Centro, tra ostacolo e orizzonte

Progetto Melting Pot Europa - Thursday, April 23, 2026

Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar

Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni. 

Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.

Notizie

Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale

Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026

Roberta Derosas 12 Febbraio 2026

Anche centro è una parola  dalle molteplici sfumature, tra due sponde dello stesso mare. La parola è italiana, ma la si mastica in Tunisia e qui, acquisisce il senso preciso che manca al centro italiano: indica luoghi di cattura e contenimento. Hotspot, Cas, Cpr. 

Il termine è entrato rapidamente nel linguaggio dei giovani, che raccontano le esperienze di chi è arrivato in Italia e poi è stato rinchiuso. Video sui social, storie di amici e parenti fanno circolare queste esperienze.

Non è un concetto astratto: è uno spazio chiuso, sorvegliato, da cui non si esce.
Eppure, negli stessi network, si condividono pratiche per sfuggire, aggirare, resistere.
E allora lui è lì,  quasi come un’ingombrante presenza che resta un ostacolo, ma al contempo offre un orizzonte.

Centro

Parola a cura di Jacopo Anderlini, Università di Parma

Numerosi sono i prestiti linguistici dall’italiano al tunisino, espressione della secolare prossimità sociale e culturale tra le due sponde del Mediterraneo. Si tratta di parole che toccano vari ambiti del quotidiano: il lavoro, come la pesca o il piccolo commercio, la vita domestica, l’abbigliamento, i trasporti. 

Il termine centro non appartiene a questo insieme. La sua comparsa nella lingua tunisina è recente e riflette l’impatto – simbolico e materiale – del regime confinario europeo, non solo sulle pratiche ma anche sugli immaginari e i desideri di mobilità della popolazione tunisina. 

Per un parlante italiano, centro è un termine alquanto generico; in Tunisia invece identifica una gamma di specifici dispositivi di confine votati alla cattura e al contenimento: hotspot, Centri di accoglienza straordinaria (Cas), Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

È entrato rapidamente nel lessico dei giovani tunisini – siano essi provenienti dalle classi popolari o della media borghesia – quando discutono dei pro e dei contro, delle possibilità di migrare, pesandone rischi e opportunità. La diffusione del termine si deve ai racconti di chi è riuscito ad arrivare in Italia ma è poi incappato in questi luoghi di detenzione, esperienze che vengono condivise soprattutto attraverso video sui social network.

Queste storie circolano anche attraverso le scuole tunisine, in cui – nell’ambito di specifici programmi didattici, spesso finanziati con fondi europei – si ritiene che possano servire come deterrente alla mobilità, informando sui rischi della migrazione.

L’esistenza di centri detentivi dove si viene rinchiusi per il solo fatto di provenire da un altro paese viene presentata come una realtà naturale e non il frutto delle politiche mortifere dell’Unione Europea.

L’hotspot di Lampedusa rappresenta l’emblema di questi dispositivi: un luogo di detenzione insulare dove chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo viene sottoposto a procedure di identificazione e smistamento, trasformando l’intera isola in una prigione a cielo aperto (si veda Lampedusa). 

Nonostante la rappresentazione del centro sia quella di un luogo chiuso e recintato, dove si sta in gabbia, non si può uscire e si è sorvegliati costantemente, nelle reti che raggruppano chi è partito e chi non lo è ancora vengono condivise pratiche di resistenza e sottrazione a questo dispositivo, da una parte all’altra del Mediterraneo. 

Esempi dal campo

Per Hamid, giovane tunisino di un quartiere popolare di Mahdia, il centro non è un’istituzione precisa, ma un’immagine ricorrente fatta di recinzioni, cancelli e guardie. Quando parla dei rischi del viaggio non teme tanto il mare quanto «restare bloccato in un centro per mesi».

Questa rappresentazione circola tra i suoi coetanei attraverso racconti, chat su WhatsApp e brevi video su TikTok. È diventata una sorta di deterrente simbolico: il centro come gabbia da evitare a ogni costo, anche se nessuno di loro ci è mai stato di persona.

È questa stessa rappresentazione astratta, idealtipica, del centro che vediamo raffigurata nei bozzetti di una scenografia di uno studente dell’Accademia d’arte di Mahdia.
Estratto dai diari di campo, febbraio 2025