Moro, liberarsi da complottismo ed emergenzialismo

Jacobin Italia - Monday, March 16, 2026

Leonardo Sciascia scelse come epigrafe al suo libro dedicato al Caso Moro una frase di Elias Canetti: una cosa è certa. Qualcuno è morto al momento giusto. Nell’approssimarsi del quarantottesimo anniversario del rapimento dell’allora presidente della Democrazia cristiana, in passato più volte ministro e premier, queste parole risuonano tristemente aderenti alla realtà. Ancora oggi è in piedi una commissione parlamentare di inchiesta, che si prefigge di chiarire i cosiddetti misteri che circonderebbero la vicenda. 

Svariati pubblicisti, anche delle generazioni più giovani, si cimentano, come prima tappa del loro percorso all’interno del giornalismo di inchiesta o della storiografia, con la produzione di articoli, saggi, talora libri, che forniscono la loro versione del sequestro e dell’uccisione dell’uomo politico democristiano. Pretendendo di svelare dei tasselli mancanti e aggiungere un altro tassello al mosaico complottista. Si potrebbe proporre, senza essere accusati di facili ironie, di lanciare un concorso letterario interamente dedicato al Caso Moro e premiare l’opera più originale, vista la mole impressionante di produzione letteraria e mediatica che ha reso la vicenda un evergreen della cultura pop. 

In riferimento all’epigrafe di Sciascia, tuttavia, non è ai «moristi», come potremmo definirli, che ci riferiamo. Se loro esistono, è in conseguenza dei modi e delle forme in cui la vicenda è stata restituita all’opinione pubblica. E dell’uso che la sfera politica ne ha fatto. Due sono le dimensioni che ci interessa esplorare rispetto alla vicenda Moro: la prima, è relativa allo status di martire conferito al leader Dc, attorno al quale si sono costruite giustificazioni e legittimazioni di svariate forze politiche. La seconda, è quella del complotto, dei poteri occulti, grazie alla quale è andata crescendo la pianta del giustizialismo, che oggi produce frutti sempre più impazziti. 

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Andiamo con ordine. La gestione della vicenda Moro da parte delle forze politiche, seguì delle logiche che non seguirono la strada di intavolare serie trattative per salvare la vita del politico democristiano prigioniero. Timidi tentativi da parte del Psi, fino a ipotizzare uno scambio di prigionieri. Dichiarazioni di principio arrivarono dai radicali. Ma la logica della fermezza, sarebbe giusto ammetterlo, la fece da padrona per tutti i 54 giorni (non 55) del sequestro. A cominciare dai due principali partiti. 

La Dc, attraversata da crisi interne, scossa da scandali, accuse di corruzione, connivenza con la criminalità organizzata da parte di alcuni suoi membri, coinvolgimento nella strategia della tensione, aveva raggiunto il punto più basso della sua reputazione presso l’opinione pubblica. Tanto da far dire a Indro Montanelli, che di sinistra non era di certo, che bisognava votare Dc, ma dopo essersi turati il naso. Il sequestro di Aldo Moro fornì allo scudo crociato l’occasione per rilegittimarsi pubblicamente, a livello nazionale e internazionale, come il punto di equilibrio della democrazia italiana, che pagava questo ruolo col sacrificio del suo esponente più in vista, redimendosi, così, da buon partito cattolico qual era, dei suoi peccati. 

Anche dalle parti di Botteghe Oscure la linea della fermezza venne vista come una posizione politicamente redditizia. Tanto che l’intransigenza fu maggiore presso i comunisti di quanto non lo fosse tra i democristiani, comunque legati a Moro dal vincolo umano e politico. Il netto rifiuto di trattare con le Brigate rosse servì al Pci per scrollarsi di dosso la patina della reputazione di quinta colonna dell’Urss di cui godeva, oltre a rimarcare la sua distanza dall’esperienza delle Brigate rosse. Sommergendo di improperi Rossana Rossanda, che aveva avvertito che le Br facevano parte dell’album di famiglia della sinistra, come le inchieste successive avrebbero dimostrato. L’intransigenza di Botteghe Oscure, ancora oggi, viene rivendicata acriticamente da molti di quelli che provengono dall’esperienza del Pci, senza dubbi in merito all’opportunità di questa presa di posizione. 

In altri casi, schierarsi per la fermezza o per la trattativa, servì ad acquisire visibilità pubblica e ad accreditarsi come forze che prendevano posizione in una vicenda così delicata. È il caso del Psi, che sotto la spinta della nuova segreteria di Bettino Craxi provò a declinare una posizione in senso contrario rispetto alle «belve della fermezza», come il segretario socialista ebbe a definire il fronte dei contrari alla trattativa. Per i socialisti, la vicenda Moro, sortì l’effetto di farli uscire dall’ombra e di strutturare il loro ruolo di ago della bilancia del sistema politico italiano che negli anni successivi si sarebbe tradotto in posizioni di governo e crescita di consensi elettorali. 

Soprattutto, fu l’Msi, con uno sguardo retrospettivo, a trarre maggiore vantaggio dalla fermezza. Le posizioni del segretario Giorgio Almirante sullo stato d’assedio e la reintroduzione della pena di morte consentirono a un partito marginalizzato per la sua matrice neofascista di cominciare a uscire dal ghetto, liberarsi dell’ombra di connivenza con gli stragisti, iniziare ad accreditarsi come forza garante dell’ordine pubblico e della tutela degli interessi nazionali. Insomma, il percorso che ha portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi, si potrebbe dire, è cominciato in via Fani, per poi snodarsi verso Tangentopoli e il securitarismo, con la benedizione di Silvio Berlusconi. 

Molte delle forze politiche erano interessate a trarre vantaggio dalla permanenza di Moro tra le mani dei brigatisti, e da una sua fine. Tanto da premere fin dall’inizio l’acceleratore della martirizzazione, fino a rifiutarsi di intavolare una trattativa che, dall’altra parte, si aveva tutta l’intenzione di portare avanti. Anche lo stesso Moro era di quest’avviso, ma andò incontro a un vero e proprio rituale di degradazione. Vennero messe in dubbio la sua lucidità e la sua credibilità, recapitando il messaggio che la Ragion di Stato avrebbe prevalso sull’aspetto umanitario. 

In secondo luogo, la linea della fermezza si nutrì di un discorso complottista. Se da un lato era vero che un’organizzazione come quella delle Brigate rosse costituisse un fatto del tutto nuovo per l’Italia, dall’altro lato si trascurarono le analogie con gli scenari internazionali, col modello della guerriglia che veniva visto come vincente in realtà avulse dal contesto italiano, quali l’Africa, l’Indocina e l’America Latina. Si trascurò altresì il fatto che queste mitologie circolassero nelle sezioni del Pci, in parallelo con la narrazione della Resistenza tradita e del pericolo di un golpe, che le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, le vicende del Piano Solo, della Rosa dei Venti, del Golpe Borghese (1970), facevano sospettare fosse imminente. 

Il Pci, per tutelare la tradizione democratica della classe operaia italiana, sorvolando sul fatto che la componente rivoluzionaria era sempre esistita, cominciò ad alimentare la retorica dei poteri occulti. Soprattutto, la visione della composizione di classe dei dirigenti comunisti dell’epoca risultava piuttosto datata, incapace di leggere i mutamenti tumultuosi che avevano attraversato la società italiana a partire dagli anni Cinquanta e quanto le vicende internazionali vi avrebbero influito. L’atteggiamento di chiusura del Pci nei confronti della nuova composizione di classe, d’altronde, si era già manifestato sin dal 1962, quando gli operai che avevano manifestato a Piazza Statuto, a Torino, contro il rinnovo dei contratti, erano stati definiti come provocatori. 

L’anno prima della vicenda Moro, il movimento del 1977 era stato liquidato come un fenomeno di «untorelli», per cui il Pci aveva aderito fideisticamente alla legge Reale (norma sull’ordine pubblico presentata come anti-terrorismo), e non aveva condannato morti assurde come quella di Francesco Lorusso, ucciso da un carabiniere a Bologna l’11 marzo del 1977, o quella di Giorgiana Masi a opera delle forze di polizia, avvenuta a Roma due mesi dopo. Il caso 7 aprile, dell’anno dopo, avrebbe chiuso il cerchio. Tutto quello che si muoveva a sinistra di Botteghe Oscure era una manifestazione di disordine, oppure opera di centrali occulte, estere, miranti a destabilizzare il «compromesso storico». Ovvero una formula politica studiata per acconsentire alle ristrutturazioni industriali, ai licenziamenti di massa, al taglio dei salari, che però, ancora oggi, ci si ostina a difendere in modo insipiente, e a metterla in relazione con le centrali occulte. Finendo così per nascondere i propri errori e l’incapacità di leggere le trasformazioni sociali, con la conseguenza di declinare la legalità, il rispetto delle regole, come unica distinzione tra sinistra e destra. 

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A sinistra, in molti non si rendono conto che, dalla fermezza in poi, è prevalsa la tendenza a temere, spesso a demonizzare, il conflitto sociale, e che gli appelli alla legalità e a rifuggire le provocazioni si sono tradotti in una presunzione di colpevolezza ex ante, che ha frenato spesso la voglia di scendere in piazza, ha creato divisioni interne ai movimenti, ha fornito e fornisce pretesti (vedi il caso Askatasuna) a chi legge la radicalità come sinonimo di violenza e disordine. In particolare, la linea della fermezza, si è rivelata pericolosa nella misura in cui si articola su due  piani.  Il primo è quello del fronte unico, ovvero di una compattezza all’insegna della repressione che trascende le divisioni ideologiche e di classe. Su questo piano si lavora ancora oggi, quando si afferma che la sicurezza non è di destra o di sinistra, o che in nome della democrazia bisogna isolare le frange estreme. Una definizione generalizzante, che include chi non si riconosce nella camicia di forza del bipolarismo. Finendo per accentuare le divisioni e soffocare il conflitto, alienando strati sociali sempre più vasti dal discorso politico. I movimenti, nel 1978, lo capirono, ma la loro formula, nè con lo Stato nè con le Br, ancorché indefinita, non venne compresa. 

Il secondo piano è quello della legislazione di emergenza. In nome del nemico di turno, si derogano le libertà fondamentali e si accettano legislazioni repressive o premiali. Dal caso Moro in poi si accettarono le carceri speciali, le torture, come il famoso caso del dottor De Tormentis, o pentiti la cui attendibilità a volte non è stata pienamente comprovata. È in una cornice simile che si inseriscono i continui Ddl sempre più lesivi delle libertà civili che vengono varati oggi.

Inoltre, fare riferimento alle centrali occulte e ai complotti ha causato l’elaborazione di un immaginario allineato sulle categorie della destra, che, sin dai tempi della cospirazione demo-pluto-giudaico-massonica, ha fatto del complottismo la propria cifra. Infatti si è incuneata nello spazio tra legge e ordine e complottismo, è tornata al potere, e minaccia di durare a lungo. Con un piglio revanscista che la contraddistingue. Forte dell’appoggio di figuri del calibro di Donald Trump. L’idea che esista una rete di potere parallela, organicamente sviluppata, che comprende mafia, P2, faccendieri, servizi deviati, è stata facilmente metabolizzata dalla destra, che da sempre ha fatto del ricorso a forze irrazionali, a fantomatiche trame oscure ( dai Sette Savi di Sion al Piano Kalergi) la cifra della propria identità politica. Guarda caso, la premier dichiara di essere entrata in politica dopo la morte di Paolo Borsellino, un magistrato antimafia, che quindi lottava contro un’articolazione dei poteri occulti. 

Ecco perché sarebbe ora di seppellire definitivamente Aldo Moro  e voltare pagina.  Per liberarsi finalmente del complottismo e dell’emergenzialismo. E tornare a praticare conflitto in nome dei diritti civili, politici e sociali. 

*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023).

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