Le donne sono già nel futuro. É il lavoro che deve ancora cambiare
L’Italia si confronta oggi con una contraddizione profonda e strutturale che ne
blocca la crescita: mentre le donne rappresentano una componente fondamentale
del sistema economico e sociale, il loro contributo resta in larga parte
invisibile, sottoutilizzato e non pienamente riconosciuto.
Il IV Rapporto Italia Generativa affronta questa tensione con uno sguardo
sistemico, mostrando come il ritardo italiano non sia il risultato di un singolo
fattore, ma l’esito di nodi culturali, organizzativi e istituzionali che si
alimentano reciprocamente, contribuendo a frenare e sottoutilizzare le capacità
di persone, imprese e territori e più ampiamente lo sviluppo del Paese.
Il titolo del nuovo Rapporto – La “colonna invisibile” – richiama questa
ambivalenza non più accettabile: le donne sostengono il Paese attraverso il
lavoro e la cura, ma non ne abitano ancora pienamente i luoghi a causa di
profondi disequilibri in termini di riconoscimento, valorizzazione, equità,
potere, opportunità. Rendere visibile questa colonna e liberare il prezioso
potenziale delle donne è oggi una priorità per l’intero Paese. Non solo per
giustizia, ma per garantire un futuro migliore e durevole all’Italia.
Dal Rapporto emerge come le donne italiane raggiungano livelli di istruzione
superiori agli uomini, un vantaggio che non si traduce però in pari opportunità
nel lavoro. L’ingresso nel mercato occupazionale rappresenta un primo collo di
bottiglia, dove il divario si apre e tende ad ampliarsi nel tempo. Il risultato
è uno spreco di capitale umano che penalizza l’intero sistema-paese.
“Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, si trova in una terra di mezzo: permane
il gap e le istituzioni organizzative non hanno trasformato abbastanza i propri
processi interni per sostenere la nuova leadership femminile. Un’immagine che
potrebbe ben rappresentare questa situazione è quella di un ponte incompleto: da
un lato, la crescente qualificazione delle donne e delle loro ambizioni e
aspettative professionali e familiari; dall’altro, un’organizzazione del lavoro
rimasta ancorata al paradigma novecentesco, troppo rigida, strutturata,
controllante, avida di tempo e dedizione. Molto è cambiato dalle generazioni
precedenti, ma i divari persistenti costituiscono ancora oggi ostacoli decisivi
che possono perfino favorire l’autosabotaggio della propria condizione da parte
delle donne”.
E’ il tema della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi della famiglia ad
emergere come uno dei nodi più critici e strutturali, configurandosi non solo
come una questione organizzativa, ma come una vera e propria tensione
esistenziale in cui convivono più piani di discorso: quello personale, di
lavoratrice, con la fatica di conciliare carriera e famiglia; quello
imprenditoriale, nel caso di fondatrice o manager, che si trova a gestire altre
donne lavoratrici; quello sociale e culturale, di donna che osserva lucidamente
una stagione in cui convivono vecchio e nuovo, aspirazioni personali e
responsabilità collettive, nel passaggio tra un “non più” e un “non ancora”. Il
punto è inevitabilmente complesso e contraddittorio, dovendo conciliare
obiettivi e piani eterogenei e perfino antagonisti.
La conciliazione tra lavoro e famiglia richiede continui e defatiganti
equilibrismi: una combinazione complessa di risorse economiche (per l’acquisto
di servizi di cura), reti familiari (in primis, il supporto dei nonni, quando
vicini e disponibili), capacità organizzative e, non da ultimo, una forte
resilienza individuale. In assenza di un sistema di welfare adeguato e di un
allineamento ai tempi sociali (scuola, servizi, lavoro), molte donne si trovano
di fronte a scelte difficili, fino alla rinuncia parziale o totale al lavoro, o,
alla maternità.
Il carico materiale si intreccia, inoltre, con una dimensione simbolica
altrettanto rilevante: il senso di colpa, la percezione di non “esserci
abbastanza”, che accompagna spesso le traiettorie femminili anche nei casi di
successo professionale. “Il ‘tiro alla fune’, si sottolinea nel Rapporto, tra
famiglia e lavoro si rivela estenuante soprattutto per le donne, poiché ancora
oggi in Italia il sistema della cura famigliare è considerato di loro
responsabilità”.
Nel rapporto si parla di “lavoro avido”, di un modello organizzativo che premia
la disponibilità totale, la continuità della presenza e l’intensità dell’impegno
nel tempo, che richiedono un investimento di tempo e di energia superiore alla
media. Quanto al welfare, dal Rapporto emerge con chiarezza una percezione
diffusa di inadeguatezza e di frammentazione dell’offerta.
“Le politiche pubbliche appaiono spesso episodiche, non strutturali, incapaci di
incidere in modo duraturo sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne. Non
mancano critiche esplicite all’approccio fondato su bonus e misure una tantum,
percepiti come interventi più simbolici che trasformativi, in quanto si rivelano
incapaci di incidere sulla risoluzione di nodi profondi come la maternità, la
conciliazione dei tempi, i bisogni di cura, educazione e assistenza. In questo
senso, il welfare italiano viene descritto come diseguale nei territori,
discontinuo nel tempo, iniquo negli accessi, e soprattutto non configurato come
una vera infrastruttura economica a sostegno della generatività sociale ed
economica”.
Nella prima sezione del Rapporto, in 8 capitoli (dalla formazione alla qualità
dell’occupazione, dalla natalità alla conciliazione, dalla salute alla violenza
di genere), si affrontano gli svantaggi delle donne attraverso 150 indicatori,
si confronta la situazione del nostro Paese con l’Europa e si verificano le
differenze territoriali. Nella seconda parte del Rapporto a parlare sono
direttamente le donne.
Qui per approfondire: https://www.italiagenerativa.it/.
Giovanni Caprio