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La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17… Tahar Lamri
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
Almeno potranno seppellirci
-------------------------------------------------------------------------------- I grandi investimenti del governo sulla Difesa e l’industria militare, il business dell’intelligenza artificiale, le infinite feste per i Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Eppure c’è chi nelle città del ricco nord muore d’abbandono, freddo, stenti: Hishen, Shirzai, Nabi e Muhammad sono giovani migranti morti in questi giorni di dicembre in Friuli Venezia Giulia. Moltissimi altri in questo momento sono ammalati con bronchiti e broncopolmoniti e vivono abbandonati in strada tra i topi, ad esempio a Trieste. Secondo le classifiche del Sole 24 ore, tra le oltre cento province, Trieste è al 17esimo posto per la qualità della vita. Siamo di fronte a una violenza razziale capillare, dice l’associazione Linea d’ombra di Trieste, per cui il disagio estremo e anche la morte in mare e in terra dei migranti non vale niente. Tutto questo accade ogni giorno in silenzio fra le luminarie natalizie. Non chiamatelo incidente. Non chiamatela emergenza. Racconta Lorena Fornasir di Linea d’ombra: “La ferita è profonda, sussurra un rumore cupo mentre scava, corrode, deturpa la solidarietà umana. Il veleno scorre sottile, si nasconde nei dettagli lasciando nell’indifferenza questi corpi d’inciampo, buoni solo da usare e sgomberare”. L’altro giorno Lorena ha ricevuto questa richiesta di aiuto: “Lorena, arriviamo ogni giorno in Questura a Gorizia. È successo ieri alle 9. Stiamo viaggiando molto e stiamo soffrendo molto. Non riceviamo alcun riparo. Non possiamo stare fuori in questo momento perché fa molto freddo e, inoltre, non abbiamo soldi. Oggi un nostro fratello che vaga da tre mesi per fare domanda, si è sentito male ed è caduto a terra. Sta molto male. In seguito è stato ricoverato in ospedale. Molti si ammalano ogni giorno. Per favore organizza un campo per noi, altrimenti organizza di mandarci in Bangladesh, non possiamo più sopportare questo dolore. Anche se rischiamo di morire, andremo comunque in Bangladesh perché, se dovessimo morire, i nostri genitori bengalesi almeno potranno seppellirci. È meglio morire in Bangladesh che morire senza speranza in questo Paese….”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Almeno potranno seppellirci proviene da Comune-info.
Protezione speciale: una tutela che evita una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare
Sei decisioni del Tribunale di Genova che riconoscono la protezione speciale a richiedenti asilo provenienti da Bangladesh, Marocco e Pakistan, confermando un orientamento giurisprudenziale ormai cristallino: la tutela va garantita quando il rimpatrio comporterebbe una compressione grave e irreversibile della vita privata e familiare, alla luce dell’art. 8 CEDU e dell’art. 19, co. 1.1 TUI. Le decisioni sottolineano come, in tutti i casi, i ricorrenti abbiano costruito in Italia percorsi di integrazione lavorativa, sociale e linguistica solidi, spesso accompagnati da impegni formativi, contratti stabili e reti amicali o familiari. Si tratta di un progetto di vita e radicamento territoriale dopo esperienze di estrema vulnerabilità: anni di povertà e indebitamento nei Paesi di origine, detenzione e torture in Libia, naufragi, problemi di salute e cura affrontati in Italia. I giudici riconoscono che interrompere bruscamente questi percorsi costituirebbe, di per sé, una condizione degradante. Le sentenze richiamano anche le condizioni oggettive dei Paesi di provenienza: l’instabilità politica e la violenta repressione delle proteste in Bangladesh, l’invivibilità socio-economica e ambientale che caratterizza intere aree del paese, aggravata da eventi climatici estremi, erosione, inondazioni e insicurezza alimentare; le gravi violazioni dei diritti umani in Pakistan, soprattutto a danno delle minoranze religiose. In altri casi incide la mancanza di qualsiasi rete familiare nel Paese di origine dopo decenni trascorsi all’estero. La valutazione complessiva porta il Tribunale a ritenere che il rimpatrio forzato vanificherebbe percorsi di integrazione ormai sostanziali, creando un vulnus grave e attuale ai diritti fondamentali dei ricorrenti. Queste sei pronunce rafforzano ulteriormente il ruolo della protezione speciale come strumento imprescindibile per garantire continuità di vita, dignità e tutela effettiva per chi, in Italia, ha già costruito una parte significativa della propria esistenza. 1) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’1 agosto 2025 2) Ricorrente del Pakistan – Tribunale di Genova, decreto del 4 agosto 2025 3) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 10 ottobre 2025 4) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto del 14 ottobre 2025 5) Ricorrente del Marocco – Tribunale di Genova, sentenza del 21 ottobre 2025 6) Ricorrente del Bangladesh – Tribunale di Genova, decreto dell’11 novembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Alessandra Ballerini per le segnalazioni.
Riconosciuta la protezione speciale con interpretazione art. 19 TUI post cd. DL Cutro
Il Tribunale di Roma riconosce la protezione speciale ad un ricorrente originario del Bangladesh, la particolarità della decisione è relativa al fatto che l’istanza di protezione è stata avanzata dal richiedente nel 2024 e quindi post legge Cutro.  L’audizione escludeva potenziali rischi di persecuzioni ai danni del ricorrente (per sua stessa ammissione) sicché la richiesta di protezione speciale rimaneva l’unica opzione valida e percorribile, evidenziato l’elevato grado di integrazione del ricorrente e la “sopravvivenza” al DL Cutro del comma 1 art. 19 e soprattutto dell’interpretazione alla luce dell’art. 8 Cedu. La decisone del Tribunale riconosce il permesso per protezione speciale, applicata alla fattispecie in esame, secondo il combinato disposto dell’art. 19, c. 1 e primo–secondo periodo del c.1.1 TUI (inespellibilità per violazione art. 5, c.6 TUI), art. 5, c.6 TUI (obbligo di rispettare gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato) e della tutela diretta di cui all’art. 8 CEDU. La sentenza inoltre richiama la giurisprudenza CEDU (Narjis c. Italia; Üner c. Paesi Bassi, GC; Maslov c. Austria, GC) e della Cassazione (Cass. 28162/2023; Cass. SS.UU. 24413/20219) a fronte della quale viene conferma la ratio della protezione speciale affermando che, di fatto, l’allontanamento del ricorrente costituirebbe: * violazione del diritto al rispetto della vita privata ex art. 8 CEDU; * violazione degli obblighi costituzionali e internazionali ex art. 5, c.6 TUI; * regressione materiale e sociale incompatibile con i parametri della Corte EDU. Tribunale di Roma, decreto del 29 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Denis Ferri per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative al permesso di soggiorno per protezione speciale
[Da Roma a Bangkok] Bangladesh: corruzione, repressione e sviluppo
In questa puntata parliamo di Bangladesh, un paese che ha assistito ad una rapidissima crescita economica ma che è caratterizzato da enormi contraddizioni: ripercorriamo sinteticamente le vicende storiche che hanno portato all’indipendenza e poi alla rivoluzione del 2024, con il successivo insediamento del governo temporaneo di Yunus Muhammad, premio Nobel per l’invenzione del microcredito. Cerchiamo quindi di analizzare le motivazioni della forte emigrazione che caratterizza il paese: pratica sistematica della corruzione, repressione, situazioni geo-climatiche difficili, condizioni di lavoro spaventose...
L’espulsione dei Rohingya da Myanmar è un grande errore
Nel gioco della geopolitica, forse la regola più importante è “prima l’interesse personale”. Nel Rakhine (regione occidentale del Myanmar precedentemente chiamata Arakan, N.d.r), ogni attore, compresa la giunta militare, il governo civile e la Lega Unita di Arakan (ULA) e l’Esercito Arakan (AA) hanno cercato il proprio interesse, creando una situazione complessa per i Rohingya. Ma “espellere i Rohingya dal Rakhine” è stato il più grande errore di calcolo strategico da parte della giunta e dell’allora governo civile della National League for Democracy (NLD) guidato da Suu Kyi. Prima della pulizia etnica Rohingya del 2017, il Rakhine aveva una popolazione in cui circa il 55% delle persone era buddista, il 43% musulmano, l’1,2% cristiano, lo 0,3% indù e lo 0,1% seguiva l’animismo. Chiaramente, c’erano solo due gruppi importanti, vale a dire i buddisti Rakhine e i musulmani Rohingya. Con 1,2 milioni di Rohingya espulsi dal Rakhine nel vicino Bangladesh, i buddisti Rakhine ora godono di una maggioranza di circa l’80%. Il desiderio del popolo Rakhine di una nazione Arakan/Rakhine indipendente o forse di uno stato Rakhine autonomo è cresciuto come risultato di questa circostanza. Poiché la Lega Unita di Arakan (ULA) o l’Esercito Arakan (AA) ottiene il pieno sostegno dei buddisti Rakhine, l’AA ora sogna un paese Arakan/Rakhine autonomo o addirittura indipendente. L’espulsione dei Rohingya, quindi, ha chiaramente giovato all’ULA/AA e ai buddisti Rakhine. L’ULA/AA ora detiene la posizione di autorità governativa de facto nello stato di Rakhine, che è dominato dai buddisti. La giunta militare controlla solo tre delle diciassette township di Rakhine: Sittwe, Kyaukphyu e Manaung, mentre AA ne controlla attualmente quattordici. Le municipalità di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, un tempo conosciute come la casa dei Rohingya, sono ora tutte sotto il controllo dell’AA. Se i Rohingya fossero rimasti nella provincia di Rakhine, il rapporto tra Rakhine e Rohingya oggi sarebbe stato di circa 55 : 43. Di conseguenza, i buddisti Rakhine, essendo circa la metà della popolazione, non potevano rivendicare un paese indipendente in base alla loro identità etnica. Ciò giustifica chiaramente il motivo per cui i buddisti Rakhine sono stati coinvolti anche nell’espulsione dei Rohingya dallo stato Rakhine. I conflitti storici tra questi due gruppi sorsero durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo, i musulmani Rohingya, che erano alleati con gli inglesi, combatterono contro i buddisti Rakhine locali alleati con i giapponesi. Dopo l’indipendenza nel 1948, il nuovo governo di unione del paese a maggioranza buddista sottopose i Rohingya a un’ampia discriminazione sistematica nel paese. L’esercito del Myanmar, purtroppo, si è costantemente opposto ai Rohingya negli scontri tra buddisti Rakhine e musulmani Rohingya. La Giunta ha sempre ignorato che i Rohingya non avessero mai chiesto la separazione o uno Stato Rakhine indipendente; tutto quello che chiedevano era la cittadinanza e il diritto di vivere nella loro patria come altri gruppi etnici. Quindi, non c’è mai stata alcuna minaccia alla sovranità o all’integrità territoriale del Myanmar da parte del popolo Rohingya. Sfortunatamente, nonostante le ampie prove della presenza etnica dei Rohingya in Myanmar per generazioni, la maggior parte degli attori interni li vede ancora come migranti coloniali e postcoloniali britannici dal vicino Bangladesh. > ‘A Comparative Vocabulary of Some of the Languages Spoken in the Burma Empire’ > di Francis Buchanan (1799), che è stato ripubblicato nel 2003, afferma che, > tra i gruppi nativi di Arakan, ci sono i “maomettani, che si sono da tempo > stabiliti in Arakan, e che si definiscono Rooinga, o nativi di Arakan”. Il > Classical Journal del 1811 identificò la “Rooinga” come una delle lingue > parlate nell ‘”Impero birmano”. Nel 1815, Johann Severin Vater elencò “Ruinga” > come gruppo etnico con una lingua distinta in un compendio di lingue > pubblicato in tedesco. Ignorando la storia, il Myanmar considera ancora oggi i Rohingya come immigrati illegali e non cittadini. Così, la persecuzione dei Rohingya è andata oltre ogni limite. Violente repressioni su larga scala mirate ai Rohingya — come l’ Operazione King Dragon nel 1978e l’ Operazione Clean and Beautiful Nation nel 1991 — costrinsero centinaia di migliaia di persone a fuggire verso il Bangladesh. Lo spietato assalto dell’esercito del Myanmar ai villaggi rohingya nell’agosto 2017 ha segnato l’inizio della fase più recente e probabilmente più grave della persecuzione dei rohingya. In seguito, il capo dell’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto le azioni dei militari come “un esempio da manuale di pulizia etnica”, “atti di barbarie orribile” e possibilmente “atti di genocidio”. La persecuzione ha costretto oltre un milione di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh, mentre migliaia sono fuggiti in India, Tailandia, Malesia e altre parti dell’Asia sud-orientale. Nella realtà odierna, per salvare l’integrità territoriale di Rakhine e Myanmar, c’è solo una strada per il governo del Myanmar, ed è quella di rimpatriare i Rohingya a Rakhine, restituendo loro la cittadinanza e creando un equilibrio. Gli attori regionali e globali non possono permettersi di sedersi e guardare la caduta di Rakhine come un  qualsiasi attore non statale, perché questo incoraggerà molti gruppi ribelli e separatisti nelle regioni dell’Asia sud-orientale, minacciando la sicurezza e la stabilità. -------------------------------------------------------------------------------- Imran Hossain, docente al Dipartimento di Business Administration, Bangladesh Army International University of Science and Technology (BAIUST), (MBA), (BBA), Università di Rajshahi. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza New York
[Da Roma a Bangkok] Primavere asiatiche? Corruzione e colonialismo
A settembre sono esplose proteste nelle strade delle Filippine dopo alluvioni che hanno travolto interi slum, pochi giorni prima forti proteste si sono riversate nelle strade del Nepal, dell'Indonesia e di paesi di America e Asia. In questa trasmissione cerchiamo di dare un quadro ampio delle rivolte a cui abbiamo assistito dal 2022 a oggi in Asia, tanto che qualcuno parla di primavere asiatiche. Una matrice comune è sicuramente la corruzione dei governi e le conseguenti povertà e mancanza di stato sociale per le popolazioni ma cerchiamo anche di analizzare come lo sfruttamento coloniale dell'ovest globale sia coinvolto. 
Riconosciuta la protezione speciale per povertà inemendabile in Bangladesh
Il Tribunale di Roma riconosce la protezione speciale a un cittadino del Bangladesh che aveva rinunciato in corso di giudizio alle protezioni superiori. La parte più interessante della pronuncia riguarda il riconoscimento della protezione a causa della povertà inemendabile cui il ricorrente e la famiglia andrebbero incontro in caso di rimpatrio. Assegnaci il tuo 5‰: scrivi 00994500288 Il Tribunale afferma infatti che: “Nel caso di specie è, dunque, evidente come il ricorrente stia compiendo numerosi sforzi per potersi integrare compiutamente nel nostro territorio, dove egli sta ricostruendo la sua intera esistenza ed un eventuale rimpatrio costituirebbe uno sconvolgimento radicale della sua vita privata, trasferendolo in una realtà notoriamente connotata da forti criticità, specie sotto il profilo socio-economico, dove correrebbe inoltre il rischio di rivittimizzazione. Sotto quest’ultimo profilo, va ricordato che, infatti, che anche se il Bangladesh nell’ultimo decennio è stato protagonista di una costante crescita economica che ha aiutato a contrastare la forte povertà presente, le fonti consultate dal Collegio descrivono chiaramente una diffusa situazione di povertà (…) Tanto consente di ritenere probabile che un eventuale rimpatrio esporrebbe in concreto il ricorrente al rischio di una grave compromissione dei suoi diritti fondamentali; ciò anche in considerazione dello stato di povertà inemendabile in cui versa la sua famiglia in Bangladesh, nonché dei numerosi debiti contratti dal ricorrente. In conclusione, è chiaro che il rimpatrio forzato del ricorrente costituirebbe una violazione certa del suo diritto alla vita privata, nel significato di nuova identità e stabilità che di tale nozione ha offerto la giurisprudenza della Corte di Strasburgo (Corte EDU, 14 febbraio 2019, Narjis c. Italia, n. 57433/15; Corte EDU, Grande Camera, Üner c. Paesi Bassi, n. 46410/99; si veda anche Corte EDU, Grande Camera, 23 giugno 2008, Maslov c. Austria, n. 1638/03). Considerate le sue circostanze personali, egli andrebbe, infatti, incontro alle difficoltà di un nuovo radicamento territoriale, perderebbe quanto conquistato in questo tempo nel nostro Paese, soprattutto dal punto di vista professionale, e incontrerebbe gravi difficoltà oggettive nel condurre una vita dignitosa, ritrovandosi senza lavoro, né mezzi di sussistenza per sé e per la propria famiglia. La permanenza in Italia preserverebbe, quindi, il ricorrente da uno scadimento estremamente significativo delle sue condizioni di vita e di quelle della sua famiglia in Bangladesh, da lui dipendente“. Tribunale di Roma, decreto del 9 giugno 2025 Si ringrazia l’Avv. Anna Pellegrino per la segnalazione e il commento. Il caso è stato seguito insieme all’Avv. Giulia Crescini. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Bangladesh * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Bangladesh : nuova ondata di profughi Rohingya dal Myanmar
Nuova ondata di profughi Rohingya L’Unhcr lancia l’allarme: i fondi si stanno esaurendo mentre è in corso un’ennesima fase migratoria di chi cerca rifugio in Bangladesh L’Unhcr, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, rende noto che almeno 150.000 rifugiati Rohingya sono arrivati a Cox’s Bazar, in Bangladesh, negli ultimi 18 mesi. Nella nota diffusa dall’Agenzia Onu si spiega che “Gli episodi mirati di violenza e le persecuzioni nello Stato di Rakhine, insieme al conflitto in corso in Myanmar, continuano a costringere migliaia di Rohingya a cercare protezione in Bangladesh. Questo flusso di rifugiati Rohingya verso il Bangladesh, distribuito su più mesi, rappresenta il più ampio dalla crisi del 2017, quando circa 750.000 persone fuggirono dalle violenze nel loro Stato di origine”. Mentre l’Agenzia sta procedendo al riconoscimento degli ultimi arrivati e provvedendo con i suoi partner ai bisogni della nuova ondata di profughi birmani, si stima che molti altri vivano informalmente nei campi già sovraffollati dell’area di Cox Bazar. La stragrande maggioranza è composta da donne e bambini. Mentre per ora è stato possibile offrire servizi di base, come alimentazione, assistenza medica, istruzione e beni essenziali – scrive l’Unhcr – senza fondi immediati, anche questi interventi rischiano di interrompersi. L’accesso a ripari adeguati e ad altri bisogni fondamentali rimane insufficiente a causa della carenza di risorse. “Nell’attuale contesto di grave crisi globale di finanziamenti, i bisogni urgenti sia dei nuovi arrivati sia di chi è già presente – sostiene l’Unhcr – rischiano di rimanere insoddisfatti, e i servizi essenziali per l’intera popolazione Rohingya sono a rischio collasso”: l’assistenza sanitaria subirà forti interruzioni entro settembre, mentre il combustibile da cucina (GPL) terminerà. Entro dicembre, anche l’assistenza alimentare sarà sospesa. L’istruzione per circa 230.000 bambini – inclusi 63.000 tra i nuovi arrivati – è a rischio interruzione. Il confine tra Bangladesh e Myanmar resta ufficialmente chiuso e sorvegliato dalle autorità di frontiera locali. Nel corso degli anni, il sostegno del Bangladesh e della comunità internazionale è comunque stato cruciale per rispondere ai bisogni primari dei rifugiati Rohingya e offrire loro protezione. Oggi, ogni aspetto dell’assistenza è compromesso dalla scarsità di fondi. L’Agenzia e i suoi partner umanitari invitano nuovamente la comunità internazionale a dimostrare solidarietà concreta verso il Bangladesh e gli altri Paesi della regione che accolgono rifugiati Rohingya. Atlante delle guerre