
Socialismo: da utopia a progetto politico
Jacobin Italia - Wednesday, July 1, 2026
Parafrasando Mark Fisher, oggi è più facile pensare a un’Italia in cui esiste la reimigrazione che a un’Italia in cui le aziende siano controllate dai lavoratori. Eppure, per quasi cent’anni l’obiettivo ultimo della sinistra europea e italiana è stato esattamente questo: superare il sistema di proprietà privata delle aziende – per usare termini novecenteschi, dei «mezzi di produzione» – e instaurare un sistema economico socialista. Certo, all’interno della sinistra le idee variavano tanto su come si dovesse arrivare a questo obiettivo (con la rivoluzione o con le riforme) quanto su chi materialmente avrebbe dovuto gestirle, le aziende socializzate (tramite lo Stato o con l’autogestione). Eppure, dai primordi del movimento internazionalista negli anni Settanta dell’Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento, milioni di militanti hanno condiviso questo orizzonte di possibilità.
È un dato che, da quando la sinistra ha smesso di progettare un mondo al di là del capitalismo, ha perso anche la sua capacità di incidere sul presente. Oggi, di fronte all’inasprirsi della crisi climatica e al rafforzarsi delle tendenze imperialiste a livello geopolitico, la creazione di una società socialista appare sempre meno un vezzo ideologico e sempre più una questione di sopravvivenza. Ma se dall’altra parte dell’Atlantico ci arrivano indicazioni in questo senso, è bene prima di tutto fare un passo indietro e capire come, in Italia, il socialismo si sia trasformato da progetto politico a utopia.
Non chiamatela utopia
Tutto il primo secolo di storia della sinistra italiana è stato caratterizzato dall’obiettivo, preciso e puntuale, del superamento del capitalismo e della creazione di una società senza sfruttamento. Quando i militanti socialisti e anarchici di fine Ottocento proponevano l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non avevano in mente un principio lontano e dai caratteri simbolici: intendevano proprio farlo.
Fino all’ascesa del fascismo, la sinistra si divise sulle modalità e le tempistiche per arrivare a questo obiettivo. Un filone più radicale, incarnato in varie fasi dal sindacalismo rivoluzionario, dal massimalismo e poi dal primo comunismo, pensava all’instaurazione del socialismo come un atto puntuale costruito attorno a una rivoluzione sociale – sull’esempio della grandi rivoluzioni ottocentesche e di quella sovietica del 1917. D’altro lato dello spettro del socialismo, i riformisti pensavano invece che lo stesso obiettivo potesse essere attuato con gradualità e senza rompere col sistema costituzionale liberale. Ma, al contrario dei presunti «riformisti» di oggi, l’obiettivo dei riformisti di allora rimaneva il superamento del capitalismo: quando ci si riferisce a un grande riformista come Giacomo Matteotti, per esempio, si parla di un uomo che un angolo di socialismo «reale» aveva contribuito a costruirlo nella sua terra di origine, il Polesine, dove le leghe contadine rosse avevano instaurato un controllo popolare del sistema economico che costituiva, di fatto, un principio di rottura con un sistema economico basato sul profitto.
L’avvento del fascismo cambiò radicalmente le priorità della sinistra italiana. Dopo il fallimento del Biennio Rosso (1919-1920), che aveva portato la classe operaia sull’orlo della rivoluzione sociale, le divergenze di vedute sul «come» arrivare al socialismo rimasero, ma in un contesto radicalmente diverso. Mentre prima la monarchia liberale permetteva degli spazi di movimento tanto per i riformisti che per i rivoluzionari, il fascismo obbligò i militanti alla clandestinità e all’esilio. La lotta antifascista divenne per tutte le tendenze della sinistra una precondizione senza cui la costruzione del socialismo non poteva che rimanere inimmaginabile. È bene però sottolineare come questa continuasse a rimanere l’orizzonte ultimo di tutta la sinistra. Non solo dei comunisti, che nei consigli operai e nelle fabbriche occupate del Biennio Rosso avevano avuto un punto di riferimento storico, ma anche dei riformisti riuniti nei partiti socialisti e in Giustizia e Libertà. Il tanto citato – quanto poco letto – Socialismo Liberale di Carlo Rosselli (1930) non aveva per esempio alcun dubbio a riguardo e, pur rifiutando il modello economico e politico sovietico, ribadiva la necessità della socializzazione dei mezzi di produzione.
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Redazione Jacobin Italia
Le grandi aspettative create dalla vittoria sul nazifascismo e dal ritorno della democrazia aprirono un breve periodo in cui la socializzazione delle aziende ritornò nell’orizzonte del possibile. Le speranze dei militanti socialcomunisti si dimostrarono però infondate. La scelta dei partiti operai (Pci e Psi) di aderire e rafforzare il nuovo ordine democratico pospose a un momento indefinito il «salto socialista», portando come priorità la difesa dei diritti conquistati con la guerra partigiana in un contesto in cui il rischio di una reazione golpista era ben più che una teoria del complotto. Il tema del superamento del capitalismo rientrò in scena solo con il grande ciclo di lotte popolari fra la metà anni Sessanta e la fine dei Settanta. In seguito al «secondo Biennio Rosso» (1968-9) la società italiana si trovò spostata molto più a sinistra del precedente ventennio e diverse opzioni vennero elaborate all’interno della galassia socialista. Il Pci definì ulteriormente il suo profilo gradualista con il tentativo di creazione di una grande coalizione con la Dc che potesse rendere strutturali le conquiste operaie rimanendo all’interno del quadro democratico. Alla sua sinistra, diversi ipotesi rivoluzionarie gemmarono dalle lotte operaie e studentesche, incarnando la rivitalizzazione di un filone autogestionario e antistatalista rimasto ai margini nei decenni precedenti.
Non serve entrare nei dettagli per rendersi conto che entrambe le ipotesi, tanto quella gradualista quanto quella rivoluzionaria, vennero sconfitte. Nel frattempo, in tutta Europa, un vento nuovo iniziava a soffiare. Mentre in Italia si esaurivano gli ultimi echi del protagonismo popolare post-’68, il mondo della sinistra istituzionale iniziava lentamente ma inesorabilmente a smottare verso il centro o – in altre parole – verso destra. A partire dall’Spd tedesca (1959), i partiti socialdemocratici iniziarono a rinunciare all’orizzonte socialista e a imbracciare un ben più umile ruolo di gestori di un capitalismo dal supposto volto umano. La rivoluzione neoliberale era iniziata e gli effetti si videro in Italia prima con la svolta «proudhoniana» del Psi di Craxi (1978), superata poi a destra dal «giacobinismo democratico» del Pds di Achille Occhetto (1991), erede del Pci. Mentre la sinistra istituzionale svoltava a destra, quella sociale e di movimento iniziava a espungere l’obiettivo socialista dai suoi fini ultimi, spostando le sue istanze di radicalità all’interno di un orizzonte politico più plurale, ma, in ultima istanza, più parziale.
Se per cent’anni le varie tendenze della sinistra italiana erano state accomunate da una progettualità socialista, a partire dagli anni Ottanta questa divenne gradualmente più marginale, fino alla sua quasi totale sparizione nel nostro presente. Inevitabilmente, l’orizzonte socialista si è trasformato da un obiettivo attorno a cui milioni di militanti hanno costruito la propria azione politica a una lontana utopia, che si rimpiange proprio perché si pensa irraggiungibile.
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Paradossalmente, a ricominciare a far parlare di socialismo è stata la sinistra più marginale del sistema euro-atlantico, quella statunitense. Le entusiasmanti campagne elettorali di Bernie Sanders dello scorso decennio hanno ridato dignità a una parola (socialismo) che negli Stati uniti sembrava essere stata obliterata prima dalla repressione maccartista degli anni Cinquanta e poi dalla melassa reaganiana degli anni Ottanta. Nel loro alveo si è formata una nuova generazione di militanti che, raccolti nei Democratic Socialists of America (Dsa), stanno gradualmente conquistando una centralità tanto nelle lotte elettorali quanto in quelle sociali. L’inaspettata vittoria di Zohran Mamdani a New York, così come il popolare profilo della deputata Alexandra Ocasio Cortez, hanno dato respiro a chi vede nell’azione amministrativa e statale un possibile strumento di trasformazione sociale. Contemporaneamente, nei sindacati statunitensi l’azione dei militanti socialisti ha portato a una nuova stagione di lotte che – se non ha ancora ribaltato la debolezza del sindacato statunitense – ha contribuito a creare un consenso popolare verso le organizzazioni dei lavoratori inimmaginabile nei paesi europei.
In queste esperienze d’oltreoceano, l’orizzonte socialista ha un valore di orientamento strategico. Nessuno pretende di vincere elezioni o vertenze parlando di superamento del capitalismo, ma questo orizzonte è stato fondamentale per dare una direzione al movimento nel suo complesso. E non per niente proprio all’interno della nuova sinistra statunitense si sta iniziando a discutere su cosa voglia dire concretamente creare un’economia socialista. Il fondatore del Jacobin Usa Bhaskar Sunkara, per esempio, ha recentemente sostenuto che il socialismo che verrà assomiglierà poco alla pianificazione di stampo sovietico, per avvicinarsi più a una società in cui libere cooperative di lavoratori scambiano i propri beni sul mercato. Il sociologo e direttore della rivista Catalyst Vivek Chibber ha a sua volta approfondito questa concezione di «socialismo di mercato» (da non confondere col socialismo di mercato autoritario cinese). In ogni caso, i socialisti americani stanno facendo del loro meglio per rendere l’idea di una società socialista sempre meno un’utopia e sempre più un progetto concreto.
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In Italia, nonostante il recente numero di Jacobin Italia dedicato proprio al «ritorno» del socialismo, questo dibattito sembra risuonare poco nei ranghi della sinistra istituzionale e di movimento. La sacrosanta proposta di tassa patrimoniale, per esempio, è rimasta ancorata all’interno di un orizzonte sostanzialmente redistributivo più che in un più vasto programma di trasformazione sociale. E non è un caso che, di fronte alla legge-bluff sulla «partecipazione dei lavoratori all’impresa» promossa dall’abbinata Cisl-destra, la sinistra non sia riuscita ad andare oltre la denuncia dei suoi evidenti limiti. Si è lasciato così il tema dell’estensione della democrazia nelle aziende a un progetto neocorporativo e conservatore, non cogliendo l’occasione per ricominciare a parlare di un vero controllo dei lavoratori sulle aziende. Un controllo, questo, che, come propone Thomas Piketty, non dovrebbe limitarsi agli organi di indirizzo come nel tanto citato modello di cogestione tedesco, ma dovrebbe estendersi alla composizione dei consigli di amministrazione – mettendo finalmente in discussione il principio di sovranità del capitale sulle aziende. Una sinistra che recuperi un orizzonte socialista non potrebbe quindi che ricominciare a parlare di cooperative, promuovendo un vero sostegno politico e finanziario a un settore che, senza la sua iniziale spinta ideale e in mancanza di seri controlli, ha finito spesso per omologarsi alle pratiche delle aziende per capitali.
Al di là delle possibili proposte pratiche da poter introdurre, la lezione che sembra arrivare dagli Stati uniti è che senza ricostruire una prospettiva di società socialista, la sinistra sociale e istituzionale continuerà a non avere abbastanza respiro per incidere sul presente. Il punto non è quello di omogeneizzare l’ecologia della sinistra italiana attorno a un singolo programma di cambiamento socialista. Per cent’anni i militanti della sinistra si sono divisi sul cosa e sul come, ma questa apparente cacofonia ha spostato la storia molto più in là dell’afasia di prospettiva che ha caratterizzato la sinistra italiana degli ultimi quarant’anni. Pur mantenendo una pluralità di metodi e sensibilità, solo un concreto orizzonte socialista potrà ridare fiato alla sinistra e ai movimenti, in Italia come in Europa. È tempo che il socialismo smetta di essere una lontana utopia delle passate generazioni e torni a essere un concreto progetto politico per il nostro futuro.
*Stefano Poggi è ricercatore in storia presso l’Accademia Austriaca delle Scienze (ÖAW) di Vienna.
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