La Guardia Costiera greca uccide ancora

Popoff Quotidiano - Monday, February 9, 2026

Egeo, una ONG denuncia uno speronamento a Chios: 15 morti e una dubbia versione ufficiale

Un nuovo naufragio nel Mar Egeo riapre le ferite mai rimarginate delle politiche di frontiera europee. Nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, al largo dell’isola greca di Chios, un’imbarcazione con migranti a bordo si è capovolta dopo una collisione con una motovedetta della Guardia costiera ellenica. Il bilancio provvisorio è di almeno quindici morti: undici uomini e quattro donne. Tra i feriti, ricoverati all’ospedale di Chios, anche due donne incinte che hanno perso i feti.

Secondo le autorità, il motoscafo viaggiava senza luci e non avrebbe rispettato i segnali della pattuglia, invertendo la rotta e urtando la motovedetta sul lato di dritta. L’impatto avrebbe provocato il ribaltamento e l’affondamento dell’imbarcazione, con tutti i passeggeri in mare. Le operazioni di soccorso, coordinate dal centro EKSED, hanno coinvolto motovedette, un’imbarcazione privata e due elicotteri. Venticinque persone sono state recuperate ferite, tra cui numerosi bambini, alcune in condizioni gravissime.

Il giorno successivo, lo spazio sociale autogestito Antivaro ha convocato una protesta al porto di Chios con lo slogan “Basta morti nel Mar Egeo”, denunciando le “politiche omicide di Bruxelles e Atene” e chiedendo condizioni di accoglienza umane e legali per rifugiati e migranti.

Le testimonianze dei sopravvissuti: “Ci hanno colpiti”

Un reportage esclusivo pubblicato da The Press Project e firmato dalla giornalista Nektaria Psaraki racconta una versione molto diversa da quella ufficiale.

Secondo operatori sanitari dell’ospedale di Chios, che hanno raccolto le prime testimonianze, i sopravvissuti avrebbero riferito che è stata la motovedetta della Guardia costiera a speronare l’imbarcazione dei rifugiati, e non il contrario.

Un operatore sanitario, citato dal sito, racconta:

“Ci hanno detto che la guardia costiera si è avvicinata e li ha colpiti. Le ferite sono quasi da guerra”.

Un altro testimone riferisce che uno dei sopravvissuti, incapace di parlare, ha ricostruito la dinamica con le mani, indicando la rotta della barca e l’impatto della motovedetta. I medici descrivono lesioni gravissime: craniotomie, fratture toraciche, asportazioni di organi. “Ferite che vediamo solo in incidenti stradali molto gravi”, ha dichiarato una fonte sanitaria.

Il reportage solleva anche dubbi su un elemento chiave: la telecamera di bordo della motovedetta non era attiva. Secondo il ministro della Migrazione, non sarebbe stata necessaria perché il motoscafo era visibile a occhio nudo. Intanto, i sopravvissuti restano sotto sorveglianza in ospedale mentre prosegue l’indagine preliminare.

Il dossier: pratiche pericolose e respingimenti

Il naufragio si inserisce in un quadro più ampio di denunce contro le operazioni della Guardia costiera greca. Un rapporto pubblicato nel novembre 2025 dall’organizzazione Refugee Support Aegean (RSA) parla di “gravi violazioni dei diritti umani” nelle operazioni marittime.

Secondo il dossier, sono documentate pratiche “estremamente pericolose”: uso arbitrario delle armi, traino delle imbarcazioni con funi che provocano onde e collisioni, distruzione dei motori, abbandono dei rifugiati su gommoni senza equipaggio e respingimenti sistematici verso la Turchia.

RSA denuncia anche gravi lacune nelle indagini: interrogatori interni condotti dalle stesse autorità portuali, prove digitali scomparse, autopsie e perizie ritardate, mancanza di interpreti e comunicazioni non registrate. Un sistema che, secondo l’organizzazione, rende difficile accertare le responsabilità.

L’ombra lunga di Pylos

Il naufragio di Chios richiama inevitabilmente la tragedia di Pylos, nel giugno 2023, quando il peschereccio Adriana affondò con a bordo centinaia di persone. Morirono circa seicento migranti.

Secondo numerose testimonianze e inchieste indipendenti, la Guardia costiera tentò di rimorchiare l’imbarcazione durante un’operazione di respingimento, provocandone il ribaltamento. I nove sopravvissuti inizialmente accusati di traffico di esseri umani sono stati poi assolti, mentre resta aperta una causa contro le autorità greche.

Per molti attivisti e operatori umanitari, il naufragio di Chios rischia di diventare “un’altra Pylos”: una tragedia con versioni contrastanti, poche prove e responsabilità difficili da accertare. Intanto, nel Mar Egeo, il conteggio delle vittime continua.

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