Socialismo: da utopia a progetto politicoParafrasando Mark Fisher, oggi è più facile pensare a un’Italia in cui esiste la
reimigrazione che a un’Italia in cui le aziende siano controllate dai
lavoratori. Eppure, per quasi cent’anni l’obiettivo ultimo della sinistra
europea e italiana è stato esattamente questo: superare il sistema di proprietà
privata delle aziende – per usare termini novecenteschi, dei «mezzi di
produzione» – e instaurare un sistema economico socialista. Certo, all’interno
della sinistra le idee variavano tanto su come si dovesse arrivare a questo
obiettivo (con la rivoluzione o con le riforme) quanto su chi materialmente
avrebbe dovuto gestirle, le aziende socializzate (tramite lo Stato o con
l’autogestione). Eppure, dai primordi del movimento internazionalista negli anni
Settanta dell’Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento, milioni di
militanti hanno condiviso questo orizzonte di possibilità.
È un dato che, da quando la sinistra ha smesso di progettare un mondo al di là
del capitalismo, ha perso anche la sua capacità di incidere sul presente. Oggi,
di fronte all’inasprirsi della crisi climatica e al rafforzarsi delle tendenze
imperialiste a livello geopolitico, la creazione di una società socialista
appare sempre meno un vezzo ideologico e sempre più una questione di
sopravvivenza. Ma se dall’altra parte dell’Atlantico ci arrivano indicazioni in
questo senso, è bene prima di tutto fare un passo indietro e capire come, in
Italia, il socialismo si sia trasformato da progetto politico a utopia.
NON CHIAMATELA UTOPIA
Tutto il primo secolo di storia della sinistra italiana è stato caratterizzato
dall’obiettivo, preciso e puntuale, del superamento del capitalismo e della
creazione di una società senza sfruttamento. Quando i militanti socialisti e
anarchici di fine Ottocento proponevano l’abolizione della proprietà privata dei
mezzi di produzione, non avevano in mente un principio lontano e dai caratteri
simbolici: intendevano proprio farlo.
Fino all’ascesa del fascismo, la sinistra si divise sulle modalità e le
tempistiche per arrivare a questo obiettivo. Un filone più radicale, incarnato
in varie fasi dal sindacalismo rivoluzionario, dal massimalismo e poi dal primo
comunismo, pensava all’instaurazione del socialismo come un atto puntuale
costruito attorno a una rivoluzione sociale – sull’esempio della grandi
rivoluzioni ottocentesche e di quella sovietica del 1917. D’altro lato dello
spettro del socialismo, i riformisti pensavano invece che lo stesso obiettivo
potesse essere attuato con gradualità e senza rompere col sistema costituzionale
liberale. Ma, al contrario dei presunti «riformisti» di oggi, l’obiettivo dei
riformisti di allora rimaneva il superamento del capitalismo: quando ci si
riferisce a un grande riformista come Giacomo Matteotti, per esempio, si parla
di un uomo che un angolo di socialismo «reale» aveva contribuito a costruirlo
nella sua terra di origine, il Polesine, dove le leghe contadine rosse avevano
instaurato un controllo popolare del sistema economico che costituiva, di fatto,
un principio di rottura con un sistema economico basato sul profitto.
L’avvento del fascismo cambiò radicalmente le priorità della sinistra italiana.
Dopo il fallimento del Biennio Rosso (1919-1920), che aveva portato la classe
operaia sull’orlo della rivoluzione sociale, le divergenze di vedute sul «come»
arrivare al socialismo rimasero, ma in un contesto radicalmente diverso. Mentre
prima la monarchia liberale permetteva degli spazi di movimento tanto per i
riformisti che per i rivoluzionari, il fascismo obbligò i militanti alla
clandestinità e all’esilio. La lotta antifascista divenne per tutte le tendenze
della sinistra una precondizione senza cui la costruzione del socialismo non
poteva che rimanere inimmaginabile. È bene però sottolineare come questa
continuasse a rimanere l’orizzonte ultimo di tutta la sinistra. Non solo dei
comunisti, che nei consigli operai e nelle fabbriche occupate del Biennio Rosso
avevano avuto un punto di riferimento storico, ma anche dei riformisti riuniti
nei partiti socialisti e in Giustizia e Libertà. Il tanto citato – quanto poco
letto – Socialismo Liberale di Carlo Rosselli (1930) non aveva per esempio alcun
dubbio a riguardo e, pur rifiutando il modello economico e politico sovietico,
ribadiva la necessità della socializzazione dei mezzi di produzione.
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Le grandi aspettative create dalla vittoria sul nazifascismo e dal ritorno della
democrazia aprirono un breve periodo in cui la socializzazione delle aziende
ritornò nell’orizzonte del possibile. Le speranze dei militanti socialcomunisti
si dimostrarono però infondate. La scelta dei partiti operai (Pci e Psi) di
aderire e rafforzare il nuovo ordine democratico pospose a un momento indefinito
il «salto socialista», portando come priorità la difesa dei diritti conquistati
con la guerra partigiana in un contesto in cui il rischio di una reazione
golpista era ben più che una teoria del complotto. Il tema del superamento del
capitalismo rientrò in scena solo con il grande ciclo di lotte popolari fra la
metà anni Sessanta e la fine dei Settanta. In seguito al «secondo Biennio Rosso»
(1968-9) la società italiana si trovò spostata molto più a sinistra del
precedente ventennio e diverse opzioni vennero elaborate all’interno della
galassia socialista. Il Pci definì ulteriormente il suo profilo gradualista con
il tentativo di creazione di una grande coalizione con la Dc che potesse rendere
strutturali le conquiste operaie rimanendo all’interno del quadro democratico.
Alla sua sinistra, diversi ipotesi rivoluzionarie gemmarono dalle lotte operaie
e studentesche, incarnando la rivitalizzazione di un filone autogestionario e
antistatalista rimasto ai margini nei decenni precedenti.
Non serve entrare nei dettagli per rendersi conto che entrambe le ipotesi, tanto
quella gradualista quanto quella rivoluzionaria, vennero sconfitte. Nel
frattempo, in tutta Europa, un vento nuovo iniziava a soffiare. Mentre in Italia
si esaurivano gli ultimi echi del protagonismo popolare post-’68, il mondo della
sinistra istituzionale iniziava lentamente ma inesorabilmente a smottare verso
il centro o – in altre parole – verso destra. A partire dall’Spd tedesca (1959),
i partiti socialdemocratici iniziarono a rinunciare all’orizzonte socialista e a
imbracciare un ben più umile ruolo di gestori di un capitalismo dal supposto
volto umano. La rivoluzione neoliberale era iniziata e gli effetti si videro in
Italia prima con la svolta «proudhoniana» del Psi di Craxi (1978), superata poi
a destra dal «giacobinismo democratico» del Pds di Achille Occhetto (1991),
erede del Pci. Mentre la sinistra istituzionale svoltava a destra, quella
sociale e di movimento iniziava a espungere l’obiettivo socialista dai suoi fini
ultimi, spostando le sue istanze di radicalità all’interno di un orizzonte
politico più plurale, ma, in ultima istanza, più parziale.
Se per cent’anni le varie tendenze della sinistra italiana erano state
accomunate da una progettualità socialista, a partire dagli anni Ottanta questa
divenne gradualmente più marginale, fino alla sua quasi totale sparizione nel
nostro presente. Inevitabilmente, l’orizzonte socialista si è trasformato da un
obiettivo attorno a cui milioni di militanti hanno costruito la propria azione
politica a una lontana utopia, che si rimpiange proprio perché si pensa
irraggiungibile.
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ABBIAMO UN PIANO
Paradossalmente, a ricominciare a far parlare di socialismo è stata la sinistra
più marginale del sistema euro-atlantico, quella statunitense. Le entusiasmanti
campagne elettorali di Bernie Sanders dello scorso decennio hanno ridato dignità
a una parola (socialismo) che negli Stati uniti sembrava essere stata obliterata
prima dalla repressione maccartista degli anni Cinquanta e poi dalla melassa
reaganiana degli anni Ottanta. Nel loro alveo si è formata una nuova generazione
di militanti che, raccolti nei Democratic Socialists of America (Dsa), stanno
gradualmente conquistando una centralità tanto nelle lotte elettorali quanto in
quelle sociali. L’inaspettata vittoria di Zohran Mamdani a New York, così come
il popolare profilo della deputata Alexandra Ocasio Cortez, hanno dato respiro a
chi vede nell’azione amministrativa e statale un possibile strumento di
trasformazione sociale. Contemporaneamente, nei sindacati statunitensi l’azione
dei militanti socialisti ha portato a una nuova stagione di lotte che – se non
ha ancora ribaltato la debolezza del sindacato statunitense – ha contribuito a
creare un consenso popolare verso le organizzazioni dei lavoratori
inimmaginabile nei paesi europei.
In queste esperienze d’oltreoceano, l’orizzonte socialista ha un valore di
orientamento strategico. Nessuno pretende di vincere elezioni o vertenze
parlando di superamento del capitalismo, ma questo orizzonte è stato
fondamentale per dare una direzione al movimento nel suo complesso. E non per
niente proprio all’interno della nuova sinistra statunitense si sta iniziando a
discutere su cosa voglia dire concretamente creare un’economia socialista. Il
fondatore del Jacobin Usa Bhaskar Sunkara, per esempio, ha recentemente
sostenuto che il socialismo che verrà assomiglierà poco alla pianificazione di
stampo sovietico, per avvicinarsi più a una società in cui libere cooperative di
lavoratori scambiano i propri beni sul mercato. Il sociologo e direttore della
rivista Catalyst Vivek Chibber ha a sua volta approfondito questa concezione di
«socialismo di mercato» (da non confondere col socialismo di mercato autoritario
cinese). In ogni caso, i socialisti americani stanno facendo del loro meglio per
rendere l’idea di una società socialista sempre meno un’utopia e sempre più un
progetto concreto.
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In Italia, nonostante il recente numero di Jacobin Italia dedicato proprio al
«ritorno» del socialismo, questo dibattito sembra risuonare poco nei ranghi
della sinistra istituzionale e di movimento. La sacrosanta proposta di tassa
patrimoniale, per esempio, è rimasta ancorata all’interno di un orizzonte
sostanzialmente redistributivo più che in un più vasto programma di
trasformazione sociale. E non è un caso che, di fronte alla legge-bluff sulla
«partecipazione dei lavoratori all’impresa» promossa dall’abbinata Cisl-destra,
la sinistra non sia riuscita ad andare oltre la denuncia dei suoi evidenti
limiti. Si è lasciato così il tema dell’estensione della democrazia nelle
aziende a un progetto neocorporativo e conservatore, non cogliendo l’occasione
per ricominciare a parlare di un vero controllo dei lavoratori sulle aziende. Un
controllo, questo, che, come propone Thomas Piketty, non dovrebbe limitarsi agli
organi di indirizzo come nel tanto citato modello di cogestione tedesco, ma
dovrebbe estendersi alla composizione dei consigli di amministrazione – mettendo
finalmente in discussione il principio di sovranità del capitale sulle aziende.
Una sinistra che recuperi un orizzonte socialista non potrebbe quindi che
ricominciare a parlare di cooperative, promuovendo un vero sostegno politico e
finanziario a un settore che, senza la sua iniziale spinta ideale e in mancanza
di seri controlli, ha finito spesso per omologarsi alle pratiche delle aziende
per capitali.
Al di là delle possibili proposte pratiche da poter introdurre, la lezione che
sembra arrivare dagli Stati uniti è che senza ricostruire una prospettiva di
società socialista, la sinistra sociale e istituzionale continuerà a non avere
abbastanza respiro per incidere sul presente. Il punto non è quello di
omogeneizzare l’ecologia della sinistra italiana attorno a un singolo programma
di cambiamento socialista. Per cent’anni i militanti della sinistra si sono
divisi sul cosa e sul come, ma questa apparente cacofonia ha spostato la storia
molto più in là dell’afasia di prospettiva che ha caratterizzato la sinistra
italiana degli ultimi quarant’anni. Pur mantenendo una pluralità di metodi e
sensibilità, solo un concreto orizzonte socialista potrà ridare fiato alla
sinistra e ai movimenti, in Italia come in Europa. È tempo che il socialismo
smetta di essere una lontana utopia delle passate generazioni e torni a essere
un concreto progetto politico per il nostro futuro.
*Stefano Poggi è ricercatore in storia presso l’Accademia Austriaca delle
Scienze (ÖAW) di Vienna.
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