
Clochard
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, May 7, 2026
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Les aventuriers hanno una vita complessa: da un lato sono privati di diritti, dall’altro vengono utilizzati per canalizzare paure e frustrazioni sociali. Vengono così costruiti come nemici interni, responsabili simbolici di un disagio collettivo che in realtà ha origini strutturali. In questo quadro, la violenza esercitata contro di loro appare non solo tollerata, ma implicitamente legittimata.
Nel contesto del Maghreb, clochard indica gruppi di giovani marginalizzati coinvolti in microcriminalità che esercitano un controllo informale del territorio. Essi prendono di mira soprattutto le persone migranti subsahariane senza documenti, usando violenza e intimidazione per escluderli da spazi urbani e risorse.
Clochard
Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma
Se nel francese standard la parola significa «senzatetto», nei paesi del Maghreb il termine clochard identifica la piccola criminalità che opera nelle periferie urbane e nelle zone rurali impoverite. Si tratta per lo più di giovani, singoli o organizzati in bande locali, talvolta legati alle tifoserie calcistiche.
Spesso aggrediscono le persone subsahariane sans papiers, con l’obiettivo non solo di impossessarsi dei loro pochi averi ma anche di affermare il controllo territoriale su spazi che considerano propri.
In questo senso, la loro azione emerge come una forma di governance informale che mira a regolare la presenza di soggetti percepiti come estranei e potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri consolidati del quartiere.
I clochard influenzano di fatto chi può transitare, sostare o lavorare in determinate aree, imponendo un regime di segregazione spaziale che relega le persone subsahariane in transito ai margini più estremi della società.
Questo fenomeno si è particolarmente intensificato in Tunisia a partire dal febbraio 2023, quando il discorso criminalizzante del presidente Kaïs Saïed ha di fatto legittimato socialmente l’aggressione verso i migranti subsahariani.
Le successive normative che puniscono chi offre loro alloggio o lavoro hanno completato un processo di stigmatizzazione istituzionale che ha trasformato le persone sans papiers in bersagli socialmente autorizzati.
In questo clima di legittimazione statale, la frustrazione generazionale, la disoccupazione e la mancanza di prospettive di mobilità sociale hanno trovato un canale di sfogo nella violenza verso soggetti che lo stato stesso aveva indicato come nemici interni.
Questa violenza dal basso si è poi saldata con l’intensificazione della violenza istituzionale, creando un sistema integrato di oppressione: i rastrellamenti e le deportazioni di massa da parte delle autorità di polizia si sono moltiplicati, mentre parallelamente cresceva l’impunità per le aggressioni compiute da civili.
I migranti subsahariani subiscono così una duplice esposizione alla violenza che ricorda la figura dell’homo sacer descritta da Giorgio Agamben: un soggetto che chiunque può colpire impunemente senza commettere un crimine, escluso tanto dall’ordine giuridico quanto dalla comunità.
Come il pharmakos dell’antichità greca, le persone in transito subsahariane funzionano da capro espiatorio collettivo, su cui una società in crisi scarica le proprie tensioni e frustrazioni.
In questo scenario i clochard agiscono come esecutori materiali di un sistema di violenza più ampio che attraversa l’intera società maghrebina. Per i giovani delle periferie impoverite, l’aggressione ai migranti neri diventa un modo di ristabilire simbolicamente la propria posizione sociale: l’umiliazione strutturale – quella hogra che caratterizza l’esperienza di esclusione e frustrazione postcoloniale (si veda Hogra) – trova sfogo nella sopraffazione di chi è percepito come ancora più in basso nella gerarchia sociale.
Vittime del sistema si trasformano così in carnefici di soggetti ancora più deboli.
Esempi dal campo
Mary, una donna camerunense sans papiers sulla cinquantina, ci dà appuntamento in una zona periferica di Sfax vicino a dove vive, per raccontarci delle torture e detenzioni subite in Libia e Algeria e della sua attuale condizione in Tunisia.
Il luogo d’incontro è sulla soglia di un edificio abbandonato e defilato, vicino alla ferrovia. Mary arriva trafelata e coperta dalla testa ai piedi da un lungo abito. Mentre parla con noi continua a guardare gli angoli della strada come temesse l’arrivo di qualcuno. Le chiediamo se abbia paura della polizia ma lei nega con decisione: «Il problema sono i clochard di qui, che danno la caccia ai neri».
Ci spiega che le persone subsahariane vengono aggredite o taglieggiate quasi quotidianamente da gruppi di giovani tunisini, piccoli criminali della zona che vivono di espedienti, che le picchiano e poi le privano dei loro pochi averi.
Estratto dai diari di campo, gennaio 2024