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Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio
L’acqua bolle a 40 gradi? Se il Governo, attualmente governo Meloni, avesse un interesse ad affermare che l’acqua bolle a 40 gradi lo farebbe con un decreto legge. E non ho dubbi che correderebbe la propria azione con autorevoli pareri … Leggi tutto L'articolo Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Firenze contro il riarmo e la guerra
Il 19 marzo 2026 è stato organizzato dalla parlamentare Stefania Ascani un incontro a Roma con molti comitati e associazioni pacifiste; l’iniziativa si è tenuta nella sala dei gruppi parlamentari del Senato. Si riporta il testo, coordinato nella stesura da … Leggi tutto L'articolo Firenze contro il riarmo e la guerra sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Sul sentiero di guerra
ILAN PAPPÉ 10 MARZO 2026 Israele farà fatica a perseguire la sua strategia bellica nel lungo periodo. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi. Ecco un enigma. Mentre le borse di tutto il mondo reagiscono con nervosismo all’attacco contro l’Iran, la Borsa di Tel Aviv è in forte espansione. Eccone un altro: mentre milioni di persone nella regione temono l’operazione militare statunitense-israeliana e le sue conseguenze, la società israeliana è in festa. Secondo gli ultimi sondaggi, il 93 per cento della popolazione ebraica sostiene la guerra. Scrivendo su Yedioth Ahronoth, un giornalista coglie lo stato d’animo euforico: Mentre ci liberiamo del mostruoso polipo iraniano, cammino per strada, i negozi sono aperti, i corrieri di Wolt si affrettano a consegnare sushi, shawarma e torte al cioccolato troppo costose ai cittadini israeliani, la gente fa jogging nel parco e a casa ho elettricità, acqua calda e internet. La palestra di pilates è aperta e la borsa israeliana sta battendo ogni record. E proprio in questo momento, sopra la mia testa nelle pianure, i caccia dell’Aeronautica Militare decollano per un’altra sortita… Distruggono con precisione impossibile un’altra casa di un ufficiale di medio rango delle Guardie Rivoluzionarie… È così che si presenta la guerra più cruciale dalla fondazione dello Stato? È così perché lo Stato di Israele è un miracolo che non può essere spiegato. Egli prosegue suggerendo che Israele debba ringraziare la grande leadership di Netanyahu, oltre alle eccezionali qualità del suo popolo e all’aiuto divino. Su Israel Hayom, un altro giornalista di spicco offre un altro elogio sciovinista al primo ministro israeliano. Anche i detrattori di Netanyahu devono ammettere che egli possiede «pazienza, astuzia, determinazione e concentrazione incrollabile» nella sua costante distruzione del nemico – guerra totale contro Hamas, poi Hezbollah, ora l’Iran – e nel frenare gli sciocchi tentativi di Trump di negoziare con i mullah e ideare un piano di pace per Gaza. La strategia sembra certamente consistere in una campagna di shock and awe dopo l’altra. L’Iran è attualmente nel mirino, ma il messaggio è rivolto a tutti gli Stati del Medio Oriente: non osate sfidare la pretesa di Israele all’egemonia regionale o alla pulizia etnica della Palestina. Raggiungere il primo obiettivo darebbe a Israele l’immunità di cui ha bisogno per il secondo: rettificare l’errore che lo storico Benny Morris ha lamentato quando ha criticato Ben Gurion per non aver espulso tutti i palestinesi nel 1948. Come disse Bezalel Smotrich ai membri palestinesi della Knesset nel 2021, «siete qui perché Ben Gurion non ha portato a termine il lavoro». Agli occhi del governo, e dell’élite politica in generale, sembra essere giunto il momento di portare a termine il lavoro.  Ciò segna una rottura con la strategia sionista pre-statale e con la successiva politica regionale israeliana, basata su operazioni segrete combinate con la cripto-diplomazia. Mi viene spesso chiesto se la guerra attuale miri ad attuare il cosiddetto Piano Yinon. Oded Yinon era un consigliere di Sharon e nel 1982 fu coautore di un articolo che delineava una strategia di “divide et impera” nel mondo arabo. Il settarismo giova a Israele, sosteneva, e dovrebbe essere promosso. Questo avveniva nel periodo in cui Sharon cercava di seminare divisione nelle file della resistenza palestinese, anche incoraggiando le forze islamiste a Gaza. Quando ciò fallì, Sharon lanciò un attacco diretto contro l’OLP in Libano, che fu ampiamente criticato in Israele come un errore strategico. Le recenti notizie su un tentativo di facilitare un'invasione terrestre curda dall'Iraq a complemento dei bombardamenti aerei sull'Iran potrebbero sembrare confermare che queste tattiche siano ancora in atto. Ma non è così. La vecchia strategia era ben meno drammatica: l'intervento clandestino nella politica interna di altri Stati non è una politica di cui vantarsi; né si basa sul trascinare la regione in una guerra. Evidentemente, questo non è più il modus operandi dello Stato di Israele. Ironia della sorte, lo schema interpretativo più calzante in questo caso potrebbe essere proprio quello che gli orientalisti hanno tipicamente applicato – non sempre con grande precisione – alla Repubblica Islamica: ovvero che si tratta di un potere che non agisce secondo un approccio politico «occidentale», razionale e umanista, ma secondo un’ideologia fanatica. Coloro che determinano l’attuale strategia israeliana sono espliciti riguardo alle sue radici nell’insegnamento del sionismo messianico e alla loro visione della guerra attuale come adempimento divino. Netanyahu può essere meno ideologico dei suoi alleati, e più strettamente interessato alla propria sopravvivenza politica, ma non c’è dubbio che accetti la sua glorificazione sia come genio strategico che come messaggero di Dio. Per questo schieramento, la società israeliana stessa deve diventare molto più teocratica. Non è ancora, lamenta Smotrich, lo “Stato dei Cohanim”, ma è sulla strada per essere governato da una severa versione biblica della legge halachica: “Lo Stato di Israele, il paese del popolo ebraico, se Dio vorrà, tornerà a funzionare come ai tempi del re Davide e del re Salomone”. Gran parte della legislazione interna del governo è dedicata al perseguimento di questo fine. In secondo luogo, c’è la necessità di risolvere la questione palestinese. Gaza è il modello. Ancora Smotrich: «Non ci sono mezze misure. Rafah, Deir al-Balah, Nuseirat – distruzione totale. “Cancellerai il ricordo di Amalek da sotto il cielo. Non c’è posto per loro sotto il cielo”». Parlando nell’ottobre 2024, Smotrich ha dichiarato che «una volta in una generazione, c’è una rara opportunità di cambiare la storia, di cambiare l’equilibrio di potere nel mondo e di rimodellare il futuro. Presto dovremo prendere decisioni decisive che porteranno a un Medio Oriente nuovo e migliore». Per la maggior parte dei commentatori politici occidentali, le proclamazioni messianiche – a meno che non provengano da islamisti – sembrano irrilevanti per la politica. Ma queste non sono dichiarazioni vuote. Si tratta di una visione del mondo che ora domina sia l’establishment politico che quello militare, e che costituisce il fondamento di gran parte dell’attuale esultanza e dell’appoggio incondizionato da parte dei media. La guerra contro l’Iran è sostenuta anche da coloro che hanno un approccio più laico – e presumibilmente più razionale – alla politica, nel Mossad e nel mondo accademico, nonché dagli unici politici che potrebbero potenzialmente sconfiggere Netanyahu alle elezioni di ottobre, Avigdor Liberman e Naftali Bennett. La giustificazione è che Israele doveva agire perché affrontava una minaccia esistenziale – un'affermazione plausibile quanto le giustificazioni di Colin Powell all'ONU per l'invasione dell'Iraq. Ancora più assurda è l'argomentazione secondo cui uno Stato che viola sistematicamente i diritti dei palestinesi sta combattendo una guerra in nome dei diritti umani. Giudicato da una prospettiva economica, nonostante l’esuberanza del mercato azionario israeliano, il corso dello Stato israeliano è altamente discutibile. Costa moltissimo – due miliardi di NIS al giorno in spese dirette e da cinque a sei miliardi indirettamente – e richiederà un significativo e continuo aiuto finanziario americano. La logica del governo è che ciò sarà bilanciato dai dividendi economici: profitti alle stelle derivanti dalla vendita di armi, ora che le armi israeliane all’avanguardia vengono messe in mostra sul campo di battaglia, per non parlare della prospettiva delle riserve petrolifere iraniane e di un maggiore accesso a quelle degli Stati del Golfo, man mano che questi ultimi si rendono conto di aver bisogno della protezione di Israele. Eppure non c’è alcuna certezza che ciò compenserà lo sforzo finanziario; lo stesso vale per i soldi spesi per gli insediamenti e la promozione del giudaismo messianico al posto dell’assistenza sanitaria e di altre priorità sociali. Ci sono ulteriori ragioni per cui Israele farà fatica a perseguire la sua strategia nel lungo periodo. Campagne come questa in passato sono state abbandonate nel momento in cui hanno incontrato difficoltà. La perdita di vite americane, la pressione da parte di altri paesi della regione, l’opinione pubblica negli Stati Uniti, la potenziale resilienza del regime iraniano e la continua resistenza dei palestinesi potrebbero tutte far pendere l’ago della bilancia. Un’invasione del Libano, a giudicare dai tentativi passati, non porterà benefici a nessuno. Molto dipende dalla coalizione globale che sostiene le guerre di Israele: l'industria degli armamenti, le multinazionali, i leader megalomani di Stati potenti, le lobby sioniste cristiane ed ebraiche, i governi timidi del Nord del mondo e i regimi arabi corrotti del Medio Oriente. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi.
Niscemi ben rappresenta la trilogia della catastrofe
Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici PERCHÉ NON CI POSSIAMO STUPIRE DI QUEL CHE PRECIPITA A VALLE, DI QUEL CHE CI CADE ADDOSSO, DI QUEL CHE CI SOMMERGE. di Roberto De Marco* Trilogia della catastrofe: un’insopportabile ipocrisia – omissioni, incertezze e buona volontà di fine secolo – un disastro tutto Millenium   NISCEMI**: l’insopportabile leggerezza dell’ipocrisia L’ipocrisia (dal greco hipocrisis nel significato di “recitare una parte”) non si cura certo della veridicità dei fatti, ha spesso la forma di una dissimulazione, per coprire responsabilità delle quali invece si è ben consapevoli. Un vizio quindi che non consente di rinunciare quantomeno a omissioni nella narrazione di eventi appena causati da comportamenti addebitabili. L’ipocrisia si può manifestare attraverso diverse modalità. Per esempio, nella fattispecie, si finge di non sapere, di ignorare fatti contesti  ragioni e cause attraverso una falsità comunicazionale per manipolare la percezione altrui. Cedere ad una rappresentazione ipocrita della realtà ha una dimensione umana, personale ma talvolta anche di sistema, ed allora le conseguenze sono ben più gravi. La storia di questo Paese è segnata da una sequenza infinita di disastri: frane, alluvioni e ancor peggio, temutissimi terremoti, e poi tanti altri eventi attribuibili non a cause naturali ma all’incoscienza o all’avidità umana. Nonostante le condizioni generali del Paese siano profondamente e rapidamente mutate, nella contemporaneità il sistema di governo pro tempore a cui è toccata la sfortuna di affrontare il disastro e le sue conseguenze ha costantemente reagito recitando a memoria un consolidato copione con effetti anestetici, zeppo di omissione e poi di volatili promesse, per affrontare un sempre imbarazzante giorno dopo. Insomma, si tratta di “far passare la nottata”, in attesa che lo sgomento e l’indignazione dell’opinione pubblica lasci il passo alla inevitabile rassegnazione. Nella linea del depistaggio nei confronti dell’indignazione popolare montante, mentre si aprono inchieste contro ignoti, chi si sente in qualche modo minacciato dal venir coinvolto in qualche responsabilità, ricorre all’immancabile “non è questo il tempo delle polemiche, dobbiamo pensare ai nostri concittadini in estrema difficoltà”. E’ la leggerezza con cui si propongono, inoltre, false verità: “non si poteva prevedere….”, “non si potevano immaginare queste dimensioni…”, “non eravamo informati…”. Proclami recitati – da chi avrebbe dovuto garantire sicurezza alla popolazione – con una determinazione assoluta, dettata dal timore, forse sorretta da una totale incompetenza o da un’arrogante presunzione, quando si contano le perdite irrisarcibili e i danni incalcolabili. Allora è il tempo dell’“interverremo affinché queste cose non succedano più”, poi immancabilmente “la prevenzione come più importante opera pubblica per il Paese”. E’ la famosa prevenzione sempre del giorno-dopo, inaccettabile ossimoro. Vi è certo, in chi tali banalità propone, la piena consapevolezza della inconsistenza del messaggio. Fake news si potrebbero oggi chiamare, già quando vengono recitate, per l’appunto con offensiva leggerezza in quei giorni di sofferenza, sulle macerie fumanti. Giustificazioni e promesse, deboli perché già spese nei medesimi termini l’ultima volta, ma anche la penultima, e poi ancora tantissime altre volte indietro nel tempo, su macerie diverse ma in fondo tutte, per molti versi, uguali. Così è spiegato il senso del titolo di questo scritto che richiama il best seller di Milan Kundera. Nei contenuti non c’entra nulla se non per una pervicace incapacità del protagonista di quel romanzo di rinunciare alle proprie personali debolezze. Si vive sfuggendo alle responsabilità, con una leggerezza intollerabile, insostenibile per l’appunto. Di tutto questo il disastro di Niscemi, nella sua enorme, paurosa dimensione, non è che l’ultimo episodio di una serie infinita, per molti aspetti assolutamente ripetitivo nei comportamenti di chi detiene per debito d’ufficio, a tutti i livelli, ovvie responsabilità nell’aver omesso un intervento preventivo rispetto a quanto appena accaduto. Qui si tratta piuttosto di debolezze di sistema, del default delle specifiche competenze dello Stato che ogni Governo di turno incapace e/o disinteressato, ha preferito delegare, surrogare ma sempre al ribasso. La Pubblica Amministrazione da decenni sta scivolando su un inarrestabile piano inclinato, ridimensionata, privata di risorse e competenze interne delle quali non è stata compresa l’assoluta indispensabilità per programmare, pianificare ciò che scienza, conoscenza, sviluppo tecnologico, via via crescendo, hanno pur messo a disposizione per concreti interventi in prevenzione. E’ l’inconsistenza, la vacuità, la leggerezza del pensiero che non consente di soppesare la natura e dimensione di un problema che incide direttamente sulla tutela primaria della vita dei cittadini, sulla conservazione di quel poco o molto benessere che ogni comunità, famiglia ha saputo garantirsi. La disciplina, la cultura del prevenire non trova spazio nell’azione di governo di un Paese che non può ignorare la ricorrenza, le dimensioni e diffusione di eventi connessi a condizioni di rischio. Le promesse del fatidico giorno-dopo, tante volte, ogni volta ripetute, testimoniano tale consapevolezza, così, quando le promesse restano tali, la mancanza perdurante di prevenzione assume un profilo colposo quindi sanzionabile. A Niscemi, si sapeva cosa poteva accadere anche perché una trentina di anni fa per ultimo, ma ripetutamente ancor prima, era già successo nella sua paurosa dimensione. La franosità è un fenomeno diffusissimo, endemico del Paese. Più in generale è ben noto come la penisola sia esposta a ricorrenti, multiformi, intensi fenomeni naturali; vaste e numerose aree sono caratterizzate da un’elevata pericolosità a cui si associa una elevatissima vulnerabilità, potremmo dire ereditata, che riguarda il costruito più antico, anche prezioso e quindi da difendere al contempo, da tutelare per le sue irrinunciabili caratteristiche storico-culturali. Nella contemporaneità, decenni di pessima gestione del territorio hanno poi creato ovunque nuove vulnerabilità, soprattutto in aree metropolitane ad alta densità abitativa. Insomma, l’Italia è un Paese ad alto rischio, soprattutto nel meridione e lungo la catena appenninica. “Sotto i cieli più puri, i terreni più infidi” scriveva sul finire del ‘700 Goethe al ritorno da un viaggio in Italia durato quasi due anni, percorrendo la penisola intera. Ad ispirargli quel verso fu la visita alla solfatara di Pozzuoli, ma poi proseguì fino in Sicilia e giunse a Catania dove meno di un secolo prima, nel 1693, un fortissimo terremoto aveva distrutto la città alle falde dell’Etna provocando 40mila vittime, i due terzi della popolazione. Un secolo dopo il meridionalista Giustino Fortunato avrebbe definito la Calabria “sfasciume geologico pendulo fra due mari” afflitta dalla instabilità idrogeologica dei suoi versanti e anch’essa esposta a devastanti terremoti. Due citazioni, queste, tra infinite altre denunce, lungo la lunghissima ben documentata storia dei disastri di questo Paese. Ora, Niscemi rispecchia in pieno la penosa insufficienza nell’esercizio del prevenire. Nessuna possibilità di difendere comportamenti irresponsabili rispetto ad un fenomeno ben noto, fino a ricomprendere una vasta vulnerabile area urbana letteralmente appesa su quella frana. Un‘inaccettabile scommessa quindi sul verificarsi di un evento che ne avrebbe accelerato la dinamica con conseguenze anche ben peggiori di quanto ora accaduto. Piogge intense, perduranti, concentrate hanno infatti innescato la mobilitazione del precipizio, il suo distacco. Tutto questo poteva essere trattato all’interno di uno scenario evolutivo della situazione. E avrebbe consentito di operare in prevenzione per la riduzione di un rischio incombente. Operazione certamente molto complessa, molto costosa e non solo in termini economici ma anche sotto il profilo socio-economico. L’indignazione ha sommerso la cronaca di quei giorni. La Procura ha aperto l’inchiesta dichiarandosi certa che esistono precise responsabilità e che procederà con rigore assoluto (2). Giustissimo: comportamenti omissivi, colposi o addirittura dolosi vanno perseguiti con estrema severità, così come è necessario far emergere i livelli di responsabilità personali che una scrupolosa indagine potrà mettere in luce. Ma sul terreno invece delle responsabilità del sistema di governo del Paese? Sulla mancanza di un consistente impegno per la salvaguardia dei cittadini lasciati inermi difronte alla fragilità del contesto nel quale vivono? A chi va presentato il conto delle enormi omissioni incidenti su una così grave situazione? Solo sul piano extragiudiziale dell’informazione trova spazio qualche anche dura recriminazione sulla prevenzione che non c’è, sull’assenza di attenzione per il multiforme rischio incombente, come per la mancanza di ammodernamento e manutenzione di opere pubbliche, o per la salvaguardia del territorio urbanizzato. Ma dura esattamente quanto impiegherà la cronaca a trovare altre scandalose vicende, magari di tutt’altra natura, sulle quali attirare la pubblica attenzione, altre diverse ragioni di sdegno e indignazione delle quali c’è certamente grande abbondanza. Fino al prossimo disastro dove quel mistificatorio rosario tornerà ad essere ipocritamente recitato, senza bisogno di cambiarne una virgola. Al comune di Niscemi era stato assegnato un finanziamento di 100 milioni di euro per intervenire. Risorse mai impiegate, lasciate in un cassetto mai aperto (3). Notizia incredibile alla quale l’informazione ha dato grande rilievo, l’opinione pubblica si è scandalizzata e la politica tutta si espressa con sdegno o sorpresa, secondo i diversi posizionamenti. Ecco, soprattutto su questo, la politica, ma anche l’informazione in gran parte, ha mostrato tracce di comportamenti ispirati dall’ipocrisia. La frana che si muove, i soldi chiusi in un cassetto, la prevenzione sempre negata. Davvero non si riesce a immaginare perché quei soldi non sono stati spesi? Non è, al contrario, difficile immaginare che adoperarli significava imporre alla popolazioni interessate, in un tempo lungo di una fragile pseudo quiete, un’alterazione di una condizione quasi di comfort zone a cui difficilmente si vuole rinunciare, perché agita lo spettro di delocalizzazioni, di perdita di certezze di vita (la casa, la scuola, il lavoro…) rispetto ad una minaccia certo incombente ma in quel momento impalpabile, che evoca futuri scenari indefiniti inquietanti, insomma costrizioni certe.             A far emergere le inaccettabili stranote ragioni di tutto questo ancora una volta una citazione lontana nel tempo. Ventisei anni fa un personaggio molto importante scrisse un breve articolo pubblicato sulla rivista periodica “The world in 2000”. Il titolo “Elogio della prevenzione” non lascia margini ad interpretazioni sull’argomento che si voleva affrontare.  L’articolo portava la firma di Kofi Annan, settimo Segretario Generale dell’ONU. Questo il passaggio più significativo rispetto alle questioni qui affrontate: L’articolo tratta soprattutto il rischio di un conflitto tra le nazioni; la Pace, in quei tempi felici, aveva nell’ONU un vigile efficace presidio, ma l’elogio della prevenzione toccava anche criticità di altra natura. Rispetto ai rischi di origine naturale, la formulazione qui riportata è assolutamente calzante. Sembra davvero scontato ciò che con garbo Annan dice in efficacissime quattro righe: la colpa è della politica e dei Governi che pro tempore la incarnano. Nel Paese si è manifestata per un tempo lunghissimo, in modo trasversale nel succedersi dei governi, ma senza dubbio alcuni hanno fatto peggio di altri. La prevenzione è assai impopolare nei corridoi del Potere che, a ben vedere, ha come obiettivo assoluto quello della conquista e conservazione del consenso. Si è mai visto, a qualunque livello, un programma elettorale che proponga un consistente, efficace intervento di riduzione del rischio? Si è mai visto un senatore deputato consigliere spendere il proprio mandato su un tema così poco attrattivo, affatto redditizio politicamente? Si è mai vista la predisposizione di un realistico concreto piano di riduzione delle dimensioni di uno dei tanti rischi, che si muova necessariamente nella individuazione di priorità e nella certezza della “continuità dell’azione” a prescindere dal succedersi dei governi?  Mai nulla di tutto questo. La prevenzione è un investimento per un Paese: si spende meno affinché i danni e le perdite siano contenute attraverso un intervento preventivo piuttosto che in esorbitanti ricostruzioni. Incalcolabile è infine il saldo in vite umane. Ma questo incontrovertibile assunto evidentemente non basta per pretendere attenzione. Fare prevenzione, dovrebbe veramente essere la più importante opera pubblica per il Paese. Ma inevitabilmente significa regolare comportamenti, colpire abusi (sul territorio), investire massicciamente sull’ affinché non accada. Mettere in sicurezza (relativa: il 100%, pur evocato da sprovveduti, attesta solo una solida incompetenza) prelude ad interventi radicali. Non ci sono inaugurazioni, nastri da tagliare per ponti spregiudicati a cui sperare magari di dare il proprio nome a memoria imperitura. Fare prevenzione significa rispettare le rigide esigenze della gestione e manutenzione. Significa quindi anche la tutela dei lavoratori e degli utenti. Insomma, la prevenzione merita l’elogio ma costa molto e non solo in termini economici. Ancora una citazione ci ricorda la fatica alla quale ci si dovrebbe rassegnare per garantirla. Per chi promettesse “sudore, lacrime e sangue” oggi si profilerebbe un disastro annunciato. Solo uno statista riuscì a trovare consenso con quella promessa, ma allora la posta in gioco faceva più paura di un terremoto che verrà ma non si sa quando. O di una frana che prima o poi si muoverà, ma di quanto? Bene, si può pensare di aver trovato il colpevole. Ma non basta, bisogna cercare di capire come si è potuti arrivare, attraverso fatti e comportamenti, ad un così grave e profondo livello di sine cura. Insomma, bisogna ricordare, storicizzare cose del passato più o meno recente. E non per riaprire polemiche, ma piuttosto per non ripetere errori, per prender coscienza della impossibilità di continuare ad infilare la testa sotto la sabbia rispetto ad un problema che non lascia scampo, che concede al massimo una tregua della quale non si conosce la durata. Dissesti alluvioni frane terremoti ed eruzioni torneranno a colpire, soprattutto dove hanno già nel passato hanno colpito, trovando probabilmente oggi contesti anche più vulnerabili. Tutto questo non rappresenta una previsione, piuttosto una certezza che come unica incognita ha il procedere del tempo, il “quando” il disastro tornerà. Il resto il “dove” accadrà, il “cosa” provocherà è sufficientemente ipotizzabile, insomma lo è abbastanza per intervenire non per scongiurare danni e perdite “inevitabili”, ma solo per ricondurle ad un livello che consenta di definirle “accettabili”.  E’ forse un termine vago quest’ultimo?  Non così tanto come si potrebbe pensare. In fondo è accettabile quel prezzo che comunque si deve pagare, che trovi cioè una dimensione nel momento in cui tutto quanto si poteva fare è stato fatto. E ovviamente ci si riferisce al fare per prevenire. E da questo il Paese è lontanissimo, e quanto appena accaduto ancora quest’ultima volta a Niscemi, è davvero purtroppo inaccettabile. Michele Serra in un articolo apparso sulla Repubblica dopo il disastro ha argutamente proposto che a vergognose incertezze, macroscopiche inconsapevolezze e faticose fughe dalle responsabilità, si dia una risposta istituendo un “Ministero del Senno di Poi” (4) per affrontare finalmente con competenza il cosa fare per garantire almeno un po’ di sicurezza. Come non essere d’accordo? In tutta evidenza emerge la mancanza di un punto di riferimento nello Stato nel quale riconoscere la competenza per affrontare un tema tanto complesso, per garantire supporto all’azione di governo, riappropriandosi di livelli di responsabilità non delegabili. Affinché non vi sia la possibilità di commettere nuovi errori, si consiglia di partire da una approfondita anamnesi, insomma la valutazione degli errori e delle omissioni in un passato quanto basta lungo per accertare le cause che hanno determinato l’inaccettabile condizioni del paziente: il disastroso stato dell’arte e delle cose. (*) Roberto De Marco – Geologo – già direttore del servizio sismico nazionale della presidenza del consiglio dei ministri del dipartimento dei servizi tecnici dello stato (soppresso), già componente del consiglio direttivo dell’agenzia nazionale di protezione civile (soppressa) 21 marzo 2026 Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com (immagine dal sito di ISPRA) NOTE (a cura d Carteinregola) (1) A partire dal 18 gennaio 2026, un’intensa ondata di maltempo investe il Sud Italia provocando ingenti danni in Calabria, Sicilia e Sardegna. Il 25 gennaio a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si verifica una frana di grandi dimensioni a ridosso della parte sud del centro abitato, comportando la delimitazione di una zona rossa e l’immediata evacuazione della popolazione residente nell’area. (2) TGCOM 6 Feb 2026 Frana Niscemi, cinque gli interrogativi della procura ai consulenti Intanto, va avanti l’acquisizione di documentazione, iniziata lo stesso giorno in cui è stato aperto il fascicolo d’inchiesta (3) LA REPUBBLICA PALERMO 28 GENNAIO 2026 La frana di Niscemi, trent’anni di progetti a vuoto: mai spesi i 25 milioni stanziati di Gioacchino Amato L’emergenza è iniziata nel 1997, nel 2006 l’area viene dichiarata ad alto rischio, ma i finanziamenti sono rimasti nel cassetto (4) La Repubblica Il Ministero del senno di poi L’amaca di Michele Serra del 26 febbraio 2026
March 21, 2026
carteinregola
Navi da crociera a Fiumicino insostenibili secondo Fodor’s Travel
Nella “No Travel List” 2026, la lista dei viaggi da evitare, della Fodor’s Travel, autorevole guida statunitense del turismo mondiale, c’è anche il progetto del Porto turistico crocieristico di Fiumicino Isola Sacra. L’inserimento è del novembre scorso, ma è stato segnalato qualche giorno fa dal sito Piratinviaggio, che riporta la premessa della redazione della guida: “l’obiettivo della lista non è promuovere boicottaggi, ma accendere i riflettori su territori in cui l’aumento dei flussi turistici rischia di mettere sotto pressione ecosistemi e comunità locali, invitando i viaggiatori a una pianificazione più consapevole”. Pubblichiamo la traduzione del capitolo dedicato a Fiumicino (traduzione a cura di Maria Laura Liberati) > Vai all’articolo Fodor’s No List 2026 Fodor’s Editors | November 19, 2025 Isola Sacra DOVE: Italia Le popolari destinazioni turistiche europee, tra cui Venezia e Santorini, stanno dimostrando gli impatti devastanti di un’industria crocieristica fuori controllo. Eppure, le autorità italiane hanno dato il via libera a un progetto in una piccola comunità vicino a Roma per un nuovo porto, dove attraccheranno alcune delle più grandi navi da crociera del mondo. I piani hanno suscitato l’ira di residenti e degli ambientalisti. Isola Sacra è una tranquilla località costiera del Comune di Fiumicino, a soli 30 km da Roma. Il porto previsto, noto come Fiumicino Waterfront, è una joint venture tra il gigante delle crociere Royal Caribbean e il fondo d’investimento britannico Icon Infrastructures. Il progetto includerà posti barca per circa 1.000 piccole imbarcazioni e un molo per mega-navi da crociera: oltre 70 metri di altezza, più di 350 metri di lunghezza e fino a 6.000 passeggeri. Le autorità sostengono che il progetto porterà un boom occupazionale e consentirà all’area di realizzare il proprio potenziale turistico. Ma diverse associazioni locali e nazionali sono in disaccordo: combattono contro questi piani di sviluppo dal 2010. I residenti di lunga data di Isola Sacra hanno fondato Tavoli del Porto, un comitato che lavora per salvaguardare la zona. “Solo insieme possiamo fermare questi progetti che minacciano di distruggere un delicato ecosistema di dune, zone umide, terreni agricoli, vegetazione unica e specie animali terrestri e marine”, hanno dichiarato gli attivisti alla stampa locale in vista di una protesta prevista per novembre (2025). Il Comune afferma che il progetto include misure per la tutela della biodiversità marina e rispetta le normative previste per i siti della rete Natura 2000, che protegge le specie e gli habitat più preziosi e minacciati d’Europa. Ma gli oppositori sostengono che manchi trasparenza sulle promesse ambientali. Uno dei documenti chiave non ancora completati è la Valutazione di Impatto Ambientale [in seguito alla conclusione dell’iter VIA è stato poi inserito un aggiornamento in calce all’articolo NDR ]. Il partito politico nazionale Movimento 5 Stelle (M5S), uno dei più importanti partiti populisti del Paese e promotore di politiche verdi, ha chiesto “una revisione indipendente del progetto alla luce degli obiettivi europei di sostenibilità e giustizia ambientale”. Una delle principali preoccupazioni riguarda il fondale marino di Fiumicino, che è poco profondo. Sarebbe necessario estrarre oltre 3 milioni di metri cubi di sabbia per creare un canale profondo che permetta l’accesso alle navi. Il Comune ha proposto di trasferire 1,6 milioni di tonnellate della sabbia estratta sulla vicina costa di Fregene per contrastare l’erosione. Tuttavia, gli esperti hanno avvertito che ciò avrà scarsi effetti a lungo termine, poiché le nuove infrastrutture portuali peggioreranno l’erosione costiera alterando il naturale flusso d’acqua alla foce del fiume Tevere. Anna Longo, presidente di Italia Nostra Litorale Romano, la sezione locale dell’organizzazione non-profit Italia Nostra, nota che il dragaggio del fondale dovrà essere ripetuto in futuro, ma non potrà più essere utilizzato per ripristinare la costa di Fregene, perché la sabbia estratta sarà ormai inquinata dall’attività portuale. Gli scienziati ambientali di Scienza Radicata evidenziano questo problema nelle loro osservazioni ufficiali sul progetto. A soli 300 metri dall’area di progetto del porto si trova un’area naturale protetta. Gli esperti ambientali affermano che la flora e la fauna del sito verrebbero devastate. Ampie porzioni della costa verrebbero inoltre ricoperte di cemento. “L’uso di strategie di sostenibilità non eliminerebbe mai l’impatto di un progetto di questa portata su un ambiente delicato come quello del litorale di Fiumicino”, afferma Longo. “Lo scenario che si prospetta appare apocalittico: la costa sarà stravolta da moli e banchine, hotel e nuovi edifici commerciali.” Sebbene il Comune abbia assicurato che il progetto del porto riqualificherà l’area, gli attivisti affermano che le strutture storiche lungo la spiaggia sono a rischio, inclusi i Bilancioni, tradizionali manufatti da pesca su palafitte. “Per noi [la costa] è un luogo che conserva ancora la sua magia”, ha dichiarato alla stampa italiana Barbara Bonanni, residente e consigliera comunale di Fiumicino. “E forse non solo per noi, visto che [gli artisti italiani] Tiromancino, Ultimo e Calcutta sono venuti qui a girare un video, e molti registi l’hanno scelta come set.” Gli attivisti sottolineano anche i disagi che deriverebbero dall’arrivo di migliaia di passeggeri delle navi da crociera, che si riverserebbero nella cittadina per poi proseguire verso Roma, una città che già fatica a gestire oltre 35 milioni di turisti all’anno. Gli esperti affermano che l’attuale rete stradale non potrebbe sostenere un tale volume di traffico e che l’inquinamento atmosferico aumenterebbe, aggravato dai centinaia di lavoratori del porto che percorrerebbero lo stesso tragitto. L’area è già congestionata dal traffico diretto al vicino aeroporto di Fiumicino. Inoltre, un nuovo porto commerciale pubblico per la flotta peschereccia di Fiumicino, dove attraccheranno anche navi da crociera, è in fase di progettazione a pochi chilometri a nord, alla foce del Canale di Fiumicino, e influenzerà ulteriormente la costa. I lavori per questo porto sono iniziati nel 2024 e dovrebbero concludersi nel dicembre 2026. Aggiunge Longo: “La necessità di un ulteriore porto crocieristico a pochi chilometri dal primo, in un’area priva di strade dedicate e inaccessibile alla ferrovia, è incomprensibile.” Aggiornamento: 19 novembre 2025, ore 9:37 PDT: Nonostante numerose obiezioni autorevoli (tra cui quelle dell’Autorità Antitrust), la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale si è conclusa con il decreto MASE 0000676 dell’11 novembre 2025, con parere favorevole. Tuttavia, il decreto prescrive una serie di prescrizioni ambientali, il cui rispetto verrà verificato successivamente dal MASE. Vaia Porto turistico crocieristico di Fiumicino: cronologia e materiali vedi anche: Pirati in Viaggio 13 marzo 2026 No-Travel-List 2026 le mete da scegliere con cura (o da rimandare!) Fiumincino News 13 marzo 2026 Fiumicino finisce nella “No list”: il caso del porto crocieristico approda oltreoceano Il sito d’informazione turistica Fodor’s ha raccolto la preoccupazione di quanti temono l’arrivo di navi da crociera a Fiumicino Isola Sacra nella “No List 2026” di Fodor’s Travel: il progetto del porto crocieristico finisce sotto i riflettori internazionaliLa località di Isola Sacra citata tra le mete dove il turismo rischia di diventare insostenibile. Nel focus della guida il possibile impatto ambientale del nuovo hub per mega-crociere previsto a Fiumicino. Roma Today 16 marzo 2026 Fiumicino finisce nella “No list”: il caso del porto crocieristico approda oltreoceano 21 marzo 2026 Per osservazionie precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
March 21, 2026
carteinregola
CASE MORTE
MERCOLEDì 25 MARZO 2026 Forte Infoshop & Sala da The inTHErferenze dalle ore 19:30: "CASE MORTE" di Miguel Otero Da Silva (Argolibri 2025) Presentazione del romanzo insieme a Geraldina Colotti (che ne ha curato la traduzione) con un approfondimento sulla situazione in Venezuela e a Cuba
C’è cura e cura
C’è un gioco – «trova le differenze» o «cerca le differenze» – che viene proposto come intrattenimento per gli adulti o come esercizio per allenare l’attenzione e l’osservazione dei bambini. È molto semplice: si osservano due immagini a prima vista identiche e si trovano le differenze. Un gioco, ma anche, mutatis mutandis, una lezione quotidiana perché sipari analoghi preludono spesso a spettacoli molto diversi. Anche radicalmente diversi. Prendiamo ora due immagini che parlano entrambe di politiche della cura, nel mondo occidentale, nell’anno 2026. IMMAGINE UNO  Poche settimane fa il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, membro della camera dei rappresentanti dal 2019, hanno pubblicato un video sulla pagina ufficiale del New York’s Mayor’s Office che in poche ore è circolato in tutto il mondo, a partire dai social. In poco più di due minuti sollecitano i genitori di bambini di due anni residenti a New York a fare domanda per il sistema completamente gratuito di childcare (assistenza all’infanzia) annunciato da Mamdani, che inizia a prendere forma anche grazie al supporto della Governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul. Nel video sia Mamdani che Ocasio-Cortez parlano in spagnolo e ci sono sottotitoli in inglese (anche se per Mamdani lo spagnolo non è né la prima, né la seconda lingua). L’intento è chiaro: vogliono parlare a tutti e tutte, specialmente a chi per secoli si è sentito oppresso e marginalizzato solo perché appartenente a un’altra etnia. Non solo la scelta della lingua, ma le parole che usano per invitare i genitori a iscriversi per tempo e a dirlo a quanti più amici e conoscenti possibili rimandano a un immaginario di accoglienza, universalità, prossimità. Sottolineano che «qualunque genitore della città di New York, senza distinzione per lavoro, stipendio o migration status, potrà registrarsi», perché «per decenni le famiglie a New York hanno dovuto fare i conti con un sistema di assistenza all’infanzia», specialmente nella fase che corrisponderebbe qui all’asilo nido, «ingiusto», costoso, in nessun modo accogliente, universale o prossimo (pagando fino a 26.000 dollari all’anno). Il sistema per fare domanda è semplicissimo e si può ottenere assistenza in 200 lingue. Rispondendo entro la scadenza, il posto è garantito. Senza graduatorie. Senza costi. Attenzione: senza distinzioni stipendiali: l’istanza viene accolta per chiunque, anche per chi lavora, ha un reddito, una casa e vive una vita più o meno agiata.  Si tratta del programma 2-K, il corrispettivo dei programmi 3-K e Pre-K, cioè dei sistemi di educazione prescolare. A partire dall’autunno 2026, saranno accessibili i primi 2.000 posti gratuiti per bambini di due anni; le aree da cui partirà il programma sono Washington Heights–Inwood (vicino ad Harlem), Fordham–Kingsbridge (Bronx), East Brooklyn (Canarsie, Brownsville e Ocean Hill – aree con altissima popolazione afroamericana e latina) e Ozone Park–Rockaways (una delle aree working class per eccellenza, quella tra l’aeroporto JFK e Manhattan). L’investimento pubblico per coprire questi posti è stimato a circa 73 milioni di dollari, ma con il supporto dello Stato di New York dovrebbe arrivare a oltre 400 milioni di dollari entro il 2027. L’obiettivo è ampliare il sostegno alla universal childcare a tutto il territorio di New York, oltre New York City; la Governatrice Huchul, che fieramente si definisce “New York’s first mum Governor” (la prima Governatrice madre, a New York), vuole ampliare significativamente la spesa per i servizi all’infanzia e a supporto della genitorialità arrivando a destinare 4.5 miliardi di dollari entro il 2027. LEGGI ANCHE… WELFARE AIUTO CONDIZIONATO O AIUTO RADICALE?  Angela Condello IMMAGINE DUE Proprio negli ultimi giorni di febbraio, più meno in corrispondenza del video di cui ho appena parlato (mentre a Sanremo vinceva un’ode al matrimonio religioso), la Camera dei deputati italiana ha bocciato tutti – tutti – gli articoli della proposta di legge sul congedo parentale paritario, sostenuta dalle opposizioni e con prima firmataria Elly Schlein, che prevedeva un congedo di cinque mesi per ciascun genitore con retribuzione garantita al 100% dello stipendio (il sistema attuale prevede percentuali che variano tra l’80% e il 30%). Un modello che avrebbe, almeno sulla carta, messo sullo stesso piano diritti e doveri di madri e padri a partire dall’alba della genitorialità.  Ragione della bocciatura? La scarsa copertura economica: nella relazione tecnica, la Ragioneria generale dello Stato ha sottolineato che stando solo agli oneri relativi agli iscritti Inps, immaginando una decorrenza da gennaio 2025, la spesa sarebbe di circa 520 milioni per il 2026, progressivamente crescenti. A poco sono servite le obiezioni, a partire proprio da quella di Schlein, sul fatto che le motivazioni tecniche non valgano per opere come il ponte sullo Stretto o le prigioni albanesi. Accuse respinte dalla maggioranza, che ci tiene a dire quanto nelle loro politiche siano centrali i temi della famiglia e della natalità. Punti di vista deformati sulla famiglia, sulla cura, sui progetti da realizzare con il bilancio dello Stato. A questa seconda immagine aggiungo un altro fotogramma: all’inizio del 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla figura del caregiver (cioè di chi si prende cura di un soggetto non autosufficiente), che prevede un contributo massimo di 400 euro al mese, solo nei casi in cui il soggetto assistito abbia avuto il riconoscimento di una disabilità grave, solo nei casi si tratti di coniuge, parte di unione civile, convivente di fatto, o parente/affine entro il secondo grado. Per ora i contributi sono tutt’altro che universali: i caregiver devono essere conviventi e assistere il soggetto non autosufficiente almeno per 91 ore a settimana. Il loro reddito annuo non deve superare i 3.000 euro annui e l’Isee non deve superare i 15.000 euro.  La parola ‘care’, cura, è la stessa che si trova nel lemma universal childcare di cui parlano Mamdani e Ocasio-Cortez – peraltro, sulla scia di una politica di sostegno alla cura immaginata da Bernie Sanders e diffusamente testata dove i Democratic Socialists of America hanno spazio d’azione (per esempio, nel Vermont).  C’è cura e cura, insomma: a osservare attentamente, le differenze sono piuttosto evidenti. Sulla cura si può investire, perché si attribuisce al lavoro riproduttivo un valore centrale e perché si vuole lasciare a ciascuno la libertà di scegliere come lavorare, quanto, ecc.; con la cura si può fare propaganda; e, ancora, si può erodere dalle fondamenta ogni tentativo di aggiustare il tiro, pubblicamente, sulla cura e le politiche sociali.  La scelta su come orientare gli usi delle risorse è quella che forse più di tutte lancia segnali sulla direzione che si vuole dare alla società e su quel che si intende per «giustizia sociale». Attenzione, il rischio di confusione è altissimo: come hanno sottolineato alcuni membri del Care Collective (un gruppo di ricerca militante basato a Londra), sulla cura si possono persino tessere programmi come quelli lanciati da grandi corporations (Primark, Dove, Nike) per sollecitare i consumatori a prendersi cura di sé (possibilmente comprando i loro prodotti) e degli altri (possibilmente svolgendo attività che comportino l’utilizzo dei loro prodotti). Questa pratica si chiama carewashing e ha la stessa struttura del pinkwashing (le strategie di marketing che strumentalizzano l’emancipazione femminile e la libertà delle donne), tuttavia viene portata avanti con altri mezzi e per altri fini. Il gioco comparativo non ha bisogno di commento. Le immagini, come si dice, parlano da sé.  LEGGI ANCHE… IL WELFARE DI DOMANI Chiara Giorgi RISORSE PER LA COMUNITÀ Come sintesi all’esercizio comparativo vorrei invece ricordare il testo del Bill of Rights promulgato nel 1967 durante la prima conferenza americana della National Organization for Women, in cui le donne riunite indicavano il loro decalogo (regola aurea: sarebbe bene discutere queste pratiche anzitutto con chi è coinvolto in prima linea) per superare una volta per tutte l’idea che le famiglie debbano contare in primo luogo sulle madri e che il resto del lavoro sia poi solo residuale (e perché mai? Come insegna il programma di Mamdani, chiunque dovrebbe contare anzitutto sul sostegno pubblico e non solo sulla propria madre). Le parole del manifesto, così come sono, per quanto mi riguarda andrebbero stampate e distribuite quanto più possibile in maniera capillare. La richiesta numero 5 recita: > (we want) that child-care facilities be established by law on the same basis > as parks, libraries, and public schools, adequate to the needs of children > from the pre-school years through adolescence, as a community resource to be > used by all citizens from all income levels Come un mantra: chiedono che i servizi per l’infanzia siano forniti per legge, diffusamente e senza limiti di tempo, in modo continuativo, e per spiegare che cosa intendono li assimilano a parchi pubblici, biblioteche, scuole pubbliche: dovrebbero essere, cioè, adeguati ai bisogni dei bambini dall’età prescolare fino all’adolescenza, e pensati come risorse per la comunità a disposizione di tutti, sempre, indipendentemente dal reddito. Secondo i principi (torniamo un attimo all’immagine uno) dell’accoglienza, dell’universalità, della prossimità. Un altro mondo è possibile. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo C’è cura e cura proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
Bossi, un perdente di successo
Come un caratterista della vecchia commedia all’italiana, come certi personaggi che un tempo attraversavano gli show televisivi o come le meteore della canzone, Umberto Bossi è stato un perdente di successo: non ha portato a casa nessun risultato concreto per il Nord che diceva di voler difendere, finito ostaggio prima di Silvio Berlusconi e poi dei suoi colonnelli, ma ha lasciato la sua impronta sulla scena politica e nell’immaginario collettivo. Bossi viene da sempre, e oggi forse ancora di più, descritto come espressione di un mondo tradizionale e antico che resiste ai flussi della globalizzazione e alla liquidità del postmoderno. A una lettura superficiale c’è del vero, la sua intuizione circa la centralità dei territori e la sua capacità di, letteralmente, inventare un popolo per porsi alla sua testa paiono tentativi di frenare la storia e rimettere le lancette all’indietro. Ma la vera caratteristica del personaggio e della sua parabola politica sta, al contrario, nelle sue intuizioni collocabili tutte dentro la contemporaneità. Era pienamente postmoderno – neotelevisivo, avrebbe detto Umberto Eco – il modo in cui l’Umberto utilizzò il piccolo schermo quando era ancora centrale. Più volte ammise di aver calcato la sua avversità nei confronti dei meridionali, che pure era insita nella sua ideologica localista, perché faceva scandalo e gli consentiva di guadagnare quelle ospitate in televisione che gli permisero di fare il grande salto: dalla piccola rappresentanza locale del partito che aveva soltanto due parlamentari al boom elettorale dell’alba degli anni Novanta, complice anche la fine della Prima Repubblica.  LEGGI ANCHE… NEMICI SALVINI ANDAVA AL LEONCAVALLO? Giuliano Santoro Televisivi, ritagliati a misura per lo spettacolo politico, erano gli slogan che Bossi, uomo che aveva anche provato a far carriera nel mondo della canzonetta, coniava per scandalizzare giornalisti e osservatori e bucare i media. Ecco perché la Lega, spesso definita come il partito della salamella pedemontana e del radicamento territoriale, fu prima del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo una forza tutta impiantata nel rapporto tra il suo leader carismatico e la sua potenza comunicativa. Bossi poteva portarla dove voleva, ad allearsi con Berlusconi e tramite lui con i missini o a dichiararsi antifascista e dichiarare l’uomo di Arcore mafioso, perché era lui a definire l’agenda e il palinsesto leghista. Non deve stupire, dunque, se il leader che è arrivato dopo di lui e contro di lui è soprattutto un frontman mediatico, uno che aveva cominciato come concorrente di quiz televisivi, che si appoggia alla bestia dei social e campa di esternazioni.  Per capire che c’è un filo che unisce il Bossi sedicente antifascista e il Salvini che va a braccetto con Vannacci bisogna ripescare le analisi di Primo Moroni su postfordismo e nuova destra sociale. La conquista leghista di Milano, scriveva Moroni nel 1993 esattamente nei giorni in cui Formentini diventava sindaco, segna il passaggio di scala: dalla difesa del piccolo distretto produttivo alla metropoli, dall’illusione della protezione della rete locale all’articolazione del consenso politico più diffuso. Salvini diventa consigliere comunale e fa il suo apprendistato in questa temperie. Prende appunti, impara che dal decoro della città alla difesa della nazione il passo è breve. Capisce che quando lo spazio pubblico diventa spazio privato il passaggio successivo di «Padroni a casa nostra» è: «Prima gli italiani». Da qui agli assessori-sceriffi come a Voghera o all’elogio del killer di Rogoredo, è un attimo. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI LA DESTRA ALL’ASSALTO DI MILANO Claudio Jampaglia Bossi era uomo pienamente postmoderno, capace di rielaborare i segni della supposta tradizione, rimasticarli e sputarli sulla scena pubblica, anche per le sue intuizioni sulla composizione sociale con cui aveva a che fare. Sia lui che Bobo Maroni, il suo secondo scomparso tre anni fa, avevano frequentato il Pci e i partiti alla sua sinistra. Avevano in qualche modo conosciuto la classe operaia settentrionale. Avevano visto che la rude razza pagana si era frantumata nel modello postfordista della fabbrica diffusa, delle partite Iva, del terziario e del lavoro autonomo di seconda generazione. Per trascinare dalla loro parte questa forza lavoro, uscita dall’implosione della grande fabbrica e figlia al tempo stesso della grande sconfitta operaia e della forza operaia che aveva fatto saltare la catena di montaggio e la sua alienazione, si erano inventati un modello territorialista, doppio agghiacciante della lotta di classe, una specie di sindacalismo dell’heimat che propagandava l’idea, col senno del poi illusoria, che i diritti di fronte alla fine del Novecento e alla globalizzazione, potevano essere tutelati soltanto praticando un autogoverno escludente. Innanzitutto contro i migranti e poi nei confronti dei meridionali. L’odio verso i lavoratori del sud, si è detto, era il mugugno delle file alla Posta nei confronti dell’impiegato trasferitosi dal Mezzogiorno (i padani avevano altri lavori da fare, allora) accusato di non smaltire la corrispondenza e le code con solerzia. A ben vedere questi due tratti tipicamente postmoderni, la rappresentazione spettacolare e la nuova composizione postfordista, sono gli stessi che hanno costruito il successo delle estreme destre di questi anni. Bossi, anche attraverso la consumazione fisica e non metaforica del suo personaggio, ha cercato di inseguire fino in fondo queste tendenze. Gli è stato umanamente impossibile arrivare fino alle bolle dei social media o portare fino all’estremo l’illusione del sindacalismo reazionario che ha inseguito anche inventando fallimentari sindacati campanilistici e perseguendo sciagurati progetti di banche  territoriali. Venne prima Silvio Berlusconi, che gli fece impacchettare tutto e comprò il lotto intero. Dopo di lui, le nuove forme di fascismo. Ma in Italia, prima di tutti, ci arrivò l’Umberto Bossi. *Giuliano Santoro, giornalista, lavora al manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (Castelvecchi, 2012 e 2014) e Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo, 2015). Per approfondire … Una storia italiana Acquista il numero della rivista L'articolo Bossi, un perdente di successo proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
BEAT THE HEAT
  VENERDì 20 MARZO 2026 La Sala da The InTherferenze presenta: Beat the Heat DJ set funk, afro, soul, house, d'n'b, hip hop, etc. a cura di Andy Ball & Ekta Silekta Dalle ore 21:00.