerre, per la pace con
diritti e con giustizia, per una nuova architettura di sicurezza, per l’amicizia
e la convivenza tra i popoli.
Gianmarco Pisa