
Le donne sono già nel futuro. É il lavoro che deve ancora cambiare
Pressenza - Sunday, May 24, 2026
L’Italia si confronta oggi con una contraddizione profonda e strutturale che ne blocca la crescita: mentre le donne rappresentano una componente fondamentale del sistema economico e sociale, il loro contributo resta in larga parte invisibile, sottoutilizzato e non pienamente riconosciuto.
Il IV Rapporto Italia Generativa affronta questa tensione con uno sguardo sistemico, mostrando come il ritardo italiano non sia il risultato di un singolo fattore, ma l’esito di nodi culturali, organizzativi e istituzionali che si alimentano reciprocamente, contribuendo a frenare e sottoutilizzare le capacità di persone, imprese e territori e più ampiamente lo sviluppo del Paese.
Il titolo del nuovo Rapporto – La “colonna invisibile” – richiama questa ambivalenza non più accettabile: le donne sostengono il Paese attraverso il lavoro e la cura, ma non ne abitano ancora pienamente i luoghi a causa di profondi disequilibri in termini di riconoscimento, valorizzazione, equità, potere, opportunità. Rendere visibile questa colonna e liberare il prezioso potenziale delle donne è oggi una priorità per l’intero Paese. Non solo per giustizia, ma per garantire un futuro migliore e durevole all’Italia.
Dal Rapporto emerge come le donne italiane raggiungano livelli di istruzione superiori agli uomini, un vantaggio che non si traduce però in pari opportunità nel lavoro. L’ingresso nel mercato occupazionale rappresenta un primo collo di bottiglia, dove il divario si apre e tende ad ampliarsi nel tempo. Il risultato è uno spreco di capitale umano che penalizza l’intero sistema-paese.
“Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, si trova in una terra di mezzo: permane il gap e le istituzioni organizzative non hanno trasformato abbastanza i propri processi interni per sostenere la nuova leadership femminile. Un’immagine che potrebbe ben rappresentare questa situazione è quella di un ponte incompleto: da un lato, la crescente qualificazione delle donne e delle loro ambizioni e aspettative professionali e familiari; dall’altro, un’organizzazione del lavoro rimasta ancorata al paradigma novecentesco, troppo rigida, strutturata, controllante, avida di tempo e dedizione. Molto è cambiato dalle generazioni precedenti, ma i divari persistenti costituiscono ancora oggi ostacoli decisivi che possono perfino favorire l’autosabotaggio della propria condizione da parte delle donne”.
E’ il tema della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della famiglia ad emergere come uno dei nodi più critici e strutturali, configurandosi non solo come una questione organizzativa, ma come una vera e propria tensione esistenziale in cui convivono più piani di discorso: quello personale, di lavoratrice, con la fatica di conciliare carriera e famiglia; quello imprenditoriale, nel caso di fondatrice o manager, che si trova a gestire altre donne lavoratrici; quello sociale e culturale, di donna che osserva lucidamente una stagione in cui convivono vecchio e nuovo, aspirazioni personali e responsabilità collettive, nel passaggio tra un “non più” e un “non ancora”. Il punto è inevitabilmente complesso e contraddittorio, dovendo conciliare obiettivi e piani eterogenei e perfino antagonisti.
La conciliazione tra lavoro e famiglia richiede continui e defatiganti equilibrismi: una combinazione complessa di risorse economiche (per l’acquisto di servizi di cura), reti familiari (in primis, il supporto dei nonni, quando vicini e disponibili), capacità organizzative e, non da ultimo, una forte resilienza individuale. In assenza di un sistema di welfare adeguato e di un allineamento ai tempi sociali (scuola, servizi, lavoro), molte donne si trovano di fronte a scelte difficili, fino alla rinuncia parziale o totale al lavoro, o, alla maternità.
Il carico materiale si intreccia, inoltre, con una dimensione simbolica altrettanto rilevante: il senso di colpa, la percezione di non “esserci abbastanza”, che accompagna spesso le traiettorie femminili anche nei casi di successo professionale. “Il ‘tiro alla fune’, si sottolinea nel Rapporto, tra famiglia e lavoro si rivela estenuante soprattutto per le donne, poiché ancora oggi in Italia il sistema della cura famigliare è considerato di loro responsabilità”.
Nel rapporto si parla di “lavoro avido”, di un modello organizzativo che premia la disponibilità totale, la continuità della presenza e l’intensità dell’impegno nel tempo, che richiedono un investimento di tempo e di energia superiore alla media. Quanto al welfare, dal Rapporto emerge con chiarezza una percezione diffusa di inadeguatezza e di frammentazione dell’offerta.
“Le politiche pubbliche appaiono spesso episodiche, non strutturali, incapaci di incidere in modo duraturo sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne. Non mancano critiche esplicite all’approccio fondato su bonus e misure una tantum, percepiti come interventi più simbolici che trasformativi, in quanto si rivelano incapaci di incidere sulla risoluzione di nodi profondi come la maternità, la conciliazione dei tempi, i bisogni di cura, educazione e assistenza. In questo senso, il welfare italiano viene descritto come diseguale nei territori, discontinuo nel tempo, iniquo negli accessi, e soprattutto non configurato come una vera infrastruttura economica a sostegno della generatività sociale ed economica”.
Nella prima sezione del Rapporto, in 8 capitoli (dalla formazione alla qualità dell’occupazione, dalla natalità alla conciliazione, dalla salute alla violenza di genere), si affrontano gli svantaggi delle donne attraverso 150 indicatori, si confronta la situazione del nostro Paese con l’Europa e si verificano le differenze territoriali. Nella seconda parte del Rapporto a parlare sono direttamente le donne.
Qui per approfondire: https://www.italiagenerativa.it/.