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35.000 morti per il caldo in Europa. Il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza con uno sciopero per il clima
Non ci sono più dubbi ormai: il clima intorno a noi è già cambiato radicalmente e continuerà a farlo, ma la scienza ci dice chiaramente che abbiamo ancora una possibilità per evitare che il cambiamento climatico esca dal nostro controllo e diventi irreversibile. Spetta a noi invertire la rotta adesso. Sono passati sette anni dai primi cortei del movimento Fridays For Future, ma da allora i progressi fatti sono stati largamente insufficienti e anche se mantenessimo gli impegni presi, i governi del mondo non sarebbero comunque in grado di tenere la temperatura globale sotto la soglia necessaria per evitare la catastrofe. Le emissioni hanno continuato ad aumentare e oggi abbiamo bisogno di una nuova stagione di cooperazione mondiale per evitare il peggio. La crisi climatica oggi miete vittime, lo fa in tutto il mondo e ci mette di fronte a situazioni che non siamo preparati ad affrontare, dal caldo torrido agli incendi, dalle alluvioni ai tornado inaspettati. I nostri territori non sono pronti e i soldi vengono spesi per altro, come produrre armi che non solo uccidono innocenti, ma peggiorano anche la crisi climatica. C’è anche un altro dato: se sette anni fa avevamo poco tempo per prendere decisioni cruciali, oggi ne abbiamo pochissimo e la posta in gioco è la più alta possibile. Per questo il 16 ottobre Fridays For Future torna in piazza: “Abbiamo imparato che solo una massa critica e determinata può creare un cambiamento concreto, diffuso e dal basso e al contempo costringere chi ci governa ad assumersi le sue responsabilità. Questo autunno abbiamo intenzione di portare il caldo torrido di quest’estate al centro dell’agenda politica” afferma Emanuele, attivista. L’estate del 2026 è stata la più calda di sempre secondo i climatologi e la nostra area mediterranea si scalda a un tasso quasi doppio rispetto alla media planetaria. Una combinazione letale che ci ha portato a ondate di calore devastanti per tre mesi, oggi seguite da tempeste e grandinate sulle nostre città. Sono almeno 35mila le morti in eccesso dovute al caldo di quest’estate. “Le soluzioni a tutto questo ci sono; oggi le rinnovabili possono essere parte della soluzione se legate ai bisogni dei territori. Noi torniamo in piazza perché dal 2018, quando abbiamo iniziato a manifestare, al 2021 il numero di Paesi con impegni di riduzione delle emissioni allo zero netto è quadruplicato” afferma Sara di Fridays. Sarà una manifestazione diffusa in tutte le principali città italiane che invitiamo a far propria e moltiplicare. In molti territori si programmano cortei studenteschi, ma si dialoga anche con il mondo del lavoro: già indetto per il 16 ottobre uno sciopero del comparto scuola da Sindacato Indipendente Scuola e Ambiente. Carlo, attivista, aggiunge: “Sappiamo che non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale: le manifestazioni per la Palestina dello scorso autunno ci hanno dimostrato che in Italia siamo pronti ad alzare la voce contro le ingiustizie, unendoci tutti nella stessa battaglia”.   Fridays For Future
September 1, 2026
Pressenza
Il nostro mare è sempre più caldo: ondate di calore anche a 40 metri di profondità
Mentre il 2026 ha già segnato il record assoluto di temperatura per i mari e gli oceani a livello globale a causa della crisi climatica, l’ultimo rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia rivela che anche i mari italiani continuano a scaldarsi, con ondate di calore fino a 40 metri di profondità, fenomeni di necrosi o sbiancamento su gorgonie e coralli e l’espansione di specie termofile e aliene. Il report analizza i dati raccolti nel 2025 in 14 stazioni di monitoraggio italiane, di cui 13 in Aree Marine Protette, con termometri subacquei e monitoraggi periodici. Greenpeace ha operato con il sostegno del DISTAV (Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente, e della Vita) dell’Università degli Studi di Genova, l’OGS (Istituto Nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale) e con il Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino. Secondo i dati Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato su scala globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,97°C, pari +1,48°C rispetto al livello preindustriale. Nel Mediterraneo, gli indici annuali mostrano un numero elevato di giorni di ondate di calore marine, che in alcune aree superano un totale di 200 giorni e anomalie termiche superficiali comprese tra +1,5°C e +2,5°C sopra la media climatologica. Nello stesso anno, i termometri di Greenpeace hanno registrato episodi prolungati di elevate temperature in tutte le 14 aree di studio del progetto “Mare Caldo”, anche in profondità. L’anomalia massima della temperatura superficiale del mare, pari a +3,5°C sopra la soglia climatologica, si è registrata in Sardegna tra fine maggio e luglio 2025 nell’Area Marina Protetta dell’Isola dell’Asinara, durante un’ondata di calore durata 41 giorni. Le altre anomalie maggiori si sono registrate nell’AMP di Capo Carbonara (Sardegna) e nell’AMP di Tavolara (Sardegna), con +3,46°C sopra la soglia, nell’AMP Capo Milazzo (Sicilia), con +2,94°C, e nell’AMP del Plemmirio (Sicilia), con +2,71°C. Il calore accumulato in estate sulla superficie del mare si è trasferito anche in profondità, attraverso il mescolamento della colonna d’acqua dovuto al vento, facendo registrare temperature fino a 25°C a 30-40 metri di profondità ed esponendo a un forte stress gli organismi che vivono sui fondali rocciosi. Nel 2025 Greenpeace ha svolto anche dei monitoraggi biologici all’Isola d’Elba (Toscana), nell’AMP dell’Asinara (Sardegna) e nell’AMP di Torre Guaceto (Puglia). In tutte e tre le aree sono stati osservati impatti rilevanti, come necrosi o sbiancamento sulle specie più vulnerabili, tra cui la gorgonia gialla Eunicella cavolini e il corallo Cladocora caespitosa, mentre continua ad aumentare la presenza di specie termofile e aliene come Caulerpa cylindracea. Il ricorso alla tecnica innovativa del DNA ambientale (eDNA), che consente di rilevare la biodiversità attraverso le tracce genetiche rilasciate dagli organismi nell’ambiente, ha permesso inoltre di identificare numerose specie aliene non visibili durante i monitoraggi tradizionali, comprese specie come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra. Il caso più significativo è quello dell’Isola d’Elba, l’unica area non protetta della rete di monitoraggio del progetto “Mare Caldo”. L’analisi della serie temporale degli ultimi sei anni evidenzia un progressivo deterioramento dello stato ecologico delle comunità bentoniche, con un aumento degli organismi che presentano segni di stress, una riduzione delle colonie e impatti significativi sulle gorgonie Eunicella cavolini e Paramuricea clavata. I risultati suggeriscono una relazione tra le persistenti anomalie termiche registrate nel 2023 e 2024 e i cambiamenti osservati oggi nelle comunità marine. Se da un lato i dati del progetto confermano il ruolo fondamentale delle aree marine protette nel rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini, dall’altro mostrano che nessuna area è al riparo dagli effetti della crisi climatica. Per questo Greenpeace ribadisce la necessità di rafforzare la tutela del Mediterraneo sia attraverso una rete efficace di aree marine protette, sia mediante la riduzione delle emissioni di gas serra. “Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare,” ha sottolineato Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia. “Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Il prezioso lavoro di tutela e conservazione in queste aree da solo non basta a preservare la biodiversità marina; serve anche una drastica riduzione delle emissioni di gas serra”. Quello pubblicato è il sesto rapporto del progetto “Mare Caldo” di Greenpeace Italia, nato nel 2019 grazie al contributo di Monica Montefalcone, professoressa di ecologia del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova, tragicamente scomparsa lo scorso maggio con la figlia Giorgia e altri tre sub italiani durante un’immersione alle Maldive. Greenpeace lo ha voluto dedicare a lei. Qui il sesto Rapporto di “Mare Caldo” di Greenpeace: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2026/07/d02e506f-distav_relazione-mare-caldo-sesto-anno-2024-2025_19.7.26-clean2.0.pdf Giovanni Caprio
July 31, 2026
Pressenza
ONDATE DI CALORE IN EUROPA: IMPATTO DEVASTANTE SULLA SALUTE UMANA E SULLA SOSTENIBILITA DEGLI ECOSISTEMI
Poche settimane dopo una grave ondata di caldo che ha battuto i record di tutti i tempi di maggio, l’Europa ha vissuto un’altra grande ondata di calore a giugno. In Francia, Germania, Italia, Spagna e Inghilterra meridionale, le temperature hanno raggiunto i 5-12 ° C sopra le medie stagionali, guidate da un sistema persistente ad alta pressione. Le ondate di calore rappresentano una seria minaccia per la salute umana e hanno un profondo impatto sugli ecosistemi. Durante l’estate del 2022, più di 60.000 persone in tutta Europa sono morte a causa del caldo estremo. Anche nell’estate successiva, che era significativamente più fresca, sono stati registrati oltre 47.000 decessi legati al calore. L’anno scorso, la prima ondata di caldo in Europa si era verificata alla fine di giugno, quest’anno a maggio, e sono gia’ migliaia le vittime in tutta Europa. Secondo una ricerca della World Weather Attribution, cinquant’anni fa temperature simili a giugno sarebbero state quasi impossibili. Oggi il pianeta si è riscaldato di circa 1,4 gradi rispetto al periodo preindustriale, soprattutto a causa della combustione di carbone, petrolio e gas. Nel 1976, quando sono stati stabiliti alcuni dei precedenti record europei, le temperature del 2026 sarebbero state praticamente impossibili da verificare a giugno, mentre anche altamente improbabili in qualsiasi momento dell’anno. Nel 2003, la prima grande ondata di caldo di questo secolo, il caldo diurno come questo sarebbe stato ancora molto raro, circa 10 volte meno probabile di oggi, mentre le temperature notturne come questo giugno sarebbero state più di cento volte meno probabili nel 2003. L’intervista a Pierluigi Randi meteorologo e Presidente AMPRO Associazione Meteo Professionisti componente del “Comitato Tecnico Scientifico-Alleanza per la gestione integrata del Rischio Idro-Geologico in Emilia-Romagna” (CTS Agire) Ascolta o scarica 
July 1, 2026
Radio Onda d`Urto
Ondate di calore: tre quarti delle notizie non citano la crisi climatica come elemento esplicativo
Negli ultimi anni i fenomeni di caldo intenso, le cosiddette le ondate di calore, stanno diventando frequenti, intensi e prolungati in tutto il pianeta. Un’analisi sulle morti per calore in alcune città europee durante l’ondata di calore di fine giugno/inizio luglio di quest’anno indica, tra gli altri risultati, che circa 1.500 dei 2.300 decessi da calore stimati sono il risultato del cambiamento climatico. Eppure, circa tre quarti delle notizie dei principali telegiornali e quotidiani italiani sulla prima ondata di calore della stagione non citano la crisi climatica quale elemento di contesto esplicativo del fenomeno. È quanto emerge dall’ultimo rapporto commissionato da Greenpeace all’Osservatorio di Pavia che ha analizzato la copertura mediatica dell’ondata di caldo estremo registrata tra fine giugno e inizio luglio. L’analisi mostra, inoltre, un andamento rapsodico dell’attenzione mediatica, che esplode durante il picco di calore, per poi spegnersi non appena il meteo cambia: una narrazione spesso accompagnata da toni espressi anche in titoli sensazionalistici che contribuisce a veicolare l’idea che le temperature estreme siano casi episodici e a una scarsa comprensione del fenomeno nelle sue cause e conseguenze sistemiche. Nelle edizioni serali dei TG generalisti Rai, Mediaset e La7, solo il 23% dei servizi ha citato la crisi climatica quale elemento di contesto esplicativo, ma di questi poco meno di un terzo ha esplicitato le responsabilità del riscaldamento globale, mettendolo in connessione con le emissioni di gas serra o con le sue cause antropiche; ancora, appena il 7% dei servizi si è focalizzato sulla necessità di interventi di mitigazione – come la riduzione delle emissioni climalteranti o la transizione verso fonti rinnovabili – mentre il 63% ha parlato di misure d’adattamento, inclusi consigli pratici quali idratarsi o evitare l’esposizione nelle ore più calde. Il 60% delle dichiarazioni riportate è di cittadini che hanno commentato come il caldo influenzi la loro quotidianità e parlato dei rimedi adottati per fronteggiarlo. Al contrario, le voci di esperti quali climatologi, fisici, meteorologici medici, e quelle del mondo del lavoro e dell’economia, tra cui imprenditori, operai, agricoltori e sindacalisti, hanno trovato spazio rispettivamente nel 16% e nel 15% dei servizi. Una tendenza simile si osserva sulle pagine dei primi cinque quotidiani italiani (Corriere della Sera, Repubblica, Avvenire, Il Sole 24 Ore, La Stampa): nel 67% degli articoli sulle ondate di calore non si fa alcun cenno al riscaldamento globale, mentre la metà degli articoli che citano la crisi climatica approfondisce anche le cause e/o ne cita i responsabili. Venendo, poi, alle soluzioni e alle azioni di contrasto, anche in questo caso a prevalere sono le misure d’adattamento (il 67% degli articoli ne cita qualcuna), mentre solo il 10% cita azioni di mitigazione. L’interesse per le conseguenze immediate delle ondate di calore domina la narrazione, con il 93% degli articoli che cita uno o più danni o rischi tangibili del caldo estremo, in primis quelli per la salute e per i lavoratori esposti. A differenza dei TG, le dichiarazioni riportate dai giornali provengono in larga parte da ambiti specifici, in primis esperti in ambito medico-scientifico, mondo economico, del lavoro e politico (l’85% delle dichiarazioni), con scarsa presenza della voce dei cittadini. Il rapporto dell’Osservatorio di Pavia ha analizzato anche i contenuti informativi sull’ondata di calore pubblicati su Facebook da dieci testate giornalistiche e i commenti degli utenti alle notizie postate, allargando lo studio anche al Fatto Quotidiano, Libero, Domani, La Verità, Il Giornale. Su 136 post che hanno riguardato il tema, solo 18 (il 13%) attribuiscono l’innalzamento delle temperature al riscaldamento globale. E, tra questi ultimi, solo tre citano l’origine antropica della crisi climatica. Anche sui social, il tema delle ondate di calore viene affrontato puntando principalmente su un mix di cronaca, dati sulle temperature e soluzioni di adattamento. I post delle tre testate di orientamento di destra (Libero, Il Giornale e La Verità) seguono una narrativa comune nella quale la questione delle ondate di calore viene trattata pressoché esclusivamente in chiave di scontro politico-ideologico, con toni di scherno e obiettivo di ridimensionamento. “L’analisi dei commenti degli utenti, si legge nel Report, rafforza queste cornici narrative di tipo critico-negazionista, tra cui: la minimizzazione e la negazione dell’eccezionalità dell’evento, ad esempio attraverso l’evocazione di estati calde del passato per confutare l’emergere di un trend nuovo; le accuse di catastrofismo esagerato ai media, cui vengono contestati titoli e contenuti definiti allarmistici; l’attacco alle soluzioni, con una narrativa critica verso le azioni di mitigazione come le politiche di transizione e l’auto elettrica; la sovrapposizione di crisi climatica e COVID 19 in discorsi complottisti su entrambi i fronti. In un contesto fortemente polarizzato, ironia e sarcasmo emergono come strategie comunicative utilizzate da negazionisti e critici climatici quale forma di attacco discorsivo che denigra, deridendolo, il contenuto dell’informazione”. Qui il Report: https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2025/07/2fb3c7c8-ondate-di-calore-sui-media_greenpeace_osservatorio-di-pavia_def.pdf.  Giovanni Caprio
August 6, 2025
Pressenza
Lavoro e ondate di calore
Il Ministero del Lavoro, insieme alle imprese e ai sindacati, ha sottoscritto un protocollo quadro per contrastare i rischi lavorativi legati alle ondate di calore che stanno colpendo l’Italia. L’accordo prevede misure come l’uso di ammortizzatori sociali in caso di sospensione o riduzione dell’orario di lavoro, la riorganizzazione dei turni, l’adozione di abbigliamento adeguato e la fornitura di bevande. Il protocollo si applica anche alle lavoratrici e ai lavoratori stagionali in agricoltura e alle imprese appaltatrici nei cantieri che dovranno garantire pause, orari flessibili e accesso all’ombra. Si giunge a questa intesa dopo che diverse Regioni hanno adottato ordinanze per limitare il lavoro durante le ore più calde. Con questo protocollo i padroni dovranno consultare i bollettini ufficiali e adottare misure preventive in caso di emergenze climatiche. Un tema di questa rilevanza avrebbe però bisogno di un approccio strutturale, come richiesto ad esempio dalla CGIL, anche perché è ormai evidente, come testimoniano alcuni casi di cronaca recenti, un legame tra il cambiamento climatico e l’aumento per i rischi per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto in settori esposti alle alte temperature, sia all’aperto che al chiuso. Di ciò, secondo Elisa Errico e Daniele Di Nunzio in Caldo estremo e salute e sicurezza sul lavoro: il ruolo del dialogo sociale, si è iniziato a parlare nel dibattito pubblico a partire dal 2003, anno in cui l’aumento delle temperature estive ha attirato l’attenzione mediatica e scientifica in tutta Europa anche se la questione della salute e sicurezza sul lavoro è rimasta marginale nelle agende politiche fino a tempi più recenti. Dal 1985 al 2014 l’Italia ha registrato un aumento medio delle temperature di 0,7 gradi, con proiezioni per il 2050 che indicano un incremento di 1,3 gradi nello scenario a basse emissioni e di 2,5 gradi in quello ad alte emissioni. Lo scenario peggiore prevede un aumento fino a 5,9 gradi entro il 2090. Questi cambiamenti climatici comportano un aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore, con conseguente stress termico per la popolazione. Attualmente i tassi di mortalità legati al calore in Italia sono più del doppio della media europea e si prevede un ulteriore peggioramento, specialmente nelle aree urbane, rendendo urgente l’adozione di misure di protezione per cittadine e cittadini e lavoratrici e lavoratori. L’impatto delle ondate di calore è differenziato e colpisce maggiormente le fasce più vulnerabili della popolazione, come persone anziane e con patologie croniche, riflettendo così le disuguaglianze sociali esistenti. Le ondate di calore hanno anche implicazioni economiche, influenzando l’offerta di lavoro (con la riduzione delle ore lavorate) e la produttività. Ad esempio nel 2019, rispetto al periodo 2000-2004, si è registrato un calo del 79,9% delle ore lavorative potenziali nei settori agricolo, edile, dei servizi e industriale. Le proiezioni indicano un’ulteriore riduzione della produttività dell’1,2% nello scenario a basse emissioni e del 3,1% in quello a emissioni medie. > Per quanto riguarda il rapporto con gli infortuni sul lavoro, studi > epidemiologici hanno evidenziato che in Italia circa 5.211 infortuni annuali > (2006-2010) sono legati a temperature estreme, con maggiore vulnerabilità tra > giovani maschi (15-34 anni) impiegati in PMI, dove la rappresentanza sindacale > è spesso assente. Il settore delle costruzioni è il più esposto con 184.936 infortuni registrati tra il 2014 e il 2019, specialmente tra muratori e idraulici. Anche l’agricoltura mostra un’elevata incidenza di infortuni legati al calore (2.050 casi tra 2014 e 2018), con lavoratori giovani e irregolari particolarmente a rischio. Ricerche nella provincia di Trento e nella Pianura Padana hanno confermato un aumento degli infortuni in condizioni di calore estremo, con un tasso di 66,3 infortuni ogni 1.000 lavoratori nel periodo 2013-2017. Gli infortuni sono più frequenti tra i lavoratori italiani rispetto a quelli immigrati probabilmente a causa della sottodenuncia da parte di questi ultimi.   Per quanto riguarda le normative italiane sulla gestione delle ondate di calore, l’attenzione è focalizzata sulla tutela della salute e il loro limite maggiore è la frammentarietà poiché manca una legge organica e il quadro normativo in generale dipende ancora molto da atti amministrativi e piani regionali disomogenei. La tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, in particolare, è affidata per lo più a protocolli aziendali e accordi territoriali, senza un obbligo nazionale chiaro. Questo approccio altamente flessibile rischia di lasciare scoperte fasce significative della popolazione attiva, soprattutto nei settori più esposti, come l’edilizia e l’agricoltura. Ci sono altri Paesi europei con una normativa in materia maggiormente rigida. Ad esempio è il caso della Spagna dove il Real Decreto 4/2023 introduce modifiche significative nella normativa sulla prevenzione dei rischi lavorativi legati alle alte temperature. Questa legge è stata una risposta nata da tre decessi di tre lavoratori in una sola settimana, vittime di colpi di calore. Simili episodi si inseriscono in un’estate che registrò un eccesso di mortalità fino a 4.800 decessi correlati al caldo, molti dei quali riguardavano persone anziane o con patologie pregresse, ma anche lavoratrici e lavoratori esposti. La normativa modifica il Real Decreto 486/1997 integrando disposizioni specifiche per i luoghi di lavoro all’aperto o in ambienti non completamente chiusi, dove il rischio legato a fenomeni meteorologici avversi, in particolare le temperature estreme, diventa critico. > In caso di allerta arancione o rossa emessa dall’AEMET o dagli enti autonomi > competenti, i padroni devono adottare misure adeguate per proteggere chi > lavora, con un’attenzione particolare alle caratteristiche individuali (età, > condizioni di salute) e alla tipologia di attività svolta. Le misure chiave includono una valutazione dei rischi basata su fattori ambientali, fisici e organizzativi, con possibile divieto di svolgere determinate mansioni nelle ore più critiche se non è garantita la sicurezza, l’adattamento delle condizioni lavorative, come la modifica degli orari o la sospensione temporanea dell’attività, quando le misure preventive risultino insufficienti e infine l’obbligo di intervento in caso di allerta, con un’enfasi sulla prevenzione attiva e sulla responsabilità datoriale. I settori più colpiti, edilizia, agricoltura, trasporti, pulizia e ristorazione, sono quelli in cui l’esposizione diretta al sole o a fonti di calore interno (forni, cucine) rende inevitabile un approccio rigoroso. La legge lascia margini di miglioramento perché mancano disposizioni specifiche per i locali chiusi con alta intensità fisica o per la garanzia di aree di riposo climatizzato. In Francia abbiamo invece il Décret n° 2025-482 del 27 maggio 2025, entrato in vigore il 1° luglio 2025, che introduce obblighi legali vincolanti per i padroni pur con alcuni limiti segnalati dalla CGT. Uno dei punti più controversi riguarda l’assenza di una definizione chiara delle temperature “adatte” nei luoghi di lavoro. Il Codice del lavoro non stabilisce soglie massime o minime oltre le quali i dipendenti possano abbandonare il posto di lavoro, limitandosi a prescrivere la disponibilità di acqua fresca e il ricambio d’aria per evitare temperature eccessive. La Direzione Generale del Lavoro ha sostituito l’obbligo di una «temperatura conveniente» in inverno con quello di una «temperatura adeguata all’attività svolta», senza però specificare valori precisi, lasciando così ampio margine di discrezionalità ai padroni. Questo rende difficile per i lavoratori far valere i propri diritti e non impedisce situazioni estreme come locali riscaldati a 12°C in inverno o temperature di 40°C in estate. Nonostante l’INRS fornisca linee guida indicative, suggerendo che temperature superiori ai 30°C per attività sedentarie e ai 28°C per lavori fisici rappresentino un rischio, il decreto non le incorpora come obblighi vincolanti. Inoltre le misure previste dal decreto si applicano solo in caso di allerta gialla o arancione di Météo France, ignorando i rischi legati a fattori strutturali come l’uso di macchinari che generano calore, l’eccessiva esposizione al sole attraverso vetrate, la mancanza di isolamento termico o i sistemi di ventilazione inefficienti che possono rendere pericolosi gli ambienti di lavoro anche in assenza di allerte ufficiali. In Germania la protezione delle lavoratrici e dei lavoratori dalle ondate di calore è regolata da diverse norme. L’Arbeitsschutzgesetz impone ai padroni di valutare i rischi e adottare misure preventive, privilegiando soluzioni tecniche e organizzative rispetto a quelle individuali. L’Arbeitsstättenverordnung stabilisce che le temperature nei luoghi di lavoro non devono mettere a rischio la salute. Per attività leggere la temperatura ideale è di 20°C mentre per quelle moderate scende a 17°C. Oltre i 26°C il padrone deve intervenire con misure di mitigazione (come tende parasole, ventilatori o orari flessibili) mentre oltre i 30°C queste diventano obbligatorie, compresa la fornitura di bevande. A 35°C l’ambiente non è più idoneo al lavoro senza ulteriori precauzioni (ad esempio, pause di raffreddamento o indumenti protettivi). Le Technische Regeln für Arbeitsstätten (ASR A3.5), pur non essendo vincolanti, forniscono linee guida per garantire il benessere termico ma spetta ai padroni decidere come applicarle, sotto il controllo di rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori. Per chi lavora all’aperto i rischi aumentano a causa dei raggi UV e dell’ozono, rendendo necessarie misure aggiuntive come ombreggiatura, creme solari e accessori protettivi. Le e i rappresentanti del personale (Betriebsrat o Personalrat) hanno diritto di co-decidere in materia di sicurezza sul lavoro, inclusa la gestione delle ondate di calore, attraverso accordi aziendali. Non esiste però un «diritto a lasciare il lavoro per il caldo» e infatti in caso di inadempienza del padrone i dipendenti possono rivolgersi alle autorità competenti o, in casi estremi, ricorrere al licenziamento per giusta causa. Queste leggi sono spesso figlie dell’azione dei sindacati, della loro mobilitazione e della loro pressione istituzionale ma possono agire anche attraverso altri strumenti come la contrattazione collettiva che può integrare, a livello territoriale e aziendale, misure contro le ondate di calore nei contratti e c’è anche lo strumento della formazione e sensibilizzazione dei lavoratori circa i rischi del lavoro ad alte temperature. > La CGIL, dicono nel loro lavoro Errico e Di Nunzio, porta due casi studio > dell’uso della forza del sindacato per gestire il lavoro con alte temperature. La FLAI CGIL ha svolto un ruolo centrale nel sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sui rischi legati alle ondate di calore, soprattutto dopo incidenti mortali come quello di Paola Clemente nel 2015. Ha promosso mobilitazioni, come lo sciopero dei braccianti a Nardò nel 2011, e ha sostenuto azioni legali contro lo sfruttamento e il caporalato. Grazie a queste pressioni nel 2016 è stata introdotta la prima ordinanza sindacale a Nardò che vietava il lavoro agricolo nelle ore più calde in caso di allerta termica. Successivamente la CGIL ha lavorato per estendere queste tutele a livello regionale ottenendo nel 2022 un’ordinanza che sospendeva il lavoro nei campi tra le 12:30 e le 16 durante le ondate di calore. Ha inoltre collaborato con enti bilaterali e istituzioni per migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto migranti, e per integrare misure di prevenzione nei contratti collettivi provinciali. Nella logistica, invece, la FILT CGIL ha affrontato la sfida della frammentazione lavorativa e della scarsa consapevolezza dei rischi termici negli ambienti chiusi. Ha promosso protocolli aziendali, come quello con Just Eat Takeaway.com, che prevede pause retribuite. A livello nazionale ha spinto per l’inclusione di clausole specifiche nei contratti collettivi, insistendo sulla necessità di valutazioni dei rischi personalizzate e sull’ammodernamento degli spazi di lavoro. Sul lato della formazione, invece, ha organizzato focus group con le RLS per validare strategie di prevenzione e ha collaborato con enti come l’INAIL per sviluppare linee guida basate su evidenze scientifiche. L’immagine di copertina è di Michele Cannone, da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Lavoro e ondate di calore proviene da DINAMOpress.
July 7, 2025
DINAMOpress