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E cosa sta succedendo al confine di Melilla?
A Melilla si è vissuta una notte di grande tensione al confine, con un imponente dispiegamento di forze di polizia e la chiusura del valico di frontiera di Beni Enzar. Durante la notte si sono uditi spari ed esplosioni, mentre circolavano numerosi video con scene di violenza lungo il perimetro di frontiera. Tra le 3 e le 4 del mattino del 31 luglio il pronto soccorso dell’ospedale di Melilla ha prestato assistenza a una ventina di persone di età compresa tra i 16 e i 27 anni con ferite causate dal tentativo di attraversamento a nuoto e da presunte aggressioni da parte delle forze di sicurezza spagnole e marocchine, tra cui fratture ossee, ustioni da sfregamento e ferite che hanno richiesto cure urgenti, oltre ad altre lesioni di minore gravità. Secondo le dichiarazioni della Delegata del Governo a Melilla, un totale di 60 persone ha richiesto assistenza sanitaria d’urgenza e alcune di loro sono ancora ricoverate. Al momento non si conosce né il numero esatto di persone che sono riuscite ad accedere a Melilla né il bilancio definitivo dei feriti e dei dispersi. Sebbene inizialmente fosse stato comunicato che circa 400 persone avessero tentato di entrare in città, la maggior parte di loro è stata respinta automaticamente, compresi i minori, in violazione delle disposizioni della Convenzione sui diritti dell’infanzia di cui la Spagna è parte, nonché della normativa nazionale in materia di infanzia. Delle poco più di 80 persone che sono riuscite a entrare senza essere respinte, sembra che circa 38 siano trattenute nei locali della polizia e che le altre siano di cui non si conosce l’ubicazione; non è dato sapere se siano state respinte né se stiano ricevendo assistenza legale e sanitaria. Le autorità di Melilla sono intervenute oggi per precisare che è stato registrato l’ingresso di 130 persone, di cui 84 minorenni. Tuttavia, in nessun comunicato ufficiale è stata fornita alcuna informazione sullo stato di benessere di queste persone e di quelle rimpatriate in Marocco. Non è stato nemmeno chiarito il protocollo seguito per garantire il rispetto dei loro diritti. Da Solidary Wheels, esigiamo che alle persone giunte sia a Ceuta che a Melilla venga garantito il diritto di accedere immediatamente al CETI e ai rispettivi centri per minori. Sul versante marocchino, l’AMDH di Nador ha segnalato un’escalation sproporzionata della violenza da parte delle forze di sicurezza, che hanno messo in atto una risposta brutalmente coercitiva utilizzando materiale antisommossa, tra cui proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Si sono registrati numerosi feriti, sia tra i giovani che tra gli agenti, e molti hanno dovuto essere ricoverati all’ospedale El Hassani. Le persecuzioni sono iniziate a Beni Enzar e successivamente si sono estese a Farkhana e al Quartiere Cinese. Durante la notte sono stati effettuati, come minimo, circa 100 rimpatri, che le autorità hanno filmato e diffuso pubblicamente per far sapere che stavano effettuando questi rimpatri con un’apparente intenzione dissuasiva. A questa situazione si aggiunge oggi l’inizio di uno sciopero degli avvocati in Marocco, che potrebbe rendere difficile l’assistenza legale alle persone arrestate e compromettere la difesa dei loro diritti. Va sottolineato che l’operato delle autorità marocchine sta assumendo una dinamica diversa rispetto a quanto avvenuto a Fnideq (Castillejos, al confine tra Ceuta e il Marocco), specialmente durante le prime fasi degli arrivi a Ceuta, dove si è registrata una presunta collaborazione che ha favorito lo svolgersi degli eventi. In questo momento destano preoccupazione la durezza della risposta delle forze dell’ordine e l’uso della forza contro persone in condizioni di estrema vulnerabilità. Questi fatti mettono ancora una volta in evidenza che le politiche migratorie non mettono al centro la vita delle persone, ma al contrario consentono che le persone vengano strumentalizzate come merce di scambio per fini politici. L’esternalizzazione delle frontiere continua a causare morti e violenza alle porte dell’Unione Europea. Noi di Solidary Wheels esigiamo la fine delle politiche migratorie di securitizzazione, volte a controllare, criminalizzare e violare i diritti dei migranti e dei rifugiati. Esigiamo la tutela dei diritti delle persone che si trovano in territorio spagnolo, garantendo loro sicurezza fisica e giuridica. Chiediamo ai governi di Spagna e Marocco di assumersi la propria responsabilità politica e giuridica per gli interventi delle forze dell’ordine che hanno comportato un uso sproporzionato della forza. Sia per quanto accaduto a Melilla che a Ceuta, esortiamo entrambi gli Stati a dare priorità alla protezione assoluta delle persone, garantendo in particolare l’interesse superiore dei minori che si trovano in situazione di mobilità. Infine, chiediamo un chiarimento pubblico, trasparente e immediato dei fatti avvenuti lungo il perimetro di frontiera.
«Fermiamo la violenza di Stato e la disumanizzazione dei nostri cari»
Abderrahim Fakir, ucciso a Bologna durante un fermo della polizia, non è una notizia. Come non lo sono Wissem Ben Abdel Latif, Ousmane Sylla, Hamdi Besbes, Fedi Ben Hammouda, Hedi e Madi Khenissi, Mohamed e Bechir Mili, Moussa Balde, Aicha Barry, Lazhar Chaieb, Moustapha e le tante persone morte nei CPR, nei luoghi di detenzione, lungo le frontiere degli Stati e nelle acque del Mediterraneo. Le loro morti e sparizioni sono il prodotto del medesimo stato di polizia e del sistema razzista che ha detenuto e ucciso Fakir. Queste persone non saranno mai una notizia: sono il fuoco della nostra lotta.  Riprendiamo e condividiamo le potenti parole delle madri e sorelle inviate a MEM.MED-Memoria Mediterranea che hanno scritto un comunicato congiunto per denunciare la morte di Fakir. GIUSTIZIA E VERITÀ PER ABDERRAHIM FAKIR: FERMIAMO LA VIOLENZA DI STATO E LA DISUMANIZZAZIONE DEI NOSTRI CARI Noi, madri e sorelle della Tunisia, del Marocco, della Guinea, del Senegal, della Costa d’Avorio, familiari di persone morte e scomparse alle frontiere, e attiviste impegnate contro le politiche migratorie che uccidono, alziamo la nostra voce per gridare tutta la nostra immensa rabbia. Dopo aver pianto i nostri figli, inghiottiti dal Mar Mediterraneo a causa delle frontiere, oggi piangiamo Abderrahim Fakir. Questo giovane marocchino di 42 anni è stato ucciso in piena strada a Bologna, in Italia, soffocato sotto il peso di due agenti di polizia durante un fermo di una violenza insopportabile. Le immagini della sua agonia, diffuse ovunque, spezzano il cuore e scuotono le coscienze. Abderrahim ha implorato aiuto, ha gridato: «Aiuto! Aiuto!», mentre veniva soffocato con il volto schiacciato sull’asfalto e gli agenti continuavano a immobilizzarlo legandogli mani e piedi. È morto sotto una violenza sconvolgente che richiama dolorosamente l’omicidio razzista di George Floyd. Quelle immagini hanno riaperto tutte le domande che ci perseguitano: perché il corpo della persona migrante è sempre il più vulnerabile? E perché la sua dignità viene così facilmente calpestata? Questa tragedia non è un episodio isolato. È il risultato diretto di un clima di odio razzista e di un sistema politico che disumanizza i corpi delle persone migranti e di chi ha un’origine straniera. Che sia in mare, di fronte alla Guardia Costiera, o nel cuore delle nostre città, davanti alle forze dell’ordine, la vita dei nostri figli non ha più alcun valore agli occhi di governi ossessionati dalla sicurezza. La vicenda non si fermerà al martirio di Abderrahim Fakir, perché l’ingiustizia continua a colpire un intero continente: l’Africa. La responsabilità ricade ancora una volta sui sistemi democratici europei e statunitensi e su tutti coloro che, legati al colonialismo, continuano a perpetuarla. Ph: Valentina Delli Gatti Noi, madri e sorelle delle persone scomparse in mare, denunciamo questa violenza e questo razzismo contro le persone migranti. Per i nostri figli scomparsi in mare, per Abderrahim Fakir e per tutte le vittime della violenza di Stato, non abbasseremo le braccia. Il lutto non ci ridurrà al silenzio: alimenta la nostra lotta per la dignità. Il razzismo uccide. L’odio uccide. La violenza uccide. Dobbiamo porre fine a ogni forma di razzismo, di disumanizzazione e di violenza che colpisce le persone migranti e straniere. Rivolgiamo un appello a tutte le comunità, e in particolare alle comunità arabo-africane, affinché non restino più in silenzio di fronte a queste ingiustizie e alzino la propria voce per difendere la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano. Invitiamo i collettivi dei familiari delle vittime e tutte le cittadine e i cittadini a mobilitarsi con forza per esigere che sia fatta giustizia e che venga ristabilita la verità. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla madre, alla sorella, alla nipote e a tutta la famiglia di Abderrahim Fakir, che oggi vive il dolore della sua perdita e porta il peso di questa ingiustizia. Che Dio gli conceda la Sua misericordia e doni pazienza e forza alla sua famiglia. La giustizia non riporterà indietro le persone scomparse, ma può impedire che tragedie come questa si ripetano e può preservarne la dignità e la memoria. I nostri figli volevano vivere liberi. Noi lotteremo perché la loro memoria non venga mai cancellata. Verità e giustizia per Abderrahim Fakir e per i nostri figli, fratelli e sorelle! Jalila Taamallah, Hajer Ayachi, Bintou Toure, Awatef Daoudi, Samia Jabloun, Amina Mboye, Adama Barry, Mariama Sylla, Imane El-Bastawi, Hafida Labiad -------------------------------------------------------------------------------- Versione originale in francese JUSTICE ET VÉRITÉ POUR ABDERRAHIM FAKIR: HALTE AUX VIOLENCES D’ÉTAT ET À LA DÉSHUMANISATION DES NÔTRES Nous, mères et sœurs de la Tunisie, du Maroc, de la Guinée, du Sénégal, de la Côte d’Ivoire, familles de personnes mortes et disparues aux frontières, et militant·es engagé·es contre les politiques migratoires meurtrières, élevons notre voix pour crier notre immense colère. Après avoir pleuré nos enfants, engloutis par la mer Méditerranée à cause des frontières, nous pleurons aujourd’hui Abderrahim Fakir. Ce jeune marocain de 42 ans a été tué en pleine rue à Bologne, en Italie, étouffé sous le poids de deux policiers lors d’une interpellation d’une violence insoutenable. Les images de son agonie, largement diffusées, brisent le cœur et révoltent les consciences. Abderrahim a supplié, crié « À l’aide ! À l’aide ! », asphyxié face contre l’asphalte pendant que des agents s’acharnaient à lui lier pieds et poings. Il est mort sous une violence révoltante qui rappelle douloureusement le meurtre raciste de George Floyd. Ces images ont ravivé toutes les questions qui nous hantent: pourquoi le corps du migrant est-il toujours le plus vulnérable ? Et pourquoi sa dignité est-elle si facilement bafouée ? Ce drame n’est pas un fait divers isolé. C’est le produit direct d’un climat de haine raciste et d’un système politique qui déshumanise les corps migrants et les personnes d’origine étrangère. Que ce soit en mer, face aux Garde-côtes, ou au cœur de nos villes, face aux forces de l’ordre, les vies de nos enfants n’ont plus aucune valeur aux yeux des gouvernements ultra-sécuritaires. L’affaire ne s’arrêtera pas au martyr Abderrahim Fakir, car l’injustice persiste sur tout un continent, l’Afrique. La cause en est toujours les systèmes démocratiques européens et américains, et tous ceux qui, liés au colonialisme, continuent de la perpétuer.  Ph: Valentina Delli Gatti Nous, mères et sœurs des personnes disparues en mer, nous protestons contre cette violence et ce racisme envers les personnes migrantes. Pour nos enfants disparus en mer, pour Abderrahim Fakir et pour toutes les victimes de la violence d’État, nous ne baisserons pas les bras. Le deuil ne nous fera pas taire, il alimente notre combat pour la dignité. Le racisme tue. La haine tue. La violence tue. Nous devons mettre fin à toutes les formes de racisme, de déshumanisation et de violence qui frappent les personnes migrantes et étrangères. Nous appelons toutes les communautés, et en particulier les communautés arabo-africaines, à ne plus rester silencieuses face à ces injustices et à élever leur voix pour défendre la dignité et le droit à la vie de chaque être humain. Nous appelons les collectifs de familles de victimes et les citoyen·nes à se mobiliser massivement pour exiger que justice soit faite et que vérité soit rendue. Nous adressons toute notre solidarité à la mère, à la sœur, à la nièce et à toute la famille d’Abderrahim Fakir, qui vivent aujourd’hui la douleur de sa perte et portent le poids de cette injustice. Que Dieu lui accorde Sa miséricorde et donne patience et courage à sa famille. La justice ne ramènera pas les disparus, mais elle peut empêcher que de telles tragédies ne se reproduisent et préserver la dignité et la mémoire. Nos enfants voulaient vivre libres. Nous nous battrons pour que leur mémoire ne soit jamais effacée. Justice et vérité pour Abderrahim Fakir et pour nos enfants, freres et soeurs! Jalila Taamallah, Hajer Ayachi, Bintou Toure, Awatef Daoudi, Samia Jabloun, Amina Mboye, Adama Barry, Mariama Sylla, Imane El-Bastawi, Hafida Labiad
Sostieni chi racconta le rotte
The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal
Il diritto alla salute delle persone migranti nel Nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo
Un’ampia coalizione di organizzazioni scientifiche, Ong sanitarie e associazioni per i diritti umani promuove 1 un appello contro le procedure di screening sanitario introdotte dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e dal Decreto-Legge 100/2026. Al centro della denuncia, la trasformazione dell’atto medico in strumento di controllo delle frontiere, con lo stravolgimento del consenso informato e il rischio concreto che gli operatori sanitari diventino, di fatto, ingranaggi del sistema di trattenimento ed espulsione. Il 12 giugno 2026 il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è entrato in vigore in tutta l’Unione Europea, Italia compresa, nella sostanziale assenza di un adeguato dibattito pubblico. Nello stesso giorno è entrato in vigore il Decreto-Legge n. 100/2026, che introduce (tra vari dispositivi che minano alla base il diritto d’asilo) il confinamento coattivo delle persone richiedenti asilo “in luoghi specifici” alla frontiera. Pochi giorni prima, la circolare del Ministero dell’Interno del 9 giugno 2026 ha chiesto ai territori di definire protocolli operativi per l’attuazione del Regolamento (UE) Screening 2024/1356. Le organizzazioni e i professionisti sanitari firmatari rivolgono un appello urgente e responsabile a tutte le figure sanitarie, agli Ordini professionali e alla società civile. Le procedure di screening dovrebbero avere l’obiettivo di identificare tempestivamente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità. Riteniamo che tali finalità possano essere perseguite solo se le attività sanitarie rimangono chiaramente separate dalle funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza. Le disposizioni previste – in particolare quelle relative allo screening sanitario obbligatorio, alle procedure accelerate di frontiera e ai regimi di trattenimento – rischiano di trasformare il personale sanitario in facilitatore burocratico di un sistema di confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata, che contrasta apertamente con i principi fondativi delle professioni sanitarie, con il Codice Deontologico e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. 1. IL RICATTO DEONTOLOGICO DELLA “DOPPIA LEALTÀ” E LO STRAVOLGIMENTO DEL CONSENSO INFORMATO Il combinato disposto tra il Regolamento Screening e le norme nazionali di attuazione produce una frattura etica insanabile per l’intera comunità scientifica e sanitaria. Viene sistematicamente violato il principio cardine del consenso informato e della trasparenza dell’atto medico sancito dalla Legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Art. 1), anche nei confronti del personale sanitario che effettua gli screening della salute e delle vulnerabilità, cui non viene data alcuna garanzia su come le proprie valutazioni cliniche verranno utilizzate nel percorso procedurale della persona migrante. L’impianto del Regolamento Screening e del DL 100/2026 configura l’accettazione degli accertamenti sanitari e dello screening biometrico come un vincolo procedurale coercitivo per l’accesso al territorio o alla stessa domanda di asilo. Nel momento in cui il rifiuto del trattamento sanitario genera automaticamente importanti ripercussioni sulle procedure di ingresso o addirittura misure restrittive della libertà personale, il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi, violando l’autonomia del paziente e dello stesso professionista, nonché la dignità di entrambi. Lo screening di salute fisica e mentale viene così espropriato del suo fine terapeutico e ridotto a mero semaforo amministrativo: l’operatore sanitario viene costretto a operare in una condizione di doppia lealtà tra la persona migrante per cui si è chiamati a compiere una valutazione medica e il sistema di procedure burocratiche che richiede quella valutazione, agendo di fatto come un inconsapevole ingranaggio burocratico. La scheda sanitaria cessa di essere lo strumento per attivare una presa in carico e diventa il presupposto biologico per legittimare il confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata. Rifiutiamo fermamente la sottomissione della nostra professione a logiche di pubblica sicurezza: nessun professionista sanitario dovrebbe essere posto, a causa di queste norme securitarie, nella condizione di contribuire, direttamente o indirettamente, a procedure che limitano la libertà personale o incidono sullo status giuridico di una persona sulla base di informazioni raccolte nell’ambito della relazione di cura. 2. LA SECURITIZZAZIONE DELLO SPAZIO CLINICO E LA TUTELA DELLA NEUTRALITÀ TERAPEUTICA La circolare ministeriale impone che lo screening sanitario e di vulnerabilità sia completato entro termini perentori – 7 giorni in prossimità delle frontiere esterne, 3 giorni in caso di rintraccio sul territorio – e invita i Prefetti a individuare gli spazi delle verifiche favorendo i locali della Pubblica Sicurezza e delle Questure. Dal punto di vista clinico, questa scelta è inaccettabile. Un’anamnesi corretta e un esame obiettivo dignitoso richiedono privacy, condizioni igieniche adeguate e l’assenza di elementi coercitivi, nonché la possibilità di avvalersi di un’adeguata mediazione linguistico-culturale: condizioni che una Questura non può garantire. Per le persone migranti, spesso reduci da traumi subiti lungo le rotte o nei paesi di transito, la Questura è lo spazio istituzionale della sanzione e del trattenimento: sottoporvi una valutazione di salute distrugge la neutralità terapeutica e la relazione di fiducia tra medico e paziente. Lo screening sanitario cessa così di essere un presidio di tutela e si riduce a un pre-requisito biologico propedeutico alla detenzione e/o all’espulsione. In una prospettiva più ampia e di lungo periodo, una simile impostazione rischia di compromettere la percezione stessa del sistema sanitario come spazio di tutela, cura e fiducia. La sovrapposizione tra funzioni sanitarie e funzioni di controllo migratorio non danneggia soltanto i diritti individuali delle persone migranti, ma indebolisce la capacità dei servizi di raggiungere le popolazioni più vulnerabili, scoraggia l’accesso alle cure, compromette la continuità assistenziale e mina la fiducia nelle istituzioni sanitarie. Quando lo spazio clinico viene percepito come parte di un dispositivo di sorveglianza o di controllo, ne risente l’efficacia stessa delle strategie di prevenzione, promozione della salute e salute pubblica, con conseguenze che travalicano il singolo individuo e riguardano l’intera collettività. 3. QUANDO LA VULNERABILITÀ DIVENTA UNA FORMALITÀ: LA CRISI DELL’ATTO CLINICO Le indicazioni della Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia pubblicate subito dopo la circolare ministeriale, confermano questa deriva: per garantire una copertura 24 ore su 24, 7 giorni su 7, stabiliscono che “la visita può essere effettuata da un medico anche non specialista”, aprendo al reclutamento di liberi professionisti tramite avvisi d’urgenza a gettone. Si tratta di un modello organizzativo che rischia di compromettere gli standard qualitativi richiesti per la valutazione clinica di condizioni complesse: esiti di tortura, violenza di genere, disturbo post-traumatico da stress, screening di patologie infettive ad alto impatto (come la tubercolosi) vengono ridotti a prestazioni estemporanee, affidate a personale non specializzato e privo di continuità assistenziale. Queste attività richiedono competenze specifiche in medicina delle migrazioni, salute mentale e comunicazione interculturale, supportate da formazione dedicata e lavoro multidisciplinare. L’esito confluisce immediatamente nel sistema informatico SIA (Sistema Informativo Asilo), la piattaforma informatica e banca dati centralizzata del Ministero dell’Interno, a cura delle autorità di polizia, condizionando direttamente il destino giuridico della persona. L’aberrazione tocca il culmine nella gestione delle vulnerabilità: in assenza di esperti, la loro rilevazione può essere compiuta direttamente da operatori di Polizia o da soggetti terzi come l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (EUAA) e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Affidare l’identificazione di un trauma da tortura a un agente di pubblica sicurezza, per quanto “debitamente formato”, non è solo un insulto ai professionisti della cura, ma la garanzia che migliaia di persone vulnerabili e non adeguatamente tutelate verranno scaraventate nel circuito delle detenzioni accelerate e delle deportazioni. Questa impostazione trova ora conferma nella circolare del Ministero dell’Interno del 12 giugno 2026 (Prot. 0047219), che indica come modello preferito quello in cui «il personale sanitario» si rechi «presso gli uffici di polizia» e richiama il ricorso alla telemedicina, modalità che riteniamo inaccettabile per una valutazione così complessa. La stessa circolare estende lo screening agli Istituti di pena, raccomandando il coinvolgimento dei servizi sanitari penitenziari per i controlli sui detenuti stranieri in fase di scarcerazione. Gli esiti confluiscono in una “scheda sanitaria”, elaborata dal Tavolo vulnerabilità, volta a valutare l’idoneità della persona alla “vita in comunità ristretta”: l’atto medico diventa così, esplicitamente, criterio di ammissione ai percorsi detentivo-espulsivi patogeni dei CPR. 4. DETENZIONE DE FACTO E  COMPROMISSIONE DELLE GARANZIE DELLO STATO DI DIRITTO Come evidenziato dalle analisi di PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), l’obbligo per i migranti di “rimanere a disposizione” delle autorità, unito alla finzione giuridica del “non ingresso” nel territorio, istituisce una prassi generalizzata di detenzione de facto – anche per donne, bambini e persone vulnerabili, senza chiare indicazioni di tutela ad esempio per minori e nuclei familiari. In questo quadro, assume una delicatezza estrema il tema delle procedure di accertamento dell’età anagrafica nei presunti minori privi di documenti. Accertare l’età non può ridursi a “indicare un numero” o a una frettolosa misurazione biometrica, ma deve significare il riconoscimento di una condizione di vulnerabilità originaria. Si tratta di un atto complesso che richiede tempo, competenze multidisciplinari, relazioni e contesti adeguati, volti ad accogliere e dare voce a una storia prima ancora che a quantificarla. Una corretta identificazione è l’unico strumento per garantire al minore l’effettivo esercizio dei diritti sanciti dalla Convenzione di New York, ratificata dall’Italia; sminuire questo passaggio significa spalancare la strada a provvedimenti gravemente lesivi, quali il respingimento alla frontiera, il rimpatrio forzato, la sistemazione in strutture d’accoglienza per adulti o, peggio, la detenzione amministrativa nei CPR. Il Decreto-Legge 100/2026 conferma questa torsione, normando l’obbligo di risiedere coattivamente in un luogo specifico di frontiera e affidando le relative procedure a “sezioni stralcio monocratiche” con giudici onorari, aggirando il controllo della magistratura ordinaria. Basta un presunto “rischio di fuga” – anche il semplice mancato possesso di un passaporto o l’assenza di un alloggio – per determinare una compressione dei diritti ed una riduzione delle garanzie con accesso limitato alla difesa legale. L’estensione dello screening alle persone già presenti sul territorio moltiplicherà inoltre le pratiche di profilazione etnica e razziale, esponendo minoranze e persone di origine straniera a un clima diffuso di sospetto e sorveglianza, in contraddizione con gli stessi piani d’azione europei contro il razzismo. 5. LA SALUTE NON È NEGOZIABILE: L’APPELLO AL GIURAMENTO DI IPPOCRATE L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, condizionato in primo luogo dai determinanti sociali. La precarietà giuridica, la minaccia della detenzione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) fino a 24 mesi in un contesto notoriamente patogeno e la reclusione forzata sono esse stesse i principali determinanti patogeni che colpiscono la salute delle persone migranti, come ha già riconosciuto la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO) supportando un documento della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) nel 2025. Numerose evidenze documentano come il confinamento, la detenzione amministrativa e l’incertezza legata alle procedure migratorie costituiscano fattori associati a un aumento del rischio di depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress, autolesionismo e altre forme di sofferenza psicologica. Le procedure previste dal Nuovo Patto rischiano pertanto non solo di intercettare vulnerabilità preesistenti, ma di produrne di nuove. L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno. Ridurre l’atto medico a uno strumento di classificazione procedurale per stabilire chi possa essere trattenuto o deportato viola il nucleo della Carta Costituzionale e della Legge 833/1978. > Chi ha prestato il Giuramento di Ippocrate ha l’obbligo deontologico di > perseguire come fine esclusivo la difesa della vita e della salute della > persona, senza alcuna discriminazione, rifiutando qualunque cooperazione a > palesi violazioni dei diritti umani. Non possiamo farci complici della > deumanizzazione burocratica dei corpi. 6. LE NOSTRE RICHIESTE Al fine di garantire il rispetto della dignità e dei diritti delle persone migranti, la cui vita e i cui corpi sono seriamente esposti al rischio di una strutturale deumanizzazione alla luce delle priorità espresse dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo: * chiediamo al Ministero della Salute di rivendicare e far rispettare le proprie specifiche competenze a garanzia dell’articolo 32 della Costituzione rimarcando che il diritto alla tutela della salute prescinde da qualunque altra condizione compresa quella giuridica della persona. Non è infatti ammissibile che alle autorità sanitarie locali arrivino, da parte di istituzioni appartenenti ad altri settori (prefetture, questure, etc.) o direttamente da altri ministeri (nella fattispecie il Ministero Interno) documenti (circolari, note, o altro) con carattere assertivo e prescrittivo nei confronti dei professionisti della sanità. L’unica modalità ammissibile prevede la recezione di direttive emanate da istituzioni di settore competenti; * chiediamo alle Regioni di esercitare le loro prerogative in termini di programmazione, organizzazione, gestione e valutazione dei servizi, degli interventi e delle attività di tipo sanitario anche e soprattutto nell’ambito della Commissione Salute e della Conferenza Stato – Regioni; Chiediamo inoltre al Ministero della Salute, alle ASL, alle ASST, ai tavoli di vulnerabilità territoriali, agli Ordini dei Medici, agli Ordini degli Psicologi, alle Società Scientifiche e alle Associazioni di Psicologia a livello nazionale e internazionale, nonché alle Facoltà di Medicina e Chirurgia e delle professioni sanitarie e alle istituzioni locali competenti di: * tutelare l’indipendenza dei/delle professionisti/e della salute prevenendo ogni forma di “doppia lealtà”: È indispensabile che a ogni professionista sia garantita la massima trasparenza sull’uso amministrativo dei dati raccolti durante la valutazione clinica. L’atto sanitario deve mantenere una finalità esclusivamente terapeutica e non può essere trasformato in uno strumento funzionale a procedure amministrative che condizionano la libertà personale. Rifiutiamo pertanto qualsiasi utilizzo della scheda sanitaria o della valutazione di vulnerabilità come requisito preliminare o come “via libera” per misure di trattenimento, confinamento o allontanamento, in aperta violazione del Codice Deontologico; * rifiutare la sottoscrizione di protocolli operativi che prevedano lo svolgimento di attività cliniche all’interno di uffici di Pubblica Sicurezza; * garantire che ogni percorso di screening avvenga all’interno di strutture del Servizio Sanitario Nazionale, con personale qualificato e mediatori culturali indipendenti, e rispettando il principio del consenso informato; * garantire una formazione specifica e continuativa del personale coinvolto nelle attività di screening e presa in carico sui temi della medicina delle migrazioni, della salute mentale, del trauma, della comunicazione interculturale e della tutela dei diritti umani; * prevedere una valutazione dello stato generale di salute e in particolare di salute mentale che sia approfondita, rispettosa della dignità e dei diritti e libera da costrizioni spaziali e temporali dettate dai percorsi detentivo-espulsivi; * garantire che la valutazione delle vulnerabilità mediche e psicosociali abbia sempre la priorità sui percorsi detentivo-espulsivi e venga effettuata da personale indipendente dalle procedure di frontiera e con adeguata formazione medica e sociosanitaria; * assicurare l’accesso effettivo e indipendente alle organizzazioni della società civile e ai meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali; * escludere in ogni caso la detenzione di bambini, famiglie e persone in condizioni di vulnerabilità, e garantire la convalida giurisdizionale di ogni provvedimento restrittivo della libertà personale. La determinazione dell’età, quando realmente necessaria e comunque a tutela dei diritti del minore, deve essere effettuata da personale qualificato secondo le indicazioni previste dalla Legge 47/2017 e dal protocollo multidisciplinare approvato il 9 luglio 2020 dalla Conferenza Unificata, basato sul principio del superiore interesse del minore; * garantire la continuità della relazione di cura e il segreto professionale per le persone migranti detenute, indipendentemente dal loro status giuridico, escludendo i servizi sanitari penitenziari da qualsiasi finalità di segnalazione o trasmissione di dati al sistema SIA; * esigere il pieno rispetto del GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) e la tutela dei dati sanitari: le informazioni cliniche e di vulnerabilità sono dati sensibili sottoposti a rigidi vincoli di riservatezza, segreto professionale e minimizzazione. Chiediamo la protezione assoluta, bloccando qualsiasi trasmissione o interoperabilità automatica verso banche dati di pubblica sicurezza o di controllo migratorio, incluso il sistema SIA. > Come operatori di salute, cittadini ed esseri umani rifiutiamo le logiche > discriminatorie ed escludenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e > dei relativi dispositivi di applicazione a livello nazionale. La tutela dei > diritti fondamentali delle persone migranti e l’umanità della nostra > professione non sono negoziabili. 1. Firmatari: Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM); Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI); European Community Psychology Association (ECPA); Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET); Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM); Rete Italiana per il Supporto alle persone Sopravvissute a Tortura (ReSST); Mediterranea Saving Humans; Medici Senza Frontiere Italia; Emergency; Medici con l’Africa Cuamm; Associazione Frantz Fanon; Brigate Basaglia; Medici per i Diritti Umani (MEDU); Medici contro la tortura (MCT); Medici del Mondo Italia ETS; Medicina Democratica; Psichiatria Democratica; Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM); Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione internazionale (CIAC); Associazione Culturale “La Kasbah” ETS; Psicologia per la Palestina; Collettiva Psicologia Anticarceraria; Naga ODV; Rete Mai più lager No ai CPR; Salute Internazionale. ↩︎
Segreto di sicurezza nazionale sul CPR di Trento: negati i documenti
Cittadinanzattiva con il sostegno politico e sociale del Coordinamento regionale No CPR deposita l’istanza di riesame per ottenere le carte urbanistiche e ambientali del progetto. La battaglia per la trasparenza non si ferma: il 15 giugno 2026 è stata depositata una formale richiesta di riesame per ottenere l’apertura dei documenti sul progetto del CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri, la struttura detentiva per l’espulsione di cittadini stranieri) previsto a Trento. L’iniziativa nasce per contrastare il muro di gomma eretto dalle istituzioni: di fronte a una richiesta di accesso agli atti, il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento hanno infatti opposto un rifiuto totale, nascondendo l’intero progetto dietro l’etichetta di “opera destinata alla difesa e alla sicurezza nazionale“. La richiesta di riesame contesta l’illegittimità di questo diniego che viola il principio di proporzionalità: anche in presenza di informazioni sensibili, la legge impone di oscurare solo le singole parti a rischio, non di secretare in blocco interi fascicoli. Questa azione legale è l’espressione diretta di una forte mobilitazione locale e di un vasto lavoro di rete sul territorio. A promuovere in prima linea l’istanza sono Cittadinanzattiva APS e l’Assemblea Antirazzista Trento, affiancate da un team legale d’eccezione composto dagli avvocati Gennaro Santoro, Antonello Ciervo, Salvatore Fachile e da Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva. A supportare politicamente e socialmente la richiesta vi è l’intero Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, una coalizione che unisce oltre 50 realtà del territorio. La cittadinanza esige trasparenza perché le carte richieste, in particolare quelle urbanistiche, edilizie e ambientali, riguardano direttamente la sicurezza e la salute pubblica. L’area scelta a Maso Visintainer, nel quartiere di Piedicastello, è infatti stretta tra la tangenziale, l’autostrada del Brennero e un metanodotto ad alta pressione. I cittadini hanno il diritto di accedere a questi dati, che non contengono “segreti militari”, ma riguardano cruciali fattori di rischio strutturale, acustico e atmosferico. La vicenda che ha portato a questa richiesta di riesame si è sviluppata attraverso precise tappe: * 23 aprile 2026: viene presentata un’istanza di accesso civico generalizzato tramite lo strumento del FOIA (Freedom of Information Act, la normativa sulla trasparenza per l’accesso agli atti pubblici). L’obiettivo è ottenere la documentazione integrale sulla progettazione e realizzazione del CPR. * 19 maggio 2026: Il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento rispondono negativamente. Si appellano al D.L. 124/2023, che classifica i CPR come opere di sicurezza nazionale, opponendo un diniego totale e indifferenziato a tutte le richieste. * 15 giugno 2026: Cittadinanzattiva deposita la formale richiesta di riesame al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza per sbloccare i documenti. A sostegno, i legali richiamano una solida giurisprudenza: il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio e il Consiglio di Stato hanno già escluso in passato l’applicabilità del segreto militare ai dati di localizzazione e all’impatto territoriale di queste strutture. Sostenuta da tutta la rete mobilitata, l’associazione chiede ai Responsabili della trasparenza la trasmissione integrale di tutti i documenti originariamente richiesti: «I CPR non sono basi militari, sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo ci aspettiamo che siano aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», dichiara il Coordinamento NO CPR. «Pretendiamo che vengano quantomeno desecretati gli atti urbanistici, ambientali e quelli relativi alle modalità di affidamento e gestione della struttura, oppure che venga fornita una motivazione dettagliata per ogni singolo documento negato. In assenza di risposta entro i 20 giorni previsti dalla legge, avvieremo un ricorso giurisdizionale in tribunale. Continueremo a chiedere trasparenza».
Chaka Konaté è scomparso a Tunisi da giovedì 4 giugno
Tunisi, 10 giugno – Gli amici lanciano un appello per ritrovare Chaka Konaté, scomparso a Tunisi nella giornata di giovedì 4 giugno. Chi è la persona scomparsa: * Nome e cognome: Chaka Konaté * Nazionalità: Ivoriana – rifugiato politico in Tunisia dal 2011 * Luogo di residenza: Tunisi, Tunisia * Professione: artista, sarto e commerciante * Altezza: circa 185 cm – corporatura robusta * Capelli scuri, occhi marroni – segno particolare: strabismo * Ultimo abbigliamento noto: maglietta rossa, jeans blu, espadrillas bianche CIRCOSTANZE DELLA SCOMPARSA L’ultima volta che Chaka è stato avvistato risale a giovedì 4 giugno alle ore 10:00 del mattino nel negozio di abiti usati (friperie) dove lavorava a Lafayette, Tunisi. Secondo le informazioni raccolte finora, in quel momento è stato avvicinato da una volante della polizia tunisina, che l’ha chiamato a sé e portato via. Da allora è irreperibile: il telefono è staccato e non si hanno notizie né conferme ufficiali sulla sua posizione. In assenza di qualsiasi comunicazione da parte delle autorità, la sua situazione potrebbe configurare una detenzione non riconosciuta: per questo chiediamo trasparenza immediata. CHI È CHAKA KONATÉ? Chaka Konaté è un artista, un sarto e un commerciante. È un amico di tante persone, attivisti e ricercatori, giovani e studenti a Tunisi. È un rifugiato politico ivoriano che vive in Tunisia dal 2011, dopo essere fuggito dalla guerra civile in Costa d’Avorio. In una lettera indirizzata alle Nazioni Unite aveva raccontato il suo percorso, segnato dall’esilio, dalla perdita del padre e del fratello, assassinati a causa del loro impegno politico, dalle difficili condizioni vissute nel campo di Choucha e da quattordici anni di discriminazioni e precarietà. Nonostante tutto, aveva continuato a rivendicare con forza la propria dignità e la propria resilienza. Nella lettera scriveva: «Oggi non sono più soltanto un uomo sopravvissuto alla guerra e all’esilio. Sono un testimone della resilienza umana. Nonostante le cicatrici dell’ingiustizia e le lacrime del passato, resto in piedi, forte del mio percorso e pronto a costruire un futuro in cui la mia dignità non sarà mai più messa in discussione.» Oggi è proprio questa dignità che ci impone di agire. Chiediamo: * Alle autorità tunisine di comunicare immediatamente qualsiasi informazione riguardante un’eventuale detenzione o trasferimento di Chaka Konaté. * Alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani di intervenire e monitorare con urgenza la situazione. * Ai media di dare la massima diffusione a questo appello. * A chiunque disponga di informazioni attendibili su Chaka Konaté di contattare Melting Pot Europa all’indirizzo email: collaborazioni@meltingpot.org . Rifiutiamo che un essere umano scompaia nel silenzio. Chiunque abbia informazioni, fotografie, video o ricordi di Chaka nel giorno di giovedì 4 giugno o in quelli successivi è invitato a mettersi in contatto con la redazione. Chiediamo la massima diffusione di questo appello. Anche un dettaglio apparentemente insignificante potrebbe essere utile per ricostruire gli spostamenti di Chaka e contribuire al suo ritrovamento.
«La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia», sintesi dell’assemblea regionale
Il documento dell’Assemblea regionale che si è svolta il 26 maggio 2026 l’Università degli studi di Salerno. SINTESI L’assemblea regionale “La Campania accoglie”, tenutasi il 26 maggio 2026 presso l’Università degli Studi di Salerno, ha rappresentato un momento di confronto tra diverse realtà impegnate sui temi delle migrazioni, dell’accoglienza e dei diritti. Al centro della discussione vi sono stati lo sfruttamento lavorativo in Campania, le nuove politiche migratorie europee e nazionali, l’opposizione all’apertura di un CPR a Castel Volturno e il sostegno alle persone in uscita dal sistema di accoglienza. Dall’incontro è emersa la volontà di rafforzare il coordinamento regionale e le iniziative comuni di mobilitazione e solidarietà. A. LE PRINCIPALI TEMATICHE AFFRONTATE Il 26 maggio 2026 si è svolta presso l’Università degli Studi di Salerno l’assemblea regionale “La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia“. L’incontro ha riunito realtà sociali, associative, sindacali, studentesche, del terzo settore e politiche attive nei diversi territori della regione, insieme a operatrici e operatori legali, docenti universitari e rappresentanti istituzionali, tra cui il deputato Franco Mari. L’assemblea si è svolta in un contesto segnato dal progressivo peggioramento delle politiche migratorie e dall’inasprimento delle misure repressive e securitarie. Nel corso della discussione è emersa la necessità di rafforzare gli scambi di conoscenze, pratiche e strumenti tra le diverse esperienze presenti nei territori campani, valorizzando le reti già attive di solidarietà, mobilitazione e difesa dei diritti. I principali temi affrontati sono stati: 1) lo sfruttamento lavorativo in Campania; 2) l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo e i recenti decreti sicurezza; 3) la possibile apertura di un CPR a Castel Volturno; 4) la situazione delle persone in uscita dal sistema di accoglienza, con particolare attenzione alle famiglie palestinesi; 5) i processi di disumanizzazione oggi in corso. 1. Il tema dello sfruttamento lavorativo. È stato sottolineato come il caporalato si sia ormai esteso ben oltre il settore agricolo, investendo numerosi ambiti produttivi e contribuendo a consolidare condizioni diffuse di precarietà, ricattabilità e privazione dei diritti anche in Campania. Specificamente, è stato evidenziato il meccanismo di crescente irregolarità amministrativa determinata dalle normative migratorie in vigore, in particolare dal decreto flussi. È stato ricordato come migliaia di persone, pur essendo entrate regolarmente in Italia attraverso visti e nulla osta, stiano oggi rimanendo senza permesso di soggiorno, scivolando in condizioni di vulnerabilità e ricattabilità. Secondo quanto emerso dal confronto, questa produzione strutturale di irregolarità contribuisce ad alimentare processi di compressione salariale e peggioramento delle condizioni di lavoro, aggravando ulteriormente l’impoverimento della classe lavoratrice campana, soprattutto nei settori storicamente più esposti a bassi salari e sfruttamento. Infine, è stato ricordato l’alto numero di immigrati morti in Campania tra il 2024 e il 2026. particolarmente collegati alle condizioni di lavoro e vita. 2. La crescente repressione. Diversi interventi hanno evidenziato come il contesto politico attuale sia caratterizzato da una generale compressione del diritto a manifestare e del dissenso sociale. Tale processo è stato collegato agli effetti dei recenti decreti sicurezza, all’inasprimento delle pene e al peggioramento delle condizioni di vita e di trattenimento all’interno dei CPR. In questo quadro è stata ribadita la necessità di costruire un argine sociale ampio, fondato sulla partecipazione politica di massa e sul rafforzamento di legami sociali e collettivi capaci di contrastare le politiche repressive oggi in atto. Particolare preoccupazione è stata espressa rispetto all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo, prevista per il 12 giugno 2026. Le procedure accelerate alle frontiere per l’esame delle domande di protezione internazionale, l’estensione dei trattenimenti amministrativi e il rafforzamento dei dispositivi di controllo vengono considerati strumenti che metteranno ulteriormente in discussione il diritto alla protezione internazionale e i diritti fondamentali delle persone immigrate e richiedenti asilo nell’Unione Europea. 3. L’apertura del CPR a Castel Volturno. Al centro della discussione vi è stata l’opposizione all’apertura del CPR a Castel Volturno, considerata una questione decisiva per l’intero territorio regionale. È stata ribadita con forza la contrarietà alla realizzazione del centro di detenzione amministrativa, ritenuto l’emblema di un modello fondato sulla repressione, sull’esclusione e sulla criminalizzazione delle persone immigrate, ma anche delle reti di solidarietà meticce. Nel corso dell’assemblea è stato sottolineato che, per impedire l’apertura del CPR, sia necessario costruire una strategia condivisa, capace di parlare a settori ampi della popolazione e non soltanto alle realtà dell’attivismo, della militanza e dell’impegno civile. È necessaria una strategia che sappia anche individuare gli interessi economici e sociali che l’apertura del CPR attiverebbe e quelli che colpirebbe anche a livello locale. 4. Persone nel sistema di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati e in uscita. L’assemblea ha riconosciuto la necessità di rafforzare il sistema di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo in Campania e sostenere le persone che usciranno a breve dai centri di accoglienza in assenza di alternative; tra queste famiglie palestinesi con bambini e bambine. 5. La crescente disumanizzazione in corso. L’assemblea ha inoltre richiamato la necessità di contrastare la progressiva normalizzazione dei processi di disumanizzazione oggi in corso. Diversi interventi hanno sottolineato come non sia possibile accettare un modello di società che divide l’umanità tra chi dispone pienamente di diritti e chi viene progressivamente privato della propria dignità e della propria possibilità di esistenza. Questa logica si manifesta tanto nelle morti evitabili nel Mediterraneo quanto nella distruzione e nel massacro sistematico in corso a Gaza. B. PROPOSTE La discussione collettiva ha fatto emergere una molteplicità di proposte per le varie tematiche affrontate, ponendo come prioritaria una scelta di metodo, secondo la quale è necessario proseguire il percorso di confronto e coordinamento regionale attraverso iniziative comuni, momenti pubblici di mobilitazione e percorsi territoriali capaci di rafforzare solidarietà, organizzazione sociale e partecipazione democratica. Le proposte emerse, elaborate all’interno delle realtà collettive intervenute, hanno riguardato diversi aspetti. Qui si riporta la sintesi solo di quelli maggiormente coerenti con gli obiettivi prioritari dell’assemblea: * Evitare l’apertura del CPR a Castel Volturno, la quale metterebbe in discussione tutti i percorsi sociali di cooperazione per i diritti sociali e civili condotti negli ultimi due decenni. La mobilitazione contro il CPR in Campania si inserisce nella campagna più generale per il superamento del sistema di detenzione amministrativa a livello nazionale; * Superare logica e meccanismi del decreto flussi, produttore di irregolarità amministrativa; * Dopo avere riconosciuto che la residenza è un ostacolo al rinnovo dei permessi di soggiorno è necessario pensare a un superamento di questo vincolo per evitare la produzione istituzionale di ulteriore irregolarità amministrativa; * Contribuire a individuare con le persone direttamente interessate percorsi possibili di uscita dal sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. In particolare, il superamento strutturale del decreto flussi può essere sostituito da strumenti alternativi. La discussione assembleare ha raccolto le seguenti proposte: * Nell’immediato, a leggi invariate, è possibile riconoscere il permesso di soggiorno in attesa di occupazione alle persone che non hanno potuto convertire il visto connesso al decreto flussi in permesso di soggiorno, evitando così alle persone de facto truffate di ritrovarsi in condizione di irregolarità amministrativa; * Utilizzare l’articolo 18 per le persone in condizioni di sfruttamento lavorativo per sostenere la tutela personale; * Il superamento del decreto flussi si può realizzare introducendo a livello legislativo la misura del visto per ricerca lavoro, in modo da liberare le persone dai meccanismi truffaldini e dai ricatti delle diverse forme di intermediazione. C. PROSSIME INIZIATIVE REGIONALI * Assemblea del 30 maggio a Castel Volturno: ulteriore momento di costruzione per la mobilitazione regionale. Si specifica che nel frattempo questa assemblea 1 si è svolta e ha confermato le mobilitazioni già in programma, oltre a prevedere una giornata di auto-formazione sul tema del CPR a Napoli il 13 giugno; * Manifestazione del 20 giugno a Napoli “Inventare l’avvenire”;  * Iniziativa “Mediterraneo Antirazzista” il 5 e 6 giugno a Scampia.  In conclusione, l’assemblea propone la moltiplicazione in ambito regionale, in più territori possibili, di momenti di discussione pubblica in modo particolare concentrati sulla proposta di apertura del CPR a Castel Volturno. Inoltre, l’assemblea propone di rendere protagonista l’università, che può contribuire all’elaborazione dei movimenti sociali, ma anche essere invitata a prendere posizione dal punto di vista istituzionale, con i suoi organismi di rappresentanza. Per quest’ultima ragione, è stato proposto di verificare una presa di posizione dei lavoratori e lavoratrici della ricerca in Campania e l’organizzazione di ulteriori iniziative negli atenei della regione. In definitiva, l’incontro del 26 maggio ha costituito un contributo verso la costruzione di uno spazio regionale di confronto, solidarietà e mobilitazione contro il razzismo istituzionale, la detenzione amministrativa e lo sfruttamento, e per l’affermazione di pratiche di accoglienza, giustizia sociale e partecipazione democratica, compresa la partecipazione delle università campane e le loro possibili prese di posizione. PARTECIPAZIONE:  SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera sud, Cidis impresa sociale, Forum Antirazzista Salerno, LINK Fisciano, LINK Napoli, Uds Campania, REST Campania Network, SpG Salerno, Associazione Memoria in Movimento, Potere al Popolo – Agro Nocerino Sarnese, Casa del Popolo Cohiba, Libera Campania, Associazione Giovani Italo-Algerini (Figli del Mediterraneo), Associazione Asinu, Assemblea lucana no CPR, Emergency – ambulatorio di Castel Volturno, Movimento migranti e rifugiati di Napoli. 1. Un resoconto è stato curato da Vanna D’Ambrosio: A pochi chilometri dalla tomba di Jerry Essan Masslo. CPR a Castel Volturno? «Né qui né altrove» ↩︎
Women State Trafficking: l’appello di RR[X]
Dal giugno 2023 a oggi, almeno 7.400 persone sono state vendute come merce umana alla frontiera tra Tunisia e Libia. Si tratta di una stima per difetto. Esseri umani in cambio di denaro. O scambiati con carburante e droga. Opera di agenti in divisa, ufficiali di stato della Garde Nationale Tunisienne ed altrettanti colleghi, di stato e non, libici. I fondi che hanno contribuito e continuano a costruire l’infrastruttura logistica di questa filiera sono europei. Questo è ciò che documenta Women State Trafficking, il secondo rapporto di RR[X] 1, pubblicato sulla base di 33 nuove testimonianze raccolte tra dicembre 2024 e febbraio 2026. Donne, uomini, minori, madri con neonati in braccio, donne incinte. Sono storie che lasciano solchi, che non si vorrebbero sentire per la violenza che trasudano, che ricordano l’assurdità di un mondo in cui tutto questo è possibile, legale, impunito. Le abbiamo portate a Bruxelles, alla sede del parlamento Europeo. IL RAPPORTO, IN SINTESI Women State Trafficking è la prosecuzione del primo rapporto State Trafficking (presentato a gennaio 2025) e si concentra sulle violenze di genere subite dalle donne migranti e rifugiate nel corso delle operazioni di espulsione, vendita e detenzione tra Tunisia e Libia. Il sistema, ampiamente documentato, funziona in modo stabile e reiterato: arresti arbitrari fondati sul colore della pelle, trasporto verso la frontiera con grandi bus o camion destinati al bestiame, detenzione in gabbie metalliche sotto antenne ad alta tensione, vendita a gruppi armati libici, che poi trasportano e recludono nelle prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah. La caserma della Garde Nationale Tunisienne di El Meguissem è il nodo principale di questa catena in Tunisia. Precede la vendita. Intorno a essa, diversi testimoni hanno descritto fosse comuni, cadaveri, corpi abbandonati nel deserto. Poi, l’acquisto e l’arrivo nelle prigioni libiche. Le interviste descrivono un ciclo di violenza articolato in tre fasi: * deumanizzare, attraverso umiliazioni pubbliche, distruzione dei documenti, annientamento giuridico e fisico, privazione di cibo, acqua e cure mediche. * Violentare: stupri sistematici da parte di agenti in divisa sia in Tunisia che in Libia, perquisizioni intime su donne e bambini, violenze fisiche e psicologiche, veri e propri atti di tortura. * Prostituire: attraverso un sistema di schiavitù per debito in cui le donne che non possono pagare il riscatto vengono avviate al lavoro sessuale forzato o in case di prostituzione forzata o presso privati. Gli uomini sono invece destinati allo sfruttamento lavorativo. Il corpo delle donne vale di più: ha un prezzo più alto, segue spesso traiettorie carcerarie separate da quelle degli uomini, inclusi i mariti, i padri dei loro figli. > Non c’è una singola testimonianza raccolta in questi due rapporti che non > menzioni la morte di qualcuno. NESSUNO PUÒ DIRE DI NON SAPERE Il sistema di Tratta di Stato tra Tunisia e Libia è documentato. È geolocalizzato. Ha nomi, coordinate, uniformi. Una caserma in Tunisia ha le coordinate esatte. El Meguissem. Ci sono prigioni in Libia: Al Assah. Bir el Ghanam, CharaCharah. Le prime due sono state localizzate. In Libia, c’è persino una parola che spiega la vendita al dettaglio, il barnamiche. Alla pubblicazione del primo rapporto, il governo tunisino ha parlato di “notizie false”. La Commissione europea non ha avviato nessuna indagine. Il Parlamento Europeo, nel febbraio 2026, ha inserito la Tunisia nella lista dei “Paesi di origine sicuri” e nella lista di Paesi Terzi sicuri. Le nostre segnalazioni, ripetute e documentate, hanno avuto come sola risposta dichiarazioni di circostanza. Grazie al lavoro legale di ASGI, due sopravvissuti alla tratta di stato, oggi in Italia, hanno depositato ricorsi contro la Tunisia presso la Corte Africana sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli. > Nessuno oggi può più dire di non sapere. IL CORAGGIO DEI TESTIMONI, IL DOVERE DELLA DENUNCIA, IL RICHIAMO ALL’AZIONE I testimoni hanno parlato, raccontato. Per farlo hanno rivissuto la violenza di quei lunghi mesi di soprusi. Violenze reiterate ad ogni arresto, ad ogni rapimento, ad ogni cattura in mare. Hanno messo in gioco la propria incolumità perché la loro voce fosse portata di fronte alle istituzioni. Ci hanno facilitato il compito fornendo dettagli, date e luoghi, dolorose memorie. Ci hanno permesso di ascoltare altre persone, anch’esse sopravvissute agli orrori. Alcuni di loro, da allora, sono scomparsi. Altri sono stati nuovamente arrestati e deportati. La maggior parte vive ancora in Libia, esposta al rischio di nuovo sequestro. Alcuni hanno attraversato il mare, continuando a lottare e perseguire la volontà di arrivare in Europa per costruirsi un futuro. Come RR[X] abbiamo scelto di lavorare anonimi: viviamo in un mondo contorto in cui chi denuncia può essere perseguito. Lavoriamo anonimi perché non sono i nostri nomi o le istituzioni a cui apparteniamo ad avere importanza, ma le storie che raccontiamo. Abbiamo raccolto e analizzato 63 testimonianze su 59 diverse operazioni di espulsione. Abbiamo condiviso le coordinate geografiche dei luoghi della tratta con funzionari di agenzie internazionali e organismi dell’Unione Europea. Abbiamo portato le voci delle vittime al Parlamento Europeo, alla Camera dei Deputati, al Senato italiano, al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra, al Tribunale Permanente dei Popoli a Palermo. Continueremo a raccogliere voci e testimonianze finché l’orrore non finirà, a trasmettere la violenza attraverso le parole di chi l’ha subita. Non sono certo le testimonianze a mancare. Ma non possiamo continuare noi soli, perché non è più il tempo della sola ricerca. IL NOSTRO È UN APPELLO Ora pensiamo sia il momento di azioni concrete: poco importa se siano semplici o eclatanti. È il momento per la società civile, europea e non, di intervenire, di agire, di provare direttamente a cambiare una situazione di ingiustizia radicale. Altre esperienze – quella della flottilla tra le più recenti – dimostrano che questo è possibile. E’ il momento di costruire un’azione che provi ad interrompere la riduzione in schiavitù di migliaia di persone in nome della Fortezza Europa. Il nostro è un appello al mondo della solidarietà e dell’antirazzismo, al movimento femminista e transfemminista, alla flotta civile e agli equipaggi di terra, alle organizzazioni di difesa dei diritti umani, a quanti nelle istituzioni lottano per la giustizia sociale e la libertà di movimento. Continuiamo a diffondere questo rapporto. Parliamone. Portiamolo nelle scuole, nelle università, nelle redazioni, nei teatri, nelle parrocchie e nei centri sociali, nei nostri gruppi, nelle nostre reti, nel mondo di cui facciamo parte. Facciamolo conoscere e diffondiamo le voci dei sopravvissuti e delle vittime. Perché i rapporti che abbiamo scritto non devono restare letteratura per esperti e addetti ai lavori. Chiediamo ai rappresentanti politici di prendere posizione a livello locale, nazionale, europeo; di andare a ispezionare i luoghi che sono finanziati con i soldi dei contribuenti europei. La caserma di El Meguissem in Tunisia, le prigioni di Al Assah, Bir Al-Ghanam, Characharah in Libia. Sono lager della tratta di stato. Devono essere chiusi. Sosteniamo le azioni legali già in corso e moltiplichiamole. Portiamo le voci dei testimoni di fronte a tribunali nazionali e Corti Internazionali. Apriamo un corridoio umanitario immediato. Mettiamo in sicurezza i testimoni, perchè sono tutti in condizioni di pericolo. Solo 8 su 63 sono ora in un paese sicuro. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere verso Tunisia e Libia, hanno determinato la diminuzione degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo Centrale. E’ un dato reale. Ma le cifre che si abbassano hanno il prezzo di migliaia di persone che affogano e di esseri umani catturati e destinati al mercato degli schiavi. I finanziamenti europei destinati alla gestione delle frontiere tunisine e libiche, che alimentano le infrastrutture della tratta di stato, devono essere sospesi finché le responsabilità non saranno accertate. Ognuno di noi può fare qualcosa. Ora. 1. RR[X] è il gruppo di ricerca internazionale autore dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking. Opera in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare il lavoro di documentazione. Per informazioni: statetrafficking@onenetbeyond.org Ufficio stampa: redazione@meltingpot.org ↩︎
Roma, 28 marzo – La marcia degli invisibili
Negli ultimi decenni, in maniera più pesante in tempi recenti, sulla pelle delle persone migranti e rifugiate sono state sperimentate politiche discriminatorie, repressive, di criminalizzazione e razzismo. La destra suprematista globale mondiale, così come quella europea e italiana, alimenta rancore sociale e produce sempre maggiore marginalità e irregolarità, per poter incassare utili elettorali, spingendo sull’acceleratore del razzismo di Stato. L’assenza di un’alternativa politica e culturale, determinata anche da un approccio timido e miope delle forze democratiche e di sinistra, o peggio ancora di subordinazione alla destra, inseguita sul suo terreno, ha creato lo spazio per una egemonia politica e culturale del razzismo come tratto sistemico nelle nostre società. Fino a rendere possibile la cancellazione di ogni diritto, incluso quello alla vita, come avviene nel mediterraneo da tanti anni. Le persone di origine straniera e le persone razzializzate, milioni di uomini e donne, che peraltro contribuiscono in misura rilevante al benessere di questo Paese, non trovano spazio e voce nel dibattito pubblico che le riguarda, e sono rese invisibili da una classe dirigente razzista e classista e da un sistema della comunicazione quasi totalmente concentrato, salvo poche eccezioni, sul teatrino dei palazzi della politica. Per contro, sono quotidianamente esposte a micro aggressioni nei rapporti sociali, discorsi d’odio sui social e nel dibattito pubblico, e profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Il movimento antirazzista italiano ed internazionale da anni subisce attacchi continui e viene criminalizzato da chi ha investito tutto sull’allargamento dello spazio del razzismo. Il processo avviato dalla convergenza NoKings si fonda anche sull’apertura di uno spazio per le istanze di persone rifugiat3 e migranti. È necessario e urgente restituire visibilità e dare la parola alle persone migranti e a chi si batte al loro fianco per l’affermazione dei diritti e della dignità di ogni essere umano. È necessario rendere visibili, portandole in piazza, le tante vertenze che in questi anni hanno animato e animano la mobilitazione sociale e il movimento antirazzista. * Chiudere la stagione della detenzione amministrativa con la cancellazione dell’aberrazione dei CPR. * Annullare gli accordi di esternalizzazione delle frontiere, che hanno l’obiettivo di cancellare le convenzioni internazionali sul soccorso in mare e sul diritto di asilo, e imporre le deportazioni e gli internamenti nei lager per liberarsi delle e dei richiedenti asilo e dell’insieme delle persone in movimento, a partire dal Memorandum con la Libia e di quello con la Tunisia, che tanta violenza e morte hanno provocato in questi anni, dal Protocollo con l’Albania e dagli accordi che l’Unione Europea e stati membri hanno già attuato 10 anni fa con la Turchia e che ora vorrebbero realizzare con paesi terzi extra UE. * Istituire con urgenza un programma di ricerca e salvataggio europeo e cancellare tutte le norme che impediscono di agire alle ONG che operano anche nelle zone SAR non solo di competenza italiana. * Rivedere radicalmente la pratica fallimentare dei decreti flussi e nel contempo agevolare forme di regolarizzazione permanente per chi vive, lavora, ha costruito legami sociali e affettivi in Italia, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici truffate dall’ultimo decreto flussi. * Ribaltare la logica del nuovo Patto Europeo Migrazioni e Asilo, contro i sovranismi e la costruzione di nuovi muri, per uno spazio politico europeo costruito a partire dai territori e dalle comunità, investendo su percorsi di accoglienza pubblici diffusi e sull’allargamento dei diritti per richiedenti asilo e titolari delle altre forme di protezione. * Riformare la legge sulla cittadinanza affinché chi nasce o cresce in Italia possa essere riconosciuto a pieno diritto come italiano e italiana; rivedere tutto l’impianto della legge n. 91/1992 basato sulla concessione, sul merito e sul reddito, mettendo al centro l’idea che la cittadinanza non sia un punto di arrivo ma parte del percorso di integrazione; eliminare gli strumenti che consentono la sempre più facile revoca della cittadinanza, che nulla ha a che fare con la sicurezza ma che serve solo a produrre ricattabilità e precarizzazione dei/delle nuov3 cittadin3. La cittadinanza deve cessare di essere una concessione per diventare un diritto, le cui condizioni sono contenute nella legge, per uscire dalla discrezionalità della pubblica amministrazione e agevolare percorsi di accesso alla cittadinanza anche per le adulte e gli adulti che vivono stabilmente in Italia. * Consentire la libertà di movimento per chi cerca lavoro e chi cerca protezione, unico modo per combattere i trafficanti di persone. Per questi motivi facciamo appello a tutte le organizzazioni, i movimenti e le reti sociali, a tutte le persone che hanno a cuore il principio di uguaglianza, di scendere in piazza il 28 marzo nell’ambito della giornata di mobilitazione TOGETHER, promossa dalla rete No Kings, contro ogni forma di razzismo. Diamo appuntamento sabato mattina alle 12 a Roma davanti alla fermata Colosseo della metro B per partecipare alla Marcia degli invisibili e poi convergere nel grande corteo che partirà alle ore 14 da Piazza della Repubblica. * Per adesioni: marciadegliinvisibili@gmail.com PRIME ADESIONI A Buon Diritto, ACLI, ActionAid Italia, ADIF, ARCI, Baobab Experience, Casa dei Diritti Sociali, CNCA, Convenzione dei Diritti nel Mediterraneo, Emergency, Europasilo, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, Giuristi Democratici, Gruppo Melitea, Italiani Senza Cittadinanza, Mai più Lager – No ai CPR, Mediterranea Saving Humans, Municipi Sociali Bologna, Network Against Migrant Detention, NO CAP, Nonna Roma, Oxfam Italia, Partito della Rifondazione Comunista, Progetto Melting Pot Europa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete dei Numeri Pari, Rete #NoBavaglio, Spintime Labs, Transform! Italia, UNIRE, Ya Basta Bologna (in aggiornamento…) > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Network Against Migrant Detention > (@networkagainstmigrantdetention)