Tag - ricostruzione

L’analisi satellitare rivela la distruzione di 2.500 edifici a Gaza dopo il cessate il fuoco
Gaza – MEMO. Un’analisi di immagini satellitari pubblicata dal quotidiano statunitense The New York Times ha rivelato una distruzione diffusa nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Le immagini mostrano che oltre 2.500 edifici sono stati distrutti nell’ambito di operazioni di demolizione su larga scala condotte dall’esercito di occupazione israeliano. Le […]
127.000 tende inadatte a fornire riparo mentre una nuova tempesta polare colpisce Gaza
Gaza. Circa 127.000 tende nei campi per sfollati di Gaza, ritenute inadatte all’abitazione, stanno ora affrontando il sistema di bassa pressione polare più rigido dell’inverno e le temperature più fredde, in un contesto di carenze critiche che superano il 70 per cento nei mezzi di riscaldamento e nelle coperte. L’Ufficio Governativo per i Media di […]
Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità
A Damasco la pioggia si attraversa senza ombrelli. Le persone camminano a testa scoperta, come se non avessero tempo per negoziare con il cielo. Sugli autobus, spesso con le porte aperte, scoppiano risate improvvise; qualcuno scende al volo, qualcun altro sale mentre il mezzo è già in movimento. Mi è capitato di vedere i soldi del biglietto viaggiare di mano in mano, dal fondo del bus fino all’autista, e il resto tornare indietro lungo lo stesso percorso, senza una parola, come se fosse un gesto imparato da tempo. È una normalità ostinata, quasi testarda: questa è la Damasco quotidiana. Una città che vive nei dettagli, mentre a pochi isolati di distanza la Siria inizia a raccontarsi attraverso immagini molto più grandi. È da qui che ho cominciato a guardare la Siria un anno dopo: prima che dalle piazze delle celebrazioni o dai comizi dei nuovi leader, da questo modo di abitare il presente senza protezioni inutili. Ho imparato presto che, in Siria, le immagini ufficiali e quelle quotidiane non coincidono sempre. Bastano pochi chilometri, o un diverso canale televisivo, per passare da una realtà all’altra: da un Paese in festa a un Paese in lutto, da una piazza gremita di bandiere a una città che osserva in silenzio. Nei giorni dell’anniversario è bastato poco per ritrovarsi immersi in un’altra narrazione. Le piazze si sono riempite di persone, colori e slogan. I fuochi d’artificio disegnavano il cielo, i cori gridavano il nome della “nuova Siria”. Una festa che si propone come cornice nazionale, simbolo di rinascita, ma che racconta molto più di quanto sembri. > Accanto alle nuove bandiere siriane a stelle rosse, simbolo della Siria > post-regime, sventolavano centinaia di bandiere bianche con la shahada nera — > La ilaha illa Allah. Non erano marginali, né sporadiche. In molte città a maggioranza sunnita dominavano lo spazio visivo della festa. Per chi celebrava, «rappresentano la fine di un silenzio imposto», mi sottolinea Hanan. Per la prima volta in decenni, la comunità sunnita sente di poter occupare lo spazio pubblico. Per altri, però, quelle stesse immagini risvegliavano un timore antico: che un potere cada solo per essere sostituito da un altro e che la libertà si trasformi in appartenenza obbligata. Gli analisti regionali lo avevano previsto. La fine del regime non avrebbe generato immediatamente un’identità nazionale condivisa, ma avrebbe aperto una fase di riappropriazione simbolica, in cui ogni gruppo tenta di ricostruire la propria narrazione, di ridefinire il proprio posto nel Paese. Il problema è che questa riappropriazione si muove in uno spazio già frammentato, carico di ferite e memorie contrapposte. Autostrada in Siria nei pressi di Tartus IDENTITÀ CONFESSIONALI: IL POTERE CHE NON SCOMPARE Il regime di Assad aveva imparato a usare le identità confessionali come strumenti di governo. Non le rafforzava apertamente, ma le coltivava come fili invisibili: linee di sospetto, di appartenenza, di controllo. Un sistema silenzioso che attribuiva un peso politico a ogni identità, anche a quelle che sembravano solo sociali o religiose. Quando il regime è caduto, quel meccanismo non si è dissolto. Al contrario, si è reso più visibile, come se l’intonaco fosse saltato rivelando crepe già presenti nel muro. Camminando per i sobborghi di Damasco, o attraversando le città del sud e della costa, si percepisce chiaramente che quelle differenze continuano a orientare la vita quotidiana. Le appartenenze restano una bussola invisibile. Non si dichiarano, ma tutti le riconoscono. Ti dicono dove puoi abitare, chi puoi frequentare, cosa puoi permetterti di dire. Sono confini non scritti, ma netti. A volte emergono nei silenzi, negli sguardi, in quella breve esitazione prima di rispondere a una domanda. C’è un filo invisibile che unisce Suwayda, la città abitata dai drusi, alla costa, luogo riconducibile alla comunità alawita, nonostante tutto le divida. Da entrambe le parti resta la stessa ferita: quella dei massacri, quando le linee del fronte si sono fatte improvvisamente mobili e le popolazioni civili sono diventate bersagli. A Suwayda, se ne parla ancora con rabbia e incredulità; a Latakia, il dolore resta chiuso nelle case, come un lutto privato che alimenta isolamento e sospetto. In entrambi i casi la giustizia è rimasta lontana, sommersa da inchieste sospese, silenzi istituzionali, una burocrazia che parla di ricostruzione ma evita la parola responsabilità. > Le memorie si sono così trasformate in confini emotivi: ognuno custodisce la > propria versione, il proprio elenco di vittime, il proprio modo di ricordare. > Nel vuoto lasciato dall’impunità cresce la polarizzazione confessionale, come > un’erba resistente che intreccia traumi e disillusioni da sud a ovest, più > profonda di qualsiasi linea politica tracciata sulle mappe. La difficoltà della Siria oggi è tutta qui: costruire una transizione che includa senza cancellare, che riconosca senza irrigidire. Suwayda, casa bruciata durante il massacro di luglio LA GEOPOLITICA CHE INQUINA GLI EQUILIBRI INTERNI La Siria del dopo non è solo un Paese che tenta di ricomporsi. È anche uno spazio attraversato da interessi regionali che continuano a plasmarne il presente, spesso in modo più incisivo delle decisioni prese a Damasco. In questo scenario frammentato, Israele gioca un ruolo centrale e poco nascosto, approfittando del vuoto di potere e della debolezza strutturale dello Stato siriano. Da Beit Jenn alla campagna di Suwayda, gli abitanti convivono con la presenza costante di forze esterne, milizie locali e attori stranieri che cambiano nome ma non logica. Qui il confine non è una linea, ma una pressione continua. «Abbiamo cambiato i nomi, non le paure», mi dice un giovane. «Tutti vogliono qualcosa da noi». Israele osserva e interviene da anni nello spazio siriano, colpendo selettivamente, ampliando di fatto il controllo su territori già occupati e approfittando delle divisioni interne per rafforzare la propria profondità strategica. Le operazioni militari, presentate come preventive o difensive, si inseriscono in un contesto in cui la Siria non è una reale sovranità, né militare né diplomatica. In questo gioco di forze, le contraddizioni confessionali e politiche diventano terreno fertile. Ogni frattura interna — tra comunità, tra centro e periferia, tra milizie e civili – riduce ulteriormente la capacità del Paese, come società civile, come spazio di cittadinanza di presentarsi come interlocutore unitario. E più la Siria appare frammentata, più risulta vulnerabile a interventi esterni che si muovono come un elefante in una stanza di cristalli. Nelle campagne, lontano dalle piazze delle celebrazioni, questa dinamica è percepita con chiarezza. Qui la caduta del regime, dopo essere stata accolta con una comune e straordinaria euforia, resta una domanda aperta. I contadini parlano di prezzi, di acqua, di sicurezza. Le famiglie raccontano la fatica di mandare i figli a scuola quando lo spazio aereo non è mai del tutto neutro e il futuro resta opaco. > È una Siria che paga il prezzo di equilibri decisi altrove. Le celebrazioni, in questo contesto, assumono un doppio significato. All’interno segnano un passaggio di potere; all’esterno parlano a chi osserva la Siria come scacchiera regionale. Ma per molte comunità questo si traduce in una sensazione diffusa di marginalità e di abbandono. «Siamo passati dall’essere governati dall’interno a essere tirati da tutti i lati», mi dice un abitante della zona rurale. A rendere tutto più fragile è il vuoto lasciato dalla comunità internazionale. Le grandi dichiarazioni sulla transizione non si sono tradotte in una reale protezione dei civili, né in un quadro politico capace di limitare le interferenze esterne. In assenza di una pressione diplomatica efficace, attori regionali come Israele operano in uno spazio quasi privo di vincoli, mentre la popolazione resta intrappolata tra poteri che non controlla. La transizione siriana resta così sospesa: non solo per le sue fratture interne, ma perché la politica nazionale fatica a emergere come spazio autonomo, capace di rispondere ai bisogni della popolazione prima che agli interessi strategici altrui. Beit Jenn, casa distrutta da Israele ARTE, GIOVANI E SPAZI DI POSSIBILITÀ Tornando a Damasco, la città appare come un mosaico di tutte queste contraddizioni. Viva da lontano, fragilissima da vicino. I mercati sono pieni, le scuole riaperte, i bambini giocano sotto la pioggia senza ombrelli. Ma dietro questa vitalità si nasconde una realtà dura: stipendi insufficienti, giovani che sognano di partire, anziani che sopravvivono più che vivere. «Non vogliamo emigrare», mi dice un amico. «Ma non vogliamo restare così». > In questo spazio incerto, l’arte è diventata uno dei pochi luoghi di respiro > reale. Nei quartieri popolari, giovani musicisti, pittori e registi lavorano > in scantinati, case private, biblioteche dismesse. Non producono manifesti > ideologici, ma racconti di quartiere, frammenti di memoria, gesti di > normalità. Si tratta di spazi che resistono. Perché creare, oggi, significa aprire un dialogo che va oltre la polarizzazione. Significa immaginare un linguaggio comune dove la politica ha fallito. Laboratorio artistico La Siria che ho visto è divisa, ma non immobile. Vive nella testardaggine quotidiana dei suoi abitanti, nei giovani, nelle donne, nei bambini. Se esiste una possibilità di uscita dalla polarizzazione, passa da qui: dal sostegno alle nuove generazioni, agli spazi culturali, ai luoghi dove il dialogo è ancora possibile come fondamento della transizione. Forse la vera rivoluzione non è sui palchi delle celebrazioni, ma in questa normalità ostinata. Nel desiderio, semplice e radicale, di continuare a vivere – nonostante tutto. Ed è qui che la nostra missione «la Siria con gli occhi dei civili» prende forma. Una cooperazione dai civili per i civili. Immagini di copertina e nell’articolo di Giovanna Cavallo. In copertina le celebrazioni Damasco per anniversario caduta Assad SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità proviene da DINAMOpress.
Genocidio nella Striscia di Gaza, giorno 807. Tre civili uccisi negli attacchi israeliani e altri 4 nel crollo di case pericolanti
Gaza-InfoPal. Israele continua a violare il cessate il fuoco per il 72° giorno consecutivo, bombardando la Striscia di Gaza, uccidendo quotidianamente e distruggendo quel poco di edifici ancora in piedi. Il “piano di pace Trump” è uno specchietto per le allodole per distrarre l’attenzione globale sul genocidio israelo-statunitense a Gaza e per continuare senza troppe interferenze il progetto di occupazione e trasformazione della regione costiera, svuotandola quanto più possibile degli abitanti e convertendola in una impresa commerciale, come più volte annunciato dal presidente USA e dai suoi collaboratori. Il piano reale è portare avanti, come sta accadendo in questi due ultimi mesi, una guerra genocida/olocaustica di bassa intensità, con uso di droni e di artiglieria, meno impattante per i soldati di occupazione, e molto meno visibile mediaticamente. Il resto del meccanismo genocida rimane inalterato, con la prosecuzione del blocco su tutti i lati, dell’ingegneria della fame (creata artificialmente attraverso ingressi minimi di aiuti alimentari), della distruzione di ciò che resta degli edifici, degli ostacoli paralizzanti alle cure mediche e così via. La pulizia etnica genocida, dunque, prosegue, ma l’opinione pubblica mondiale, manipolata dai media egemonici, è anestetizzata e resa cieca dalla propaganda israelo-occidentale che racconta la menzogna del cessate il fuoco. I lettori dei siti di notizie sulla Palestina e sul genocidio sono diminuiti drasticamente, nell’illusione di una “pace” che è solo una farsa. Tre palestinesi sono stati martirizzati domenica a seguito di attacchi israeliani a est della città di Gaza. Secondo fonti mediatiche, un palestinese è stato ucciso quando un drone israeliano ha sganciato una bomba su un gruppo di civili nel quartiere di Shuja’iya, a est della città. Testimoni oculari hanno riferito che l’attacco del drone è avvenuto in un’area dalla quale l’esercito israeliano si era ritirato e nella quale ai palestinesi è consentito muoversi in base all’accordo di cessate il fuoco. Altri due giovani sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano nello stesso quartiere di Gaza. All’alba, l’esercito di occupazione israeliano ha aperto un intenso fuoco in varie aree della parte orientale nella città di i Gaza, all’interno di zone che rimangono sotto il suo controllo. Da quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore, l’esercito israeliano ha commesso centinaia di violazioni, inclusi attacchi che hanno ucciso 400 civili e ferito 1.108 altre persone, secondo il ministero della Salute di Gaza. Crolli di abitazioni uccidono diverse persone. Nel frattempo, il servizio di difesa civile di Gaza ha dichiarato che quattro palestinesi sono stati uccisi e altri due sono dispersi, questa mattina, dopo il crollo della loro casa nel quartiere Sheikh Radwan, nella città di Gaza. Tre delle vittime sono donne della stessa famiglia: si tratta di Iman, Jana e Sundus Labad, mentre Mohamed e Rania Labad risultano dispersi. I continui attacchi aerei israeliani hanno provocato crepe strutturali che hanno causato il crollo della casa sui suoi residenti. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza
ONU: 55.000 famiglie colpite dalle recenti piogge a Gaza
Gaza. Le Nazioni Unite hanno dichiarato che circa 55.000 famiglie palestinesi sono state colpite dalle recenti piogge e tempeste nella Striscia di Gaza, con danni alle loro proprietà, ai beni personali e ai rifugi. La dichiarazione è stata rilasciata da Farhan Haq, vice portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, durante una conferenza stampa presso la sede dell’ONU a New York, mercoledì. Haq ha affermato che l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) stima che “quasi 55.000 famiglie siano state colpite finora dalle più recenti piogge in tutta Gaza, con i loro beni e rifugi danneggiati o distrutti dalla tempesta”. Ha inoltre osservato che le tempeste e le forti piogge hanno danneggiato decine di spazi a misura di bambino a Gaza, portando alla sospensione delle attività di protezione dell’infanzia. Questa interruzione ha colpito circa 30.000 bambini in tutto il territorio. Haq ha avvertito che le continue restrizioni israeliane continuano a ostacolare le organizzazioni umanitarie nell’ampliare più rapidamente la loro risposta a Gaza. (Fonti: MEMO, PIC e Quds News).
Oltre 100 edifici parzialmente o completamente crollati, il 90% delle tende allagate a Gaza durante la recente tempesta
Gaza – QudsNews. La Protezione Civile palestinese a Gaza ha avvertito che almeno 17 edifici residenziali sono crollati completamente e altri 90 parzialmente, mentre il 90% delle tende è stato allagato da forti piogge e venti intensi che hanno colpito l’enclave devastata dalla guerra, lasciando famiglie senza riparo nonostante il cessate il fuoco. Il portavoce Mahmoud Basal ha dichiarato martedì che le piogge invernali hanno allagato il 90% delle tende nell’enclave martoriata dalla guerra, lasciando migliaia di famiglie senza alcun rifugio. Le squadre della Protezione Civile hanno riferito di aver ricevuto oltre 5.000 richieste di aiuto dai residenti da quando le tempeste hanno iniziato a colpire la Striscia di Gaza, la scorsa settimana. Secondo Basal, almeno 17 persone sono morte per il freddo, tra cui quattro bambini, mentre decine di altre sono decedute a causa del crollo degli edifici. Lunedì, Mohammed Khalil Abu al-Khair, un neonato di due settimane, è morto a causa di un grave abbassamento della temperatura corporea provocato dal freddo. La guerra israeliana che dura da due anni ha distrutto oltre l’80% delle strutture in tutta Gaza, costringendo centinaia di migliaia di famiglie a rifugiarsi in tende precarie o in rifugi improvvisati sovraffollati. Ora le condizioni umanitarie continuano a peggiorare con l’avanzare dell’inverno, nel contesto del blocco israeliano, nonostante il cessate il fuoco. Con un accesso limitato a materiali per i rifugi, carburante e assistenza medica, i palestinesi sfollati temono che le prossime settimane porteranno sofferenze ancora maggiori. Le organizzazioni umanitarie hanno chiesto immediatamente a Israele di consentire la consegna senza ostacoli degli aiuti a Gaza. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, UNRWA, ha affermato che il governo di occupazione israeliano le ha impedito di portare direttamente gli aiuti a Gaza. “Secondo quanto riferito, alcune persone sono morte a causa del crollo di edifici danneggiati dove le famiglie si erano rifugiate. Anche i bambini sono morti per l’esposizione al freddo”, ha dichiarato l’UNRWA in un post sui social media martedì. “Questo deve finire. Gli aiuti devono essere autorizzati a entrare su larga scala, ora. I palestinesi in tutto il territorio stanno morendo di freddo”.
OMS: oltre 1.000 palestinesi sono morti a Gaza in attesa di evacuazione medica
Gaza – PressTv. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che più di mille palestinesi sono morti nella Striscia di Gaza mentre attendevano i permessi di evacuazione medica da parte delle autorità israeliane, tra luglio 2024 e la fine di novembre di quest’anno. Rik Peeperkorn, rappresentante dell’OMS nei Territori Palestinesi Occupati, ha riferito ai giornalisti presso la sede delle Nazioni Unite a New York che 1.092 pazienti hanno perso la vita nel periodo indicato, citando i dati delle autorità sanitarie di Gaza. Ha sottolineato che il numero è probabilmente sottostimato e non pienamente rappresentativo, poiché si basa esclusivamente sui decessi segnalati. Peeperkorn ha aggiunto che l’OMS “ha invitato più Paesi ad accogliere pazienti provenienti da Gaza e a riprendere le operazioni di evacuazione medica verso la Cisgiordania”, inclusa Gerusalemme Est. > Gaza child Wissam Badran was rescued from the rubble after his family’s > shell-damaged home collapsed under heavy rainfall, leaving him the sole > survivor as search efforts continue for his siblings. > > Follow: https://t.co/fvRn3Kv8f4 pic.twitter.com/SL2296mpOX > > — Palestine Highlights (@PalHighlight) December 13, 2025 Secondo Peeperkorn, 18 ospedali su 36 e il 43% dei centri di assistenza sanitaria primaria a Gaza sono solo parzialmente funzionanti. Ha inoltre evidenziato una grave carenza di medicinali essenziali e forniture mediche, comprese quelle necessarie per il trattamento delle malattie cardiache. Nonostante un miglioramento nei tassi di approvazione delle forniture destinate a Gaza, ha affermato che il processo di ingresso di medicinali e attrezzature mediche resta “lento e inutilmente complicato”. Peeperkorn ha osservato che l’OMS continua a incontrare difficoltà nell’introdurre a Gaza reagenti di laboratorio e componenti critici per le apparecchiature, poiché molti articoli vengono respinti in quanto classificati come a duplice uso. Ha quindi esortato le autorità israeliane a concedere “un’approvazione generale” per l’ingresso delle forniture mediche, al fine di rispondere alle esigenze urgenti. Peeperkorn ha inoltre riferito che la tempesta Byron ha colpito duramente Gaza, aggravando le sofferenze delle famiglie già sfollate. Ha avvertito che le condizioni invernali, unite alle gravi carenze nei sistemi idrici e igienico-sanitari, rischiano di provocare un aumento delle infezioni respiratorie acute, dell’epatite e delle malattie diarroiche. Ha infine sottolineato che bambini, anziani e persone affette da patologie croniche restano le categorie più a rischio. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha ripetutamente violato l’accordo, causando la morte di almeno 386 palestinesi e il ferimento di 1.018 altri. Dall’ottobre 2023, gli attacchi israeliani su Gaza hanno ucciso oltre 70.300 persone, in maggioranza donne e bambini, e hanno provocato più di 171.000 feriti, nonostante l’annuncio della tregua. Traduzione per InfoPal di F.L.
La tempesta peggiora le condizioni umanitarie a Gaza
Gaza – PIC. La Palestinian Medical Relief Society (PMRS) a Gaza ha avvertito di un rapido peggioramento delle condizioni umanitarie a causa di una persistente tempesta che da giorni si abbatte sulla Striscia, sottolineando che anziani e bambini sono i più vulnerabili in queste condizioni estreme. In una dichiarazione diffusa venerdì, la PMRS ha spiegato che migliaia di cittadini restano intrappolati in tende fatiscenti allagate da torrenti e forti piogge, nonostante i ripetuti appelli lanciati a causa dell’assenza di rifugi alternativi in grado di offrire anche una minima protezione. La PMRS ha riferito che quattro dei suoi punti medici sono andati completamente fuori servizio dopo essere stati sommersi dalle inondazioni, causando il danneggiamento di dispositivi e attrezzature mediche utilizzate per assistere le persone sfollate. L’organizzazione ha inoltre espresso profonda preoccupazione per il possibile collasso del sistema alimentare nei prossimi giorni, a causa della grave carenza di beni di prima necessità e delle difficoltà nel far arrivare gli aiuti ai rifugi durante la tempesta in corso.
UNRWA: Flusso di aiuti senza ostacoli vitale affinché Gaza affronti il rigido inverno
Gaza – PIC. Mentre le forti piogge aggravano le condizioni di vita già disperate causate da due anni di genocidio israeliano, l’UNRWA ha affermato che un flusso umanitario senza restrizioni, compresa l’assistenza medica e un riparo adeguato, è vitale affinché le famiglie di Gaza possano sopravvivere all’inverno. “A Gaza stanno cadendo piogge invernali, ancora una volta portando nuove difficoltà. Le strade allagate e le tende inzuppate rendono condizioni di vita già drammatiche ancora più pericolose”, ha dichiarato l’UNRWA in un messaggio diffuso sui social media giovedì. “Ambienti freddi, sovraffollati e insalubri aumentano il rischio di malattie e infezioni”, ha aggiunto l’agenzia. “Questa sofferenza potrebbe essere evitata grazie ad aiuti umanitari senza ostacoli, compresi il supporto medico e un riparo adeguato. Ciò aiuterebbe le famiglie ad affrontare l’inverno in sicurezza e dignità”, ha affermato l’UNRWA.
Genocidio nella Striscia di Gaza, giorno 799. Bombardamenti israeliani uccidono un ragazzino. Situazione devastante: i rifugiati vivono nel fango causato dalle alluvioni
Gaza-InfoPal. Israele continua a violare il cessate il fuoco per il 64° giorno consecutivo, bombardando la Striscia di Gaza, uccidendo quotidianamente e distruggendo quel poco di edifici ancora in piedi. Il “piano di pace Trump” è uno specchietto per le allodole per distrarre l’attenzione globale sul genocidio israelo-statunitense a Gaza e per continuare senza troppe interferenze il progetto di occupazione e trasformazione della regione costiera, svuotandola quanto più possibile degli abitanti e convertendola in una impresa commerciale, come più volte annunciato dal presidente USA e dai suoi collaboratori. Il piano reale è portare avanti, come sta accadendo in questi due ultimi mesi, una guerra genocida/olocaustica di bassa intensità, con uso di droni e di artiglieria, meno impattante per i soldati di occupazione, e molto meno visibile mediaticamente. Il resto del meccanismo genocida rimane inalterato, con la prosecuzione del blocco su tutti i lati, dell’ingegneria della fame (creata artificialmente attraverso ingressi minimi di aiuti alimentari), della distruzione di ciò che resta degli edifici, degli ostacoli paralizzanti alle cure mediche e così via. La pulizia etnica genocida, dunque, prosegue, ma l’opinione pubblica mondiale, manipolata dai media egemonici, è anestetizzata e resa cieca dalla propaganda israelo-occidentale che racconta la menzogna del cessate il fuoco. I lettori dei siti di notizie sulla Palestina e sul genocidio sono diminuiti drasticamente, nell’illusione di una “pace” che è solo una farsa. Sabato mattina, l’esercito di occupazione israeliano ha lanciato pesanti attacchi aerei nella Striscia di Gaza orientale e meridionale, facendo esplodere altre abitazioni in violazione del cessate il fuoco. Fonti locali hanno riferito che, all’alba, aerei da guerra israeliani hanno effettuato incursioni su Khan Yunis orientale e Rafah orientale, con forti esplosioni udite durante i bombardamenti. Altri attacchi aerei sono stati segnalati a Rafah orientale, Khan Yunis e nella città di Gaza, in mattinata. L’esercito israeliano ha anche fatto esplodere case ed edifici a Khan Yunis orientale. Un ragazzo è rimasto gravemente ferito dal fuoco di un drone israeliano nella zona di Al-Sudaniyah, a nord-ovest della città di Gaza. Mohammad Sabri Al-Adham, un ragazzo palestinese, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane, questa mattina, a Jabalia. Dall’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco, il 10 ottobre, l’esercito israeliano ha continuato a violarlo, uccidendo circa 390 persone e ferendone altre 1.000. La popolazione rifugiata vive nel fango provocato dalle alluvioni. Forti tempeste e inondazioni hanno spazzato via interi campi di tende in tutta la Striscia di Gaza, aggravando le sofferenze dei palestinesi già sfollati a causa di due anni di bombardamenti israeliani. Migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire dai rifugi sommersi a Deir al-Balah, al-Mawasi e sulla costa meridionale, dove un bambino di 18 mesi è morto per assideramento e almeno 12 persone sono rimaste uccise dalla tempesta. Le agenzie delle Nazioni Unite avvertono che la crisi sta peggiorando a causa delle severe restrizioni imposte da Israele sui rifornimenti invernali essenziali, tra cui tende, legname, pompe e sacchi di sabbia. Quasi 795.000 sfollati sono ora intrappolati in zone basse dove le acque alluvionali si mescolano alle reflue, aumentando il timore di epidemie mortali. Le famiglie si stanno rifugiando in edifici bombardati nella città di Gaza, senza elettricità, gas o legna da ardere, mentre persino i rifugi di emergenza sono stati allagati. Diverse strutture indebolite sono crollate durante le tempeste, aggravando il numero delle vittime. Le tende delle famiglie sfollate nel quartiere Sheikh Radwan, nella città di Gaza. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza